giovedì 10 dicembre 2009

Noi due ( capitolo 15)


“Sei contento amore?” chiese Julia posando davanti ai suoi occhi un piatto di riso al latte.
“Si! Con Hegy sono sempre andato d’accordo, ma pensavo che non tornasse più… all’inizio non mi sono neanche ricordato di lui!” esclamò Gabriel cominciando a mangiare.
La donna gli si sedette davanti e si accese una lunga sigaretta.
“Già, ora pare che sia tornata tutta la sua famiglia, ha una sorella gemella e un fratello più grande” lo informò.
“Non lo sapevo…”.
“Sono sicura che farete amicizia”.
“Certo”.
Gabriel andò nel giardino e si mise su un’amaca cominciando a leggere un libro.
Hegyron era stato il suo migliore amico d’infanzia, non che a dodici anni fosse grande, però quattro anni prima si era trasferito insieme alla sua famiglia e ora era tornato. Nascosto dietro ad una tenda, aveva osservato Hegyron e la sua goccia d’acqua giocare e poi aveva visto un giovane uomo.
Lo aveva affascinato.
Trascorreva le sue giornate all’aria aperta, leggendo libri o stando semplicemente in silenzio fissando il vuoto. Forse pensava a qualche cosa, rifletteva.
Quasi si ritrovava nei suoi silenzi, desiderava ardentemente conoscere quella persona cosi solitaria.
E per di più era bello. Come nei tanti libri di arte sui quali passava i propri pomeriggi studiando i corpi delle statue e dei ritratti degli dei. Studiava i loro muscoli, i visi cupi o trionfanti, i gesti, i sentimenti che trasparivano dai volti.
Nel pensare a quel giovane si era isolato dal mondo ma si riscosse nell’udire la voce severa del padre parlare con qualcuno. Posò il libro e andò nel salone, dove si bloccò vedendo il genitore accanto al protagonista dei suoi sogni ad occhi aperti.
Julian lo guardò e alzò un sopracciglio, invece l’altro lo osservava imperturbabile.
“Beh, non sai salutare?” domandò Julian.
“Ah, scusatemi. Buongiorno” disse abbassando il capo e volendo andare via ma il genitore lo fermò.
“Vieni qui, Gabriel”.
Il ragazzino obbedì. Il padre gli presentò il giovane che scoprì chiamarsi Hesediel.
Passò quel pomeriggio seduto su un divano a guardare incantato Hesediel.
Era intelligente e sapeva sapientemente parlare.
Non aveva mai conosciuto nessuno cosi pieno di fascino.

Ripensandoci ora, forse mi affascinò quel pomeriggio stesso.
Lo sognavo la notte. Era bello. E’ sempre stato bello.
Ricordo che avevo un libro sugli angeli. Non so come, però trovai un angelo che si chiamava come lui.
Hesediel.
Secondo alcuni studi quel angelo era il secondo più forte degli angeli ad eccezione dell’Arcangelo Michele. Ed era preposto alla mia protezione poiché era nato in un dato giorno.
Hesediel era il mio angelo, allora.
Hesediel.
Meraviglioso nome. Divino. Incantevole. Il suo nome divenne ben presto un dolce canto per le mie orecchie.
Presto cominciammo a passare i pomeriggi insieme.
Io non potevo più far a meno della sua compagnia e a lui non sembrava dispiacere, di certo passava più tempo con me che con i suoi fratelli.
Stavo anche con Hegyron e la loro sorella, Sarah.
Giocavamo la mattina, spesso. Non ricordo molto bene i giochi che facevamo, tuttavia ricordo le nostre risate gioiose. Allora non avevamo nessun pensiero nella testa. Il nostro unico problema era divertirci.
Correvamo spensierati nei giardini, ci nascondevamo, dormivamo e mangiavamo insieme. In qualche modo anche io era entrato a far parte della loro famiglia oppure erano loro che erano stati adottati dai miei genitori.
I loro genitori erano sempre via, io gli ho visti solamente tre volte. Quindi stavano sempre a casa mia. Mamma li amava come fossero suoi figli. Ci adorava. Papà, sebbene burbero, li amava a suo modo. Hesediel, però, si teneva a debita distanza. Avevo capito che aveva un animo troppo tormentato per accettare l’amore di qualcuno.
Non capivo perché non stava mai con noi, eppure era sempre gentile. Una fredda gentilezza.
Una volta mi chiamò a casa sua e mi mostrò un libro. Non ricordo il titolo, ma era di fantascienza. Cominciai a leggerlo, era difficile, nonostante ciò lo continui per il solo fatto di fare un piacere a lui. Allora non potevo sapere che a lui anche solo la mia presenza faceva piacere. Come potevo saperlo? Ancora oggi accettare certe cose mi è difficile.
Iniziai, dunque, pian piano a trascorrere sempre più tempo con lui. Tornato da scuola, andavo subito da lui, se non lo trovavo a casa pranzavo con Hegyron e Sarah. Poi giocavamo, ma nel momento in cui tornava lui… io semplicemente smettevo di essere me stesso. O forse diventavo un altro.
Ero come la sua ombra. Se stavamo seduti accanto, se lui voltava il capo dall’altra parte io impercettibilmente mi avvicinavo a lui. Era come se un filo invisibile mi impedisse di diminuire la distanza che c’era fra noi.

Lui mi parlava a lungo, mi esponeva le sue idee, ma ero ancora piccolo, facevo fatica a seguirlo e lui si fermava e sorrideva tristemente e mi guardava con l’interesse di chi guarda una foglia morta.
“Scusami, tu non puoi capire”, diceva sempre cosi e poi si rinchiudeva nel suo ostile e insormontabile silenzio. Lo detestavo quando si comportava cosi. In quegli attimi volevo fuggire, non vederlo più. Mi sentivo come una nullità.
Però non potevo andarmene. Ero legato a lui. Indissolubilmente.
Neanche mi accorsi di quei pomeriggi che volavano. Non mi accorsi dei sentimenti che cominciarono a crescere in me, non a nascere. Quelli erano nati la prima volta che lo avevo visto.
Spesso mi ritrovavo dietro ad una tenda di una finestra a osservarlo. Mi piaceva guardare i suoi capelli scuri che gli incorniciavano il nobile volto quasi pallido, esaminare quelle ciglia cosi lunghe, scoprire come inarcava le sopracciglia, fantasticare su quelle mani curate.
Era sempre cosi bello!
La svolta arrivò nel giorno del mio compleanno.
Dio, come dimenticare quel giorno?
Finalmente compivo tredici anni! Ero cosi entusiasta. La mattina mi svegliai e andai subito a casa dei miei amici, che erano ormai come fratelli. Trovai Hegyron con Sarah nella saletta del the a fare colazione, naturalmente mi sedetti al tavolo dopo averli salutati, però lei mi saltò al collo facendomi gli auguri e lo stesso fece Hegyron.
Ancora mi stavano addosso quando con eleganza entrò Hesediel.
Si fermò davanti alla porta che lasciò aperta e si sedette anche lui. Salutò cosi piano che appena lo udii e cominciò a sfogliare un giornale.
Lo osservai.
Aveva gli occhi leggermente rossi, il viso più pallido del solito, sembrava quasi dimagrito. Un po’ mi sentii dispiaciuto poiché a quanto pareva si era dimenticato che fosse il mio compleanno, però cercai di mantenere lo stesso il sorriso sulle labbra.
Hesediel, dopo aver bevuto il proprio caffè alzò finalmente lo sguardo e mi fissò.
“Che aspettate? Andate a portare il regalo a Gabriel” ordinò ai fratelli continuando a guardare me.
Quei due sorrisero sotto i baffi e uscirono in fretta.
Hesediel si alzò, mi venne accanto, mi pose due dita sotto il mento e mi alzò il viso. Ebbi solo il tempo per vedere i suoi bellissimi occhi prima che sentissi le sue labbra sulle mie.
Quello era stato il suo regalo.
Mi aveva regalato il mio primo bacio.

sabato 14 novembre 2009

Noi due (capitolo 14)


Non ci posso credere, eppure sono già passati sei anni da quel giorno, da quando Hesediel ha scelto di sparire dalla mia vita senza chiedermi il permesso; in fondo non mi ha chiesto il permesso neanche per entrarci. Ha sempre fatto come ha voluto lui. E io ero sempre troppo debole per oppormi a lui. A volte penso che sia un bene che se ne sia andato, avrei rischiato di vivere come una sua ombra.
Io sono cambiato da allora.
Lo ammetto, l’ho cercato disperatamente, ero furioso e depresso. Lo amavo.
Lo amo?
Non lo so più, ma ancora lo penso. E dopo di lui non ho avuto nessun altro uomo.
Nessuno.
Non ho più voluto essere abbracciato da un altro maschio, neppure un amico.
Volevo conservare per sempre il suo profumo. Nei primi tempi mi rifugiavo nel suo letto e piangevo sui suoi vestiti. Si, esattamente come una ragazzina alla sua prima cotta.
Quasi mi viene da ridere, ora, ripensandoci, però in quel momento soffrivo. Soffrivo veramente.
Avevo conosciuto l’amore.
E posso affermare che esso non è bello, non è gioia, non è bellezza. È solo sofferenza.
Non voglio più amare.
Dopo di lui non ho amato nessun uomo, tuttavia ho avuto parecchie donne. E solo una relazione, con Evrika.
Era una cara ragazza che mi aveva amato sinceramente e che mi amerà per sempre, cosi come mi ha giurato quella sera di Natale sotto la neve.
‘Tu sei l’unico che amo, Gabriel, e che sempre amerò. Perché mi guardi cosi? Non ci credi? Io ti amerò per sempre, qualsiasi cosa dovesse accadere. Qualsiasi’ cosi mi aveva sussurrato prima di stringermi al suo fragile corpo dilaniato da quel male che l’ha portata via un anno fa.
Sono morti.
Lei e Hegyron.
Due persone che amavo.
Ancora, nei momenti in cui penso agli ultimi avvenimenti di sei anni fa, mi sembra che tutto scorra davanti ai miei occhi cosi velocemente da non capire cosa sia successo veramente.
Il scoprire che qualcosa di importante si nascondeva nel mio passato, la pazzia di Hegyron e la sua morte, l’abbandono di Hesediel.
Ancora ricordo lo sguardo accusatorio di Nathalie.
Era colpa mia se suo marito era sparito. Certo, era solo colpa mia.
Perché ero il suo amante.
Quella donna, cosi dolce all’apparenza, è davvero temibile. Ha fatto di tutto per far dichiarare la morte di Hesediel, in tale modo lei sarebbe diventata la sua unica ereditaria.
Lo amava, certo, ma amava molto di più i suoi soldi e il suo potere.
Ancora Hesediel non è ufficialmente morto, solo fra quattro anni lo dichiareranno tale.
E io stupidamente mi ancoro anche dopo cosi tanto tempo alla speranza del suo ritorno. Non so come reagirei. Se lo vedessi vorrei comportarmi in modo del tutto freddo trattarlo con sufficienza, però so benissimo che non ci riuscirei.
Anche se ora sono diverso, sono più forte.
Mi manca.
Ho cercato di rifugiarmi in avventure e nello studio e nel lavoro. Tutto è stato invano.
Il sesso non mi ha dato consolazione, lo studio intenso mi è sembrato fin troppo poco e il lavoro… beh, almeno grazie a quello potevo sfogarmi picchiando i criminali.
Per fortuna non sono un semplice poliziotto, poiché faccio parte di un’agenzia non governativa che lavora sotto copertura per arrestare i criminali a livello internazionale.
Con i pesci piccoli mi diverto abbastanza, ma devo sempre stare in guardia con i capi.
Ironico, però ho scoperto che il ‘mio caro’ Hesediel aveva parecchi punti scuri su alcuni suoi affari. Diciamo che spesso lavorava al limite del legale.
Ecco perché in pochi anni è diventato tanto ricco. In ben sei anni si era posto a capo di una catena di alberghi di lusso e gioiellerie.
Lo devo ammettere.
Pochi ci sarebbero riusciti.
Un uomo forte e senza scrupoli.
Non che all’inizio mi avesse dato un’altra impressione.
Ma ho recuperato i miei ricordi grazie a terapie varie. E ho capito alcune cose che non potevo cogliere altrimenti. Ho capito alcune sue parole, alcuni gesti.
Vorrei rivederlo e chiedergli molte cose, soprattutto vorrei chiedergli se mi ha mai amato.

venerdì 30 ottobre 2009

Alexandros (capitolo 14, parte I)


Alexandros si tirò indietro con un rapido movimento. La spada tuttavia gli si conficcò nella spalla facendolo mordere a sangue le labbra per il dolore.
Con impeto prese un pugnale e lo piantò nella gola del nemico che alzò gli occhi verso il cielo e cadde a terra.
“Maledizione!” imprecò sottovoce grugnendo mentre si toglieva l’arma. La rimpiazzò con la propria che aveva perso.
Ma non ebbe il tempo di respirare che un altro gli dava addosso.
Ora capiva perché i Greci odiavano cosi tanto i barbari. Erano troppo violenti per i loro gusti!
Imprecò nuovamente tagliando il Gallo su un polpaccio e poi sul braccio.
Continuò a combattere. Era stanco, ormai non sapeva più da quanto tempo stava lottando, però sentiva che le forze lo stavano abbandonando. Sia quelle fisiche sia quelle psichiche.
Liberandosi di un altro sollevò lo sguardo e per un solo secondo incontrò quello del suo comandante.
Subito dopo tornò a sterminare i propri nemici.

