mercoledì 8 aprile 2009

Chase for love (capitolo 2)


Le spade lucide si scontrarono facendo riecheggiare nell’aria il loro rumore metallico.
Il ragazzo biondo indietreggiò fissando negli occhi il suo avversario che, al contrario di lui, non sembrava teso, anzi il suo volto era rilassato, invece dai muscoli del suo corpo si percepiva tutta la sua concentrazione.
Il biondo cercò nuovamente di colpirlo, ma l’uomo evitò l’arma bianca spostandosi di lato e in un attimo gli strappò la spada che volò attraverso l’aria per poi ricadere, configgendosi nel terreno, ai piedi di un ragazzo dai lunghi capelli chiari, che sembravano quasi bianchi.
“ Dio Santo! Signore, sarebbe ora che la smetteste con questi giochi! Là, nel castello, ci sono i vostri uomini che vi stanno aspettando per darvi i resoconti dei raccolti! E voi cosa fate?! Giocate a duellare!” sbottò il ragazzo che raccolse la spada dai piedi e la riportò al legittimo proprietario che la prese ringraziando.
“ Serafine… ma perché mi devi sempre rimproverare?” ribatté l’uomo con voce soave che gli fece venire i brividi.
“ Perché nonostante siate cresciuto continuate a comportarvi come foste un bimbo!” fece lui alzando un sopracciglio.
“Va bene, ho capito. Louis vieni da me stasera. E tu Serafine, sarai contento di avermi rovinato il divertimento!” commentò con aria imbronciata che fece sorridere suo malgrado Serafine.
“Si, concretamente sono contento che lei abbia deciso di dedicarsi anche al suo dovere, oltre che al suo piacere” rispose soffermandosi su Louis e sulle spade che entrambi reggevano in mano.
Il moro fece una smorfia, mentre si avviava verso l’entrata del castello, ma, nel passare accanto a Serafine, si fermò e gli accarezzò piano il capo, poi se ne andò improvvisamente stizzito.
Rimasti da soli, i due ragazzi si guardarono in silenzio, poi Serafine si allontanò.
Non capiva come mai Louis lo guardasse sempre in cagnesco, in fondo non gli aveva fatto nulla e, anzi, a lui era pure simpatico!
Sospirò piano.
Finalmente il suo signore aveva deciso di comportarsi da tale, a volte si stancava di dovergli fare il terzo grado.
Sorrise piano, un cortigiano che rimproverava il suo signore era davvero una cosa più unica che rara, ma in qualche modo, come diceva lo stesso Samael, senza di lui non riusciva a adempiere ai propri doveri, non perché non volesse, ma semplicemente perché non gliene interessava tanto. Eppure era strano a credersi se lo si vedeva seduto sul suo trono mentre ascoltava, interrogava, impartiva ordini con voce che non ammetteva repliche e con sguardo ardente.
Il ragazzo passò accanto ad un vecchio che lo salutò e lui rispose umilmente.
“Le fa ancora male, John?” si riferiva alla gamba che questo si era ferito cadendo.
“No, ormai è guarito grazie alla pomata che lei mi ha dato, signore” lo informò sorridendogli e lui ricambiò il sorriso.
“ E, mi dica, a casa stanno tutti bene? La piccola Jenny ancora piange per i mostri che si nascondono nel buio?”, il vecchio lo fissò a lungo.
Non riusciva a credere alle proprie orecchie: Serafine si ricordava anche delle paure della sua adorata nipotina! Chi era questo ragazzo che si prendeva a cuore la sorte di tutti? Chi era questo candido angelo venuto da chissà dove? Il suo sguardo reso stanco dagli anni di sacrifici si addolcì.
“Certo, grazie a Dio, stanno bene e la piccola ancora ha paura, ma non piange più” rispose, mentre una lacrima gli scendeva lungo una guancia, seguita da un’altra e un’altra.
Serafine si commosse e si inginocchiò abbracciando l’uomo e confortandolo.
Quello si calmò. Erano anni che non piangeva, perché davanti al ragazzo aveva sentito improvvisamente la voglia di piangere? Di esternare tutti i suoi dolori tenuti nascosti anni e anni? “Serafine…” una voce tagliente lo fece separare dall’uomo. Louis, in piedi, li fissava disgustato.
Il ragazzo sorrise al vecchio prendendo congedo e seguì l’altro.
“Cosa c’è?” domandò fermandosi per raccogliere un fiore.
“Samael vuole parlarti” rispose quello con voce pungente. Serafine alzò un sopracciglio.
Gelosia.
“Sai Louis, non dovresti prendertela, il tuo caro signore non ha con me lo stesso rapporto che ha con te, perciò stai pur sicuro che non sono io un tuo rivale” fece con aria innocente.
“Per fortuna! Ci mancherebbe pure che lui s’interessi a te!” ribatté quello sarcastico.
“Qual è il tuo problema, Louis? Cosa odi di me cosi tanto?” sbottò Serafine non potendo più digerire quella situazione in cui il ragazzo gli rivolgeva sempre sguardi di odio, battute sarcastiche. Non sopportava più quell’astio ingiustificato nei suoi confronti.
“Tutto Serafine, odio il tuo falso candore, la tua ipocrita volontà di aiutare sempre tutti a ogni costo, il tuo modo di essere! Non capisco come mai tu possa davvero interessarti alle sorti di quei poveracci” rispose schifato.
Serafine annusò il fiore viola alcuni secondi prima di rispondere con voce calma.
“Quindi è questo che tu credi di me… Non m’importa Louis, non posso piacere a tutti, ma dimmi: se non ci si interessa alle sorti di quei poveracci, come li chiami tu, cosa ci resta da fare?”.
“Sono solo degli zoticoni”.
“Togli tutti gli zoticoni che ci sono e vediamo chi procura cibo e vesti sfarzose per te, o grande principe, nobile figlio del re di Cornovaglia!” sibilò, quindi accelerò i passi ed entrò nel castello dove si diresse verso la sala principale.
Là non c’era più nessuno tranne Samael, che stava seduto sul suo trono e lo osservava serio.
Serafine cercò di non far trapelare il turbamento che quell’esame gli causava.
“Volevate vedermi?” chiese a bassa voce avvicinandosi.
“Si, purtroppo quei mercanti non mi hanno buone notizie” gli fece sapere alzandosi.
“E’ successo qualcosa?”.
“Si, lady Clara è ferita” rispose soprappensiero.
“Com'è accaduto?” volle sapere portandosi involontariamente una mano alla bocca.
Lady Clara era la zia di Samael, una quarantenne molto sofisticata e bella, ma con un cuore d’oro. Lei era l’unica persona, oltre a Samael, con cui aveva un qualche rapporto di vera amicizia e stima.
“E’ caduta dalle scale, ha una gamba rotta e una ferita sul braccio destro” Samael era agitato, non era un buon segno.
“E…” deglutì piano “…come... come ha fatto a procurarsi ciò?”, ora si tormentava le mani temendo quello che gli avrebbe risposto.
“Pare che suo marito… l’abbia picchiata!” alzò la voce facendolo sussultare “Quel bastardo, figlio di puttana, quel Giuda, ha alzato le mani sopra mia zia! Ora vado da lui e lo uccido, quello stronzo!” sbraitò prendendo la spada e fuggendo fuori.
Serafine lo seguì col cuore in gola, tuttavia quando lo raggiunse quello era già lontano.
Si passò una mano fra i capelli. Di nuovo stava facendo di testa sua, senza riflettere. Sospirò pesantemente, poi montò sul suo cavallo bianco imprecando e maledicendo Samael e si avventurò a seguirlo.

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