venerdì 24 aprile 2009

Noi due (capitolo 3)


Un dolce tepore gli accarezzava i sensi, un profumo di lavanda lo stava inebriando. Si mosse piano, ma sentì un certo dolore alla gamba e spalancò gli occhi. Gli era tornato in mente di essere stato investito! Balzò su aspettandosi di ritrovarsi in una stanza d’ospedale, però quello che vide lo sconvolse: stava in un immenso letto in una camera lussuosa, della cui due delle quattro pareti erano costituite soltanto da vetro che lasciavano intravedere tutta la città di notte. Era abbastanza in alto. Si portò una mano alla testa, si sentiva fiacco, come se fosse stato imbottito di sonniferi o calmanti; cercò di scendere giù dal letto, ma ricadde subito indietro, poiché sentì un forte dolore alla gamba. Si lamentò piano, chiedendosi dove diavolo si trovasse e cosa fosse successo. Le risposte arrivarono nel momento in cui rialzò il capo e i suoi occhi si posarono su un uomo che lo fissava sulla soglia della porta.
Si osservarono a lungo; Gabriel non poteva togliere lo sguardo dalla sua figura, gli pareva di averlo già visto, anche se non ricordava dove o chi fosse. L’uomo si accese una sigaretta.
“ Chi sei?” domandò il ragazzo vedendo che quello non proferiva parola.
“Il mio autista ti ha investito” disse semplicemente socchiudendo gli occhi.
“Ah, si? Bene e allora cosa ci faccio qui? Perché non mi hai portato all’ospedale?” latrò irritandosi.
L’uomo si avvicinò e gli si parò davanti. Gabriel rimase impressionato da quanto fosse massiccio, era un uomo davvero ben fatto, indossava un completo nero, i capelli erano pettinati all’indietro. Due occhi di ghiaccio s’impossessarono dei suoi.
“Perché il pronto soccorso era pieno, ora fammi vedere la gamba” gli ordinò, però Gabriel non gli obbedì.
“Sto bene” mentì, ma l’uomo senza tanti complimenti gli prese con forza l’arto e lo esaminò.
“Ehi! Lasciami la gamba!” urlò Gabriel cercando inutilmente di tirarla indietro.
“Fermo, animaletto” sibilò l’uomo tastandogli la caviglia.
“Come mi hai chiamato?!” sbottò il ragazzo facendo una smorfia di dolore.
“Animaletto” ripeté quello torcendogli la caviglia e facendolo urlare dal dolore.
“Aaahhhhhhh! Che…?!” gli si mozzò il fiato in gola. Faceva troppo male, un calore violento gli inondò tutto il piede e la gamba. L’uomo si alzò.
“Ora dovresti stare a posto”.
“Starò a posto quando me ne sarò andato” replicò fissandolo.
“Sei liberissimo di andartene” affermò andando verso la porta.
“E’ quello che farò!” disse rialzandosi e, dolorante, lo raggiunse e andò oltre, ma si bloccò, quando sentì il tono sarcastico con una punta di divertimento nella voce dell’altro.
“Ti conviene vestirti, fuori fa freddo” l’uomo alzò il sopracciglio, segno d’immensa emozione per quel volto impassibile. Allora gli occhi di Gabriel ricaddero sul proprio corpo: indossava solo una vestaglia di seta nera! Arrossì come un ladro dall’imbarazzo.
“Cosa…? Chi..?” balbettò.
“Io, non volevo di certo sporcarmi il letto con i tuoi vestiti bagnati. Valli a prendere, sono di là” fece indicandogli la stanza da letto. Il ragazzo non replicò, con gesto di stizza andò nella camera adiacente e si rivestì, i suoi abiti erano stati lavati e stirati.
Quando fu pronto uscì dall’appartamento salutando piano l’uomo. Giunse al pianterreno e scoprì che quello era l’albergo più lussuoso della città e quella che occupava il suo investitore era la suite reale.
Imbronciato cercò di tornare al dormitorio, che si trovava dalla parte opposta della città; ma chi cavolo era quell’uomo? Stranamente ripensando a lui si sentì avvampare.

Stava camminando per raggiungere la fermata, quando una macchina lo seguì e gli si fermò accanto, Gabriel guardò i vetri scuri della limousine nera dalla quale scese l’uomo di prima, lo prese per un braccio e lo buttò all’interno dell’automobile.
Chiuse lo sportello e diede comando all’autista di andare al collegio del giovane.
“Ehi, cosa fai? Vado da solo!” tuonò il ragazzo, tuttavia l’altro non gli diede importanza, prese a parlare al telefono. Discuteva d’affari, il suo tono era glaciale, non ammetteva repliche, ogni tanto guardava l’orologio. Sembrava essere di fretta. Lui cercò di parlare, ma fu azzittito.
Dopo circa un’ora la limousine si fermò davanti alla scuola e l’uomo chiuse la chiamata rivolgendogli uno sguardo indagatore.
“Siamo arrivati, è questo il tuo collegio?” domandò a bassa voce, il ragazzo annuì piano.
“G- grazie” mormorò imbarazzato, infatti, proprio davanti alla limousine c’era il suo gruppo di amici che fissavano la lussuosa automobile.
L’uomo prese dal taschino del petto un foglietto e si sporse per darglielo, ma quando Gabriel volle prenderlo, l’altro gli passò rapido una mano sotto il mento e lo attirò a sé posando le proprie labbra su quelle del giovane che volle tirarsi indietro, però lui gli mise una mano dietro la nuca obbligandolo a subire il bacio. Piano, con la lingua, gli disegnò il contorno delle labbra, dopodichè lo costrinse a schiuderle e a lasciarlo penetrare al loro interno, ad essere ospitato nella sua bocca. Gabriel gemette, suo malgrado, lasciandosi travolgere in un bacio intenso e mozzafiato. Nel momento in cui le loro bocche si staccarono l’uomo sorrise ironico tornando a poggiare con la schiena al sedile. Il ragazzo gli volle mollare un pugno, però quello non glielo lasciò fare, poiché aprì la portiera rendendolo visibile agli altri, quindi Gabriel, dopo avergli lanciato uno sguardo omicida, uscì fuori sbattendo lo sportello.
Gabriel fu accolto dai suoi amici che gli fecero spazio all’interno del gruppo, dove si trovava Hegyron che lo accolse fra le sue braccia.
L’uomo all’interno della limousine alzò nuovamente un sopracciglio facendo cenno all’autista di tornare all’albergo. Rischiava veramente di battere il proprio record di espressioni emotive sul volto.
“Animaletto selvatico…”.



