mercoledì 29 aprile 2009

Noi due ( capitolo 5)



Sbarrò gli occhi sentendo qualcuno accanto a sé.
Una cameriera fece un balzo indietro per lo spavento, allora il ragazzo la guardò sorpreso chiedendole spiegazioni con lo sguardo.
“Buongiorno signore, mi scusi se l’ho svegliata” bofonchiò la ragazza timidamente.
Gabriel si portò una mano dietro la nuca cercando di accelerare il suo intorpidimento dovuto al sonno.
“Ah, non ti preoccupare…” mormorò ricordandosi cosa fosse successo quella notte e immediatamente si sentì crescere dentro una rabbia inimmaginabile. Come aveva osato il pervertito prenderlo in quel modo? Come una puttana?
“Bene signore, ecco la colazione che il signor Hesediel mi ha ordinato di portarle, spero sia di suo gradimento”.
“No, penso proprio che mi andrà di traverso” commentò acido, poi aggiunse “E a proposito di quello stronzo, sa dov’è andato?” domandò coprendosi con le lenzuola dopo aver constatato di essere quasi del tutto scoperto.
Situazione abbastanza imbarazzante.
“Non lo so, signore, è uscito circa un’ora fa” rispose stupita da quel ragazzo irritato cosi di prima mattina.
“Meno male” disse sottovoce.
“Signore, se non vuole null’altro, chiedo congedo”.
“Si, certo vai pure” permise distrattamente, mentre il suo sguardo cadde sulla frutta, i biscotti, il latte, la spremuta che la donna gli aveva portato “E grazie…” abbozzò un sorriso.
Dopo che la cameriera uscì, Gabriel saltò su dal letto diretto verso il bagno, dove si ritrovò davanti il suo volto. Si avvicinò allo specchio esaminandosi con attenzione.
“Dio, pare che si veda sulla mia faccia cosa abbia fatto!” si toccò il naso, le labbra gonfie, il mento “E questo? Oh, sono le orme delle dita del pervertito! Ma cosa voleva fare? Spezzarmi?! Non gli è bastato rompermi il… ah! Che rabbia che mi fa! Mi ha violentato, quello stronzo! E io ero troppo stanco e stordito per ribellarmi come si deve!” si portò una mano fra le natiche e arrossì “Fa ancora male! Gliela farò pagare, la pagherà!” bofonchiava cosi tra sé e sé mettendosi sotto il caldo getto della doccia. Chiuse gli occhi restando immobile sotto l’acqua che gli scorreva lungo il corpo offeso. Voleva pulirsi, lavarsi, far sparire ogni traccia di quell’uomo dalla propria pelle. Inaspettatamente, tuttavia, gli tornò alla mente l’immagine di Hesediel sopra di sé, il bel volto concentrato sul proprio piacere, il suo odore aspro e gradevole, le mani grandi che lo toccavano, lo stringevano, lo carezzavano. Per un attimo il suo cuore ebbe un sussulto e sentì il bisogno di appoggiarsi con la schiena al muro. Le sue mani.
Le mani di Hesediel lo avevano fatto venire!
Si era dimenticato di quel particolare, dopo che l’uomo era andato a farsi una doccia, lui si era addormentato stanco sia per la serata che per l’amplesso e solo in quel momento si ricordò che anche lui aveva provato piacere. Cristo, come era potuto succedere? Cosa gli faceva quello? Lo aveva visto solo due volte e già ci era pure andato a letto, per di più godendo!
Uscì frettolosamente dal suo appartamento sperando di non incontrarlo; giunse al pianterreno alla reception, dove si prendevano prenotazioni sia per i biglietti per la discoteca e i pub sia per l’albergo che, aveva scoperto a sue spese, si trovava al quarto e quinto piano.
Un uomo sulla mezza età lo salutò chiedendogli se fosse lui l’ospite dell’eccellentissimo signor van Haff, il ragazzo aggrottò le sopracciglia. Beh, poteva prendersi subito una piccola rivincita.
“No, si sbaglia” lo contraddisse sorridendogli torvo.
“Come? Mi scusi, ma lei non è Gabriel Belleirs?” domandò l’uomo incredulo. Il ragazzo meravigliato, prese nota mentalmente di quel dettaglio: Hesediel sapeva il suo nome completo, sebbene lui non glielo avesse mai detto e per di più si era curato di informare la reception che lui si trovasse nella sua suite e di ordinare pure la colazione.
“Certo, sono io, ma volevo assicurare che non sono ospitato dal signor van Haff” parlò piano, con tono di confidenza.
“Mi perdoni signore, ma non capisco” rispose l’uomo confuso e accanto a lui venne un altro più giovane che parlava con la cameriera che gli aveva portato la colazione. Il ragazzo quasi sorrise, ma si trattenne nel frattempo che rivolgeva ai tre un’occhiata complice.