Non riusciva a fare nulla. Né mangiare né dormire.
Nell’accampamento si sentivano solo le grida e i gemiti di dolore dei soldati.
Voleva tapparsi le orecchie e non udire più quelle cantilene mostruose.
Decise di rifugiarsi nella tenda del proprio comandante. Il tenente lo fece entrare, ma dentro non c’era nessuno. Sospirò levandosi l’armatura.
Era pieno di sangue.
Suo e di altre decine di uomini.
Si nascose il volto con una mano.
Ancora.
Aveva ucciso ancora.
Che orrore.
Rabbrividì lasciando scappare un singhiozzo.
“Che fai? Piangi? Smettila di comportarti da femminuccia!” la voce forte e tormentata di Marcus lo scosse.
Tolse la mano e lo guardò di sbieco.
“Non sto piangendo” replicò duramente.
“Ma davvero?” commentò ironico versandosi dell’acqua che bevve tutta d’un fiato.
Nel frattempo, Alexandros prese la bacinella e cominciò a lavarsi via il sangue, il fango, la sporcizia dal corpo.
Dopo che finì si mise una tonaca e volle buttare l’acqua, ma restò a fissarla.
Marcus alzò un sopracciglio.
“Ebbene?” domandò finendo anche lui di lavarsi.
“Pensavo… come sarebbe facile se l’acqua potesse lavare anche i nostri ricordi come fa con il sangue…” sospirò e diede la bacinella ad un attendente.
“Me propius accedi*” comandò Marcus e gli scoprì la spalla “Stai sanguinando. Chiama un dottore”.
“Non ne ho bisogno, faccio da solo, tu piuttosto, fatti curare quel taglio al braccio, sta per infettarsi” gli raccomandò.
“Vieni con me” ordinò.
Alexandros sospirò fra i denti e lo seguì.
Entrarono in un tendone.
Sapeva cosa lo aspettasse, la prima volta era stato curioso di vedere come fosse là dentro, le successive volte non ci era voluto entrare, tuttavia Marcus lo aveva sempre costretto a seguirlo.
Voleva che sapesse cosa fosse il dolore.
Lo sapeva, non aveva bisogno di ulteriori lezioni, però forse Marcus avrebbe meglio sopportato la sofferenza se l’avesse condivisa con lui.
Per terra, su giacigli, erano sparsi i corpi dei soldati feriti.
Molti avevano le gambe e le braccia, il petto, la schiena tagliati.
Alcuni avevano gli arti amputati o la testa rotta.
I medici cercavano di curarli, però molti di loro erano destinati alla morte, infatti alcuni soldati stavano continuamente portando fuori le salme dei defunti.
Il comandante si sedette accanto ad un soldato.
“Come ti chiami?” domandò con voce calda che al ragazzo fece venire i brividi di freddo. Sgranò gli occhi, sapeva cosa significasse quella voce. Guardò il soldato. Stava sanguinando, dal torace usciva molto sangue ed era tutto riempito di ferite.
“Titus, comandante...” rispose con affanno.
“Titus, oggi hai mostrato tutto il tuo valore, sei un bravo civis romanus” si complimentò con lui.
“Gra… zie..” sussurrò tentando un sorriso.
“Da dove provieni?”.
“Dalla Gallia Cis… alpina” rispose mentre una lacrima gli bagnava la guancia.
“E dimmi, lì, hai la tua famiglia?”.
“Si… due figli e mia moglie…” rispose sorridendo.
“Saranno orgogliosi del padre” commentò dolcemente Marcus infilando una mano nei capelli del soldato.
“Si… non vedo l’ora di rivederli…” sorrise.
Piangeva.
“Li rivedrai presto”.
“Se mai li vedrà… dica loro che… li ho amati più della mia… vita…”.
“Lo farò” promise.
Mise una mano sullo sterno e con’altra gli afferrò il cranio.
Alexandros non ebbe il tempo di fare nulla se non portarsi la mano davanti alla bocca e assistere inorridito alla scena: Marcus con un rapido e deciso movimento gli spezzò l’osso del collo.
Marcus sospirò alzandosi e andando oltre Alexandros.
Non aveva il coraggio di guardarlo in viso.
Il ragazzo si precipitò fuori.
Non sopportava più!
Erano tre mesi che andava avanti cosi.
Era stanco.
Estremamente stanco di tutto.
Andò nella tenda di Filippos, un medico greco, suo amico.
Cercò fra diverse boccette e finalmente lo trovò.
Su di esso c’era solo scritto “Veleno”.
Lo prese e volle berlo, quando una voce seccata lo raggiunse.
“Ti prego! E’ una cosa troppo romanzesca uccidersi, ma se proprio lo vuoi fare per favore non farlo qui, penserebbero che ti abbia ammazzato. E già ho abbastanza rogne” disse sarcastico un uomo alto che si sedette su uno sgabello con dei papiri in mano.
“Gentile come sempre, Filippos” ribatté Alexandros avvicinandosi.
“E’ la tua vita, ti appartiene, ma non rovinare quella degli altri”.
“Non sarei il primo” rispose amaramente.
Filippos abbassò le pergamene sospirando. Si alzò e versò del vino rosso che porse ad Alexandros che lo rifiutò.
“So che non bevi, però ora ti farà bene, prendilo”.
Il ragazzo obbedì riluttante.
“Razza di idiota! Bravo, lascia pure che ti si infetti tutto qui” lo rimproverò fissando la profonda ferita.
“Passerà…”.
“Certo, tanto tu ora bevi quel veleno e la fai finita, vero? Perché cosi è più facile da sopportare” commentò facendolo sedere e togliendogli la boccetta che rimise con cura al suo posto.
“Tu non sai niente! Non sai cosa si prova a uccidere, a sentire la spada che entra nella carne di un uomo! Non sai cosa voglia dire vedere colui che ami uccidere a sangue freddo mentre parla dolcemente! E’ troppo per me!” gridò istericamente.
“Sei proprio un ragazzino. Togli questa tonaca” ordinò serio, quasi arrabbiato.
Con forza gli curò la ferita; Alexandros si morse un labbro. Anche Filippos aveva combattuto nelle guerre, il suo corpo era tutto ricoperto di ferite, e lui lavorava con i feriti e i morti.
Doveva ben sapere cosa significasse una guerra. Si alzò barcollante e si avviò verso l’uscita della tenda. Si fermò un attimo e si voltò a guardare quel volto tenebroso che lo fissava con occhi di fuoco.
“Scusa, ero fuori di me” disse piano.
Il medico gli diede le spalle e prese nuovamente le pergamene in mano.
“Fortem fac animum habeas**”.
Alexandros sospirò e uscì.
Incontrò davanti ai propri occhi l’oscurità della fredda notte illuminata dalle stelle silenziose.




* "Vieni più vicino a me".

** "Cerca di avere un animo forte".

giovedì 22 ottobre 2009

Noi due (capitolo 13, parte terza)


Tutto quello che successe in seguito fu un caleidoscopio di eventi.
La macchina di Hesediel si fermò accanto a lui.
L’uomo capì al volo l’accaduto.
Gabriel era sotto stato di shock, tremava ed era fuori di sé.
Lo strinse al proprio corpo.
Invano cercò di calmarlo.
Arrivarono presto l’ambulanze e macchine di polizia.
Gabriel pianse quando Hesediel si assunse la colpa dell’accaduto, dichiarò di essere stato lui a spingere il fratello in mezzo alla strada.
Poi il giovane svenì.

La gente intorno a una bara. Una bara come tutte le altre sotto un cielo plumbeo.
Una scena da sogno, anzi da incubo.
Tirava vento, ma faceva un caldo infernale.
Nessuno piangeva.
Perché diavolo nessuno piangeva?
Nessuno aveva mai amato veramente Hegyron?
Gabriel guardò il buco nero che avrebbe accolto il corpo dell’amico per l’eternità. Era spaventoso.
Un brivido di terrore gli attraversò la schiena. Anche lui un giorno…
Voltò il capo verso la propria destra.
Hesediel era accanto a lui. Nathalie non era neanche venuta al funerale. Non l’aveva più vista dall’incidente.
I giornali scandalistici avevano fatto veramente del loro meglio per mentire ed enfatizzare l’accaduto.
Avrebbe voluto prendergli la mano.
Sentire il calore di quella dell’amato. Sentire di essere ancora vivo.
Sospirò. La colpa era tutta sua.
Hesediel era più tenebroso del solito, tuttavia sapeva benissimo che non gli sarebbe accaduto nulla nel processo per la morte di Hegyron, solo che non sopportava che lui si fosse preso la sua responsabilità.
Tornò con gli occhi vuoti a osservare la bara nera che scendeva nelle profondità infernali della terra.
Una goccia di pioggia gli bagnò il volto. Un’altra e un’altra.
Fra quelle riconobbe le proprie lacrime silenziose che gli solcavano le guance.
Le uniche lacrime in quella giornata fredda.
Addio Hegyron, addio amico.
Mio migliore amico.
Per sempre.

Quella sera Hesediel e Gabriel fecero l’amore.
Non era più sesso.
Forse neanche per Hesediel lo era più o forse per Hesediel non lo era mai stato, ‘solo sesso’ .
La mano di Hesediel toccò un labbro dell’amante che lo mordicchiò. Stavano per raggiungere il piacere, Gabriel abbracciò Hesediel.
“Ti amo” una parola sussurrata nel profondo silenzio di un’immensa stanza che crea un eco.
Hesediel lo fissò sorpreso, non rispose.
Lo portò al piacere e lo baciò. Dormirono insieme abbracciati.
Hesediel si svegliò all’alba. Fece una doccia, si vestì e baciò Gabriel sulle labbra, sulla fronte, sui capelli.
“Addio”.




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Salve a tutti,
purtroppo come avete avuto modo di constatare il blog va molto a rilento e me ne dispiaccio, ma fra la scuola e le altre attività non ho più un attimo di tempo, perciò chiedo scusa e cercherò di riuscire a postare almeno un paio di volte al mese. Inoltre mi dispiace anche di aver trascurato altri blog, come quelli di Ale, Viky o Giusy. Chiedo ancora scusa.

A presto, Jivri'l.

sabato 3 ottobre 2009

Noi due (capitolo 13, parte seconda)


Arael sbadigliò rumorosamente. Stavano nel cortile e parlavano di quello che era successo ultimamente. Ariel sospirò melodrammaticamente.
“Eppure ti avevo detto di non dare ‘quello’ ad Arael, forse cosi, se Hegyron non vi avesse visti, tutto questo non sarebbe accaduto” sbottò studiando una rivista di armi da fuoco.
“No, forse è meglio cosi Ariel, almeno ho capito che genere di persona è colui che reputavo il mio migliore amico” rispose Gabriel toccandosi un livido sull’avambraccio.
“In effetti…” rispose Mikael tirando un orecchio ad Ariel che gli diede una sberla.
“In ogni modo quei quattro sono stati veramente malmenati ieri o l’altro ieri, pensa che due sono finiti all’ospedale” proruppe Arael.
“Eh?” Gabriel lo guardò sorpreso.
“Già, non si sa chi sia stato, però anche Hegyron non si è visto molto in giro e pare che sia più cupo del solito” continuò Mikael serio.
“Comunque… Gabriel, potrei parlarti due minuti in privato?” intervenne Arael. Il ragazzo annuì e gli altri due si fecero un muto cenno di assenso e si allontanarono.
Gabriel si sedette accanto all’amico.
“Dimmi pure”.
Arael parve a disagio, tuttavia cercò di guardarlo negli occhi.
“Per quello che riguarda la nostra… relazione, cosa hai intenzione di fare?” domandò serio. Gabriel assentì stancamente nascondendo il proprio sguardo in terra.
“Non credo che potremmo continuare cosi, cioè voglio dire… forse è meglio rimanere solo amici” propose cercando di essere sincero una volta tanto con i propri sentimenti.
“Lo immaginavo, accetto la tua scelta, ma sappi che sono innamorato di te”.
“Arael, io… sono innamorato di un altro” confessò. Per la prima volta lo aveva ammesso ad alta voce. Arael rise amaramente.
“Si, avevo immaginato anche questo, sei innamorato di quel Hesediel? Il riccone” .
“Lo conosci?” era meravigliato, lo fissava come se non lo avesse mai visto cosi da vicino.
“E chi non lo conosce? E’ un riccastro, e poi eri in giro sempre con lui e ammettiamolo: ha fascino” gli sorrise alzando le spalle.
Gabriel ricambiò il sorriso, aveva veramente un cuore di oro.
“Però non avrei mai pensato che saresti stato proprio col fratello di Hegyron” disse stupito.
“Hegyron? Che dici? Hesediel è il fratello di Hegyron?”.
Arael si alzò per stirarsi.
“Non lo sapevi? Ma dove vivi? Si, hanno un cognome diverso, però sono fratelli anche se sul passato della loro famiglia si sa pochissimo, pensa che qualche tempo fa è uscito fuori che i loro genitori morirono in un grande incendio nella tua città, mi pare, ma non chiedermi null’altro, questo è tutto ciò che so”.

Stai calmo, stai calmo, si ripeteva Gabriel aggirandosi nella propria stanza.
Hegyron ed Hesediel erano fratelli. Ok, strano, ma non impossibile.
Uhm, la differenza fra i due era di circa dieci anni; o poco più. Tutto ciò coincideva perfettamente con il sogno. Lui che aveva la stessa età di Hegyron e Hesediel che era un giovane uomo, poi un incendio. Chi era la ragazza? E cosa era successo nell’incendio? Perché nel sogno anche lui si trovava circondato dalle fiamme?
Lo doveva sapere!
Si, sapeva che all’età di tredici anni aveva avuto un incidente e aveva perso la memoria, tuttavia non si era mai interessato molto della propria vita precedente all’incidente.
Prese il telefono e chiamò Hesediel. L’uomo non rispose.
Gabriel decise che doveva parlargli e doveva farlo quel giorno!
Prese il proprio motore e si avviò verso l’albergo nel quale alloggiava Hesediel. Lasciò il motore e corse dentro.
Brunetti lo salutò e gli disse dov’era Hesediel, anche se gli consigliò sinceramente di non andare da lui, ovviamente non gli diede ascolto. Salì le scale e aprì la porta senza bussare.
Avrebbe preferito farlo.
Sentì come se gli mancasse il pavimento sotto i piedi.
Nathalie mezza nuda baciava Hesediel che la teneva stretta.
Sembrava proprio uno di quei baci passionali che era solito regalare a lui. Subito i due si accorsero dell’intruso e si bloccarono fissandolo.
Gabriel aveva il fiato corto, anzi non riusciva proprio a respirare. Guardò per un istante Hesediel, però non riuscì a leggere la sua espressione, invece quella di Nathalie era ben intuibile.
Sdegno.
Farfugliò qualche scusa e scappò giù per le scale.
Stupido, stupido, stupido!Dare cosi il proprio cuore su un piatto di argento a un bruto come quell’uomo!
Gli aveva dato il corpo e la mente, almeno il cuore, quel maledetto cuore avrebbe potuto scegliere di non regalarsi in quel modo.
Saltò sulla moto e corse via.
Nel frattempo Hesediel aveva lasciato Nathalie che gli chiedeva spiegazioni di quell’intrusione, non la stette neanche a sentire. Si mise un maglione e iniziò l’inseguimento di Gabriel.
Quel ragazzino pareva sconvolto! Doveva ritrovarlo.
Si fermò da Brunetti e gli chiese dove fosse andato.
“Suo marito è andato verso il quartiere ad est” gli disse frettolosamente.
Certo, “suo marito”.
Ancora quello scherzo era passato come vero.
Salì nella macchina e partì sotto lo sguardo sbalordito di Nathalie che lo aveva seguito e aveva anche sentito tutto. La donna si voltò verso Brunetti con occhi di brace.

