martedì 27 dicembre 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo IX)


Rabbrividì.
Sì, iniziava davvero a far freddo. Si strinse di più nella vestaglia, il cielo si stava annuvolando velocemente, promettendo un temporale.
Si rannicchiò sulla sedia, si tolse le pantofole, sfiorando l’erba con i piedi e si sciolse i capelli rossi, scuotendo la testa. Si tirò su le maniche della vestaglia e del pigiama e osservò disgustato i vari buchi che aveva sul braccio.
Si sentì fragile.
Alle sue spalle due forti mani lo toccarono, coprendolo con qualcosa. Si voltò e vide Viktor, che gli sorrise.
Dio, che sorriso che aveva! Se esistevano gli dei è così che avrebbero sorriso.
Rimase per un attimo intontito, respirando gli effetti di quello stendersi di labbra.
Da un po’ di tempo si sentiva così quando stava con lui: sereno e molto stupido. Oramai non riusciva a più nascondere la sua espressione di contentezza quando lo vedeva arrivare, il desiderio che gli faceva nascere dentro e il senso di sicurezza che gli trasmetteva.
Il moro gli aveva messo sulle spalle un giubbotto.
“Non senti come fa freddo?” chiese il bruno sedendo sull’altra sedia, nel posto che ormai era diventato un po’ “loro”.
“Si, però è sopportabile. E poi mi piace, mi fa sentire vivo” disse guardando il cielo.
“Di nuovo tu e le tue teorie” constatò Viktor “E’ questa la tua filosofia di vita? Beh si, alle altre persone il freddo dà fastidio, al principino invece piace. Regolare” sentenziò sarcastico.
Erast mosse la testa per guardarlo.
“E la tua di filosofia qual è? Sentiamo”.
L’uomo giocherellò con una foglia secca che giaceva sul tavolo e poi lo guardò negli occhi.
“Che anche a me piace il freddo” rispose malizioso.
Erast poggiò i gomiti sul tavolo, il viso sui palmi delle mani e lo guardò torvo.
“Certo. Infatti Sua Maestà Viktor il Terribile è anche conosciuto come Viktor il Freddo. Sì, sì” lo prese in giro Erast.
Allora Viktor allungo un braccio per afferrargli un polso.
“Puoi dirmi tutto, tranne che io sia freddo” disse in un sussurro caldo, facendo scivolare la mano su quella dell’altro, intrecciando le dita con le sue.
E il rossino lo lasciò fare, arrossendo un poco.
Ecco, era così che si sentiva con lui. Come un bambino, come un ragazzino alla prima cotta, così insicuro e debole. L’altro era l’unico che avesse, diciamo, il “potere” di farlo arrossire.
Era fatale, come la notte che si sussegue al giorno dall’era dei tempi: lui lo toccava ed egli arrossiva. Meccanico.
Il giovane si sforzò di non staccare gli occhi dai suoi e stese le labbra in un tenero sorriso.
Viktor si stupì. Da quando l’altro gli sorrideva a quel modo? E da quando la rabbia e la luce di sfida nei suoi occhi erano diventate quella sorta di tenerezza?
Il ragazzo era cambiato dal primo giorno che l’aveva visto, quando ancora sembrava un cucciolo braccato e indifeso, pronto a combattere con i denti e con le unghie.
Non gli dispiaceva questo altro suo lato. Lasciò la sua mano e si alzò.
“Vado a informarmi sulle tue condizioni. Spero che tu faccia il bravo in mia assenza”.
Erast inarcò le sopracciglia innocentemente.
“Ne dubiti?” chiese il giovane con tono ironico.
“Conoscendoti…”
Il rossino gli mostrò la lingua e Viktor dopo un ultimo sguardo si allontanò per entrare in ospedale.

Bussò alla porta; dall’altra parte nessuna risposta, ma lui entrò ugualmente, richiudendosi l’uscio alle spalle.
Raphael si voltò sorpreso.
“Non ti ho sentito bussare” disse riprendendo a sfogliare alcuni documenti che aveva in mano.
“Ma l’ho fatto”.
“Scusami, è che sto cercando la scheda di una paziente ma inspiegabilmente non si trova. Mi ha già fatto una sfuriata!”
Viktor intanto si era avvicinato, le mani in tasca e il passo lento.
“Come sta Erast?”
L’altro smise di fare quello che stava facendo ed alzò la testa guardandolo.
“Diretto come sempre” Beh…” aggirò la scrivania, posò la penna nella tasca del camice, si ravviò i capelli biondi “… ovviamente sono particolarmente interessato al suo caso, in caso contrario chi ti sopporterebbe!” ridacchiò ma Viktor rimase serio. Raphael alzò il mento, guardandolo negli occhi “Le cure procedono bene, il suo fisico reagisce come dovrebbe, è tutto sotto controllo. In più il giovanotto ha tanta tenacia; poche persone ci riescono. Ti deve volere un gran bene quel ragazzo” concluse con tono di voce più basso.
“Semmai vorrà bene a sé stesso. E’ per lui che lo sta facendo”.
Raphael ridacchio, scuotendo piano la testa.
“Ah, come fai a non vedere. Forse semplicemente non vuoi. Io lo vedo come ti guarda” si incamminò verso la finestra, poi tornò a guardare l’altro “e come sei tu quando sei con lui”.
“Non mi pare l’argomento adatto per questo luogo, no?” disse Viktor leggermente infastidito.
Odiava parlare dei suoi presunti sentimenti e della sua vita privata.
Il dottore sospirò, si guardò le scarpe e gli si avvicinò, portandosi a pochi centimetri da lui.
“Con me non usi la dolcezza che hai con lui. E non ci sei neppure andato a letto”.
“Capisco, vuoi per forza parlare di lui!” esclamò il bruno esasperato.
Il biondo abbassò lo sguardo, per poi rialzarlo, lievemente triste.
Viktor lo guardò. Quegli occhi celesti sfumati di grigio. Quanto aveva amato quegli occhi, quando era innamorato di Raphael. Era stato soggiogato dall’amore e dalla passione e solo per lui in tutta la sua vita. Gli accarezzò il viso con le nocche.
Chissà se sarebbe andata diversamente se…

Una goccia d’acqua cadde sulla guancia di Erast, seguita dalla pioggia.
Il ragazzo si sbrigò a tornare in ospedale; si infilò il cappuccio del giubbotto.
Nella sua stanza Viktor non c’era. Aveva detto che andava a parlare con un dottore. Certo, peccato che l’ospedale era pieno di medici! E ora dove lo trovava?
Si avvicinò allo studio del dottor McRains. Egli più degli altri si occupava di lui, forse il bruno era lì. Posò una mano sulla maniglia della porta ma si bloccò; dentro delle voci un po’ troppo concitate discutevano tra loro ed una di loro era quella di Viktor.

“Perché sei venuto a letto con me Viktor?” chiese il dottore semplicemente “ c’è una ragione o è stata solo pura voglia?”
Il bruno sospirò, avvicinandosi alla porta come per uscire dalla stanza, ma poi tornò indietro.
“Non sono stato l’unico a sentire di nuovo il fuoco di quella passione sopita, non tentare di farmi sentire colpevole di qualcosa” disse deciso, mettendo in chiaro i fatti.
“Sai che non è mia intenzione” assicurò il medico “tuttavia sai bene quali sono i sentimenti che provo per te. Non aggiungo altro”.
Viktor lo guardò un’ultima volta poi aprì la porta ed uscì. Guardò per terra; c’era una pozzangherella. Passò oltre.