“Hesediel vuole che non lo sappia nessuno, perché c’è di mezzo l’opinione della gente, sapete com’è una relazione fra due uomini per il secolo” iniziò a dire con fare furtivo, i due più giovani annuirono piano, invece quello più grande cercò di dare un contegno alla propria curiosità e affermò “Signore, ancora non comprendo di cosa lei stia parlando”.
“Vedete, io sono…” abbassò la voce avvicinandosi verso di loro attraverso il bancone “…sono suo MARITO” confessò sottolineando quell’ultima parola. I tre rimasero interdetti.
“Per questo stamattina…” affermò la ragazza con fare alludente.
“Si, ma non lo dite in giro” disse alzando le spalle mentre spiava le reazioni che aveva suscitato.
“Ma com’è possibile? Qui non ci sono leggi che permettono…” s’intromise l’uomo più giovane.
“Ci siamo sposati in Spagna, già, bel paese la Spagna. In ogni modo volevo confessarvelo solo perché sapeste che non sono un OSPITE, come sono molti altri che passano nel suo letto” parlò con voce triste. Loro si guardarono e decisero silenziosamente di lasciare la parola alla donna.
“Cosa dice? Il signore non la tradisce…” cercò di calmarlo, pensando, la poverina, che stesse sul punto di scoppiare in lacrime.
“No, grazie per il suo gentile tentativo di tirarmi su, ma so benissimo che mi mette le corna; sa quanti bei ragazzi e belle ragazze ci sono in giro? E poi con uno come lui chi non ci andrebbe?” recitò la parte del maritino ferito.
La ragazza gli si avvicinò e gli sfiorò il braccio con la mano in un gesto di conforto.
“Oh, non sai come soffro! Lo amo cosi tanto da non poterlo lasciare sapendo che mi fa tutto questo! Cosa devo fare?” chiese retoricamente portandosi una mano alla fronte.
“Lo so, è difficile, ma se continua cosi… lei soffrirà soltanto, deve indurlo a fare una scelta” affermò lei decisa. I due uomini annuivano piano.
“No, ancora non lo posso fare, lo amo troppo… io me ne vado, non potrò vederlo stasera, quando tornerà da chissà quale sua nuova fiamma. Arrivederci e grazie di tutto” si congedò sentendo di non farcela più a trattenersi dallo sbottare a ridere.
Quelli salutarono con volti contriti e partecipi alla sua sofferenza d’amore.
Una volta uscito fuori rise piano per non attirare l’attenzione. Cavolo! Avrebbe dovuto fare l’attore melodrammatico! Quei creduloni se l’erano bevuta tutta. Sorrise soddisfatto. In un’ora al massimo tutti gli adetti avrebbero saputo dell’amore infelice del “marito” di Hesediel, di cui aveva dato un ritratto alquanto calunniatore. Beh, se lo meritava.
“E adesso vediamo come te la cavi con i pettegolezzi della gente, stronzo”.

Nel momento in cui entrò nel collegio del Frejus, Gabriel capì che si trovava in un mare di guai.
Davanti a lui c’erano il suo professore- istruttore Kasim di combattimenti notturni e di tattiche fermo in piedi che lo osservava con sguardo severo, accanto Mistero Orso, ovvero il preside Federick Bear e la professoressa Violante, una delle insegnanti della parte femminile del collegio.
Il ragazzo si immobilizzò nel vedere tutte e tre le autorità più insigni della scuola ad aspettarlo.
Si mise sull’attenti salutando e aspettando che prendessero la parola. Mentalmente maledì il proprio abbigliamento, ma almeno aveva il cappotto lungo bianco che lo faceva sembrare meno osceno ai loro occhi.
“Soldato Belleirs, chi le ha dato l’ordine di lasciare la scuola?” domandò duramente il professor Kasim.
“Nessuno, signore” rispose cercando di trattenere il tremito della voce.
“Ha chiesto il permesso di abbandonare la scuola?”.
“No, signore”.
“Ha abbandonato la scuola senza essere stato autorizzato?”.
“Signorsì, signore”.
“Perché soldato?” lo interrogò avvicinandosi, il ragazzo pensò rapidamente alla risposta da dare, se avrebbe detto la verità gli sarebbe toccata una punizione che sarebbe durata buona parte dell’anno, inorridiva soltanto a pensarlo, però se avevano colto i gemelli in fallo lo sapevano e quindi, nel caso in cui avrebbe detto una bugia, sarebbe andata molto peggio. In una frazione di secondo decise di tentare di dire il falso, ma quando aprì la bocca per parlare, l’altro lo interruppe.