Con Hesediel non aveva potuto parlare. Rimaneva una sola persona che poteva dargli una spiegazione.
Hegyron.
Volle andare all’accademia, però passando vicino ad un club lo vide fuori con alcuni compagni. Si avvicinò cercando di parlargli.
Il ragazzo lo guardò con volto inespressivo, accettò di appartarsi.
Si accese una sigaretta.
“Che vuoi?” domandò con tono piatto.
“Perché non mi hai mai detto che sei il fratello di Hesediel?” domandò freddo. Quella voce meccanica era la sua?
“Non me l’hai mai chiesto, e poi avrebbe potuto benissimo dirtelo tua madre o tuo padre, no?”.
“Quindi anche loro lo sapevano”.
“Già, però penso… sai quanto sarebbe interessante se i tuoi sapessero che sei la puttana di mio fratello?” rise maligno.
“Non sono affari tuoi, voglio solo sapere perché non mi hai mai detto che mi conoscevi”.
“Tuo padre non voleva, non dopo che hai ucciso mia sorella” spense la sigaretta e lo prese per i polsi.
“Che dici?! Menti! Tu non hai una sorella!” gridò terrorizzato cercando di liberarsi.
“Non più, grazie a te!” lo sbatté contro un muro. Era sempre stato più forte di lui.
Lo morse sul collo.
“Che..?! Hegyron che cazzo stai facendo?!” urlò divincolandosi inutilmente. Hegyron aumentò la stretta e bloccò con le proprie cosce quelle di Gabriel.
“Voglio provare ciò che sente mio fratello scopandoti, non ho mai capito perché gli piacessi cosi tanto fin da allora, io ero sempre un’ombra, sono davvero curioso di scoparti Gabriel” gli sussurrò perfido.
“Lasc…!” le sue labbra furono coperte da quella di Hegyron. Sapeva di alcool.
La sua lingua si impossessò della sua bocca. Lo morse nuovamente sul collo, mentre con una mano volle aprirgli la cerniera dei pantaloni, ma cosi facendo diminuì la stretta dei polsi, quindi Gabriel riuscì a liberarsi, provò a colpirlo, senza successo.
Perciò volle fuggire, però Hegyron lo prese per un braccio.
Ne seguì un conflitto breve, Gabriel stava avendo la peggio, lo sapeva, ciononostante non poteva perdere, non poteva cedergli! Cosa stava accadendo?
Quando era successo?
Quando tutto era cambiato?
Era un sogno, certamente era soltanto un sogno. Lui si sarebbe svegliato e avrebbe trovato Hegyron sorridente che gli augurava una buona giornata.
Erano sempre stati insieme.
Erano amici, come dei fratelli, anzi tenevano l’uno all’altro più di quanto si vogliono bene due fratelli.
Come era accaduto che loro due si fossero cacciato in quella situazione?
Che quasi si odiavano?
Che Hegyron, il suo fidato amico cercasse di… violentarlo?!
Che lui volesse che sparisse per sempre?
Non lo riconosceva più.
Non si riconosceva più.
Con le lacrime agli occhi allungò le mani davanti a sé con forza e lo spinse.
Vide Hegyron barcollante andare in mezzo alla strada.
Si fissarono un secondo.
Solo un secondo ebbero tempo per fissarsi.

Un tir lo spazzò via.

martedì 29 settembre 2009

Noi due (capitolo 13, parte prima)


Il bambino dai capelli scuri gli prese la mano, mentre gli diceva di non lamentarsi poiché non si era fatto male.
“Gabriel! Hegyron!” strillò una voce femminile avvicinandosi ai due bimbi.
Gabriel alzò lo sguardo verso il suo amico.
Hegyron?
Quello era Hegyron?
La madre di Gabriel si inginocchiò e gli diede un veloce bacio sulla fronte.
“Tutto bene tesoro?” domandò studiando il ginocchio sbucciato. Gabriel annuì cercando di trattenere le lacrime. La donna gli sorrise dolcemente e prese lui e Hegyron per mano e si avviarono verso casa.
Un tunnel nero. Correva. Guardava velocemente indietro, sentiva di essere inseguito. Aveva il fiato corto. Non ce la faceva più. Udiva altri passi dietro di lui. Una voce maschile lo stava chiamando.
Si fermò stanco.
Conosceva quella voce.
“Tutto bene?” gli chiese un giovane uomo inginocchiandosi accanto a lui. Gabriel lo fissava incredulo. Non poteva sbagliarsi!
Aveva i capelli più lunghi, il corpo era più esile e i tratti del viso non erano cosi severi, ma quello era Hesediel!
“Cosa… io…?” balbettò confuso.
Hesediel lo prese in braccio e lo mise su un letto. Gabriel chiuse gli occhi. Cosa stava facendo? Lo voleva?!
“Ti fa cosi male? Eppure l’altezza dalla quale sei caduto non era cosi grande…” osservò Hesediel controllandogli le caviglie. Gabriel riaprì gli occhi guardandolo nuovamente.
“Hesediel?” sussurrò, il giovane si sedette sul bordo del letto esaminandogli i polsi.
“Si?” aveva una voce che non gli aveva mai sentito. Era dolce.
“Sei proprio tu?” chiese accarezzandogli una guancia.
“Gabriel sicuro di stare bene? Sei più strano del solito” constatò, Gabriel volle dire qualcosa, però la porta si aprì ed entrò una ragazzina appena adolescente, forse sua coetanea. Aveva i capelli lunghi biondi. Si fermò e li osservò, poi saltò sul letto accanto a Gabriel.
“Mi ha detto Hegy che sei caduto dall’albero! Ti sei fatto male?” pronunciò la ragazza prendendogli una mano. Gabriel la analizzò. Chi era? Era sicuro di non conoscerla, tuttavia a quanto pareva lei lo conosceva benissimo.
“Io… si, ma tu… chi sei?” domandò. La ragazza impietrì e spostò gli occhi verso Hesediel.
“Mi ha dimenticata…” scoppiò in singhiozzi. Hesediel gli lanciò uno sguardo duro.
“Non piangere sorellina, ha dimenticato anche me”.
Gabriel riaprì gli occhi e si ritrovò circondato da fiamme roventi.
Cominciò a gridare.
La sua voce, tuttavia, era sovrastata dal fuoco che bruciava tutto ciò che incontrava davanti al suo cammino.
Cercò di farsi spazio fra le pareti della stanza, sentiva di non poter più respirare, faceva troppo caldo, sentiva la pelle bruciargli. Vide l’uscita, corse verso di essa, però una trave di legno gli cadde addosso.
Perse i sensi.
Una voce maschile famigliare e amata lo stava chiamando disperatamente.

Gabriel spalancò gli occhi pieni di lacrime.
Si sedette con le guance brucianti e il fiato corto.
Cosa era stato quel sogno? Quel bambino dei suoi ricordi era Hegyron? E Hesediel? E la ragazza?
Dio, cosa stava succedendo?
“Tutto bene?” domandò Hesediel entrando nella stanza.
Gabriel alzò verso di lui uno sguardo terrorizzato.
“Ehi, cos’hai?” insistette avvicinandosi, ma il ragazzo non si lasciò toccare.
“Non, tu… sei reale?” chiese confuso. L’uomo sospirò allontanandosi.
“Ragazzino, non ti hanno mai spiegato che la droga fa male?” sbottò sarcastico spostando le tende e facendo entrare nella stanza una violenta luce che turbò gli occhi gonfi di Gabriel.
“Simpatico… è colpa del sogno” mormorò alzandosi e constatando che era tutto un dolore.
“Mi hai sognato? Quale onore” commentò acido.
“Si, almeno nel sogno non eri vecchio” ribatté.
“Vecchio?” ripeté divertito, ma Gabriel gli lanciò un’occhiataccia.
“Piuttosto… cosa ci fai TU qui?” chiese cercando di camminare seppur barcollando per il dolore alle cosce e alle ginocchia.
“Mi preoccupo per te”.
“Si certo, se vuoi qualcosa di fisico, ti avverto che non sono proprio nelle condizioni adatte” e per sottolineare le parole fece una mezza piroetta.
Hesediel sorrise divertito e gli mise una mano sulla schiena inducendolo ad andare in cucina.
“Stai tranquillo, da te non voglio solo sesso, per ora” lo fece sedere e gli mise davanti una minestra.
Gabriel alzò un sopracciglio.
“Cos’è? Mi vuoi avvelenare?” domandò sospettoso studiando la pietanza.
“L’idea mi era pure passata per la mente, però poi ho deciso che sei più utile da vivo. Mangia”.
“Ma l’hai fatto tu?!”.
“Chi altrimenti?”.
Gabriel l’annusò, nel frattempo Hesediel si avvicinò alla finestra e si accese una sigaretta.
“Ti avviso: devi mangiarla tutta”.
“E se è cattiva?” si lagnò il ragazzo prendendo il cucchiaio.
“Il problema non si pone, assaggia”.
Gabriel cominciò piano a mangiare scoprendo che Hesediel aveva avuto ragione; fin da piccolo aveva adorato la minestra, quindi non aveva problemi a mangiarla. Finì e fissò l’uomo che stava guardando fuori della finestra.
“Ammettilo che l’hai comprata” disse sorridendo serenamente.
“L’ho comprato”.
“Davvero?”.
“No”.
Gabriel si alzò e si avviò verso il bagno; fece una doccia e si mise addosso il completo della scuola; quando andò nel salone Hesediel stava parlando al telefono. Aspettò che finisse la chiamata studiandolo.
Quell’uomo… possibile che si fossero già conosciuti? Non si ricordava nulla di lui.
Era come al solito in un completo nero con nessuno capello fuori posto. Quasi riusciva a sentire il suo profumo aspro e piacevole.
Sorrise amaramente scuotendo il capo.
Era proprio il colmo. Si era innamorato di lui.
“Vai a scuola?” domandò facendolo sussultare. Annuì.
Hesediel lo spinse fuori dall’appartamento e lo mise sulla sua automobile lussuosa.
Era la prima volta che lo vedeva guidare lui stesso. Sospirò cercando di non fissarlo e di rivolgere i propri pensieri altrove. A quello che era successo, per esempio.
Possibile che Hegyron, proprio lui, il suo migliore amico, gli avesse fatto questo? Scosse la testa, non erano più amici. Un amico non ripudia un altro amico soltanto per i suoi gusti sessuali.
La macchina si fermò davanti all’accademia. Rimasero in silenzio. Gabriel infine volle scendere, ma Hesediel lo prese per una mano e lo attirò verso di sé. Lo baciò. Un bacio che in confronto agli altri era il più possibile casto.

lunedì 14 settembre 2009

Noi due (capitolo 12)


“Signor Belleirs, sarebbe cosi gentile da accordare la sua attenzione alla mia noiosa lezione?” domandò un uomo sulla cinquantina fermandosi vicino a Gabriel che alzò lo sguardo annoiato.
“Certo signore, mi scusi” disse semplicemente e tornò a guardare fuori dalla finestra.
“Signor Belleirs! E’ la terza volta che la riprendo in poco meno di mezz’ora, se proprio non le interessa potrebbe gentilmente uscire fuori?” riprese il professore dopo alcuni minuti.
Il ragazzo si alzò, prese i libri e uscì. Non si sognava nemmeno di rimanere nel corridoio, quindi andò nel cortile dove si sedette su una panca e aprì un libro che cominciò a leggere distrattamente. Le parole scorrevano veloci sotto i suoi occhi ma non capiva il loro significato, lesse una pagina tre volte, però non afferrò nulla, perciò decise di chiudere il libro. Il problema era che pensava soltanto a Hesediel.
La sera dopo la festa lo aveva chiamato e gli aveva ricordato che sarebbe partito in un viaggio di affari in California, probabilmente con Nathalie.
Si rodeva dentro, sapeva che non era di certo giusto andare a letto con un uomo sposato, però quando Hesediel lo prendeva fra le braccia si lasciava semplicemente andare. E fra le sue braccia aveva scoperto il sesso fra uomini. Dio, cosa stava nuovamente pensando?!
Si passò una mano fra i capelli nervosamente e senza volere ascoltò quello che un gruppetto di ragazzi stava dicendo.
Si voltò e vide Hegyron che gli diede le spalle quando lo vide, ma i suoi quattro amici continuarono a fissarlo e uno di loro si prese il pacco fra le mani ammiccando. I quattro gli si avvicinarono e lo chiamarono ‘gay’ usando anche altre sinonimi molto volgari. Il ragazzo sospirò e agguantò un polso di un bruno, gli tirò un pugno che lo fece barcollare; un biondo lo prese sulla mascella, però Gabriel non demorse e tirò un calcio alle gambe di un altro. I quattro si avventarono su di lui.
Uno lo colpì violentemente allo stomaco facendolo piegare in due e un altro gli diede un calcio nell’incavo delle ginocchia buttandolo a terra, dove gli sferrarono altri calci all’addome, ma il ragazzo si riprese e con un colpo di gambe fece cadere il biondo che si lamentò di avergli rotto le caviglie. Si rialzò e continuò a picchiarsi. Era allo stremo, era quasi deciso di lasciarsi picchiare nel momento in cui intervenne Hegyron che comandò ai suoi amici di lasciarlo stare. Gabriel si appoggiò alla panca cercando di pulirsi il rivolo di sangue che gli sgorgava dal labbro sporcandogli tutto il mento.
“Vattene Gabriel” gli disse soltanto.
Si fissarono.
“Sei diventato forte” aggiunse Hegyron constatando che i suoi quattro amici erano piuttosto malridotti.
“Grazie a te” rispose il ragazzo sarcastico. Prese i suoi libri e gli passò accanto.
In quell’attimo il suo cuore si chiuse per sempre per Hegyron.
Barcollando come se fosse ubriaco riuscì a mettersi sulla sua moto. Guidando piano riuscì anche a giungere al suo appartamento senza alcun incidente.
Una volta chiusa la porta alle proprie spalle si lasciò scivolare sul pavimento e si prese il volto fra le mani.
Non si era picchiato perché era stato insultato, in verità non gliene fregava molto, anche se ancora non era abituato all’idea di trovare attraente anche un uomo; si era arrabbiato perché aveva sentito come se le loro parole fossero rivolte alla sua relazione con Hesediel.
Quel tardo pomeriggio aveva scoperto che in qualche modo ci teneva a lui.
Avrebbe combattuto per quell’uomo con le unghie e con i denti.