Hesediel van Haff.
Rigirava il biglietto da visita fra le mani fissando quel nome dorato scritto a caratteri grandi; uno degli uomini d’affari più importanti, deteneva una pregiata multinazionale di catene gioielliere e alberghi di lusso.
Ora sapeva perché quella figura gli fosse sembrata conosciuta. Si mise prono affondando il capo nel cuscino che strinse violentemente arrossendo dalla vergogna. Dio! Era stato baciato da un uomo! E in che modo era stato baciato!
Ancora poteva sentire le sue labbra possenti sulle proprie, la lingua imperiosa che gli violava la bocca.
Sentì degli strani movimenti nello stomaco; si stava eccitando a ripensare a quel bacio! Era vero che aveva diciannove anni e aveva fatto pure delle esperienze, ma quello scambio di saliva gli aveva confuso le idee. Affondò di nuovo la testa fra il cuscino, mentre qualcuno aprì la porta e gli si sedette accanto. Hegyron gli passò la mano fra i capelli; a lui aveva raccontato tutto, omettendo, ovviamente, il fatto di essere stato baciato a tradimento.
“Com’è andata con Mister Orso?” gli chiese riferendosi al loro preside. Il ragazzo fece spallucce.
“Una bella sgridata, mi ha fatto la morale e poi si è preoccupato se stessi bene”.
“Gli hai detto di essere stato investito?”.
“Se no come avrei giustificato la mia mancanza di quasi due giorni? In ogni modo mi ha dato una settimana di assenza dagli allenamenti, quindi dovrai fare a meno di me per un paio di giorni” lo informò, la carezza di Hegyron si fermò alcuni secondi, poi ricominciò.
“Se vuoi cambieremo partner, cosi anche tu ti potrai allenare meglio”, Gabriel girò il capo per guardarlo, l’altro lo fissava morsicandosi il labbro inferiore.
“No, preferisco farlo con te, almeno tu mi insegni molte cose”.
“Va bene, prometto di metterci meno forza”.
“Ma che dici?! Cosi sembra che io sia un pappamolle!” esclamò Gabriel lanciandosi sull’amico e provocando la caduta di entrambi dal letto, cominciarono a tirarsi calci e pugni giocando.
Dopo una decina di minuti, si fermarono stanchi e, in silenzio, osservarono il soffitto fino a quando Hegyron non si voltò dalla parte dell’amico.
“Chi era quello che ti ha accompagnato?” gli domandò con una strana nota nella voce.
“Ah, nessuno di importante” rispose subito cercando di non far trapelare l’imbarazzo che provava. Si diede dello stupido, perché gli nascondeva la verità? In fondo lui non aveva fatto nulla di male, era stato quello a baciarlo! Lo guardò sottecchi; non se la sentiva di dirglielo, la sua reazione sarebbe stata imprevedibile, sapeva bene come guardasse male chi fosse gay. Improvvisamente arrossì, ma lui non era mica gay! Si alzò inaspettatamente, non aveva più voglia di stare in quella stanza con Hegyron, aveva bisogno di aria e di farsi meno pipe mentali.
Una volta uscito, si rese conto di aver il biglietto di Hesediel nella tasca, lo prese e, in un moto di stizza, lo accartocciò e lo volle gettare, tuttavia lo rimise nel posto dove stava prima.
Non oltrepassò ancora il cancello del collegio, quando udì due voci chiamarlo, esasperato si voltò verso i due ragazzoni che gli si avvicinavano. Naturalmente erano i gemelli Arael e Ariel, perennemente insieme. Uno lo prese sottobraccio da una parte e l’altro dall’altra parte.
“Ehi, bello addormentato nel bosco! Che fai tutto solo?” gli chiese Arael.
“Ciao…” mormorò Gabriel osservandoli, erano praticamente come due gocce d’acqua, con l’unica eccezione che Arael era più alto.
“Sai, Arael sostiene che ultimamente sei un po’ giù, soprattutto dopo l’investimento” intervenne Ariel.
“Già, chi è lo stronzo che ha osato investirti?!” chiese Arael scandalizzato.
“Ragazzi, va tutto bene, davvero… e poi è stata colpa mia perché volevo attraversare la strada senza assicurarmi…” mormorò stancamente.
“Secondo me non stai poi tanto bene, dai vieni con noi e vedrai che ti passerà tutto!” esclamò Arael trascinandolo verso il dormitorio.
“Ragazzi! Che state facendo?” gridò Gabriel allarmato, non voleva tornare al dormitorio!
“Ci divertiremo, vedrai” lo tranquillizzò Ariel facendogli l’occhiolino. Chissà perché, invece, il ragazzo non si sentiva per nulla rasserenato dal tono di voce dell’amico.

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