sabato 25 aprile 2009

Noi due (capitolo 4)


La discoteca più grande della città.
“Che diavolo fate? Lo sapete che in teoria non dovremmo neanche mettere piede qui?!” chiese Gabriel guardandosi intorno. Il locale si estendeva su ben cinque piani e aveva ancora due piani sotterranei; c’erano pub, discoteche, casinò.
“In teoria!” lo apostrofò Arael “Mica in pratica!”.
“Eddai, rilassati, non ci scoprirà nessuno” fece Ariel andando verso il bar.
Gabriel respirò profondamente cercando di calmarsi. In fondo era da tanto che non si divertiva e, se anche lo avessero visto lì, cosa gli poteva fare il preside? Giusto fare una telefonata al padre e sorbirsi tutti i lavaggi del cervello che potessero esistere.
Arael lo prese per mano trascinandolo verso il centro della pista, dove si stava ballando, molti ormai erano quasi a petto nudo, le ragazze erano poco vestite.
Faceva caldo, l’atmosfera era intossicante, si sentivano profumi di ogni tipo, l’odore dell’alcool e della pelle, era tutta una mischia di carne in movimento. Il ragazzo rimase come impietrito, ma Arael se lo avvicinò.
“Non fare quella faccia!” gli gridò all’orecchio per farsi sentire “Stasera sei uno schianto!”.
Gabriel rimase a bocca aperta. Sapeva di fare un certo effetto, però solo dopo le parole dell’amico si rese conto di come gli altri lo guardassero; infatti, i due gemelli lo avevano obbligato ad indossare dei pantaloni di pelle neri e stretti con una canottiera del medesimo colore e sopra un capotto bianco. Ora si era spogliato mettendo in risalto i giovani muscoli, frutto d’anni di allenamento.
Arael lo prese per le mani per indurlo a ballare. Non ci volle molto e lo seguì in quel vortice di musica, di giramento di testa, di pelle, di carne, di pazzia.
Chiuse gli occhi lasciandosi andare completamente. Qualcuno gli si accostò, però non ci badò e continuò a ballare; ballava indistintamente con uomini e con donne. Un uomo stava dietro di lui e una bella ragazza dai lunghi capelli gli si strusciava sul pube. Decise di continuare come se nulla fosse. E continuò. Continuò a ballare per ore che gli sembravano secoli; andò con i gemelli al bar dove bevvero una tequila, poi tornarono in pista; Ariel si era accostato con una ragazza con la quale, dopo un pò, era sparito; invece, nella foga della danza, Arael si era tolto la maglietta rimanendo a torso nudo. Un bel torso nudo.
Gli si avvicinò e cominciarono a danzare insieme. Le loro mani si sfioravano, le gambe si incontravano, si scostavano, si intrecciavano, le pelli si strusciavano; Arael passò una mano dietro alla nuca di Gabriel e se lo accostò; muoveva il proprio corpo flessuosamente, come se fosse un serpente. Il ragazzo arrossì rendendosi finalmente conto di quella situazione, che ormai era andata oltre la confidenza di due amici, tuttavia sentiva di non potersi tirare indietro. Ricambiò i movimenti di Arael, lo toccava dappertutto e si meravigliò nel constatare che non gli faceva schifo carezzare il corpo di un altro uomo, anzi era una cosa eccitante.
Si avvicinarono talmente tanto che le loro labbra quasi si toccavano, molti li osservavano estasiati, erano due ragazzi belli e lo spettacolo doveva essere alquanto provocante.
Gabriel mise una mano sulla spalla dell’amico.
“Torno subito…” parlò e gli leccò il lobo facendogli sfuggire un gemito. Sorrise compiaciuto mentre si faceva spazio fra la folla.
Una volta uscito dalla mischia, cercò i bagni, ma non li trovava, e quindi finì da qualche parte al quinto piano, dove stranamente non c’era nessuno. Dopo un attimo di indugio finalmente, in fondo a un corridoio, vide una targa che indicava da quale parte si trovassero i servizi.
Solo in seguito si rese conto di quanto fosse stanco; ormai era passata l’una, pensò che fosse meglio tornare al dormitorio poiché, nel caso in cui il preside o qualche professore avesse scoperto la loro scappatella, li avrebbe punito severamente, in fondo quella era una scuola militare, nella quale l’obbedienza era fondamentale.
Si passò una mano bagnata fra i capelli osservandosi nello specchio: era leggermente accaldato, i capelli erano scompigliati, nulla a che vedere con la pettinatura alla quale erano sottoposti a scuola, la canottiera gli si era attaccata alla pelle e anche i pantaloni gli davano fastidio.
Già, era sicuramente tempo di tornare indietro, tuttavia, nel momento in cui si avvicinò all’ascensore una mano forte si appoggiò al muro davanti a lui, facendolo restare fra la parete e un corpo alle sue spalle; un dolce alito lo fece rabbrividire.