Un bussare che diventava sempre più insistente lo destò. Si rese conto di trovarsi ancora sul pavimento. Sanguinante, dolorante e triste.
Si rialzò in piedi a fatica e aprì.
Hesediel inarcò un sopracciglio vedendolo in quello stato, tuttavia quando la luce rischiarò il buio della stanza la sua espressione divenne glaciale.
“Cos’hai fatto?” gli domandò osservando il volto tumefatto, i lividi sul petto, la camicia sporca di sangue, i pantaloni rotti.
“A botte” rispose pungente.
“Non immaginavo che ti piacesse fare queste cose” commentò levandosi la giacca e posandola sul divano.
“Certo, poi mi piace anche drogarmi, violentare le fanciulle, rubare…” ironizzò, ma si zittì quando l’uomo lo prese violentemente per un braccio e lo fece sedere sul divano.
“Dove tieni il disinfettante?”.
“Oh, vuoi fare la crocerossina?” domandò Gabriel sarcastico.
“Ragazzino, la mia pazienza ha un limite” lo avvertì. Gabriel alzò una spalla e gli indicò il bagno. Hesediel tornò poco dopo con il disinfettante e alcune fasce e garze.
Gli fece togliere la camicia e i pantaloni. Gli disinfettò prima i graffi sul volto, poi sul petto e sulle gambe, quindi gli fasciò una gamba e alcune ferite. Su altri lividi mise della pomata. Gli portò un accappatoio con il quale lo avvolse e gli fece bere un caffè caldo.
Gabriel era silenzioso.
Non si era aspettato un simile comportamento da parte dell’amante.
Questo lo rendeva ancora più triste. Non sapeva darsene un motivo, ma il fatto che si prendesse cura di lui gli faceva paura. Perché cosi faceva soltanto in modo che gli si affezionasse ancora di più.
Ormai da parte sua non c’era più solo sesso.
Sospirò accoccolandosi al suo petto sul divano. Era stato un gesto spontaneo, però nel momento in cui sentì Hesediel irrigidirsi volle scostarsi, tuttavia l’uomo lo strinse a sé e lo lasciò piangere in pace.
Poco dopo perse i sensi e Hesediel lo portò a letto.

Affermare che fosse arrabbiato era cosa da poco.
Era furioso.
Fermò la macchina davanti al Frejus e si fiondò nella stanza di Hegyron. Prese il ragazzo che era sorpreso dalla sua inaspettata visita per il colletto della maglietta e lo sbatté al muro.
“Ehi!” gridò lui fissandolo.
“Fratellino, ora fai il bravo e dimmi chi cazzo ha picchiato Gabriel” sibilò Hesediel.
“Gabriel? E che ne so io”.
“Ma come? Non sei il suo migliore amico?” gli domandò ironico.
“Non più, a me non piacciono i froci” rispose il ragazzo con aria di superiorità, però subito dopo si lamentò per il pugno che Hesediel gli sferrò nello stomaco.
“Rimangia quello che hai detto” ringhiò l’uomo, Hegyron strinse le labbra.
“Quindi è lui la tua puttana” osservò.
Hesediel gli sferrò un altro pugno nello stomaco.
“Hegyron, forse hai dimenticato che stai parlando con me, misura le parole. Dimmi chi lo ha picchiato” gli chiese nuovamente.
Hegyron resistette.
Un altro pugno.
Infine cedette.
Hesediel uscì e andò a cercare i quattro ragazzi.
Li trovò in una delle loro camere.
“Chi cazzo sei? Cosa vuoi?” gridò uno di loro quando l’uomo irruppe nella stanza.
Hesediel lo prese per il collo.
“Sapete, trovo che sia davvero eccitante picchiarsi, ma…” parlò freddamente dandogli un pugno all’addome, un altro e un altro fino a quando cadde a terra per il dolore; gli altri tre si alzarono per aiutare l’amico, però Hesediel prese il biondo per la testa e gliela sbatté al muro.
“… dovreste scegliere meglio le vostre vittime, lui è mio!” latrò e gli fece sbattere un’altra volta la testa contro il muro.
“Come avete osato solamente toccarlo?!” gridò lasciando perdere il biondo che aveva ormai perso i sensi. Si occupò degli altri due dopodichè decise di tornare da Gabriel.
Non aveva potuto di certo evitare che il ragazzo fosse picchiato, ma almeno cosi si sentiva meglio. Molto meglio.
Fermò la macchina sotto il palazzo di Gabriel e rimase a lungo dentro l’automobile al buio.
Si passò una mano fra i capelli e si accese una sigaretta. Volle scendere, però il suono del cellulare lo bloccò, era la sua segretaria. Sospirò buttando la sigaretta. Di certo una riunione fuori programma. Si rimise nella vettura e ripartì.

mercoledì 2 settembre 2009

Noi due (capitolo 11, seconda parte)



Gabriel sgranò gli occhi dalla sorpresa.
Moglie.
Hesediel aveva una moglie.
Si sentì mancare il pavimento sotto i piedi e, se il padre non gli avesse posato nuovamente una mano sulla spalla, sicuramente sarebbe caduto.
Non sapeva davvero che definizione dare allo strano smarrimento che sentì nell’udire quelle parole, tuttavia cercò di controllarsi.
“Non immaginavo fossi sposato” commentò prendendo la mano della donna e baciandole leggermente e lentamente il dorso. Nathalie arrossì poco sulle guance, ovviamente non si era aspettata un simile comportamento da parte di un ragazzo.
“Beh, ma neanche lo conoscevi fino a poco fa!” intervenne il padre ridendo piano.
Hesediel e Gabriel si scambiarono una lunga occhiata, cosa che non sfuggì a Nathalie che inarcò un sopracciglio curiosa.
“No, hai ragione, ma sembra il tipo troppo pieno di sé per avere qualcuno accanto” rispose sarcastico.
“Gabriel, non essere scortese, Hesediel scusalo” intervenne nuovamente Julius premendo di più le dita sulla sua spalla.
“Figurati, apprezzo chi esprime liberamente il proprio pensiero”.
“Già, ora scusatemi, però, per non essere ulteriormente ‘scortese’, vado a intrattenermi con altre persone” disse solamente “E’ stato un… piacere, conoscervi” e si dileguò in fretta.
Sentiva il disperato bisogno di qualcosa di dolce, forse una fetta di torta o pasticcini a volontà, o solamente del zucchero, qualsiasi cosa pur di comprimere quel fottuto dolore che sentiva al petto.
Si promise che a casa si sarebbe buttato sul barattolo di nutella. Anche se Hesediel di certo non se lo meritava.
Sposato.
Gli faceva in qualche modo male questo fatto, lo aveva parecchio turbato.
Al buffet dei dolci riempì un intero vassoio e si avviò a mangiarli quando una risata femminile lo fermò.
Una ragazza lo guardava e ridacchiava piano. Inarcò le sopracciglia.
“Scusami, è solo che pensavo che ingrasserai una tonnellata se mangerai tutto quello” gli spiegò facendosi avanti. Era meno alta di lui, indossava un abito come quello di Nathalie, solo che era rosso fuoco e aveva i capelli lunghi neri e lisci. Doveva avere all’incirca la sua età.
“Beh, io non mi faccio di questi problemi e neanche tu a quanto vedo” ridacchiò a sua volta fissando il vassoio della ragazza riempito quasi come il suo. La giovane seguì il suo sguardo e gli regalò un sorriso spontaneo e gioioso.
“In effetti…” e risero piano insieme.
Andarono a sedersi per mangiare quei deliziosi dolci, parlarono di quanto la festa fosse noiosa e presero in giro parecchi esponenti di importanti multinazionali.
Quindi si salutarono, ma dopo cinque minuti si ritrovarono insieme, poiché quando lui tornò dai genitori che stavano con Hesediel e Nathalie, la ragazza era lì.
Scoprì che lei era la sorella della moglie di Hesediel e che si chiamava Evrika.
La ragazza gli ammiccò e con suo sommo piacere lo rapì per il resto della serata; capendo che Gabriel non voleva parlare, Evrika gli raccontò della sua scuola, della noia di seguire sempre la sorella in quelle feste, e altre sue sciocchezze che, però, lo fecero almeno sorridere.
Odiava sentire quella inquietudine dentro di sé. Senza volere incontrò gli occhi di Hesediel, per un solo secondo sentì il proprio cuore tacere i suoi battiti impazziti. Distolse lo sguardo.
Si scusò con Evrika dicendole di stare poco bene e uscì fuori per riprendere un po’ di aria.
In verità, stava veramente male!
Stava male non tanto perché lo aveva visto con sua moglie, e perché avesse una moglie, ma perché lo aveva visto come si comportava con lei!
Diventava un altro uomo, sembrava amorevole, premuroso e gentile.
Con lui aveva usato sempre la forza!
Lo odiava.
Si, lo odiava dal profondo del cuore e non importava il sentimento di gelosia che lo stava invadendo.
Sospirò rumorosamente irritato. Che serata di merda!
Peggio non poteva veramente andare.
Si riscosse nel momento in cui sentì l’alito dolce di qualcuno accanto alla propria orecchia. Non ebbe bisogno di voltarsi per vedere di chi si trattasse.
“Cosa vuoi?” gli domandò incordando ogni singolo muscolo del corpo e del volto.
“Sei arrabbiato?” gli chiese mordicchiandogli l’orecchio e facendogli inevitabilmente sentire lo stomaco scombussolato.
“Dovrei esserlo?”.
“No”. Gabriel si voltò con occhi di brace.
“No?! Hai una moglie, benedetto cielo! E non sapevo nulla! E tu… tu la tradisci!” sibilò nervosamente.
“Ehi ragazzino, sarebbe ora che ti svegliassi dal mondo delle favole, solo nei sogni i mariti non tradiscono le mogli e poi a me non pare proprio che a te spiaceva stare tra le mie braccia” commentò sarcastico toccandogli il fondoschiena con la mano attirandolo verso il proprio corpo.
“Brutto figlio di…!” gridò cercando di tirargli un pugno, ma Hesediel gli bloccò prontamente il polso e premette le proprie labbra sulle sue zittendolo.
“Las….” protestò, tuttavia Hesediel non lasciò la stretta sul polso e lo trascinò nella sala, dove fecero pochi passi e imboccarono un corridoio.
Julia li vide e si rabbuiò in volto.
Hesediel chiuse una porta alle loro spalle e lo liberò dalla sua stretta. Gabriel si fermò davanti ad un divano che lo separava dall’uomo che stava accanto ad una finestra e si era acceso una sigaretta.
“Voglio parlare chiaramente con te”.
“Di cosa?” chiese Hesediel beffardo.
“Non so, io non so un cavolo di te, invece tu sai tutto! Non sapevo neanche che tu avessi una moglie e…”.
“Cosa credi? Che giacché sei passato nel mio letto mi spinga a parlarti di me?” lo interruppe versandosi del whisky in un bicchiere.
“Bene, bene! A me non mi frega un cazzo di te! Ma chi ti credi di essere?! Sempre quest’aria superiore e fredda! Sei patetico! Ti odio, non ti avvicinare!” gridò rabbioso, Hesediel lo bloccò nuovamente quando cercò di colpirlo, allora il ragazzo gli diede un calciò che l’uomo incassò stoicamente. Gli ridiede un altro calcio, dopo il quale Hesediel lo buttò sul divano e gli si mise sopra.
“La finisci di fare il ragazzino?”.
“Io?! Ma se sei tu quello che va a letto con tutti quelli che ti capitano a tiro e non mi pare che ti importasse poi tanto che tu avessi una moglie!” rispose con voce rotta da una strana rabbia che lo stava invadendo.
“Ascolta, non è importante il fatto che io sposato, in fondo anche tu a quanto vedo sei occupato, quindi qual è il problema se ci divertiamo a letto insieme?” riprese calmo.
“Eh? Occupato?” domandò sbollendosi all’istante.
“Questo succhiotto non te l’ho lasciato io” e cosi dicendo gli baciò leggermente la parte di collo arrossata.
Arael.
Si era completamente dimenticato di lui. Stavano insieme? Non sapeva. Sapeva solo che quando stava cosi, tra le braccia di Hesediel, non gli importava di nulla e che era geloso da morire.
“Non sono occupato, io”.
“Oh, ma bravo! Solo avventure e poi giudichi me” affermò sarcastico.
“Mi dà solo fastidio che io sarei come… come…” Gabriel arrossì distogliendo lo sguardo.
“Il mio amante?” suggerì l’altro divertito usando proprio la parola che Gabriel aveva cercato di evitare.
“Si” sussurrò.
Hesediel gli si tolse da sopra lasciandolo sedere accanto a lui.
“Ho capito, dunque tu vuoi essere il solo?” gli chiese con espressione indecifrabile.
“Beh, io non… vale a dire…” si nascose il volto terribilmente in imbarazzato.
Hesediel sospirò.
“Dalla prima volta non sono andato a letto con nessun altro, né ho ancora intenzione di farlo, questo ti può consolare?”.
“Davvero?” domandò incredulo. Non aveva mai fatto sesso con nessun altro? Non lo stava mentendo? Ma poi perché mentirlo, in fondo Hesediel era uno che non si faceva di certo scrupoli a dire le cose come stavano.
“Si, ragazzino, vuoi ancora altre rassicurazioni da parte mia?”.
“No, però voglio un’altra cosa se vuoi ancora continuare questa… cosa”.
“Cosa?”.
“Di non forzarmi quando… quando facciamo quelle cose!” gli chiese ormai rosso in volto come un peperone.
“Non mi sembra di averti violentato”.
“Si, ma se non voglio, lasciami stare e un’altra cosa”.
“Dimmi”.
“Non farmi sentire usato”.
“Ti ho fatto sentire cosi?” domandò Hesediel sorpreso.
“Si, sempre”.
“Bene, abbiamo finito con la teoria?” domandò prendendolo per la vita e facendolo mettere a cavalcioni su di sé.
Hesediel lo baciò e fu subitamente ricambiato. Gabriel aveva sentito troppo la mancanza di quelle labbra possenti per resistergli.
L’uomo gli tolse la giacca e gli aprì la camicia, gli carezzò piano il petto, baciandogli i capezzoli; Gabriel gli mordicchiava il lobo dell’orecchio, il collo, gli carezzava il petto che aveva scoperto.
Nella foga di amarsi non si accorsero della porta che era leggermente aperta e che si rinchiuse piano.