Stava appoggiato all’armadio. Una mano stringeva la propria veste, sul petto, e tremava leggermente.
Non si era tolto il giubbotto bagnato; si lasciò calare il cappuccio sui capelli, scoprendoli; uno sguardo terribile sul viso, un misto di disillusione e tristezza.
Dunque era questo. Per questo lo andava a trovare tutti i giorni. Aveva una specie di flirt con quel dottore!
Digrignò i denti, riabbassando la testa; sospirava irregolarmente.
Cosa aveva creduto? Loro due non erano una coppia. Allora perché faceva così male ora? Perché quelle parole gli avevano fatto così male?
Ridacchiò tristemente. Certo, si era illuso che quei baci contenessero più che semplice voglia. Eppure come aveva potuto sbagliarsi? I loro non erano mica solo scambi di saliva come quelli con i clienti!
Era stato ingenuo, aveva letto di più nei suoi occhi e nelle sue carezze. Certo, lui non aveva mai avuto rapporti diversi da scopate di una notte, cosa poteva saperne di come funzionavano le relazioni tra le persone?
E ora cosa rimaneva? Si arrabbiò con sé stesso. Non doveva stare così.
Eppure non poteva fare a meno, in fondo al proprio cuore, di sentirsi in qualche modo tradito.
Si sedette per terra, la schiena contro l’anta dell’armadio, le ginocchia al petto, la testa su di esse.
Non voleva più essere trattato come una puttana…
... specie da lui.
Da quando era iniziato quel cambiamento? Da quando aveva iniziato a sentirsi una persona e non un trastullo?
Forse da quando aveva smesso con la droga, pensò. Ma era sicuro che in tutto questo c’entrasse anche Viktor. Lui gli aveva dato la forza. Gli aveva sbattuto in faccia la realtà e gli aveva dato il coraggio di vivere davvero; era stato lui a ricordargli di vivere.
La porta della stanza si aprì, ed entrò il protagonista di tutti i suoi pensieri.
Viktor lo cercò con lo sguardo, alzando un sopracciglio quando lo vide raggomitolato per terra.
“Cosa fai lì per terra?” chiese sinceramente interessato.
“Niente” ripose Erast secco e si alzò, guardando fisso davanti a sé. Riuscì a riscuotersi e si tolse il giubbotto “si è bagnato mi dispiace” disse a bassa voce, come rassegnato, triste.
Il moro afferrò il giaccone che l’altro gli porgeva senza guardarlo in faccia. Si accorse solo allora che egli era tutto bagnato e così il pavimento. Come in un puzzle ricollegò quel particolare alla pozzanghera fuori la porta dello studio di Raphael.
Ma no, non poteva essere.
“Cambiati che ti ammali” gli disse poggiando il giubbone sulla finestra.
“Non ti preoccupare” si tolse la vestaglia, con movimenti lenti. Viktor si fermò a guardare il suo corpo che traspariva dal pigiama bagnato e ne rimase per un attimo incantato “ascolta” continuò il rossino “non devi venirmi a trovare per forza. Voglio dire… avrai altro da fare. Il locale non va avanti da solo”.
“C’è Rosalie a occuparsi di tutto”.
“La nave non si muove senza il suo capitano a bordo”.
“Che stai dicendo. Sai che sono qui perchè lo voglio”.
“Certo è difficile rinunciare al piacere, lo so bene” alzò la testa, guardandolo per la prima volta negli occhi da quando l’altro era entrato nella stanza, ormai quasi buia per via del brutto tempo “ma puoi anche vederlo fuori il tuo bel dottorino no? Sfruttare un’occasione simile per scopartelo… ti facevo più elegante, ‘Viktor’” disse sottolineando il fatto che Raphael lo chiamasse per nome.
Ora il bruno non aveva più dubbi, Erast li aveva sentiti mentre discutevano.
Si passò velocemente una mano tra i capelli, sospirando.
“Cos’è, una predica?” chiese con tono duro “non credo di dover rendere conto a te di quello che faccio”.
“Oh, certo che no! Figurati!” disse il rossino con un po’ troppa enfasi nella voce.
“Si può sapere che hai?!”
“Vaffanculo, esci da qui, sono stanco, ho voglia di dormire”.
“Ti ricordo che sono io a pagarti la permanenza nel miglior ospedale della città”.
Erast si voltò.
“Me ne vado subito allora” disse con voce bassa e atona il ragazzo.
Viktor si pentì subito di quello che aveva detto. Non voleva rinfacciargli la cosa.
“Credevo che l’amore fosse lontano anni luce da te” disse Viktor alzando la voce, ironico.
“Amore? Non scherzare, amore per chi? Per te?” rise di gusto “non so cosa sia l’amore” nel momento in cui lo disse non era sicuro che fosse del tutto vero “ ma evita di essere… così con me se poi non sono altro che una puttana che presto sai che ti scoperai!” sentì gli occhi bruciare.
No cazzo, cazzo non doveva piangere, no! Trattenne le lacrime nelle orbite.
Viktor non ci vide più. Si avvicinò velocemente all’altro e lo afferrò con entrambe le mani per il colletto del pigiama e lo fece indietreggiare fino alla finestra e lo spinse sul davanzale, facendolo stare con la testa fuori. Si fece sopra di lui col petto, impedendogli di muoversi. Lo guardò con occhi di brace, sorridendo malignamente.
“Non vuoi che vada a letto con altri? Allora inizia a darmi il tuo corpo, adesso, invece di fare il prezioso. Sei la mia puttana no? È per questo che ti ho comprato mi pare.”
Strappò la maglia del pigiama di Erast, iniziando ad accarezzagli il petto con foga.
“Viktor… piantala!” urlò il rossino.
Quelle carezze erano violente.
“Mi vuoi, no? Ti piaccio vero? Allora stai zitto” disse cattivo.
Erast tentava di resistere a quel corpo su di lui ma un po’ per la debolezza dovuta ai farmaci, un po’ perché l’altro era decisamente più robusto di lui, non riuscì a far altro che strappargli la camicia con le unghie.
L’impotenza unita a tutti i sentimenti e alle emozioni che albergavano in lui lo fecero piangere.
Le lacrime gli scesero sul viso come la pioggia che gli bagnava la faccia in questo momento; i tuoni imperversavano nel cielo e lo agitavano oltre ogni dire.
Viktor si fermò. Cosa stava facendo?
Tirò l’altro dentro la stanza, spostandogli ciuffi di capelli bagnati dalla faccia, osservando i suoi occhi resi rossi dal pianto trattenuto per troppo tempo. La pioggia dunque non era riuscita a nascondere le lacrime.
Era colpa sua se l’altro aveva quell’espressione addolorata e arrabbiata?
Sembrava tornato l’Erast di una volta, diffidente e malfidato con tutti tranne che con sé stesso.
Gli posò una mano sul viso, ma l’altro la scacciò con forza; guardò a terra, uno sguardo buio.
Il bruno sospirò, prese i suoi capelli tra le dita e li tirò, deciso ma senza fargli male, per farlo voltare verso di lui e fargli alzare la testa.
“Quanta grinta… stai decisamente meglio a quanto pare” constatò l’uomo soddisfatto. Il rossino non rispose “ebbene, sei arrabbiato. Sei arrabbiato perché non sei l’unico”.
“Ti sbagli! Io volevo solo dire che tu non…”
“Allora chissà… molte cose cambieranno piccolo Erast” si abbassò per sussurrargli nell’orecchio “ricordi cosa ti ho detto prima che venissi qui? Ogni notte Erast, ogni notte io ti avrò nel mio letto e ti farò mio. Lo so che odi questa tua bellezza, questo corpo che tutti desiderano! Consideri una disgrazia questa tua sensualità, questo tuo essere attraente e irresistibile, dolce ed eccitante al tempo stesso. Ma come si dice, il diavolo non è così brutto come lo si dipinge. La disgrazia che hai avuto per anni, ora potrebbe diventare la catena con cui tenermi legato a te”.

Finalmente arrivò il giorno di tornare a casa.
Erast indossava una tuta blu e aspettava Viktor nella sua limousine. Il bruno stava sicuramente salutando quel Raphael…

Il biondo osservava la macchina del bruno dalla finestra; si voltò verso l’altro.
“Bene, spero che Erast sia contento di essere fuori pericolo ora”.
“Mmh… bene non è esattamente il termine con cui descriverei il suo stato d’animo ora”.
“Come?”
“Direi più… incazzato” Viktor sorrise lievemente.
Raphael piegò la testa senza capire.
“Successo qualcosa?”
“No. Niente…” disse Viktor avvicinandosi all’altro “beh, ti saluto. Sei diventato un medico di tutto rispetto, saprò chi chiamare in caso”.
Il biondo sorrise, col suo sorriso luminoso.
“Spero che né tu né lui ne abbiate mai più bisogno… comunque sì, per qualsiasi cosa io sono a disposizione. Stagli vicino. E’ il sostegno psicologico quello di cui ora ha più bisogno… ma questo non devo dirtelo io”.
Viktor si rabbuiò un po’ ma annuì.
Il dottore gli si avvicinò, tendendosi, intenzionato a baciarlo sulla bocca ma Viktor gli posò la punta delle dita sulle labbra, delicatamente, fermandolo. Lo guardò negli occhi e sorrise. Lo baciò sulla guancia.
“Allora Raphael… a presto. Spero di non rivederti in veste di medico”.
Il biondo sorrise e gli diede una pacca sulla spalla.

Il bruno salì nella macchina, accanto ad Erast e la limousine partì.
Dalla finestra, lì in alto, Raphael osservava l’auto allontanarsi, mentre si accarezzava piano la guancia.

sabato 3 dicembre 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo VIII)



Una casetta malridotta, un’altalena rossa, i nontiscordardimè blu e viola disseminati nel prato; un bambino li raccoglieva, un bambino dai capelli rossi e dagli occhi violetti.
Era lui quel bimbo?
Un ragazzino, più grande di lui, lo chiamò e gli si avvicinò correndo; capelli biondi arruffati, sorriso sbilenco sul volto eccessivamente magro, una mano tesa.
Quando il bambino dai capelli rossi alzò lo sguardo non c’era più niente.
Nessuna casa, nessun prato, nessun bambino tranne lui.
Si alzò, guardandosi intorno, spaurito; le braccia strette intorno al proprio corpo.
Calò la notte come un manto nero su tutto.
Voci. Voci cattive, voci che ridevano, che lo prendevano in giro.
Mani che lo toccavano. Non le vedeva, ma le sentiva addosso ovunque.
Un grido silenzioso.

Erast balzò a sedere di scatto con la mano tremante alla fronte.
Era sudato, si allentò il colletto del pigiama, respirava affannosamente.
“Cosa c’è?” chiese Viktor entrando nella stanza. Aveva gridato? “Che succede, stai male?” chiese inarcando un sopracciglio.
“Io…” il rossino tentò di calmarsi, sentiva il proprio cuore impazzito e il sudore colargli sulla fronte; l’asciugò col dorso della mano “non… ho niente” sussurrò.
“Da come urlavi non sembrava proprio” commentò avvicinandosi.
“Solo un incubo” minimizzò deglutendo.
Viktor prese una pezza bagnata e dopo avergli spostato la mano gli tamponò la fronte.
“Capisco. Era così spaventoso?” Erast non sapeva se la sua voce fosse sinceramente interessata o sarcastica. Decise di credere alla prima opzione.
“Si, lo era” disse a tono basso.
Il bruno lo guardò un istante. Il ragazzo teneva lo sguardo fisso sulle coperte, la mano che tormentava il lenzuolo, gli occhi febbricitanti che evitavano accuratamente i suoi, volle domandargli di più, ma sfortunatamente qualcuno suonò il campanello. Con un impreco sottovoce Viktor andò ad aprire e se sulla soglia non ci fosse stata una sorridente Rosalie, avrebbe rinchiuso la porta a chiunque osava disturbare.
La ragazza chiese di Erast, quindi il bruno la portò da lui. Il giovane le sorrise stancamente non appena la vide.
“Rosalie. Che bello vederti” mormorò veramente contento di bearsi della sua presenza.
“Ciao Erast” la giovane si sedette sul letto e prese le mani del ragazzo tra le sue “come ti senti? Stai meglio? Dio, eri ridotto malissimo!” esclamò, ma vedendo lo sguardo omicida che Viktor le mandò volle tagliarsi la lingua, in effetti era stato lui a picchiarlo in quel modo. Cercò di far finta di niente continuando a sorridere.
“Sto bene ora, sta tranquilla” la rassicurò.
“Meno male, ero preoccupata, sai?” gli passò una mano fra i capelli “Però una cosa me la devi spiegare: come fai anche cosi, da malato, ad avere questi bei capelli?! Mi devi dire che balsamo usi” civettò.
“Oh, non uso nessun balsamo in particolare, forse sono le mani di Sua Grazia il Re che mi lavano e hanno quest’effetto” Erast era sollevato da quel discorso cosi leggero e scherzoso poiché non era pronto per affrontare i suoi problemi con l’amica.
“No! Vuoi dire che ti lava LUI?!” ribatté scandalosamente meravigliata.
Viktor alzò gli occhi al cielo facendo orecchio da mercante.
“Non solo, Sua Maestà non mi fa mancare nulla, sembra un papà in apprensione” lo provocò scoccando un’occhiata divertita a Viktor, che lo guardò di rimando alzando un sopracciglio, deciso a non ribattere, si sarebbe vendicato personalmente su Erast più tardi.
“Benissimo” si volse verso il bruno “mi compiaccio di sapere che tu abbia una parte cosi tenera Viktor” gli disse sorridendogli a trentadue denti.
“Forse sarà perché ormai è vecchio” aggiunse Erast sorridendo.
“Si, lo penso anche io, anche con me a volte si comporta come fa mio padre”.
“Non ti ci mettere anche tu, Rosalie” replicò solamente l’uomo.
“Scherzavo papà” si alzò e gli sfiorò un braccio, poi si rivolse verso il più giovane “Tesoro, io ora devo andare al lavoro, ci vedremo presto” e gli scoccò un sonoro bacio sulla fronte.
“Viktor, vieni stasera al club?”.
“No, resto qui con la peste”.
“Ah, si, comunque se c’è bisogno di me, posso stare io qui con lui, occuparmi di... non so, di tutto” propose sinceramente.
“Non ce ne sarà bisogno, mi occupo io di lui, ti ringrazio” disse egli deciso.
Erast fece finta di nulla, ma quella frase gli aveva fatto anche troppo piacere. Distolse lo sguardo, abbassandolo sulle proprie mani. Perché quel cavolo di calore tornava a tormentargli le guance? Sicuramente era la febbre che tornava, si convinse.
“Va bene” si arrese la ragazza che si alzò nuovamente, si sistemò la lunga gonna avviandosi alla porta per uscire, ma si voltò per guardare ancora Erast “Fai il bravo, non farlo disperare” sorrise maliziosa facendogli l’occhiolino.
“Cosa? Io?!” le domandò Erast indignato.
La ragazza ridacchiò e salutò con la mano prima di uscire, Viktor la accompagnò alla porta dove lei si fermò e lo osservò a lungo.
“Cos’è quel sorriso che hai stampato in faccia?” le domandò cupo.
“Ma quanto sei gentile! Non l’avrei mai creduto” lo prese leggermente in giro.
“Ragazzina, non rompere e vai al lavoro se non vuoi che ti butti fuori” la avvertì, tuttavia non poté nascondere un lieve sorriso.
“Attento Viktor” sussurrò lei saccente.
“A cosa?”.
“All’amore” gli rispose, ma lui sorrise beffardo.
“L’amore non esiste, almeno non per quelli come me” sibilò lui scoccandole un’occhiata truce. La ragazza lo osservò alcuni secondi poi sbuffò.
“Non ho intenzione di dibattere ancora su questo”.
“Oh, neanch’io” rispose lui seccato.
“Bene, ma non dimenticare che a nessuno non è permesso amare e essere amati per quanto male hanno fatto o subito in passato” e davanti all’espressione tenebrosa si sbrigò ad aggiungere “Ok, me ne vado, me ne vado”.
“E’ meglio per te, abbi cura del club ragazzina” si raccomandò e si richiuse la porta alle spalle.
Non appena se ne fu andata, Viktor tornò da Erast che lo guardò divertito.
“Hai sentito? Devo fare il bravo senza esasperarti…” commentò Erast provocandolo.
“Dovresti darle ascolto. Che ragazza saggia”.
“Oh, ma senti un po’! Sei tu quello che…” s’interruppe, portandosi una mano sul petto.
“Cos’hai?” chiese l’uomo con tono preoccupato.
“Ci risiamo… ho…” chiuse gli occhi cercando di calmare la rabbia e l’insoddisfazione.
Il suo respiro si era fatto profondo e pesante e man mano diventava sempre più veloce, le mani gli tremavano. Viktor capì.
“Di nuovo una crisi, immagino” sussurrò passandosi una mano fra i capelli. Negli ultimi giorni era già successo, gli era stato accanto pensando di riuscire ad aiutarlo. Gli aveva somministrato alcune vitamine e calmanti naturali, ma sapeva che queste erano solo delle cure effimere, che le crisi sarebbero arrivate sempre più forti, sempre peggiori; gli aveva sostenuto la fronte mentre vomitava e lo insultava che doveva andarsene da lì, era stato a sentire tutti i suoi insulti e lo aveva lasciato sfogare per poi assistere a un sommesso pianto. Sapeva che dopo quelle crisi tornavano a farsi sentire anche i sensi di colpa. Ecco, dunque, che anche lui stava rivivendo un momento del suo brutto passato.
“Cazzo… la voglio. La voglio, io…” si passò una mano sulla fronte.
“Ehi, ehi calmati” gli suggerì egli sedendosi sul letto vicino a lui “ascolta, noi ora andiamo in ospedale” gli propose. Ci aveva pensato a lungo, e alla fine aveva deciso che la miglior cura gli sarebbe potuta essere data soltanto in un’attrezzatura specializzata. Già aveva riempito i vari moduli e aveva dato le sue personali direttive su come trattare quell’ospite.
“In ospedale? No, io non vado là dentro. Io non…” si passò nervosamente la lingua sulle labbra secche.
“Tu stai zitto e fai quello che ti dico io” comandò frugando nel suo armadio.
“No! Posso… posso essere curato anche qui” cercò di convincerlo il rossino con tono di voce basso, tremante.
“No che non puoi, sarà molto più difficile per entrambi. Andiamo, vestiti che ti porto in un posto dove non faranno troppe domande”replicò dandogli alcuni indumenti da indossare.
Il ragazzo si oppose ancora un po’, ma con Viktor era impossibile discutere, constatò.