“Non pensavo fossi il tipo da luoghi del genere” sussurrò una voce profonda in modo sensuale.
Gabriel si voltò e si trovò davanti gli occhi glaciali di Hesediel che lo osservava serio.
“Attento a non rovinarti il viso dalle tante espressioni che manifesti” commentò il ragazzo sarcastico “Dopo potresti avere bisogno di una plastica facciale”.
“E anche divertente…” mormorò l’altro “Non ti preoccupare per la mia faccia, ma hai ragione tu, penso proprio che fra poco avrò bisogno di una plastica” affermò con fare misterioso.
“Bene, conosco un buon chirurgo” fece lui cercando di divincolarsi da quella stretta “E levati”.
“Hey, animaletto… ma non ti hanno insegnato l’educazione? Una volta al Frejus tipi maleducati come te non potevano neanche metterci piede” sussurrò senza scomporsi minimamente e, soprattutto, senza farsi da parte.
“Educato sono con le persone che lo sono con me” ribatté l’altro.
“Uhm… e perché non sarei stato educato? Poiché ti ho preso dal bel mezzo della strada?”.
“Mi hai investito!”.
“Sei stato tu il colpevole”.
“E il tuo autista avrebbe dovuto aprire gli occhi quando guidava!”.
“Quindi ce l’hai con me…” parlò prendendogli il mento con due dita e costringendolo a guardarlo “… per questo” affermò prima di posare le labbra su quelle di Gabriel che gli mise le mani sul petto per allontanarlo da sé.
“Cosa accidenti credi di fare?!” urlò tentando di tirargli un pugno che venne ben intercettato dall’uomo, il quale gli afferrò i polsi delle mani e li portò sopra la testa di Gabriel.
“Mio… farti mio” gli bisbigliò all’orecchio addossandolo al muro.
“Lasciami! Che… che fai?!” gridò con voce roca quando Hesediel gli toccò con la punta delle dita il pube. Si guardarono negli occhi.
“Te l’ho detto, animaletto…” rispose ironico prendendolo di peso su una spalla, inutilmente il ragazzo gli tirava calci e pugni e strillava.
“Risparmia il fiato per dopo, tanto non ti sente nessuno qui…” lo avvertì avviandosi verso la sua suite.
“Lasciami maledetto! Ti ho detto di lasciarmi!” sbraitava continuando a tirare pedate e cazzotti.
“Femminuccia…” lo prese in giro.
“Ehhh?! Come hai detto, pervertito?”.
“Stai zitto”.
“Col cavolo! Quando mi lascerai giù ti riempirò di botte!” gridò ancora, l’uomo alzò il sopracciglio sorridendo sarcastico, mentre apriva una porta blindata.
Fece pochi passi in un ambiente completamento buio e lo buttò su un letto soffice. Il ragazzo, dopo un primo momento di meraviglia, cercò di tirarsi su, ma Hesediel non lo lasciò fare e lo premette sul materasso col proprio corpo.
“Che fai?!” chiese allarmato.
“Ti spoglio”.
“Non voglio!”.
“Se vuoi farlo con i vestiti per me va bene, ma non sarebbe cosi divertente” continuò quello scoprendogli il petto, però il ragazzo era deciso a non lasciargli fare i suoi comodi e cominciò a dibattersi cercando di allontanarlo da sé.
“Buono, animaletto” gli sussurrò con un sorriso truce sciogliendosi la cravatta e con forza gliela strinse attorno ai polsi per farlo stare fermo.
“Ti prego…non farlo” implorò vedendosi ormai in trappola. Hesediel lo osservò un momento, poi, senza una parola, lo baciò. Lo costrinse a rispondergli, nel frattempo gli toglieva i pantaloni e i boxer denudandolo. Il ragazzo sentì un brivido lungo il corpo. Certamente per il freddo, pensò.
La stanza si riempì ben presto dei lamenti di Gabriel che cercava ancora di sciogliersi dall’uomo che, invece, spogliatosi, lo baciò nuovamente nel momento in cui con una mano già iniziava a prepararlo all’atto sessuale.
“Ahi! Fa… fa male! Hese… ah, fermati!” cercò di gridare, ma la sua voce era troppo roca e fioca.
“Perché ti opponi tanto?” gli chiese senza interesse.
“Perché sono un… ah!...ragazzo!”.
“Motivo stupido” mormorò aprendogli le cosce e facendosi spazio in lui.
Gabriel trattenne il fiato con gli occhi sbarrati per il dolore, sentiva di essere stato appena squarciato.
“Ora puoi pure respirare” commentò beffardo Hesediel fissando il suo volto arrossato. Gabriel obbedì constatando che la fitta lacerante di poco si stava trasformando in un dolore più gestibile, tuttavia sentiva di star bruciando, e trattenne l’amante quando volle muoversi.
“Hesediel… fa male, non farlo…” mormorò respirando affannosamente.
“Rilassati, sentirai meno dolore” cominciò a muoversi piano con le mani che scioglievano il nodo della cravatta, era ormai sicuro che il ragazzo non lo avrebbe respinto. Gabriel cercò di affrontare la cosa almeno non lamentandosi come una femminuccia, ciò nonostante non poté far a meno di afferrarsi alle sue spalle mordendosi le labbra.
Si sentivano solo i loro respiri veloci, lo struscio dei corpi, delle lenzuola, i sospiri.
Gabriel aprì gli occhi e si sorprese nel vedere Hesediel nel momento in cui stava raggiungendo l’apice del piacere: il suo viso si era trasformato, aveva gli occhi chiusi e le labbra socchiuse, i capelli gli ricadevano sul volto, il suo corpo prestante era teso.
Chiuse gli occhi cercando di stare zitto.
Lo abbracciò graffiandolo sulla schiena con le unghie, mentre nascose il viso nell’incavo fra il collo e la spalla mordendolo violentemente. Hesediel emise un grido di dolore e di piacere insieme e si accasciò al suo fianco con gli occhi chiusi.

2 commenti:

  1. Cavolo!Che capitolo, l'ho letto tutto d'un fiato.Una scena di sesso intensa e coinvolgente e poi questa storia mi prende proprio, non vedo l'ora di leggere il seguito.

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  2. Ti ringrazio, tu sei troppo buona*__*...

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