Gabriel si svegliò in un letto che non era il suo. Di certo lo aveva portato Hesediel la sera precedente dopo che avevano fatto sesso. Era stata la partita di sesso più soddisfacente di tutta la sua vita, aveva completamente perso il controllo, si era lasciato in balia di Hesediel e del piacere. Si stirò e si mise a sedere. Naturalmente l’uomo non aveva dormito accanto a lui. Si oscurò un po’ in viso, ma subito dopo sentì il proprio cuore balzargli nel petto vedendo un bigliettino sul comodino. Lo prese con mano tremante.

“Non mi sono potuto trattenere oltre per ovvi motivi. Stasera di chiamerò.
Abbi cura di te. Hesediel.”

Gli si gonfiò il cuore di piacere. Non aveva mai pensato che quell’uomo fosse capace di scrivere simili cose.
Abbassò il bigliettino rabbuiandosi nuovamente in volto.
Forse anche a sua moglie scriveva cosi. Sospirò. Scemo, era proprio uno scemo. Cosa pretendeva? Non poteva certamente fare ulteriori storie!
Però a ben pensarci, ora fra loro cosa c’era? Una specie di relazione? O era ancora un’avventura?
Si alzò dal letto. Meglio non pensarci.
“Porca…” sospirò portandosi una mano alla schiena. Ancora gli faceva male essere penetrato da lui. Forse col tempo ci avrebbe fatto l’abitudine.
A colazione incontrò i suoi genitori e altre persone che erano rimaste lì la notte.
Il padre era alquanto sereno, invece sua madre stranamente era silenziosa e distratta.
“Hai dormito bene, caro?” gli domandò sorridendo.
“Si, abbastanza, tu?” rispose sedendosi accanto a lei.
“Anche io”.
Dopo poco andarono tutti via e lui tornò nel suo appartamento dopo aver avvertito Mister Orso che per alcune settimane non sarebbe tornato al dormitorio la sera.
Si fece un lungo bagno e si addormentò stanco.

martedì 1 settembre 2009

Noi due (capitolo 11, prima parte)



Gabriel fissava davanti a sé il buio infinito.
Poggiava con le braccia su una balaustra, la postura e la fermezza del suo volto gli conferivano una sicurezza che non possedeva; in quel momento la sua mente non riusciva a registrare nulla di quello che stava accadendo a quella festa di ricconi, la quale festa era soltanto una maschera per concludere i vari affari personali.
Non riusciva a sentire le voci stridule delle donne, le risa sommesse, i baritoni degli uomini, il tintinnare di qualche bicchiere, i passi sul pavimento. La sua mente era lontana da quel luogo.
Era fissa soltanto a quello che era successo fra lui e Hegyron.
Sospirò.
Aveva sempre saputo che se l’amico fosse venuto alla conoscenza della sua ormai bisessualità non l’avrebbe presa per niente bene, ma mai si era aspettato che avrebbe reagito nel modo in cui aveva fatto pochi giorni prima.
Chiuse gli occhi infastidito e si nascose il volto in un palmo della mano. Ancora stava male.

Gabriel balzò su a sedere sentendosi agghiacciare il sangue nelle vene.
Imprecò sottovoce, aveva completamente scordato che Hegyron gli aveva promesso che quella stessa sera avrebbero parlato.
“Gabriel?” richiamò l’amico.
Il ragazzo e Arael si guardarono, l’amante capì e sospirò facendogli cenno che non poteva fare nulla, si trovavano al quarto piano, non poteva di certo calarsi di sotto!
Gabriel annuì, gli disse soltanto che sarebbe uscito lui.
“Arrivo!” gridò mettendosi un paio di jeans e una maglietta.
Con passi quasi tremanti arrivò alla porta, sospirò piano sentendosi il cuore in gola e aprì uscendo subito, però gli occhi di Hegyron ricaddero sul letto che si era intravisto in due secondi, poi sul volto arrossato dell’amico.
“Co- cosa c’è?” si balbettò cercando di trattenere il tremito della voce.
“Cosa ci fa Arael…?” domandò con mezza voce.
“Arael? Ma cosa dici?” provò di scherzare, tuttavia neanche si accorse quando l’amico lo scostò brutalmente e aprì la porta fermandosi immobile davanti all’amante che si era rimesso i pantaloni ed era ancora a petto nudo.
Impietrì e non poté che assistere inerme nel momento in cui Hegyron si avventò su Arael prendendolo alla gola.
“Cosa ci fa questo bastardo in camera tua mezzo nudo?!” urlò con rabbia.
“Calmati amico” lo avvertì il ragazzo.
“Calma un cazzo! Ti ho ben detto di stare lontano da Gabriel, fottuto frocio!” continuò, ma Arael gli prese i polsi con le mani incominciando a stringere.
Si fissarono a lungo, respirando a fatica.
“Qual è il problema? Avresti voluto scopartelo tu? Beh, arrivi tardi” continuò beffardo, però gli occhi erano freddi e pericolosi.
“Io non sono un frocio, bastardo!” ringhiò scagliandogli un pugno, Arael barcollò portandosi una mano sulla mascella, ma subito dopo ricambiò il favore.
Gabriel si rese conto che la situazione stava veramente precipitando e decise di intervenire, si mise in mezzo ai due.
“Finitela!” gridò.
I due ragazzi lo guardarono straniti, come se si fossero scordati di lui.
“Gabriel…” sussurrò Arael intenerito.
“Puttanella! Allora è vero?!” sbottò Hegyron sottovoce con una tale carica di collera che lo spaventò.
“Hegyron, io te lo volevo dire e…” non ebbe il tempo di finire che l’amico gli mollò un pugno con tanta violenza che lo fece sbattere in braccio ad Arael.
“Tu non sei più mio amico!” sbraitò andandosene, Gabriel si riprese, si divincolò dalla stretta di Arael e gli corse dietro, lo raggiunse in cortile.
“Hegyron! Hegyron! Aspetta! Ti prego, voglio parlarti…” si fermò bruscamente quando vide che l’altro gli aveva obbedito e si era voltato, tuttavia a causa della penombra non riusciva a leggere nessuna espressione sul suo viso.
Silenzio.
“E’ vero?” gli chiese soltanto.
“Si, in altre parole no… non fino in fondo” rispose arrossendo terribilmente in imbarazzo.
Hegyron si passò una mano fra i capelli.
“Mi dispiace per il pugno” disse in un sussurro, Gabriel deglutì, conosceva fin troppo bene quel tono di voce e sapeva che lo usava nel far andare meglio giù la pillola.
“Non è niente, passerà se…” mormorò, ma l’altro lo interruppe.
“Mi dispiace, io non ho nulla a che vedere con i froci, mi fanno schifo. Non rivolgermi più la parola” si voltò e con passo sicuro se ne andò rifugiandosi nel buio della notte.

Buio.
Era buio come in quel momento. Erano passati cinque giorni più o meno, da tanto non erano più amici. Soffriva, era inutile mentire, ma come gli aveva detto Arael, era meglio perdere che trovare un amico come lui, che non riusciva a capirlo.
Una mano posata sulla sua spalla lo riscosse, si voltò e si immerse negli occhi verdi della madre.
“Caro, vieni, papà vuole presentarti alcune persone” gli disse con dolcezza.
“Mamma, ti prego, non mi va” cercò di protestare.
“Lo so, ma lui ci tiene, fagli questo piccolo piacere, sai che gli piace pavoneggiarsi con un figlio come te” le scappò una piccola risata e s’incamminò verso l’interno dell’edifico, ben sapendo che Gabriel l’avrebbe seguita.
Certo, un figlio come me, peccato che non sappia che razza di figlio si ritrovi, pensò seguendola suo malgrado.
Suo padre si distingueva fra tutti per la sua rara eleganza e rude bellezza. Quando lo vide gli sorrise impercettibilmente e lo presentò a degli uomini, lui cercò di sorridere e incominciò con loro una discussione sulla politica che portò avanti molto bene e dall’espressione soddisfatta del padre capì di aver fatto un buon lavoro.
Dopodichè ebbe finito con quel gruppo, gli toccò conversare con altri due uomini di economia, si passò la mano fra i capelli nervosamente e un po’ scocciato nel momento in cui si voltò verso il padre e gli si fermò il fiato nel petto: Hesediel stava tranquillamente parlando con il genitore che proprio allora lo guardò e gli fece cenno di avvicinarsi.
“Julius, questo è tuo figlio?” gli domandò l’uomo fissandolo con un’espressione sarcastica.
“Si, è cresciuto vero?” chiese Julius mettendogli una mano su una spalla.
“Si, molto, si è fatto davvero un… bel ragazzo” rispose gentilmente e a tutti poteva sembrare un complimento fatto di circostanza, però il modo lascivo con cui lo guardò gli fece capire a cosa esattamente si stava riferendo.
“Scusami papà, credo di non conoscere questo signore” s’intromise lui inarcando un sopracciglio.
“Ah, certo, non ti puoi ricordare di lui, eri piccolo quando se ne andò” rispose il padre e aggiunse “Il suo nome è Hesediel” lo presentò.
Hesediel allungò la mano e Gabriel ricambiò il saluto, ma arrossì quando il medio dell’uomo gli accarezzò il palmo lentamente, quindi cercò di ritirare la mano senza troppa fretta.
Vedendo il suo sorrisetto ironico sentì la strana esigenza di tirargli un pugno in faccia, tuttavia cercò di controllarsi.
“Dunque, signor Hesediel, ci conosciamo già…” esordì lui approfittando della distrazione del padre che aveva iniziato a comunicare con un uomo sulla cinquantina.
“Si, giovanotto” gli rispose bevendo un sorso di champagne “Ah, che schifezza questa roba falsa” inserì facendo una smorfia.
“A che gioco stiamo giocando?” chiese il ragazzo spazientito.
“Cosa ti dice che sia un gioco?” gli domandò passandosi una mano fra i capelli ben pettinati e senza un ciuffo fuori posto.
“Tu già mi conoscevi, perché non me l’hai detto?”.
“Perché vedi…” fu interrotto dall’arrivo di una donna che lo prese sottobraccio e lo fissò sorridendogli.
“Buonasera, spero di non disturbare” parlò la donna con voce calma e quasi dolce.
“Non proprio” rispose Hesediel con calma.
Gabriel la esaminò e decise di considerarla una bella donna alta, con i capelli lunghi rossi ricci e due occhioni verdi su un bel viso perlaceo.
“Hesediel, non ci vuoi presentare?” gli chiese sorridendo leggermente. L’uomo sussultò piano e cercò di sorridere a sua volta. Non ci riuscì.
“Certo, lui è Gabriel, il figlio di Julius Belleirs” e aggiunse rivolto al ragazzo “e lei è Nathalie… mia moglie”.

sabato 29 agosto 2009

Fine delle vacanze


Salve a tutti!

Ebbene si, dopo questa lunga e tuttavia troppo corta vacanza, sono tornata.

Posterò quanto prima i vari capitoli delle varie storie. Dunque che altro dire, si ritorna alla routine della quotidianità.


A presto, Jivri'l.

giovedì 2 luglio 2009

Vacanze


Salve a tutti!
In primis, ringrazio chi continua a leggere questi racconti, avete veramente una megapazienza^^
In secundis, vi devo comunicare che purtroppo prenderò una lunga vacanza dal blog poiché da domani vado in vacanza all’estero e tornerò soltanto a fine agosto e, dunque, fino a quella data penso che non riuscirò a postare assolutamente nulla giacché non so se dove andrò nelle varie città avrò internet.
Si, lo so che ho fatto un po’ una “bastardata” nel lasciare in “Noi due”, il mio pargolo Gabry che gli si agghiaccia il sangue nel sentire la voce di Hegyron, beh, per questa storia ho in mente un sacco di colpi di scena; invece per quello che riguarda “Alexandros” continuerà con molta più azione, diciamo che la trama vera e propria inizia dal prossimo capitolo; purtroppo con “Chase for love” sono rimasta moooooooooolto indietro, ma prometto che lo porterò dignitosamente a termine; e, poi, probabilmente posterò anche una storia eterosessuale, no, non lo faccio tanto per cambiare, ma solo perché Niki mi ha detto che sarebbe curioso su come tratterei una storia uomo- donna, quindi lo accontenterò(contento Niki?)^__^
Durante questa vacanza ne approfitterò per scrivere curando molto meglio i vari capitoli visto che avrò più tempo a disposizione e potrò fare tutto con calma, quindi che altro dire?
Auguro a tutti buone vacanze.