L’ospedale gli aveva sempre dato un senso di repulsione, tuttavia non appena mise piede lì fu colto da una strana paura. Quel posto sembrava un albergo lussuoso piuttosto che un posto per disintossicazione! Senza rendersi conto strinse la mano di Viktor forte, se l’uomo ne fu infastidito non lo diede a vedere. Lo accompagnò all’interno dell’edificio che si mostrò essere immoralmente lussuoso, in fondo era una clinica privata.
Viktor parlò con i medici, assicurandosi che quella storia non uscisse di lì .
Erast era in pessime condizioni, tuttavia cercava di controllarsi anche se era nervoso, sovraeccitato, quasi isterico, sentiva dolore al petto, il sangue che richiedeva a gran voce il suo dolce nettare di cui ormai non poteva più fare a meno.
Un’infermiera lo prese e lo portò in una stanza di cui lui non colse nulla, se nonché fosse molto luminosa. Lo misero su un lettino, egli ormai non si controllava più, aveva sentito la rabbia montargli dentro, cominciava a dare libero sfogo alla frustrazione. Non doveva, maledizione, non doveva assolutamente farlo! Che figura faceva fare a Viktor?! Sempre Viktor nella testa.
Gli iniettarono del metadone per placargli l’astinenza. Dopo alcuni minuti si sentì molto meglio e gli diedero dei calmanti naturali, come quello che gli aveva somministrato Viktor. Non passò molto che si addormentò.
Approfittando del sonno lo cambiarono e gli misero una camicia lunga bianca, gli legarono i bei capelli con un fiocco bianco. Viktor ottenne il permesso di entrare e ne rimase colpito di vederlo in quello stato.
Era steso nel lettino immacolato con quella camicia bianca e i capelli rosso sangue su una spalla da cui spiccava un fiocco. Il volto ceruleo era profondamente addormentato su cui spiccavano le labbra rosse e screpolate. Sentì il doloroso bisogno di toccarlo per accertarsi che non fosse soltanto un’opera d’arte maledettamente ottima, che quei capelli fossero veri e non seta colorata, che fosse ancora vivo.
Cercò di mantenere la calma guardandosi intorno. Quella stanza valeva i soldi che aveva speso per lui.
Era grande, con due ampie finestre incorniciate da tende preziose di colore verde smeraldo, il colore delle pareti era panna, c’erano alcuni quadri rappresentanti fiori; per quello che riguardava i mobili, oltre al letto, c’era un comodino, un armadio, una scrivania con sedia e una poltrona. Somigliava più a una stanza personale che a una di ospedale, se non fosse per certi apparecchi vicino al letto.
Andò vicino ad un’alta finestra e esaminò il cortile e il giardino; c’erano molte palme e fiori di tutti i colori che creavano strane forme viste dall’alto, più in là si scorgeva il parco dove c’erano alti alberi con panche. Sembrava quasi un piccolo paradiso.
Una donna entrò e gli fece cenno che sarebbe stato più opportuno andarsene, l’uomo tornò da Erast e senza curarsi della donna, si chinò per dare un lieve bacio sulle labbra al suo protetto. Gli baciò nuovamente la fronte ed infine uscì sotto gli sguardi meravigliati e confusi dell’infermiera.
Una volta nel corridoio andò dal dottore che si sarebbe occupato di Erast. Bussò alla sua porta e una voce conosciuta gli permise di entrare. Un sguardo freddo lo accolse e lui rispose con occhi glaciali. Si sedette e accavallò le gambe.
L’uomo prese dei moduli e li esaminò velocemente. Viktor sorrise truce.
“Cosa c’è? Ti dispiace che non sia stato io a essere portato qui al posto suo?” domandò ironico.
“Sarcastico come ti ricordavo” commentò quello solamente “Non capisco chi sia questo ragazzo che sia riuscito a scalfire il tuo cuore di ghiaccio” continuò inarcando un sopracciglio e posò i fogli, appoggiò la schiena alla sedia girevole e lo guardò negli occhi.
Viktor dopo tanto tempo riuscì a sentire il disagio di essere fissati da qualcun altro.
“Diciamo che è una mia proprietà” rispose sprezzante.
“Si, da te me l’aspettavo, in fondo alle tue cose ci tieni”.
“Dimmi più semplicemente che sono un’egoista, ma non sono venuto qui per rivangare il passato” finì il discorso scocciato.
“Già, questo ragazzo pare che abbia un sacco di problemi… uhm…” cominciò guardando di nuovo alcuni fogli “Disintossicarlo, dovremo prima sapere di cosa si drogava, dovremo fargli alcune analisi, e giacché qui c’è anche un centro su analisi specialistiche generali hai richiesto pure esami su eventuali malattie veneree, queste saranno pronte fra una settimana penso, invece per quello che riguarda gli orari puoi venire quando vuoi, a orari decenti” concluse professionalmente l’uomo.
Viktor annuì “Sai, sono contento che alla fine tu sia riuscito a diventare quello che speravi” disse sinceramente, quasi soprappensiero.
Un imbarazzante silenzio cadde tra i due.
“Si, ora sono completamente realizzato” rispose alzandosi, Viktor lo imitò. Non si strinsero la mano, non si dissero null’altro.
Viktor aveva aperto la porta per uscire quando la voce del dottore lo richiamò. Si voltò e per un istante vide il giovane poco più grande di lui che tremava per la paura mentre gli sorrideva rassicurante.
“Sei cambiato molto Viktor, non lo avrei mai pensato possibile”.
“Già, tu pensavi che mi sarei fatto rovinare da quella merda”.
“Sono felice che tu ne sia uscito, anche senza di me” una nota di rimpianto nella sua voce.
Viktor sospirò fra i denti.
“Non è stata colpa di nessuno, sono passati dieci anni da allora, ormai dovresti lasciarti tutto alle spalle”.
“Tu lo hai fatto, Viktor?” domandò avvicinandosi. Viktor si chiuse la porta alle spalle e tornò ad osservarlo. Raphael era rimasto come lo ricordava, con un bel viso rassicurante ma severo, tipico di un dottore della sua classe, un corpo reso più massiccio e forte, con i capelli chiari. Un bel uomo. Non più il ragazzo impaurito che aveva conosciuto. Tutto di lui emanava sicurezza.
“Si, il passato deve rimanere sepolto nel passato”.
“Ma come posso non pensare sempre a Damien? E’ stata anche colpa mia se è morto” sussurrò abbassando lo sguardo.
“Senti, non sono venuto qui per ricordarmi tutte le merde che ho combinato, e smettila di fare il crocerossino sempre, sono stato solo io ad ucciderlo, tu non c’entri nulla” replicò turbato.
“Ma se quella sera io ti avesso tenuto con me, se non avessi ceduto dandoti quella cazzo di eroina, forse tutto questo…” si passò una mano fra i capelli.
“Non importa ormai, con i se e i forse non si va da nessuna parte, Raphael” gli passò un dito lungo una guancia e l’uomo chiuse gli occhi.
Era quasi doloroso rivederlo dopo tanto tempo, durante il quale era vissuto solo di ricordi, recriminazioni, rabbia, paura di non vederlo più. Ma non lo aveva mai cercato, Raphael era sparito subito dopo la morte di Damien in orlo a una crisi isterica. Aveva cambiato città, aveva continuato la specializzazione di medicina e ora era diventato ciò che aveva sempre desiderato. Non aveva mai capito perché non fosse diventato chirurgo come voleva e si fosse confinato a disintossicare i drogati. Ma il perché lo sapeva, in fondo. Lo conosceva troppo bene per non sapere. Lo aveva fatto per redimersi dal non essere riuscito a salvare lui. Tuttavia lui si era salvato da solo.
“Non pensare più a me, Raphael, non ne sono mai stato degno” gli sussurrò prima di baciarlo lentamente sulle labbra e uscire.
A casa si mise sul divano e si riempì un bicchiere di whisky, poi un altro e un altro. Voleva stordirsi, non lasciarsi più tormentare più da quel viso infantile che ora contrastava con quello maturo, entrambi quei volti appartenevano alla sola persona di cui si fosse mai innamorato.