“Glielo dico io il perché, soldato: perché voleva scopare la sua ragazza, non è forse cosi?” disse facendo trasalire tutti per aver usato quel verbo volgare, però pronunciato in quel modo gli diede un’accezione negativa all’inverosimile. Subito il cervello di Gabriel collegò quell’affermazione ai gemelli. Di sicuro erano stati interrogati anche loro e, per cercare di difenderlo, avevano rivelato che fosse andato via per incontrarsi con una fantomatica ragazza.
“Signorsì, signore”.
“Bene soldato, sarai ascoltato dal preside Bear che deciderà la sua punizione. Consegna di Rigore. Sceglietevi un difensore, se volete” enunciò in fretta facendolo trasalire.
Consegna di Rigore.
“Non sceglierò nessun difensore, signore” lo informò cercando di controllarsi.
“No? Meglio, almeno mostra dignità, soldato. Bene, vada subito in ufficio del preside, dopo torni alle mie lezioni. Penso che la terranno occupato a lungo, soldato Belleirs” commentò con una punta di soddisfazione nella voce.
“Signorsì, signore”.
Il professor Kasim andò dalla parte opposta alla sua e agli altri due che lo precedevano.
Si passò una mano fra i capelli. Cosa accidenti aveva fatto? Consegna di Rigore.
Come avrebbe spiegato questo al padre? Lui, che non gli aveva mai dato un grattacapo, ora si beccava una maledetta, fottutissima consegna di Rigore.
Una delle punizioni che sarebbe rimasta nel foglio matricolare. Dio, perché erano stati cosi duri? Chiuse i pugni, serrò la mascella fino allo spasimo. Aveva sbagliato e ora doveva pagarne le conseguenze, tutto qui, e lui non era di certo un codardo.
Una volta nell’ufficio del preside, si mise di fronte alla grande scrivania dove sedeva Mister Orso che lo fissava assorto, accanto a lui c’era la professoressa Violante. La cagna, pensò con astio.
“Soldato Belleirs, perché non ha avvertito? Fino ad ora è stato uno studente modello” disse il preside guardando dei registri, dove evidentemente erano annotate le sue rendite scolastiche.
“Volevo uscire, signore, e non c’era più nessuno a cui avrei potuto chiedere l’autorizzazione di lasciare la scuola” parlò con sguardo fisso davanti a sé, cercò di non far trasparire nessuna incrinatura dalla voce.
“Capisco, i giovani d’oggi sono molto inquieti, vero soldato?”.
“Signorsì, signore”.
“Cosa ne pensa, professoressa Violante?” domandò allora alla donna passandole un foglio verde, quella lo esaminò velocemente, poi lo osservò in silenzio.
“Affermo che il professor Kasim abbia avuto ragione a dargli la consegna di Rigore, tuttavia, in base ai meriti precedenti, ritengo che la cosa si possa risolvere in privato, cosa ne dice preside?” domandò la donna all’altro senza, però, togliere lo sguardo dal ragazzo nel cui cuore risuscitò un barlume di speranza.
L’uomo meditò su quella opzione, infine assentì.
“Si, non le daremo la consegna di Rigore, tuttavia sarà indispensabile avvertire suo padre dell’accaduto e avrà sette giorni di punizione. Soldato, è stato davvero imprudente a combinarne una del genere proprio ora che sta ancora male, sa che il professor Kasim ci andrà pesante, vero?”.
“Signorsì, signore, la ringrazio per…” ringraziò non trovando le parole. Voleva quasi sospirare di sollievo. Sapeva che l’ira del padre sarebbe stata enorme, ma almeno si era risparmiato la consegna di Rigore nel foglio di matricolazione.
“Non mi ringrazi, soldato, la sua colpa la pagherà lo stesso” lo avvertì prendendo a scrivere frettolosamente su un foglio “Tenga, porti questo al professor Kasim e si vada a riposare, ne avrà bisogno” disse congedandolo, il ragazzo li salutò e girò sui tacchi.
Non avrebbe mai pensato che Mister Orso, sempre cosi duro, avrebbe chiuso un occhio per una punizione, per di più senza rimproverarlo come faceva sempre.
Sorrise leggermente, poi si ricordò del foglio e lo guardò: era indirizzato verso il professor Kasim, lo informava di quello che era successo nell’ufficio dal quale era uscito poco prima e della modalità di punizione, che lui non capì dato che era in codice, ed infine, gli chiedeva di lasciarlo libero quel giorno per riposarsi.
Trovò il suo professore in uno dei cortili che usavano per l’addestramento, lo salutò e gli passò il foglio, quello gli diede una rapida occhiata.
“Se l’è cavata soldato Belleirs, per stavolta, ma da domani non si aspetti nessuno sconto da parte mia. Ora vada e non esca dalla sua stanza” lo avvertì dandogli le spalle e andando a interferire sugli studenti.

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