A presto, Jivri'l.

martedì 30 giugno 2009

Alexandros ( capitolo 13)

Alexandros sedeva in giardino e pareva soprappensiero. Nonostante ormai non fosse più caldo, indossava soltanto una tunica, i capelli lunghi gli ricadevano su una spalla, il volto era più pallido del solito. Gavriil stava innaffiando alcune piante, ma era piuttosto preoccupato per lui. Quando Alexandros aveva saputo della decisione di Marcus di mandare Julius in Asia si era sentito terribilmente in colpa e non aveva più aperto bocca.
Il ragazzo sarebbe dovuto partire due giorni prima, però a causa di alcuni problemi burocratici la partenza era stata rimandata di tre giorni.
Alexandros aveva visto Julius soltanto una volta, di sfuggita, e il ragazzo non gli aveva neanche rivolto un saluto. Passava molto tempo insieme a Cornelius, che, quando lo vedeva, gli accennava solo un saluto cortese e andava da Julius. In fondo era normale che volesse passare il tempo che gli rimaneva con il fratello, anche Aemilia spesso si univa a loro, ma stava pure con lui raccontandogli dei pettegolezzi divertenti cercando di farlo ridere.
Ridere era il suo ultimo pensiero.
Marcus era invisibile, raramente lo incontrava. Era freddo, molto più del solito.
Voleva guarire presto, sentiva ancora dei doloretti, ma in fin dei conti stava molto meglio.
Si alzò di scatto, doveva muoversi un po’, gli ultimi avvenimenti lo avevano sfinito a livello psicologico, non solo per quello che stava accadendo in quella famiglia, ma anche perché, forse a causa del trauma di essere malmenato, aveva ricordato chi fosse.
Il problema era proprio quello.
Si era ricordato del padre, della madre e della sorella; si era rammentato di dove fosse vissuto, di che ruolo aveva avuto in quella società.
Ora che sapeva perfettamente chi fosse trovava nuovamente umiliante essere uno schiavo. Doveva fare qualcosa. Aveva passato fin troppo tempo a giocare il ruolo del bravo schiavetto, ora aveva davanti due opzioni: uno, chiedere direttamente a Marcus l’affrancamento; due, scappare.
Ancora non sapeva cosa fare, decise che fosse saggio innanzitutto guarire, poi ci avrebbe pensato seriamente.
“Alexis, stai bene?” lo riscosse la voce gentile di Gavriil che gli si era avvicinato.
“Si, grazie, sai per caso dove sia Marcus?” domandò passandosi una mano fra i lunghi capelli.
“L’ho visto prima nell’exedra”.
“Era da solo?”.
“Mi pare di si”.
Il ragazzo ringraziò e s’incamminò verso quella parte della domos.
Bussò e, ottenuto il permesso di entrare, varcò la soglia immergendosi negli occhi di Marcus che inarcò un sopracciglio vedendolo, gli diede le spalle continuando a leggere qualche cosa su una pergamena.
“Cosa c’è?” domandò senza tanti preamboli.
Glaciale.
“Volevo chiederle cosa dovessi fare, ormai sto abbastanza bene” fece lui con tono sicuro.
Marcus si immobilizzò e tornò a squadrarlo. Qualcosa nella sua voce era cambiato.
Era tornato ad avere il tono che aveva quando lo aveva acquistato, una voce fiera che non si sarebbe mai sottomessa.
Lo esaminò meglio, stava ritto, con il suo portamento nobile, gli occhi che non cedevano ai suoi.
Non sapeva se considerarsi turbato o irritato.
“Per oggi stai ancora a riposo, domani Julius partirà e ricomincerai ad occuparti di Cornelius e Aemilia” gli ordinò sedendosi.
“Bene, ora se mi concede…” disse il ragazzo volendo uscire.
“No, non ancora, chiudi quella porta e vieni qua”.
Alexandros esitò un attimo, poi gli obbedì.
Prese la mano che l’uomo gli tendeva e sedette sulle sue gambe lasciandosi travolgere dal bacio che Marcus gli aveva strappato con la forza.
Non era un bacio come quelli che gli aveva regalato mesi prima, era impaziente, quasi violento.
Marcus gli afferrò i capelli e li tirò indietro facendogli emettere un gemito di dolore, scoprendogli il collo, glielo morsicò con la chiara intenzione di fargli male, con la mano libera gli scoprì la pelle delle spalle, gli tirò la tunica giù mettendo a nudo il suo petto.
“Ma- Marcus… potrebbe venire qualcuno… qui siamo…” mormorò con paura nella voce.
“Non mi importa, sono io il patronus qui, te lo sei dimenticato?” replicò strizzandogli un capezzolo e facendolo gridare, un grido che cercò di soffocare mettendosi una mano sulla bocca.
“Ma se venisse Aemilia, lei entra senza… ah… bussare” insistette il ragazzo.
“Si, hai ragione” acconsentì e non gli diede neanche il tempo di realizzare quello che stava succedendo poiché lo caricò su una spalla e uscì con lui. Alexandros non sapeva che fare, gli chiese di farlo scendere, ma non c’era possibilità che lo avrebbe ascoltato, mettersi a urlare non poteva, quindi cercò di stare tranquillo mentre le sue guance diventavano di porpora mano a mano che alcuni schiavi li vedevano e rimanevano sorpresi.
Marcus aprì la porta della sua stanza e lo buttò sul letto, gli si stese subito sopra.
Aveva una voglia matta di prenderlo, lì e subito.
Era passato cosi tanto tempo dall’unica volta che lo aveva fatto suo, che non riusciva quasi più a controllarsi. E quella sua espressione fiera di poco prima gli aveva riacceso il fuoco che aveva cercato di domare.
Lo desiderava cosi tanto che gli sembrava che anche la pelle fosse di troppo, voleva sprofondare in lui, prenderlo con la violenza fino allo sfinimento.
Gli catturò la bocca, lo violò all’interno, però dopo un momento di sorpresa, forse di paura, anche Alexandros ricambiò il bacio, con lo stesso impeto. Si baciavano fino a sentire di soffocare, si staccavano solo pochi attimi, poi allacciavano di nuovo le loro lingue veementi, le mani di Marcus, piene di calli per l’uso quotidiano di spada e altre armi, gli staccarono la tunica impazienti, si muovevano sul suo corpo caldo, lo tormentavano; Marcus passò a baciarlo sul collo nel frattempo che già lo preparava.
Non aveva proprio la pazienza per giocare.
Lo voleva subito.
E in fondo neanche Alexandros non chiedeva di meglio, pure lui lo desiderava.
Il ragazzo allargò le cosce e gli fece subito spazio in lui. Marcus cercò di fare piano, Alexandros non era di certo ancora abituato ad accoglierlo, ma dopo un piccolo gridolino da parte sua, vide che si rilassò. Lo baciò di nuovo cominciando a muoversi in lui.
Alexandros strinse le gambe sui suoi fianchi, lasciandosi sopraffare dalle ondate di piacere che gli arrivavano ad ogni spinta di Marcus, il quale lo stava masturbando con lo stesso ritmo dei suoi affondi.
Si lasciò travolgere completamente da lui, chiuse gli occhi ansimando sempre più forte, le sue mani gli graffiavano la schiena, la sua bocca cercava quella di Marcus, i loro respiri si mescolavano, i loro cuori battevano all’unisono. Era come se si stessero completamente fondendo.
E infine lo raggiunse il piacere, inaspettato, devastante, stremante.
Poco dopo vide Marcus lanciare la testa all’indietro, il viso imperlato di piccole gocce di sudore, gli occhi chiusi.
L’uomo si distese su di lui.
Aspettarono che i respiri tornassero regolari, quindi Marcus alzò il capo per guardarlo, gli accarezzava i capelli che gli arrivavano ormai al petto, gli baciò la punta del naso e si mise accanto a lui.
“Volevi essere posseduto da me?” gli chiese malizioso morsicandogli un orecchio e facendogli sentire nuovamente strani movimenti di eccitazione nello stomaco.
“Mi pareva fossi stato chiaro” rispose con lo stesso tono, l’uomo sorrise e lo baciò nuovamente.
“Si, limpido come l’acqua”.
Stettero ancora cosi a lungo, poi Alexandros lo guardò incerto.
“Cosa c’è?” domandò Marcus soffocando uno sbadiglio.
“Non dovrebbe alzarsi? Ha ancora molto da fare e domani…” non finì la frase che l’uomo lo interruppe con un gesto di nonchalance.
“Più tardi, ora voglio dormire un po’ con te” lo informò facendolo voltare per prenderlo in braccio.
“Si, ma poi il senatore Lucano Se…” protestò, però fu nuovamente interrotto da Marcus.
“Alexandros, dormi” sussurrò prima di dargli un leggero bacio sui capelli e chiudere gli occhi ispirando quel profumo che gli riempiva l’essere.*
Alexandros si accoccolò al suo petto. Era bello stare abbracciato cosi a lui, contro il suo corpo massiccio, sentirsi quasi protetto.
Solo che era uno schiavo e non voleva esserlo, voleva stargli accanto come un uomo libero, dirgli chi era in realtà, essere considerato un suo pari.
Tutto quello, tuttavia, non era possibile.

Cornelius stava col capo sul petto di Julius, sentiva il battito regolare del suo cuore.
Lasciò vagare una mano sul suo ventre.
Tutto quello che era successo era stata pura follia, lo sapevano entrambi. Se qualcuno lo fosse venuto a sapere… scosse piano la testa, questo non doveva succedere.
Quel loro amore malato non doveva essere assolutamente scoperto, sapeva benissimo che non avrebbe dovuto lasciare che il fuoco della passione divulgasse nel suo animo e in quello del fratello, tuttavia era accaduto e nonostante sapesse che fosse dannatamente sbagliato, non poteva non nutrirsi con l’illusione di quell’amore, di sentirsi felice stando accanto a lui, una felicità che da lì a poche ore sarebbe stata uccisa dalla partenza di Julius.
Aveva paura di cosa avrebbe fatto senza di lui, gli aveva proposto di accompagnarlo, però Julius non aveva neanche preso in considerazione la sua idea, gli aveva soltanto detto che non faceva per lui, che voleva saperlo a casa, al sicuro.
E lui aveva accettato il suo desiderio.
La mano di Julius gli carezzò piano la schiena rivelandogli di essere sveglio, il ragazzo si allungò verso di lui e gli posò un bacio a fior di labbra.
“Mi mancherai” sussurrò piano lasciando scivolare l’ennesima lacrima che fu prontamente asciugata da un dito di Julius.
“Anche tu, non piangere, tornerò presto, te lo prometto”.
Cornelius annuì soltanto sperando che sarebbe stato cosi.
“Non buttarti giù, ti scriverò, te lo prometto e poi verrò, ti prenderò e torneremo a casa” gli promise. Cornelius annuì sentendo che se solo avesse cercato di parlare sarebbe scoppiato in singhiozzi, nascose il volto nel suo collo cercando di controllarsi, Julius gli baciò la fronte “Fortem fac animum habeas**” sussurrò con voce tremante.

Julius salutò la sorella raccomandandole di aver cura di sé e ricordandole che al suo ritorno sarebbe stata una vera signorina, salutò Marcus in modo del tutto freddo, ma senza alcun rancore, chiese dove fosse Alexandros, andò da lui e gli sorrise timidamente, quindi fece un gesto del tutto inaspettato: gli prese la mano e gliela baciò. Tutto questo accadde senza una parola.
Infine il saluto più doloroso lo ebbe con Cornelius. Gli si straziò l’anima vederlo cosi triste.
Poi se ne andò.
Lasciò quella casa dove aveva vissuto gli anni della sua adolescenza, dove aveva conosciuto l’attrazione e l’amore.
Intraprese la via che lo avrebbe portato a diventare un uomo.

Quella notte fu lunga, dolorosa per tutti.
Aemilia leggeva cercando di sembrare lieta come sempre, aveva ricercato la presenza di Gavriil che le stava correggendo gli sbagli di pronuncia durante la lettura in greco.
Marcus tentava inutilmente di comprendere cosa fosse scritto sul rapporto dei suoi luogotenenti, lasciò cadere le pergamene sul tavolo e si nascose il volto fra le mani.
Cornelius, nel letto di Julius, si stringeva al petto una sua tunica e piangeva silenziosamente.
Alexandros rientrò nella propria camera, cupo in viso. Sedette su uno sgabello, si passò una mano sul viso, poi si alzò per spogliarsi, ma si bloccò nel vedere una lettera sigillata sul suo tavolo. La prese e vide che era indirizzata a lui. Era da parte di Julius.

Alexandros, non so perché mi sono messo a scrivere questa lettera, e per di più in greco, chissà quanti errori faccio e tu mi ucciderai la prossima volta che ci rivedremo, anche se avresti molti più motivi per farlo. Ho cercato di tirare su il morale dei miei fratelli, ma tu sai bene che probabilmente non tornerò indietro mai più e se questo dovesse succedere non vorrei morire sapendo che nutri verso di me astio, per questo ti chiedo perdono, perché ho sbagliato molto verso di te.
Ti prego perdonami.
E ti prego abbi cura di Aemilia, Marcus e soprattutto di Cornelius, per lui la mia distanza sarà devastante e potrebbe anche… scusami, non dovrei chiederti tutte queste cose, ma tu sei l’unico in cui ho riposto la mia fiducia. Strano, vero?
Ora smetto di scrivere in greco perché, come sai, mi fa venire il mal di testa.
Tu fac ut tuam valetudinem cures. Ignosce.
Vale.***”











*Forse vi state chiedendo perchè Marcus sia cosi gentile e quasi affettuoso con Alexandros, perchè in fin dei conti un romano raramente si sarebbe comportato cosi con uno schiavo, beh, il perchè lo scoprirete più avanti.