Erast sedeva sul letto e osservava il suo dottore. Raphael McRains.
Era un bel uomo non c’era che dire, forse troppo bello per fare il dottore.
L’uomo si accorse che lo stava osservando e abbassò il capo imbarazzato.
“Sa se oggi Viktor verrà?” domandò flebilmente, si trovava lì già da una settimana e lui era sempre venuto, tranne il giorno prima perché si erano verificati dei problemi al club, ma era comunque andata a visitarlo Rosalie che cercò di sollevarlo su di morale raccontandogli tutte le sue tavolette da giovane sprovveduta.
“No” rispose dandogli delle vitamine che lui ingoiò senza ribattere.
“Potrei uscire un po’ fuori?” chiese guardando il sole di novembre.
“Non so, ora quasi tutte le infermiere sono occupate”.
“Hmm, capisco” brontolò Erast deluso.
“Ma io sono libero, dai ti accompagno”.
Il ragazzo si mise sopra una pesante vestaglia e uscì. Passeggiarono un po’ in tranquillità, poi sedettero su una panca.
Parlavano del più o meno quando Raphael gli chiese come avesse conosciuto Viktor.
Erast lo guardò sospettoso, lo aveva semplicemente chiamato “Viktor”.
“Lo conosce?” chiese fissandolo. Il medico sorrise, un sorriso cosi bello che lo stordì.
“Si” rispose semplicemente, lui, però, avrebbe voluto saperne di più, dove si erano conosciuti, come, se il loro rapporto era profondo o meno. Non chiese nulla di tutto ciò.
“Come ci siamo conosciuti? Mah, tramite mio fratello” in fondo era proprio cosi.
“Capisco, devi stargli a cuore se ti aiuta cosi tanto”.
“Beh, noi viviamo insieme” sorrise con l’innocenza più pura del mondo, veramente lo aveva fatto apposta a essere cosi ambiguo, in tale modo gli faceva credere che loro due stessero insieme.
L’uomo non rispose fece un vago cenno della testa mentre il suo volto si incupiva. Stettero un po’ in silenzio fino a quando arrivò un’infermiera e gli disse che c’era bisogno di lui perché un paziente aveva avuto dei problemi, quindi lo salutò andandosene e lasciandolo solo con la donna.
In preda ad una nuova crisi dovette tornare nella stanza, prese vitamine e dormì tutto il pomeriggio; poi fece gli esercizi fisici giornalieri e andò nella sauna. Il dottore gli aveva detto che cosi eliminava più in fretta le sostanze tossiche che aveva nel corpo. Arrivò la sera, Rosalie lo aveva chiamato e avevano parlato a lungo, si era scusata di non essere potuto andare a trovarlo, ma aveva un terribile raffreddore e la febbre, quindi Viktor le aveva proibito di uscire.
Parlarono di come fosse al locale, di Cindy che si dichiarava terribilmente offesa da Viktor e che questo ultimamente fosse più tenebroso e irritato del solito. Nessuno gli si poteva avvicinare. Infine si salutarono. Erast cominciò a leggere un libro. Era triste, Viktor non era andato a vederlo, non lo aveva neanche chiamato. Gli era difficile ammetterlo, ma voleva tanto vederlo. Si addormentò con nella mente l’immagine di quando si era addormentato fra le braccia di Viktor in un letto diverso, un posto che quasi considerava casa sua.
Dopo poco che si era addormentato, la porta si aprì e vi entrò Viktor. Lo osservò in silenzio. Si sedette sul bordo del letto e gli carezzò piano i capelli. Quei giorni erano stati pesanti. L’incontro con Raphael lo esauriva a livello psicologico e il vederlo lì, sofferente, cercando di uscirne fuori, lo stancava veramente. Quel piccolo selvaggio era diventato cosi importante per lui in cosi poco tempo che non poteva crederci. E quello che vedeva negli occhi di Raphael ancora lo turbava.
Baciò Erast sulla fronte e uscì. Davanti alla sua macchina c’era Raphael. Indossava un completo, come lui. Era strano di come fosse passato il tempo, prima si vestivano solo con un paio di jeans e una maglietta e in quel momento gli parve quasi buffo vedere che fossero vestiti in quel modo serio.
“Ciao” disse Raphael semplicemente.

Viktor guardò verso la finestra, verso la notte buia illuminata dalle luci di quella grande metropoli.
Raphael gli diede un lieve bacio sul petto attirando la sua attenzione, gli carezzò con la mano la schiena.
Erano finiti a letto. Dopo tutti quegli anni la passione li aveva traditi e li aveva uniti ancora una volta.
“Scusami, sono stato uno sprovveduto” sussurrò il biondo.
“Perché sei venuto a letto con me?”.
“Si, tu hai Erast, lo hai tradito” disse sinceramente dispiaciuto.
“Tradito? E perché mai? Noi non siamo una coppia” rispose disinvolto.
“Come? Ma non abita con te?”.
“Si, ma non abbiamo mai fatto sesso, se è questo che vuoi sapere” gli rispose mettendosi a sedere.
“Capisco, per questo gli hai fatto fare quegli esami, prima vuoi essere certo che lui…” cominciò a dire, ma l’altro lo zittì.
“Non attaccare mai Erast in mia presenza Raphael, anzi non parliamo proprio di lui” lo avvertì. Accese una sigaretta. Ultimamente era molto sensibile all’argomento, spesso aveva anche freddato i clienti che avevano chiesto di lui e chiunque osasse rivolgergli domande riguardanti il ragazzo.
“Ci tieni a lui” non era una domanda, bensì un’affermazione.
Era semplice.
Viktor ci teneva ad Erast.
Perché, allora, per lui era cosi difficile ammetterlo?
Raphael non fece ulteriori domande, si mise a cavalcioni su Viktor e cominciò a leccargli piano il collo, a morsicarlo mentre con la mano indugiava sui capezzoli, sugli addominali, per scendere a prendere il suo membro, ad eccitarlo nuovamente. Viktor spense la sigarette con un sospirò e si avventò su quella bocca che gli si offriva volenterosa.

Il giorno seguente Viktor andò a trovarlo e alzò un sopracciglio quando vide la meraviglia e la contentezza che il ragazzo aveva manifestato sul volto nel vederlo. Si sentì strano, come se il cuore gli si stringesse nel petto. Erast si infilò le pantofole, si mise la vestaglia e al fianco di Viktor uscì in cortile.
Voleva prendere un po’ d’aria fresca, anche se la verità era che voleva stare ancora più vicino a Viktor.
Si sederono sotto una pergola fatta di edera e fiori rampicanti gialli e viola.
Erast sembrava molto fragile e malato nel suo pigiama bianco d’ospedale e la vestaglia larga, aveva saputo che quella notte aveva avuto un’altra crisi, che cominciavano a farsi sempre peggiori.
I capelli cadevano morbidamente sulle sue spalle, incorniciando il suo bel volto diafano, che a Viktor pareva fragile come non mai; quegli occhi gli apparivano dolci e anche insicuri; aveva abbassato la guardia.
“Si mangia male qui” iniziò il rossino sedendo scompostamente sulla sedia, incrociando le braccia.
“Gli ospedali non sono rinomati per la loro mensa”.
“Non mi riferivo a quello, è che ultimamente ho una fame da lupi…” si portò una mano sulla pancia “ a colazione ci hanno dato solo pane con marmellata e the, e una frutta, ma io avevo ancora fame”.
“Non fare i capricci.” Viktor sapeva che spesso l’astinenza e il prendere le più varie vitamine aumentava molto l’appetito, ed Erast ne era la prova.
Il rossino lo guardò indispettito e imbronciò le labbra, in una maniera adorabile, infatti Viktor a stentò trattenne un risolino.
Tirò fuori dalla cesta che aveva portato con sé, un paio di mele e un coltello. Si tirò su le maniche della camicia e iniziò a sbucciarla.
Erast guardava i suoi gesti come rapito. Quelle mani così grandi, che sapeva essere tanto calde, si muovevano sicure e…
“La vuoi intera o a spicchi?” chiese il bruno interrompendo il filo dei suoi pensieri,
“Emh… tagliata a metà” rispose sentendo quel maledetto rossore sulle guance.
L’uomo spaccò in due la mela e la porse all’altro.
“Mangia se hai fame”.
Il ragazzo non staccò gli occhi dai suoi, ma iniziò a mangiare il frutto.
Com’era dolce con lui in quel momento, com’era gentile. Poi quella mela era così succosa!
Mangiò tutto.
“Ne vuoi ancora?”
Il rossino annuì timidamente.
Viktor allora iniziò a sbucciargliene un’altra e Erast sorrise, sereno.
Era cosi bello stare insieme a lui, si sentiva straordinariamente tranquillo.
Dopodichè mandò già anche la seconda mela si appoggiò alla panca soddisfatto. Viktor gli passò una mano fra i capelli, li raccolse e li legò con un nastro.
“Ne vuoi ancora?” domandò riferendosi alle mele.
“No, grazie” rispose lui, invece prese la sua mano e lo guardò sorridendo gentilmente “Invece vorrei un’altra cosa…”.
“Si? Cosa?” era sospettoso, chissà che gli passava nella mente.
“Questo” disse sottovoce, si avvicinò a lui e lo baciò a fior di labbra. Viktor alzò un sopracciglio, lo attirò a sé e gli diede un vero bacio, di quelli che facevano ansimare il povero Erast.
Quando si staccarono il ragazzo si appoggiò al suo petto, in una sorta di abbraccio, ma Viktor alzò lo sguardo e incontrò quello bruciante di Raphael che era insieme ad un paziente. Lo sostenne, ma il medico si voltò andando in un’altra direzione. Viktor posò il mento sui capelli morbidi di Erast. Lo strinse a sé. Tutto quello che era successo da quella sera in teatro aveva contribuito soltanto a prendersi ancora più cura di Erast, e la cosa stranamente non gli dispiaceva per niente.
Il rossino alzò la testa e lo osservò a lungo.
“Nell’ultimo periodo somigli più a una mamma chioccia piuttosto che a Sua Maestà l’Imperatore Viktor il Terribile” lo provocò.
“Zitto, piccolo impertinente” lo avvertì.
“Si, certo, ora pensi che facendo il bravo poi potrai sedurmi più facilmente”.
“Chiudi la bocca Erast”.
“Altrimenti?”.
“Altrimenti te la chiudo io” rispose malizioso.
“Allora che aspetti?” gli domandò offrendogli le labbra rosse che naturalmente l’altro accettò.
I primi giorni di dicembre ormai cominciavano ad essere freddi, ma Erast sentiva un grande calore nel petto, nella testa, negli arti. Sapeva che quello era dovuto solo all’uomo che lo stava baciando. Aveva paura di ciò che significasse quella sensazione, però allo stesso tempo ne era affascinato. Si strinse ancora più forte a Viktor. Il suo Viktor.



Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

martedì 13 settembre 2011

Sangue d'amore


Sto seduto accanto a lei, la osservo tristemente. Ha il capo voltato dall’altra parte, verso la finestra. I capelli scuri le ricadono sul volto e macchiano il cuscino candido. Sembrano dei lunghi serpenti sottili che fuggono in ogni direzione, che si raccolgono, si scontrano e si riposano.

Il suo corpo è nascosto dal lenzuolo. E’ di certo calda, la sento respirare lentamente, in modo cadenzato, a intervalli regolari, chissà se anche il suo cuore è cosi regolare o se si è dimenticato cosa significhi accelerare i battiti.

Distolgo lo sguardo verso la finestra da cui penetrano a fatica i raggi luminosi ostacolati dalla pesante tenda.
Per me il suo cuore ha smesso di battere.
Ho sbagliato troppo e forse è meglio cosi.

Per lei.

Non sopporto, non posso sopportare il dolore che seguirà quando se ne andrà via.
Qualche tempo fa ho scelto di togliermi la vita piuttosto che perderla, ora mi chiedo cosa fare.

Nulla ha più senso. Non senza lei.

Mi ha accerchiato, mi ha soffocato, mi ha dissanguato, mi ha assorbito la linfa vitale. Sono diventato un fantasma della sua ombra. Sono totalmente dipendente da lei.

Le tocco leggermente la guancia.

Si muove piano.

Resto in attesa. Il suo respira diventa irregolare, si ostina a tener chiusi gli occhi.
So che ora è sveglia. Resta cosi alcuni minuti e poi si gira verso di me.

Sorride.

Quel sorriso mi sconvolge, sono anni che non l’ho più visto sulle sue labbra.
Cosi dolce, cosi coinvolgente, avvolgente, caloroso, amorevole.

E’ lei?

E’ la donna che mi amava alla follia? Oppure è ancora quella che mi odia per il male che le ho fatto?

Vorrei prenderla, abbracciarla, baciarla, farla finalmente mia, mia veramente, tuttavia ho paura di spezzare la magia.

Ho le visioni. Lei non è questa, forse pensa di stare a letto col suo amante.

Una gelosia estrema mi sale su dallo stomaco, mi agita, sento una furia animalesca.
Scendo dal letto. Sono nervoso, ho bisogno di una doccia, necessariamente.

Lei mi segue: “Ehi! Dove vai? Non vieni qui?” ride dietro di me.

Ride come una bambina, scherzosamente.

Ride di me? Lo fa sul serio?
Vuole che sia io ad amarla ora? Io?
Non le basta più gli uomini che ha? Mi giro completamente fuori di me.
Lei si arresta, il sorriso meraviglioso scompare.

E’ immobile. Zitta. Impaurita.

E’ un coniglio che ha paura, è una tigre che sa graffiare, è una sanguisuga che mi aspira il lume della ragione.

Mi avvicino. Lei si allontana. Ma con tre passi la prendo per i polsi, la fisso negli occhi.

Lei alza i propri verso di me.
Dimostrano un’innocenza che mi sconcerta, non lo sopporto! Come possono sembrare cosi sinceri pur avendo visto altri uomini ad eccezione del sottoscritto?

Non mi accorgo nemmeno quando la mano si muove e le dà uno schiaffo, cosi forte che le fa perdere l’equilibrio e cadere.

La guardo impietrito.

E’ la prima volta che la colpisco. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? Cosa ho fatto?

La lucidità riviene. Lei si alza. Mi guarda con odio. Non si tocca nemmeno la guancia.

“Vattene al diavolo!” mi sussurra e si va a chiudere dentro al bagno.
La sento singhiozzare. Vorrei dirle qualcosa, che mi dispiace, che non succederà più, che lei è tutto ciò che ho al mondo.
Non lo faccio, mi risponderebbe “parole, parole, parole”.
La lascio là, so che vorrebbe sentirsi dire qualcosa, qualsiasi cosa, nonostante ciò io ormai non la devo più ferire, forse sarebbe meglio per lei se io non fossi mai esistito, se non esistessi più.

Vado in cucina.

La bella cucina dove mille volte abbiamo cucinato assieme, dove usavo abbracciarla mentre lavava i piatti, dove abbiamo fatto l’amore.

Prendo un coltello e una sigaretta.

Accendo quel bisogno vitale. Sarà l’ultima.
Torno alla porta del bagno. Mi siedo.

Sento come la pelle viene tagliata, lacerata. Non fa nemmeno male. Non più.

Voglio morire cosi.

Sentendola piangere.

Sentendola disperarsi per l’amore sfortunato che ancora sente per me.

Sentendola accanto a me, separati da una porta, da un muro invalicabile che mai ci ha
fatto avvicinare veramente.

Troppo diversi, troppa poca fiducia, e tanta, troppa, follia.

So già il suo volto quando aprirà la porta e vedrà il mio sangue dipingere le parole
“Ti amo”.

Troppo tardi amore, perdonami, almeno sappi che ti ho amata sinceramente.

mercoledì 7 settembre 2011

Catene

Se vedete una farfalla, non catturatela, nelle sue due uniche ore di libertà.




Sapete,



ha vissuto una vita in catene..

mercoledì 13 luglio 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo VII)




Viktor non poteva credere ai suoi occhi.
Digrignò i denti cosi tanto che sentì le mascelle contrarsi fino allo spasimo, strinse i pugni finquando le nocche diventarono quasi bianche cercando invano di controllare la rabbia che sentiva crescere dentro di sé impadronendosi di tutte le sue facoltà.
Davanti ai suoi occhi si presentava uno spettacolo orripilante: Erast, mezzo nudo, cavalcioni su quel figlio di puttana di Haym, che aveva sul viso un’espressione di puro godimento e, purtroppo per loro, la luce soffusa che regnava nella stanza non riusciva a nascondere la scena.
I gemiti dei due erano incontrollati, i loro risolini, le parole biascicate, forarono le sue orecchie e quei suoni gli arrivavano come se qualcuno gli avesse malamente graffiato il cervello.
“Si, si… mmm… piccolo così…”la voce di Haym era quella più alta e si stagliava sopra i loro mugolii confusi “lo so… lo so che aspettavi anche tu questo momento… ahh!”.
Con un colpo di reni mise Erast, totalmente passivo, sotto di lui; le mani gli stringevano rozzamente i fianchi, il bacino spingeva in maniera forsennata contro di lui, il membro dentro il suo corpo.
Perché Erast non reagiva? Perché lo lasciava fare senza quasi muoversi?
Il giovane aveva sul viso un’espressione beata, la bocca aperta; proruppe in un riso isterico.
In quei pochi secondi qualcosa in Viktor era cambiato. Si avvicinò deciso ai due; un’espressione terribile sul volto. Se Erast lo avesse visto, avrebbe detto che rassomigliava a un dio irato.
Afferrò il biondo per la maglia e lo lanciò contro delle sedie, Haym gemette di dolore.
“Che cazzo succede?!” gridò pieno di collera sia per quel suo gioco eccitante interrotto sia per il colpo ricevuto “Chi cazzo sei?!”.
La luce del lampadario venne accesa da Viktor che lo guardò truce, sul viso l’espressione della sua collera.
“Sono quello che adesso ti ammazza”. Il viso era diventato una maschera, gli occhi glaciali sembravano quasi bianchi, la voce era metallica.
“Vi-Viktor..!” balbettò Haym “tu… cioè noi non… calmati…” disse rialzandosi, le mani in avanti. Viktor balzò verso di lui afferrandogli il colletto.
“Viktor… calmati, ne possiamo parlare, eh?” cercò di negoziare.
“Piccolo bastardo” sibilò.
“No, no Viktor! Ehi, ehi!!” il bruno lo prese per il mento e gli sbatté la testa contro il muro, forte.
“Ah! Cazzo, Vik… ahh, cazzo!” si lamentò vedendo un rivolo di sangue scorrergli lungo il viso.
“Oh, si, vedrai che gli faccio al tuo cazzo ora!” ringhiò Viktor agguantandogli il membro.
“Oddio fermo!! Cazzo, fa male, lascia… lascialo!” gridò Haym gemendo, la voce rotta dalla paura e dalla droga.
“Ti piace fotterti i ragazzini, eh? Adesso ci penso io, non fotterai più nessuno, te lo stacco!” latrò Viktor; le sue mani di appassionato amante, conficcarono le unghie in quel membro ormai floscio, senza pietà.
Haym gridò come un animale ferito.
“Viktorrrrrrrr! Ahhhhhhhhh! Bastaaaa!!” il biondo si contorse dal dolore; l’altro lo bloccava al muro mentre lo torturava. Haym era senza via d’uscita.
“Ma come? Non ti piace?” domandò Viktor ghignando. Tornò serio improvvisamente “Tu infanghi la parola fratello”.
“Oh, cazzo, oh cazzo, lascialo, lascialo Viktor, ti prego!”.
La stretta divenne più forte ed Haym strillò di più, mordendosi le labbra, facendole sanguinare copiosamente.
Viktor gli prese la testa con entrambe le mani, guardandolo negli occhi bagnati di lacrime.
“Van… Vachmedin… per te sono Van Vachmedin, merda” disse in un sussurro prima di sbattergli il capo contro il proprio ginocchio, più volte, brutalmente. Il viso di Haym era una maschera di dolore, di lacrime e di sangue, quasi irriconoscibile; non aveva più nemmeno la forza di supplicare.
Dopo parecchie ginocchiate sulla faccia, il bruno lo buttò per terra, malamente e gli diede un paio di calci nello stomaco.
“Vattene” parlò a denti stretti.
Haym non se lo fece ripetere due volte, si rialzò a fatica, scivolando più volte, ma alla fine riuscì a correre fuori, dopo aver sbattuto la testa contro la porta. Il rumore dei suoi passi si affievoliva man mano che il biondo si allontanava.
Viktor riprese fiato, il suo completo era sgualcito, la vena sulla sua tempia pulsava dissennatamente.
Si voltò a guardare la figura rimasta a terra.
Erast aveva la giacca calata sulle braccia, la camicia completamente aperta ed era privo di pantaloni. Graffi si stagliavano sul suo bianco petto e sul viso, c’erano i lividi di morsi sul collo, però lui non sembrava accorgersene. Sul volto conservava ancora quell’espressione beata, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi, privi di lucentezza. Il bruno gli si avvicinò lentamente.
“Che cosa hai fatto?” chiese con tono di voce basso, roco, spezzato dall’emozione che non era riuscito a controllare di fronte a quella scena disgustosa “Perché non ti sei opposto, eh?”.
Erast si mise a sedere, si portò una mano alla fronte, si alzò in piedi guardando l’altro, che capì.
Gli sembrò di stare per essere risucchiato in una voragine insieme ad Erast.
“Cazzo, sei completamente fatto!” esclamò incredulo “Per quello i barbiturici.... Hai cercato di farti la droga in casa?!” la domanda retorica uscì tremante di rabbia dalla sua bocca.
“Viktor… sei tu” sorrise “Haym… Haym non ha finito… dov’è?” la voce quella di un ubriaco, debole, senza la sua solita grinta.
Il bruno ribollì di ira; con poche falcate raggiunse il ragazzo e lo colpì con uno schiaffo in pieno viso. Erast cadde all’indietro, sbattendo contro un pianoforte, facendo fare ai tasti una musica discordante che aveva la stessa, fastidiosa tonalità della collera del più grande.
“Ahi!!” gemette il rossino portandosi una mano sul punto colpito “cazzo, mi volevi ammazzare?” chiese riscossosi dal torpore in cui la droga lo aveva trascinato; ma gli effetti persisterono.
Viktor lo guardò truce, nessun sentimento di tenerezza o pietà nella sua espressione.
“Forse non ti è chiara la situazione idiota” gridò facendolo agghiacciare.
Erast, che iniziava a capire quale pericolo stava correndo, si rialzò goffamente, scivolando contro il muro, tentando di allontanarsi, senza staccare gli occhi dall’altro.
Infatti egli gli si avventò contro, lo afferrò per la camicia e lo alzò da terra, sbattendolo contro la parete, tremando; lo sguardo ormai divenuto di fuoco.
Terrore negli occhi del più giovane.
“Viktor…” balbettò in un flebile soffio.
Non gli diede il tempo di dire nulla perché lo trascinò per terra, sbattendolo sul pavimento, strappandogli un lungo lamento. Gli si mise sopra, una gamba su ogni lato e lo prese ancora a pugni, più volte. Erast tentava di dire qualcosa, di fermarlo, ma non ci riusciva, l’altro era diventato una belva furiosa, un micidiale assassino e le sue misere mani non potevano nulla contro di lui.
Smise di prenderlo a cazzotti e lo afferrò per i capelli, alzandogli leggermente la testa da terra, impedendogli di sottrarsi alla raffica di schiaffi che seguirono. Quelle grandi e forti mani lo colpirono ripetutamente in viso, schiaffeggiandolo forte. Il rosso gemette senza poter far altro se non chiudere gli occhi e serrare le labbra.
Dopo un tempo che gli parve infinito, tutto finì.
Viktor si guardò la mano: era sporca di sangue, infatti il labbro inferiore di Erast presentava un lungo taglio rosso scuro, che rigurgitava sangue bollente.
Gli occhi del giovane anche se chiusi tremarono, la sua bocca tremò. In quell’attimo di distrazione, Erast si girò a pancia in giù, tentando di strisciare via, ma Viktor gli fu subito sopra, prendendogli un braccio e bloccandoglielo dietro la schiena; il rossino urlò.
“Aaaaaah Viktor!” l’uomo tirò ancora più indietro quel braccio, facendogli assumere una posa innaturale “Viktor… mi spezzi il braccio così! Aaah…” si lagnò.
Il moro si abbassò per parlargli nell’orecchio.
“Pensi di risolvere tutto con quella schifezza non è così?” alzò la voce “ Pensi che quello schifo risolva i tuoi problemi, che ti faccia scordare quello che vorresti dimenticare per sempre?!” iniziava a sbraitare “La vita è tua brutto idiota! Sta a te cambiarla o meno. Ma non puoi pretendere di risolvere tutto a questo modo! Non puoi cambiare la tua vita, renderla migliore, mettere da parte il passato se ti getti in un futuro ancora più terribile. Spiega le ali moccioso che non sei altro!”
Viktor lo alzò, senza lasciargli stare il braccio e lo poggiò sul pianoforte, il petto su di esso, piegando il suo corpo in due. Lo schiacciò lì, sentendolo tremare, piangere, singhiozzare.
“Che cazzo ne sai tu?!” urlò il ragazzino tra i singulti “Quando tutti ti guardando solo con bramosia, lo sai cosa vuol dire? Quando vogliono tutti solo scoparti, quando non hai nessuno! Il mio corpo la richiede quella merda e sto bene quando la prendo, così come la mente, che si libera da ogni pensiero! Io…” scoppiò a singhiozzare sentendo che la testa gli girava incontrollatamente.
“Tu sei un cretino” affermò Viktor che sembrava essersi calmato. Fece voltare il ragazzo, sempre tenendogli fermo il braccio dietro la schiena; lo guardò negli occhi, con una mano gli accarezzò il viso, sfiorandogli i capelli, ormai scompigliati e intrisi di sangue che gli usciva anche dal naso.
“Non vedi come ti rende la droga? Tu sei bello e i tuoi occhi brillano di fuoco ardente, sei un ribelle Erast. Non lasciare che questa cosa spenga quel fuoco. Non sei tu così, non lo capisci?” lo fece girare verso un lungo specchio appeso alla parete “Non vedi come ti sei ridotto?” gli chiese con voce bassa, come quelle che spesso usano le madri per calmare i propri piccoli.
Erast osservò la propria immagine nello specchio scheggiato, evidentemente a causa di qualche colpo di Viktor. Aveva la pelle cerea, secca, gli occhi privi di lucentezza, un azzurro sbiadito aveva preso il posto del suo peculiare viola, le labbra screpolate. Sul volto sgorgavano piccoli rivoli di sangue, la camicia era quasi strappata, era nudo senza pantaloni. In quel momento paragonò se stesso ad un verme. Abbassò la testa, mortificato, la vergogna lo assalì. Non aveva smesso un attimo di tremare, un po’ per gli effetti della droga, un po’ per il turbamento. Pianse ancora.
Viktor sospirò, lo prese in braccio. L’altro non oppose la minima resistenza. Il bruno lo guardò severo. Erast si era appoggiato al suo petto, gli occhi chiusi, le labbra tremolanti, il corpo scosso e ferito, il viso pieno di lividi e sangue.
Forse aveva esagerato.
Se pensava ancora che qualcuno lo aveva profanato, che altre mani lo avevano toccato, accarezzato, sfiorato dove non dovevano, che labbra e denti lo avevano succhiato e morso, che il suo corpo era stato…
Scosse la testa.
Si, una gelosia atroce lo aveva divorato nel momento in cui lo aveva visto avvinghiato all’altro, una gelosia disumana, che mai nella sua vita aveva provato. Non poteva far altro che ammetterlo con se stesso. Chiuse gli occhi, tentando di evitare il rimontare della rabbia in lui. Se ci pensava troppo sarebbe corso a cercare Haym ovunque si fosse nascosto e stavolta non era sicuro che si sarebbe fermato in tempo dall’ucciderlo.
Lo guardò di nuovo, con una sfumatura di tenerezza.
Lo coprì alla bell’è meglio e lo portò fuori di lì.