**"Cerca di avere un animo forte(Cic.)".



***"Tu cerca di curare la tua salute. Perdonami. Addio."

lunedì 29 giugno 2009

Anime lacerate (capitolo 4)




Anastasius si fermò ansimante lungo la strada di campagna. Si guardò indietro per vedere se Hais lo aveva seguito, ma di lui non c’era traccia, quindi sospirò e sedette su un masso di roccia.
Non sarebbe dovuto scappare a quel modo, tuttavia nel momento in cui aveva sentito l’uomo dire quella cosa, aveva avuto paura. Ed era fuggito.
Non doveva assolutamente farlo, forse neanche si riferiva a lui.
Perché ti amo”, ripeté piano. Lo aveva detto con voce dolce, accarezzandolo lentamente sui capelli.
Nascose il viso fra le mani rendendosi conto di quanto fosse stato sciocco, Hais non avrebbe mai potuto fargli del male. Lui aveva rischiato la propria vita per aiutarlo quando era al campo ben sapendo che le SS potevano chiedergli spiegazioni sul perché si ostinasse a tenerlo nella sua personale camera, perché lo aiutasse sempre; e in fin dei conti era stato lui a portarlo via dal campo facendo in modo che non rischiasse di essere ucciso o di fare chissà quale altra fine. Lo aveva condotto in quella casa dove si era preso cura di lui.
E neanche gli aveva dato la propria fiducia. Era terribilmente in torto.
Tuttavia quello era una novità, l’essere amato da qualcuno. Solo Bjorn gli aveva detto di amarlo, e lo aveva pienamente dimostrato, ma egli non aveva potuto fare nulla per lui. Non voleva che con Hais andasse allo stesso modo. Voleva dimostrargli la propria riconoscenza e anche, beh, forse il proprio affetto.
Si alzò tremante. Ancora non se la sentiva di tornare da lui, perciò decise di camminare un po’.
Quella notte c’era luna piena, pertanto c’era abbastanza luce che gli permetteva di distinguere il paesaggio e non aver paura. Inspirò l’aria frizzante che si mescolava all’odore dell’erba fresca, mentre si levavano i suoni delle cicale.
Era proprio una notte come quella quando sua madre morì, era piccolo, dodici o tredici anni forse; lui stava guardando le stelle con suo padre nel momento in cui giunse la notizia che la madre e il fratello erano morti in un incidente di quegli aggeggi mortali che erano le macchine. Una lamiera le aveva tagliato il collo di netto. E suo fratello era morto dissanguato.
Suo padre era totalmente cambiato, non gli dedicava più attenzioni, in un primo momento si rinchiudeva in una stanza, stava al buio e non voleva avere nessuno intorno, si ricordava che una volta gli aveva chiesto qualche cosa e lo aveva schiaffeggiato dicendogli di lasciarlo in pace, poi aveva preso a tornare raramente a casa e spesso si portava dietro donne sempre diverse, forse prostitute, ma lui aveva preferito non dire nulla. Ormai erano come due estranei.
Non si poteva scordare il suo sguardo quando lo portarono via.
Disprezzo.
Non aveva neanche allungato una mano per aiutarlo. Non aveva detto nulla. Era restato a guardarlo mentre veniva portato via.
Lo odiava per questo.
Si passò una mano sulla fronte. Non doveva importargli. Non più almeno, ormai lui ce l’aveva fatta a uscire da lì e anche se gli incubi lo perseguitavano voleva davvero costruirsi un futuro. Magari accanto ad Hais, in fondo lui… cosa stava pensando?
Perché aveva pensato che lui fosse la sua famiglia? No, il dottore sicuramente aveva una propria vita, non poteva essergli di peso. Improvvisamente si trovò in un posto che conosceva. Si fermò come impietrito dal pensiero che, come un fulmine, gli passò nella mente; spinto da una forza sconosciuta ricominciò a camminare inoltrandosi in un bosco. Pochi passi e si trovò sulla sponda di un lago.
Bjorn aveva capito.
Il modo più facile per non soffrire era semplicemente chiudere gli occhi per sempre.
Entrò con un piede nell’acqua gelida. Poi vi immerse l’altro piede.
Un passo. Un altro. Un altro ancora.
Tutto sarebbe sparito presto, non avrebbe sofferto. Sapeva che Hais lo avrebbe accusato di essere stato un vigliacco, era molto più facile morire che affrontare la vita.
Sospirò sentendo le lacrime salate sulle labbra. Era facile, maledettamente facile.
Passo dopo passo, affondava, si inabissava nelle acque del lago e nell’oblio eterno.
L’acqua era arrivata fino a sfiorargli il mento.
Bisognava fare altri due o tre passi, stare fermo e finalmente si sarebbe liberato di tutto.
E quei due o tre passi li fece.

Hais non si mise neanche a letto, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Si sedette su una sedia della cucina e provò a mandare giù una tazza di the. Avrebbe dovuto seguirlo, non avrebbe dovuto lasciarlo andare via cosi, chissà dove si trovava in quel momento.
Sospirò pesantemente appoggiando il capo sul tavolo.
Gli tornò in mente la prima volta che lo aveva visto.
Anastasius era appena arrivato al campo, era nudo con i suoi bellissimi capelli scuri che gli incorniciavano il nobile viso. I suoi occhi lo colpirono nel profondo. La sua pelle. Le sue labbra. Il suo corpo.
Lui era andato dal capo delle SS che esaminava i nuovi arrivati per portargli dei documenti e allora lo aveva visto.
Forse fin da quel attimo se n’era innamorato. Lui sapeva da sempre che gli piacevano anche gli uomini, ma quel ragazzo lo colpì cosi tanto che aveva passato parecchie notti pensandolo.
Poi lo aveva visto con la tenuta del campo, con la testa rasata, l’odiato tatuaggio e il braccialetto giallo che lo accusava di essere omosessuale.
Lui sapeva che non era cosi; dopo poco tempo lo portarono in infermeria, era ridotto molto male. Si era preso cura di lui, e aveva odiato ancora di più quelle merde dei soldati.
Già, li odiava e l’ultima cosa che avrebbe voluto era stata lavorare con loro, per loro, tuttavia era stato obbligato a farlo altrimenti lo avrebbero freddato senza tanti complimenti.
In un certo senso, però, si era reso utile per quelle povere persone.
Almeno in vita sua aveva fatto qualcosa di buono. Proveniva da una famiglia borghese, era figlio unico e viziato. I suoi genitori non si amavano come si sarebbero dovuti amare moglie e marito, ma erano amici e lo amavano. E lui aveva cercato di ricambiarli eccellendo in ogni materia e in ogni sport. Era diventato un medico. Ma era sempre stato un superbo, un borioso con la puzza sotto il naso, si considerava sempre un gradino al di sopra degli altri.
La vita del campo lo aveva completamente cambiato. A ciò aveva contribuito anche Anastasius. L’attrazione che provava per lui lo agitava la notte e gli provocava strani sussulti allo stomaco quando gli era accanto. Il dolore, però, di vederlo spesso violentato e umiliato gli rodeva il fegato, avrebbe voluto portarlo via da lì subito, ma sapeva di non poterlo fare, quindi aveva pazientato sapendo che in ogni modo presto sarebbero stati liberi.
Lo aveva portato con sé, aveva meditato la fuga da tanto tempo e ci era riuscito. Da lì lo voleva portare in un’altra parte, però anche dove si trovavano erano ormai in sicurezza. A volte pensava se non stessero cercando anche lui per sottoporlo ad un tribunale, in effetti potevano giustamente sospettare che si fosse occupato di esperimenti poco ortodossi. Lui quello non lo aveva fatto, ciononostante due volte aveva assistito alla scena. E due volte, dopo che si era ritrovato da solo, aveva vomitato anche l’anima.
Improvvisamente si alzò dalla sedia con una tale foga che la stava per far cadere, doveva trovare Anastasius! Non importava cosa ne pensasse, doveva prendersi cura di lui, farlo uscire da quello stato di depressione, dargli una speranza per il futuro, un futuro accanto a lui o a qualcun altro, ma importante era che vivesse e superasse i traumi. Era ancora giovane con tutta la vita avanti, doveva vivere!
Con passo svelto si avvicinò alla porta e quando l’aprì gli si fermò il fiato nel petto.

Anastasius bagnato come un pulcino stava per bussare e si era arrestato con una mano a mezz’aria.
I capelli resi più scuri dall’acqua gli ricadevano sulla fronte in ricci morbidi, sulle guance formavano adorabili arabeschi; i suoi occhi lo osservavano con meraviglia, erano spalancati e un po’ rossi, come se avesse pianto; la pelle perlacea era ancora più pallida, forse fredda; le labbra erano rosse come le ciliegie.
Sembrava quasi febbricitante.
Hais era come paralizzato. Non riusciva a fare nulla.
A dire tutte le parole che avrebbe voluto dirgli. Fare tutte quelle cose come abbracciarlo, rassicurarlo.
Fare o dire una qualunque cosa.
Semplicemente non riusciva a muoversi.
Neanche Anastasius era in condizioni migliori.
Dopo un po’ abbassò la mano lungo il fianco e spostò lo sguardo. Mormorò piano un “Mi dispiace”.
Hais non poté più controllarsi.
Fanculo tutti i buoni propositi, pensò.
Lo prese per un polso e lo attirò a sé. Lo serrò con le sue braccia immergendo il volto nei suoi capelli. Il ragazzo gli aveva poggiato le mani sul petto, come per fare resistenza.
“Hais, ti bagnerai…” sussurrò quasi senza voce.
“Non importa! Voglio solo che tu stia bene” rispose baciandogli la fronte, poi lo riabbracciò e fu ricambiato.
Anastasius si strinse forte a lui, chiudendo gli occhi e ricominciando a piangere.
Non c’era bisogno di parole, Hais lo fece spogliare e mettere nella vasca che aveva riempito con acqua calda.
Il ragazzo si passò il sapone sul collo, ma subito smise e guardò Hais negli occhi.
“Non mi chiedi perché ero bagnato?” domandò spostando lo sguardo in quanto non poteva sostenere quello del dottore.
“Lo posso immaginare” rispose semplicemente.
“Si, ma non mi rimproveri, non mi dici nulla, non…?”.
“Non posso decidere delle vite degli altri Anastasius, ti posso soltanto assicurare che sarei morto di dolore a mia volta se ti avessi ritrovato senza vita” lo informò con un sorriso amaro sulle labbra.
“Ma tu…” il ragazzo arrossì leggermente.
“Mi scuso per quello che ti ho detto, pensavo che stessi dormendo, non volevo spaventarti” sospirò osservandolo.
“Non volevo reagire cosi, avevo dimenticato che tu… sei cosi buono, mi dispiace, davvero…” disse con voce quasi rotta, stava nuovamente per piangere, quindi Hais ritenne più opportuno farlo uscire dalla vasca accogliendolo in un grande asciugamano. Gli diede un pigiama e lo mise sotto le coperte. Se ne volle andare, tuttavia il ragazzo gli chiese perché non dormiva con lui.
“Non penso sia il caso” rispose semplicemente.
“Non ho paura, ti prego vieni accanto a me” lo aveva supplicato e gli aveva fatto spazio nel letto. Hais sospirò pesantemente.
Come non voler abbracciarlo al petto? Aveva anche lui paura, il ricordo del crudele passato era ancora ben impresso pure nella sua mente, ma lui voleva superare quel momento e voleva che Anastasius facesse la stessa cosa.
Obbedì dunque al desiderio del giovane, si mise sotto la coperta e rimase sorpreso quando Anastasius gli si accoccolò al petto.
“Pensavo che fossi spaventato da ogni contatto con un uomo” mormorò a occhi chiusi.
“No, non più, non con te”.
Quella notte sembrava non passare, erano successe cosi tante cose, eppure ancora il sole non si decideva a sorgere.
“Hais?” chiese Anastasius con voce flebile.
“Mmh?”.
“Dormi?”.
“Evidentemente no”.
Silenzio.
Anastasius si districò dall’abbraccio e posò la testa sul cuscino vicinissimo al volto di Hais.
“Volevo farla finita, non sto scherzando. Mi ero immerso nell’acqua, era cosi fredda… ma in fondo non mi importava, era come se gli angeli mi avessero improvvisamente spalancato le porte del paradiso, potevo restare ancora lì sotto per un po’, soltanto un attimo e avrei chiuso gli occhi per sempre. Ma il paradiso non mi si addice, non ancora. E’ troppo facile morire cosi, liberarsi di tutto, non credi?- piangeva, la mano di Hais gli carezzava piano la guancia- Tutto quello che ho sopportato, che ho subito è stato orribile, ho sofferto tanto e nell’animo ne porterò le cicatrici per sempre, ma devo vivere Hais, tu mi capisci vero? Devo vivere per tutti quelli che sono morti, devo vivere per Bjorn, in fondo è ciò che voleva e non si nega mai l’ultimo desiderio ad un moribondo e infine ti giuro, ti giuro su tutto quello che ho più caro al mondo, che io troverò quei bastardi che mi hanno fatto tutte quelle cose, oh si, e li manderò a scontare il resto delle loro vite in prigione. Sarà la vendetta che mi sosterrà” affermò rabbioso, tremante, piangente.
Hais lo strinse a sé ancora più forte.
“E quando ti sarai vendicato?”.
“Sarà il mio amore per te a farmi andare avanti” rispose arrossendo. Non gli era mai capitato di arrossire cosi da tantissimo tempo, da quando una sua amichetta di giochi non lo aveva baciato sulla guancia.
Il cuore di Hais perse un colpo.
“Amare me? Vuoi sostenere che mi ami?”.
“Non lo so, ma potrò imparare a farlo, stammi vicino Hais” pareva quasi un implorazione.
L’uomo annuì piano.
La notte proprio non volgeva a termine.
Non riuscendo a dormire, decisero di uscire fuori.
Andarono nel prato vicino all’orticello che Anastasius si era messo a coltivare, si stesero fra l’erba umida, mano nella mano.
Entrambi si sentivano in pace.
“Grazie” sussurrò Hais osservando le stelle.
“Per cosa?”.
“Per questo, siamo qui ancora vivi, con una speranza nel futuro, se invece tu fossi morto a quest’ora saremmo distesi sulla sponda del fiume a guardare le stelle per sempre”.
“Lo avresti fatto davvero?” non riusciva a credere alle proprie orecchie, Hais si sarebbe ucciso se lui fosse morto?
“Si”.
“Ma non è successo”.
“Ne sono felice”.
Improvvisamente, mentre la luna stava lentamente e inesorabilmente calando, i gelsomini si schiusero emanando il loro forte profumo e lucciole apparse da chissà dove cominciarono ad innalzarsi verso il cielo creando una confusione con le stelle.
Era strano di come una notte potesse cambiare definitivamente le vite delle persone. Quella notte Hais aveva rischiato di perdere o di avere tutto. Non aveva perso tutto, tuttavia non aveva neanche ottenuto tutto. Ma il tempo a loro disposizione non mancava di certo. Finalmente Anastasius era mosso da una speranza verso il futuro, e non era la vendetta, era l’amore perché in quel momento era la sola causa che dava la vita.
“Hais…” lo chiamò piano.
“Dimmi”.
“Io vivrò con te” affermò sorridendo pigramente.
“Si, vivremo insieme”.
“Per sempre?”.
“Per sempre”.
Quello che seguì fu un bacio tenero, affettuoso, quasi gentile, ma impregnato di amore.
L’alba gli trovò abbracciati a guardarla e regalò loro il suo primo raggio di luce.
Un raggio caldo e pieno di speranza, un raggio di vita.