Nella limousine Erast si accoccolò fra le sue braccia e lui lo aveva tenuto stretto, mentre Rosalie guardava con apprensione il suo giovane amico.

Entrò in casa, lasciando la porta aperta; Cindy era ancora dentro, sdraiata comodamente sul divano, con una lunga veste da camera addosso, stava sorseggiando un cocktail. Non appena vide entrare Viktor con in braccio Erast, la sua espressione si fece rabbiosa.
“Che stai facendo con quella puttana?” chiese la donna alzandosi a piedi scalzi, correndo dietro all’amante.
Viktor si fermò e si voltò fulminandola con lo sguardo.
“Smettila di chiamarlo puttana” il suo tono non ammetteva repliche, quindi portò Erast nella sua stanza, lo posò sul letto delicatamente e gli tolse gli abiti, facendo il più piano possibile. Il giovane era svenuto durante il viaggio in macchina.
Cindy stava appoggiata alla porta, le braccia incrociate sul petto; un sorriso malizioso sul volto.
“Dove lo hai raccolto? Su qualche marciapiede mentre faceva la marchetta?” domandò sarcastica.
“Bada, stasera non sono proprio dell’umore adatto per sopportare le tue frecciatine velenose” disse con tono perentorio.
“Cosa? Mi… stai cacciando via per la prima puttana che passa?!” esclamò la bionda sconvolta e scandalizzata.
“Lui non è la prima puttana che passa… Cindy, vattene” finì di dire stancamente cercando di sbollire la rabbia di prima.
La ragazza strinse i pugni sdegnata fino a conficcarsi le unghie nei palmi, si morsicò le labbra irata, senza aggiungere altro uscì sbuffando.
Da lontano si sentì sbattere la porta.
Viktor tornò a dedicarsi ad Erast, prese dell’acqua e un panno e si sedette sul letto accanto a lui. Gli tamponò le ferite che lui stesso gli aveva procurato, pulendolo dal sangue e disinfettando i vari graffi infertigli dal “fratello”.
Si inginocchiò accanto a quel letto e lo guardò dormire. Posò una mano sulla sua, stringendola piano; poggiò la fronte sul letto, provando un senso di appartenenza che lo stava travolgendo come un uragano.

Il volto di Erast presentava parecchi lividi che lo facevano rabbrividire ogni volta che lo guardava, tuttavia nel momento in cui lo aveva picchiato non si era reso conto di colpirlo cosi duramente, era stato accecato dalla rabbia; il collo era un miscuglio di succhiotti e morsi che gli facevano ricordare la scena di sesso a cui aveva dovuto assistere; il corpo era spesso scosso dal tremore dovuto alla febbre che lo aveva assalito quella notte dopo averlo portato a casa dal teatro.
Dalla sua stanza uscì un uomo di mezza età visibilmente contrariato.
Viktor, a braccia conserte, lo guardava assorto. Erast non aveva voluto andare in un ospedale, quindi aveva dovuto far intervenire il proprio medico, un uomo burbero, ma bravo nel proprio mestiere e che ormai conosceva bene il tipo di vita di Viktor; spesse volte, nel suo tormentato passato, era stato proprio lui a medicarlo salvandogli anche due volte la vita.
“Ti deve aver fatto arrabbiare parecchio” commentò il medico ponendo in una borsa uno stetoscopio.
“Non ti riguarda” sbottò l’uomo.
“Si, hai ragione, ma non capisco proprio cosa ti abbia fatto per picchiarlo a quel modo, è da un sacco di tempo che non ti comporti più cosi” continuò lui imperterrito mentre leggeva rapidamente un foglio.
“Va bene, ho capito, non serve che mi faccia una ramanzina, ho capito, cos’ha?” domandò con tono urgente e se il dottor Marco non l’avesse conosciuto abbastanza avrebbe potuto affermare che fosse completamente calmò, ma gli occhi brucianti, il ticchettare di un piede, il muoversi di un dito gli indicavano quanto fosse agitato.
“Potrebbe avere molte cose” rispose guardandolo sottecchi. Viktor sbuffò accendendosi una sigaretta. Andò vicino alla parete di vetro e fissò a lungo fuori.
“Cosa vuoi sapere?”.
“Cos’è successo, è stato violentato? Ha abusato di sostanze stupefacenti?”.
“Si, ha assunto droga, ma non chiedermi che tipo; nel frattempo che è stato da me ho visto che si è servito di barbiturici e alcool” qui si fermò un secondo di fronte al sibilo indignato del medico, quindi continuò “Invece l’ho picchiato perché suo fratello se lo stava giusto facendo quando l’ho trovato, ed era nel pieno degli effetti della droga” riassunse con tono incolore.
Il dottore sospirò pesantemente.
“Capisco. Prendi, ti lascio degli antipiretici e qualche analgesico” gli disse porgendogli una busta “Puliscigli spesso le ferite e fasciale dopo averle unte con questa crema; probabilmente si riprenderà, ma dopo ti consiglio di fargli fare alcune visite” gli raccomandò.
“Che genere di visite?”.
“Una di controllo generale, poi sai bene che dovresti controllare se ha malattie veneree e soprattutto dovresti farlo smettere con quella robaccia” quasi lo rimproverò.
“Lo so” si passò una mano fra i capelli. L’uomo prese in mano la valigetta e gli si avvicinò.
“Anche tu ci sei passato quando eri solo un ragazzino, ci sei passato senza che avessi qualcuno accanto, fa che per lui non sia cosi” gli consigliò, poi aggiunse “E togliti dal volto quella maschera seria” dicendo cosi gli fece un cenno di saluto e uscì.
Viktor spense la sigaretta.
Già. Anche lui ci era passato e sapeva come era dolce quel veleno, quando lo prendeva tutto andava davvero a meraviglia. Ma presto aveva dovuto aprire gli occhi e imparare a difendersi dal mondo anche senza quella merda. Se ci era riuscito? Si, sospirò, ci era riuscito. Però solo dopo molte sofferenze e dopo aver causato la morte di un innocente.
Si passò la mano sul volto come per scacciare i ricordi crudeli che imperversavano nella sua mente. Ricorda era doloroso e inutile.
Con passo leggero decise di entrare nella sua stanza.
Erast dormiva tranquillamente, il viso era rilassato e il respiro regolare.
Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla fronte; ancora bruciava. Sospirò ancora.
Sedette sul bordo del letto e gli prese una mano fra le sue.
Aveva lunghe dita perlacee, molto curate e pulite, si vedevano le vene che le solcavano, era cosi leggera che lo fece sentire un mostro per un attimo, poiché aveva usato tutta quella forza con lui.
Portò alla bocca quella mano delicata e vi depose le labbra.
Non voleva fargli cosi male, ora si struggeva di rammarico, ma nel momento in cui lo aveva visto in quello stato, drogato e con il pene di Haym in lui non ci aveva più visto. Aveva semplicemente perso il controllo. Anche lui aveva avuto paura. Si, paura di fare una pazzia, perché in quel momento aveva sentito di essere pronto a uccidere.
Quando aprì gli occhi, togliendo le labbra dalla sua mano, impietrì nel vedere Erast che lo guardava con occhi sbarrati. Gli lasciò lentamente l’arto che il ragazzo ritirò portandoselo al petto.
Cadde un pesante silenzio fra i due che Viktor cercò di spezzare.
“Vuoi che me ne vada?” domandò e vedendo che Erast era trasalito capì di aver usato un tono di voce troppo duro. Il ragazzo scosse lentamente la testa.
Poi cedette.
Il passato che gli gravava sulle spalle, il cielo che come Atlante aveva dovuto sorreggere troppo a lungo, cadde su di lui. Si sentiva nudo; si portò le mani al viso e cominciò a piangere.
Viktor gli si avvicinò e gli carezzò piano i capelli.
“Erast… cerca di stare tranquillo, non ti fa bene agitarti e…” ma cosa parlava a fare?
Lo strinse forte a sé e il ragazzo nascose il volto nel suo collo, si lasciò abbracciare e carezzare la schiena e i capelli. Le mani gli tremavano convulsamente.
Viktor sapeva cosa volevano dire quelle reazioni, la depressione, la rabbia, il sentirsi in colpa per quello che era successo. Lo comprendeva.
Dopo alcuni minuti il giovane cercò di calmarsi e si scostò.
“Mi dispiace…” mormorò abbassando il capo e lasciandosi nascondere gli occhi dalla massa di capelli rossi ancora sporchi e incrostati di sangue.
“Non importa, non parliamone ora. Ce la fai ad alzarti?” chiese il bruno sollevandogli il volto e subito gli arrivò un’altra pugnalata nel vederlo di nuovo con quei lividi e il labbro gonfio.
“Penso di si”.
“Bene, vado a preparati il bagno, hai bisogno di lavarti” affermò prima di alzarsi e andare nella stanza da bagno.
Lasciò che la vasca si riempisse, stando molto attento che l’acqua non fosse troppo calda, vi versò del bagnoschiuma neutro e un liquido disinfettante. Quasi gli scappò un sorriso; non si era mai comportato in quel modo sdolcinato! Meglio non pensarci per il momento, decise.
Prese Erast e lo aiutò a spogliarsi giacché faceva fatica anche a muoversi. Cavolo lo aveva proprio malmenato, non osava pensare a quello che aveva fatto ad Haym… non che gli dispiacesse. Anzi in quel momento lo avrebbe ammazzato se si fosse arreso all’ira.
Riscossosi dai suoi pensieri prese in braccio il ragazzo e lo immerse nell’acqua, dove Erast fece alcune smorfie poiché il sapone gli provocava dei bruciori sulle ferite. Viktor si sedette sul bordo della vasca e volle aiutarlo a lavarsi, ma Erast rifiutò.
“Perché invece non ci vieni pure tu? Come quella volta…” domandò prendendogli una mano nella sua.
“Sai che dovresti essere arrabbiato con me?” gli chiese ironico.
“E perché mai? Forse mi meritavo di essere picchiato per capire come mi stavo riducendo. Allora vieni?” insistette abbassando la voce e persino ridotto così, il suono emesso dalla sua gola apparve sensuale. Viktor gli baciò la fronte e si alzò, si liberò in fretta dai vestiti e si mise dietro di lui, prendendolo in braccio, esattamente come quella volta.
“Ho capito, sai?” fece Viktor passandogli leggermente la spugna sul petto.
“Cosa?” chiese a occhi chiusi. Era strano e piacevole. La prima volta era stato solo molto agitato e forse aveva avuto anche paura, ma in quel momento era bello lasciarsi andare contro il petto forte di Viktor, lasciarsi coccolare, non dover sempre difendersi e ribattere malamente.
“Ti vuoi vendicare facendo fare tutto a me: lavarti, curarti, fasciarti, darti da mangiare, obbedire a ogni tuo singolo capriccio” gli sussurrò all’orecchio facendolo rabbrividire.
“Accidenti! Come hai fatto a capirlo?!” domandò il rossino ridendo. Risero insieme serenamente.
Era la prima volta che succedeva, la prima volta che ridevano entrambi dopo molto tempo.
Erast appoggiò la testa alla sua spalla.
“Voglio smetterla Viktor”.
Non c’era bisogno di spiegazioni.
“Ce la farai” gli assicurò il più grande passandogli lo shampoo nei capelli.
Il ragazzo non rispose. Lo sperava veramente.
Erast si girò piano e poggiò la guancia sul petto di Viktor.
Il bruno lo guardò intensamente. Quella scena avrebbe intenerito un sasso. Lo strinse leggermente a sé, beandosi del suo debole corpo bagnato, della fragilità che raramente mostrava.
Dopò un po’ di tempo lo aiutò ad asciugarsi, lo portò sul letto dove gli fasciò alcune ferite e mise della pomata su altre, infine gli fece indossare un pigiama.
“Cosi sembro un bambino!” aveva protestato il giovane.
“Zitto! E mangia” lo rimproverò. Gli diede della minestra, ma Erast arricciò il naso.
“Ehi, non sono ridotto cosi male da mangiare questa schifezza!” reclamò cercando di allontanare il cibo da sé, ma Viktor l’aveva fermato e lo aveva avvertito che lo avrebbe obbligato a mangiarla, volente o nolente. Erast giudicò più saggio non rischiare e ingurgitò tutto. Dopotutto aveva così fame da non badare molto a che cibo ci fosse nel piatto.
Da bravo, prese anche gli antipiretici e si mise sotto le coperte calde che nel frattempo Viktor aveva cambiato.
L’uomo si stava cambiando e Erast lo fissava. Sembrava cosi diverso! In un certo senso si sentiva a disagio vedendolo comportarsi cosi gentilmente con lui. Quando litigavano o si tiravano frecciatine pungenti sapeva come prenderlo, ma in quel momento era tutto terribilmente diverso.
Forse si comportava cosi con lui perché si sentiva in colpa, però lui non voleva la sua pietà!
Viktor si infilò a letto insieme a lui e lo abbracciò.
“Ehi! Cosi rischi di ammalarti anche tu!” esclamò rosso in viso.
“Ne approfitterei per star un po’ tranquillo a casa, allora” rispose accarezzandogli una spalla.
“Dico sul serio”.
“Anche io”.
Silenzio. Erast si voltò verso di lui, per un attimo non seppe se respingerlo o stringerlo a sé. Optò per la seconda opzione.
“Dopo tutto questo… mi vuoi ancora?” chiese con voce flebile il rosso; gli occhi chiusi.
“Si” rispose il bruno semplicemente, mettendogli una mano sulla natica.
“Viktor! Sto parlando seriamente” lo guardò con occhi di brace. L’uomo gli posò un bacio a fior di labbra.
“Anche io. Pensi che ora ti voglia cacciare via? Ah, non ti libererai di me così facilmente. Sei sempre una mia cosa. Vivrai ancora in questa casa, lavorerai e riempirai il mio letto da ora in poi” glielo disse calmissimo come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma il rossino arrossì all’istante.
“Ri… riempirò il tuo letto? Cioè vuoi dire che ora vuoi anche che io… che noi…” balbettò e si odiò immediatamente poiché stava facendo la figura dell’imbranato.
“Si, tesoro, voglio fare sesso con te, ogni notte, fino allo sfinimento” sussurrò sensualmente facendo penetrare una mano dentro il pigiama dell’altro e cominciando ad accarezzarlo sui glutei, poi lungo la colonna vertebrale.
Erast inarcò la schiena cercando di non gemere, non poteva dire se di dolore o di piacere.
“Non ti faccio schifo?” chiese il giovane quasi timidamente “Io sono stato con cosi tanti uomini e persino… persino con mio fratello!”.
Il volto di Viktor si rabbuiò all’istante.
“Non mi importa, ora sei mio e stai pur certo che sarà cosi per sempre, non lascerò più che tu appartenga ad altri, neanche nel caso in cui fossi tu stesso a volerlo” precisò prima di precipitarsi sulla sua bocca. Erast rispose subito al bacio.
Si trascinarono a lungo in un bacio intenso, ma tenero giacché Viktor stava attento a non fargli troppo male al labbro ferito.
Cominciarono ad accarezzarsi, Erast baciò e morsicò piano il collo di Viktor che ben presto prese di nuovo il controllo. Erano in preda alla passione quando Erast, in un colpo di lucidità, lo allontanò da sé.
Si fissarono per un po’ cercando di far tornare regolari i propri respiri.
“Scusami, ti fa male…” disse Viktor con voce roca, ma Erast lo baciò piano, poi si scostò.
“No, non è quello, ma il dottore ha ragione”.
“Il dottore?” domandò non capendo che cosa c’entrasse Marco in quella discussione.
“H- ho sentito quello che ha detto” lo informò imbarazzato “sulle malattie veneree, è meglio non rischiare”.
“Ma tu non sei malato, no? Non c’è problema.”.
“No, almeno per quanto ne so, ho sempre usato precauzioni, ma non ne posso essere certo, vorrei prima che ne fossimo certi” gli disse ormai rosso in volto per l’imbarazzo.
Il bruno lo fissò a lungo. Erast si preoccupava per lui? Si sentì una cosa alla gola, come un fastidioso nodo. Cercò più volte di ricacciarlo, ma invano; quando Erast lo baciò nuovamente quel nodo si sciolse andando ad inondare di calore tutto il suo petto.
Si chiese se aveva mai provato quel sentimento. E non ci fu bisogno di risposte quando strinse a sé il ragazzo, facendo toccare i loro petti, facendo battere insieme i loro cuori.





Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

sabato 9 luglio 2011

"Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente": l'altra faccia della Luna.


“Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente” : l’altra faccia della Luna.

“Ho cercato di far uscire le favole da se stesse.
Perché ogni storia contiene il suo contrario.
Perché niente è come appare: le favole sono alibi.
E perché niente, infine, appare com’è: gli alibi generano altre favole.”


Un “cantastorie” raccoglie intorno a sé i bambini desiderosi di ascoltare favole, tuttavia prima di incominciare a narrare chiede se loro credano alle favole.