Fine.

giovedì 25 giugno 2009

Anime lacerate (capitolo 3)



“Presto, presto!” Anastasius si svegliò a causa degli urli di Hais.
Gli doleva la testa e socchiuse gli occhi per meglio distinguere la sua figura nella penombra della stanza.
Dopo la morte di Bjorn, il ragazzo aveva davvero perso ogni voglia di vivere e, in fondo, la sua esistenza non aveva alcun senso. Le giornate si susseguivano incessanti, sempre uguali.
Il sole non guardava mai giù nel regno dei poveri mortali, le nuvole non facevano mancare la loro presenza, il caldo non dava tregua, era un’afa insopportabile che rendeva ancor più intenso l’odore del fumo che era generato dai crematori, le persone erano ridotte a pelle e ossa e, ai suoi occhi, parevano ancora più miseri che mai.
Non si era uomo.
Non si era neanche un numero.
Si era nulla.
Lì una persona si annullava.
La sua dignità.
La sua vita.
Il passato.
Il presente.
Il futuro.
Solo il nulla.
Non ebbe il tempo di proferire parola, che Hais lo prese per mano e già lo trascinava fuori dall’infermeria, dove si trovava dopo l’ennesimo maltrattamento e abuso sessuale.
Sembrava l’alba poiché all’orizzonte si distingueva un filo di luce arancione, segno che il sole stava per sorgere. Forse quel giorno finalmente sarebbe stato soleggiato.
Rabbrividì piano, non era solo per il freddo notturno.
Qualche cosa non andava, nell’aria aleggiava una certa agitazione che gli fece accapponare la pelle.
Quando, dopo alcuni secondi, mise a fuoco vide per terra alcuni uomini, prigionieri del campo, erano stesi, morti, dai loro corpo usciva sangue.
Erano stati uccisi di recente.
Gente che urlava, scappava, guardie che erano agitate, alcuni stavano assassinando degli ebrei in fondo al campo. Un proiettile dietro la testa e sopraggiungeva la morte. Niente di più facile, di più bello del morire, di ritornare cenere.
La mano di Hais strinse la sua forte, ancora non si capacitava di cosa stesse accadendo davvero, il suo sguardo si posò su una guardia che dava una pistola a un prigioniero del campo e poi scappava, gli uomini che fuggivano per ogni parte, le grida, gli esulti.
Istintivamente strinse anche lui la mano del dottore. Passarono davanti a una fossa comune, là dentro c’erano corpi marci, in decomposizione, pieni di vermi e mosche, i crani sparsi dappertutto.
Che spettacolo macabro!
"Khematohium! Sofoht ausmachn!*" gridarono dei soldati.
Fu allora che li vide: soldati SS che cercavano di seppellire quei corpi con foga, più in là una miriade di fogli che venivano bruciati, i crematoi che venivano devastati.
"An alle SS- Angehorigen. Dan Lager ist sofort zu verlassen!**" gridò un capoblocco.
Guardò incredulo Hais che, sentendo il suo sguardo su di sé, si voltò verso di lui.
I suoi occhi dicevano tutto.
Se non fosse stato cosi vuoto dentro avrebbe pianto.
Libertà.
Quale parola più dolce ci poteva essere al mondo? Li- bert- tà.
Tre semplici sillabe che aveva perso tantissimo tempo addietro e, inconsapevolmente, era andato cercando coltivando la speranza di ritrovarle.
Tremò al pensiero di quell’evento.
Stava riacquistando la libertà.
Cosa sarebbe accaduto da allora in avanti?
La sua vera guerra sarebbe arrivata in seguito.
Bjorn lo aveva avvertito. E aveva scelto la via più semplice.
Morire.

Ciò che successe in seguito fu un caleidoscopio di spari, grida, rumori, odori sempre diversi, colori che pensava non esistessero più. Vide anche il sole. Oh, com’era bello il sole!
Mentre fuggivano, si fermarono un attimo per riprendere fiato e lui guardò in alto: là, in mezzo alle maestose chiome degli alberi, il sole riluceva in tutta la sua splendidezza. Ed era riuscito persino a sentire sulla pelle il suo calore lieve che lo aveva fatto rabbrividire.
Hais gli aveva messo una mano sulla spalla invitandolo silenziosamente a proseguire.
Anastasius, sebbene sfinito, prese quella mano fra le sue e lo seguì.
Lo avrebbe seguito ovunque, anche in capo al mondo.
In fondo, era lui il suo salvatore.
Purtroppo nessuno dei due, durante la fuga, aveva pensato al corpo poco resistente del ragazzo, che, dopo una giornata passata a correre, si accasciò al suolo.
Era svenuto.
Hais, non si perse d’animo, lo prese e lo cullò, gli bagnò le labbra con un po’ di acqua, gli somministrò alcune medicine. Accese un piccolo fuoco per proteggerli dalle bestie e per riscaldarli un po’. Quella fu la loro prima notte di libertà.
Seguirono altri giorni come quelli, e finalmente Hais giunse alla sua meta.
In una piccola cittadina, in una strada angusta, dove le case erano quasi del tutto disabitate, era parcheggiata una macchina beige. Hais prese delle chiavi e con fretta aprì la portiera, non disse nulla davanti agli occhi interrogatori di Anastasius e lo fece sedere sui sedili posteriori. Il ragazzo sentì il motore accendersi, la macchina partire. Non si accorse neanche quando chiuse gli occhi e si addormentò.
Si svegliò molte ore dopo, verso il tramonto. Stavano fermi, si mise a sedere e constatò che Hais non c'era. Cercando di non farsi prendere dal panico si guardò intorno, si trovavano in una strada di campagna. C'erano solo campi attorno e nessun'anima viva.
Aprì la portiera e scese dalla macchina facendosi accogliere dall'aria fredda della sera, tuttavia piacevole sulla pelle. Il sole stava scomparendo oltre l'orizzonte e si sentì improvvisamente leggero, come non lo era mai stato. Soltanto in quel momento cominciava a realizzare quello che era successo. Si portò una mano alla bocca e singhiozzò. Le lacrime cominciarono a uscire finalmente dagli occhi.
Si accasciò al suolo e si nascose il volto fra le mani tremanti.
Era libero!
Non poteva crederci, dopo tutto quello... dopo tutto era libero.
Non più botte, non più violenze, non più insulti.
Dopo alcuni minuti sentì dei passi avvicinarsi, però non ci diede peso fino nel momento in cui non si fermarono vicino a lui, soltanto allora alzò il viso per incontrare gli occhi caldi di Hais che reggeva dei vestiti in mano e gli sorrideva.
Non aveva mai visto il suo volto cosi radioso, cosi bello. Quell'uomo lo aveva salvato.
Hais allungò una mano e lui la prese.
Lo portò ad una casa abbandonata, dove trovarono delle pentole, dei letti, dei mobili ancora in buono stato.
Hais rise per la loro buona sorte, e prese due pentole, fece scaldare dell'acqua portata dalla fontana del cortile, quindi le versò in una vasca con altra acqua fredda e obbligò Anastasius ad immergersi.
"In questa casa c'è di tutto, tranne cibo che si è avariato, sembra quasi che chi ci abitava abbia dovuto abbandonarla di fretta" osservò il dottore tornando con del sapone fatto in casa che porse al ragazzo.
"Magari erano ebrei" suggerì lui passandosi il sapone sulle braccia e sul collo, poi sul torace e quando dovette passarselo sulle gambe e nelle zone intime si fermò imbarazzato.
"Si, è probabile" replicò lui soprappensiero, aggiunse " Ti vergogni di me? Vuoi che me ne vada?".
"Eh? Ma no, non c'è bisogno" rispose cercando di essere disinvolto. L'uomo sorrise e lo osservò a lungo. Era cosi strano vedere su quel volto un po' di serenità! Erano scappati da pochi giorni, eppure i cambiamenti sul ragazzo erano visibili, per esempio nei suoi occhi che brillavano come le stelle.
"Hai pensato cosa fare adesso?" gli domandò socchiudendo gli occhi, Anastasius si fermò e fissò il vuoto davanti a sè. Calò di nuovo un silenzio pesante fra i due, infine il giovane si mosse nell'acqua.
"No, è... è troppo presto, ancora non riesco a credere di non essere più lì... non so..." mormorò confuso.
"Va bene, è normale, ma dimmi: hai parenti, amici? Qualcuno da cui tornare?" insistette.
"Si, ho mio padre, ma non posso tornare a casa..." borbottò guardandosi e Hais capì.
Il genitore non lo avrebbe mai voluto, non dopo che è stato deportato come omosessuale.
Povero ragazzo, era proprio nato sotto una cattiva stella. Si alzò e andò in cucina dove lo raggiunse anche Anastasius dopo avere indossato i vestiti che gli aveva portato Hais. Sedettero alla tavola e mangiarono della carne affumicata con formaggio, pane nero e latte. Era da tantissimo tempo che non mangiava cose cosi buone! E cosi tanto.
Quella notte vomitò tutto quello che aveva mangiato a cena.
Nei giorni seguenti Hais stette più attento al ragazzo e cominciò a dargli solo poco da mangiare all'inizio, per riabituare il suo metabolismo a un pasto normale. Essendo degli esuli, l'uomo decise di sostare in quella casa ancora per un pò, quindi la sistemò al meglio riparando il tetto, alcuni mobili, pulendo con Anastasius. Cosi passarono ben due mesi. Due mesi durante i quali il mondo cominciava ad essere informato di quello che era successo nei campi di concentramento, ciononostante le persone che non avevano vissuto lì ostentavano di non credere che tutto ciò che era accaduto fosse successo veramente. Le persone "normali", non ebree, non zingari, non omosessuali, non sapevano nulla della strage messa in atto in quelle prigioni.
Ormai giugno riscaldava le serate di quella campagna della Provenza. Anastasius a volte pensava di come erano arrivati lì, a lui quei giorni durante i quali erano scappati parevano passati molto rapidamente, eppure erano giunti fin nel sud della Francia.
La mano di Hais che si posò sulla sua spalla lo riscosse. Lo cercò con gli occhi e l'uomo vide ciò che vi vedeva sempre quando il ragazzo lo guardava: riconoscenza.
Ne era contento, però non gli bastava, ogni volta che i loro sguardi si incontravano sentiva una pugnalata al petto. Ogni notte era un tortura dormire assieme a lui, non perchè il ragazzo faceva incubi sul recente passato, ma perchè non poteva toccarlo, non cosi come avrebbe voluto.
"Non senti freddo?" gli domandò sedendosi accanto a lui, il ragazzo tornò ad osservare il cielo stellato e scosse la testa.
"Sai, da piccolo mi piaceva stare a guardarle, poi le contavo... mamma mi diceva sempre che mi sarebbero uscite tante bolle quante stelle contavo! Non era una cosa sciocca?" rise sommessamente.
"E ti uscivano?".
"No! Ma avevo paura che succedesse" rise ancora e prese la mano di Hais fra la sua, lo guardò ridiventando serio "Hais... non potrò mai sdebitarmi con tutto quello... con tutto, che hai fatto per me e...".
"Smettila! Non dovresti ringraziarmi, avrei dovuto cercare di liberarti prima" rispose.
"Perchè?".
"Perchè cosa?".
"Perchè io? Perchè quando eravamo lì ti prendevi cosi cura di me, perchè mi hai aiutato a fuggire, io non capisco perchè tu abbia fatto tutto questo... in fondo eri un medico del campo, dovevi sottostare ai loro voleri, potevi essere ucciso..." biascicò le parole sentendo gli occhi tornargli lucidi.
Hais non rispose subito. Perchè? Neanche lui lo sapeva.
"Non so, Anastasius, forse perchè sono stato mosso dalla compassione per te" rispose infine stringendogli la mano.
"Ma perchè io? Nel campo c'erano cosi tante persone, alcune ridotte molto peggio di me, io ero solo sfruttato dagli SS e...".
" 'Solo'? Anastasius, tu non c'entravi nulla, tu non sei omosessuale, quelli volevano solo violentarti, per questo ti hanno portato lì, non lo capisci? Non chiedermi il perchè ti abbia aiutato, non lo so neanche io" gli espose cercando di calmarsi. Ogni volta che si ricordava di come se lo ritrovava sempre nell'infermeria da campo gli saliva il sangue alla testa.
"Scusami" singhiozzò cominciando a piangere "Non volevo farti arrabbiare" aggiunse stringendo le dita sulla sua camicia e affondandovi il viso. Hais cominciò a carezzargli i capelli stringendoselo al petto. Avrebbero dovuto affrontare una nuova lunga notte angosciante.
Anastasius per fortuna si calmò e si addormentò accanto a lui, Hais gli carezzò a lungo i capelli soprappensiero. I capelli castani del giovane ricadevano sul cuscino come una macchia fatta di fili di seta, il suo volto di avorio era quasi sereno, il respiro era regolare.
L'uomo gli sfiorò la guancia con un dito in una lenta carezza.
Voleva sapere perchè lo aveva aiutato? Come poteva dirglielo? Avrebbe spaventato sia Anastasius sia se stesso.
Era cosi facile, lo aveva aiutato semplicemente...
"... perchè ti amo...".
Un secondo improvvisamente parve un'eternità.
Lo aveva detto ad alta voce e Anastasius lo stava guardando con gli occhi sbarrati.
Dal terrore.
Il ragazzo si allontanò immediatamente da lui, al punto che quasi cadde dal letto. Non disse nulla, corse fuori dalla stanza.
"Anastasius!" gridò correndogli dietro, ma lui fuggiva, era ormai lontano da lui, da quella casa, da tutto.
Volle seguirlo, però non poteva farlo. Lo avrebbe spaventato ulteriormente e lo avrebbe sentito braccato.
Appoggiò la fronte alla parete.
"Stupido, stupido, stupido...!" si ripeteva come se fosse una nenia.
*"Crematorio! Spegnere subito!".
** "A tutti gli appartenenti alle SS. Il lager deve essere immediatamente abbandonato".