“E fate male- replica- le favole non dicono sempre la verità: e sapete perché? Perché il primo che racconta una favola, la racconta come vuole lui ed allora nessuno osa più cambiarla. Tante, tante volte i fatti si sono svolti in un altro modo, la vera storia è diversa: ma quando quella storia diventa favola, ecco che i poveracci si ritrovano principi, le servette regine, i banditi eroi, ma soprattutto i cattivi vengono scambiati con i buoni e i buoni con i cattivi”.

Ed ecco che Cappuccetto Rosso non è più una povera fanciulla che va dalla nonna malata ma diventa un’avida cacciatrice del tesoro del lupo, la principessa abbandona il suo status di dolce donzelletta diventando una forzuta contadina, il brutto anatroccolo è solo un corvo, Robin Hood è un nobile decaduto, il principe di Biancaneve è innamorato del suo amico, la piccola fiammiferaia dà in regalo al re una bomba, Grimilde è la più bella e nulla vale l’amore, la bellezza supera ogni valore e soprattutto il Gatto con gli stivali non è che uno scalatore sociale.

Dietro alle mirabili e fantastiche favole si cela la crudele verità che si cerca di trasformare in qualche cosa di non- vero, in un sogno giustificatore.


Il seguente apologo è nato nel clima della monarchia assoluta precedente la Rivoluzione Francese, tuttavia sembra essere valido in ogni tempo.
La Verità, la quale nel momento in cui si presenta col suo volto disadorno è mortificata e respinta, travestita coi panni della favola, riesce a rendere accettato agli uomini il suo insegnamento morale:

“La Verità, dicono, se ne va nuda e abita in fondo a un pozzo. Un giorno, forse annoiata di quella sua profonda solitudine, uscì dal pozzo e si avviò tra la gente. Bella idea! Sùbito i primi che la videro se la diedero a gambe. La Verità provò a bussare a qualche casa: le sbatterono la porta in faccia. Nessuno voleva accoglierla. La povera Verità, umiliata e intirizzita, prese una strada di campagna.
Ed ecco venirle incontro una bella signora tutta vestita di trine e di sete, impiumata come uno struzzo, ricoperta di gioielli, falsi i più, ma sfavillanti: era la Favola.

- Oh, buon giorno! – disse la Favola, cordiale. – Ma che diavolo fai così sola soletta per questo stradone?
- Lo vedi – rispose malinconicamente la Verità – sto morendo di freddo. Non c’è un cane che voglia sapere di me. Scappano tutti appena mi avvicino.

- Eppure – replicò la Favola – eppure tu e io siamo parenti strette, e io, dove vado, sono assai bene accolta. Però capisco – soggiunse ridendo. – Tu hai torto: ti presenti troppo poco vestita…
No, no! Sai che faremo? Riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme, da buone sorelle. Vedrai, converrà a tutte e due. I savi accoglieranno me in grazia della verità che nascondo e i pazzi faranno festa a te perché sarai frusciante delle mie sete e luccicante de’ miei gioielli.”

( Jean Pierre Claris De Florian )

La verità e la favola, dunque, vanno di pari passo, anzi la seconda riesce a nascondere amabilmente la prima, troppo acre per essere comunicata senza veli. Perché mai avviene questo? I bambini non hanno bisogno di metafore, esattamente: i bambini. Le favole, infatti, non sono state originariamente indirizzate ai bambini, ma questo è un acquisto della modernità; come afferma J.R. R. Tolkien "la connessione istituita tra bambini e fiabe non è che un accidente della nostra storia. Le fiabe, nel moderno mondo alfabetizzato, sono state relegate alla stanza dei bambini, così come mobili sciupati o fuori moda vengono relegati nella stanza dei giochi, soprattutto perché gli adulti non vogliono più vederseli d’attorno e non si preoccupano se vengono maltrattati."

Per risalire a tale connessione bisogna percorrere la storia della favola.


Il termine “favola” (dal gr. “muzos”, traducibile letteralmente con “mito”) viene coniato per la prima volta in Francia con “Conte de fée” nel diciottesimo secolo; spesso è usata come sinonimo di “fiaba” sebbene siano due generi diversi poiché la prima ha uno stile breve, essenziale, presenta come protagonisti per lo più animali che rappresentano uno stereotipo umano e, molto importante, hanno una morale; la seconda, invece, è più lunga ed elaborata e oltre ai personaggi umani, vede come aiutanti o antagonisti esseri magici come fate, streghe, orchi, animali fatati e non sempre presenta una morale.

La favola, pertanto, è presente dagli albori dell’umanità, narrata oralmente principalmente dalle donne, le vere detentrici delle tradizioni. Sembra che sia nata dai riti che i giovani facevano per entrare nell’età adulta; pian piano, però, tali riti di iniziazione vennero meno e rimasero le favole.
L’inventore delle favole, benché già esistessero nell’antica Grecia le fabulae milesiae, ufficialmente, è ritenuto essere Esopo (VI sec. a. C. ) il quale, tramite gli animali, evidenzia i pregi e i difetti degli uomini con un’intenzione educativa e bonariamente satirica.
A Roma, invece, questo genero fu ripreso da Fedro che avverte fin da subito che il suo libro “muove il riso e consiglia saggiamente per la vita”.
Il mondo creato da Fedro è quello della sua realtà, gli animali rappresentano le caratteristiche degli uomini:

“gli animali di Fedro non agiscono come animali, ma soltanto come uomini; pertanto gli uomini che si presentano in talune composizioni potrebbero benissimo essere chiamati con nomi di animali. Non cambierebbe nulla” ( F. Solinas).

La volpe è astuta e ipocrita, ma anche quella che sa riconoscere i propri limiti:

“Fame coacta vulpes alta in vinea
Uvam adpetebat summis saliens viribus.
Quam tangere ut non potuit, discendens ait:
<< Nondum matura est; nolo acerbam sumere>>”.

Il lupo rappresenta l’ingordigia infida e la prepotenza, come ben è manifesto nella favola “Lupus et agnus” nella quale egli cerca un motivo vano pur di uccidere il povero innocente: è la parte dell’oppressore.
Il leone, similmente al lupo, è la forza e l’aggressività, poiché, in fin dei conti, è il re degli animali; le rane sono la folla, mai soddisfatta, descritta nella sua irrazionalità e nelle sue sventure; il cane, invece, è l’animale più simile all’uomo che indica la fedeltà, l’ingordigia, il servilismo.

Sicuramente queste favole sono allegorie della società contemporanea a Fedro e dell’atmosfera politica in cui egli vive.
Sono critiche mascherate del potere politico oppressivo e della mancanza di libertà, dei vizi umani come nella “Vulpus et corvus” in cui il narcisismo del corvo viene punito. Affiora il pessimismo di Fedro: la sopraffazione e l’ingiustizia governano il mondo, e i deboli sono destinati al silenzio.

Se Esopo riesce a originare un mondo fantastico in cui si avverte la magia della favola, Fedro descrive in modo cosi asciutto e breve che sembra avvicinarsi più alla satira che all’apologo, simile, per esempio, all’inizio della satira II di Orazio in cui egli, descrivendo la vita tranquilla del topo di campagna e quella mortale del topo di città, asserisce che si debba preferire la seconda e disdegnare gli sfarzi dell’eccesso.

La favola arriva al Medioevo, momento in cui incontriamo l’epopea animalesca del “Roman de Renard” del quale si conosce solo il presunto autore delle prime due “branches” che è Pierre de Saint- Cloud. Tale raccolta di favole, che vede come protagonisti l’astuta e intelligente volpe, Renard, e il prepotente ma sempre ingannato lupo Ysengrin, è la parodia della società medioevale: critica le istituzioni, la giustizia, la religione, le superstizioni, il potere abusivo dei politici, e persino la letteratura trobadorica. Gli animali vengono adoperati come modelli degli uomini quasi a voler far indietreggiare gli umani al regno animale, tanto che la fame perpetua degli animali indica l’avidità dell’uomo.

Similmente alle favole di Fedro, vengono impiegati gli animali come protagonisti e come mezzi di denuncia sociale per evitare sia una qualche persecuzione politica sia per superare la censura.

In questo periodo storico le favole diventano anche fiabe: la critica pungente, la morale spesso esplicita, gli animali vengono sostituiti da un racconto fantastico, fatto di figli e figlie di re, da creature magiche, da boschi e case incantati.

“Il Pentamerone” di Giambattista Basile è una raccolta di fiabe del sedicesimo secolo destinato ad un pubblico colto e adulto; le storie che contenevano erano sensuali, violente, complesse. Nelle più antiche versioni de “La Bella Addormentata”, ad esempio, la principessa non viene risvegliata da un casto bacio ma dai gemelli da lei partoriti dopo che il principe è giunto, ha fornicato col suo corpo addormentato e se ne è andato.
Nel diciassettesimo secolo abbiamo la figura di Perrault che raccoglie molte fiabe e in cui “La Bella Addormentata” diventa più simile alla storia che tutti conosciamo.
Quasi contemporaneamente Jean de la Fontaine riprende le favole esopiche e di Fedro, e cosi anche le funzioni dei vari animali: ecco che la volpe ora muore affamata perché non è riuscita a cogliere l’uva:

“Una volpe, chi dice di Guascogna,
e chi di Normandia,
morta affamata, andando per la via,
in un bel tralcio d’uva s’incontrò,
cosi matura e bella in apparenza,
che damigella subito pensò
di farsene suo pro.
Ma dopo qualche salto,
visto che troppo era la vite in alto,
pensò di farne senza.
E disse: - E’ un’uva acerba, un pasto buono
Per ghiri e per scoiattoli-

Ciò che non posso aver, ecco ti dono”.

Oltre a questi autori favolistici abbiamo i due scrittori contemporanei Carlo Alberto Salustri ( Trilussa), il quale ne “L’elezzione der presidente” denuncia ancora una volta la stoltezza degli uomini che si lasciano ingannare dall’apparenza e il potere politico preso con la menzogna, e Gianni Rodari che scrive favole per lo più a scopo pedagogico e anche qui abbiamo una volpe , la quale, però, a differenza delle precedenti non si arrende:

“Questo è quel pergolato
E questa è quell’uva
Che la volpe della favola
Giudicò poco matura
Perché stava troppo in alto.
Fate un salto,
fatene un altro.
Se non ci arrivate
Riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno
un poco si avvicina
il dolce frutto;
l’allenamento è tutto.”




Dunque, nello stesso secolo, le fiabe vennero riprese dall’avanguardia Francese, soprattutto dalle autrici rifiutate dall’Accademia di Francia le quali arricchirono vecchi racconti popolari con battute, usando le fiabe per criticare velatamente l’aristocrazia e il risulatato di ciò fu “Les Cabinet de fées”. Nel tardo diciottesimo e nel primo diciannovesimo secolo, i romantici tedeschi (Goethe, Tieck, Novalis, de la Motte Fouqué, ecc.) crearono opere ricche di temi mistici ispirati dai miti e dalle fiabe come il celeberrimo “Faust” di Goethe mentre i loro connazionali, i fratelli Grimm, lavoravano al loro famoso volume di racconti popolari tedeschi.
Le opere dei romantici tedeschi furono molto popolari in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, e la prima traduzione inglese della raccolta dei Grimm (del 1832) accese l’interesse vittoriano su tutto ciò che era magico e fatato: questo era in gran parte una conseguenza della rivoluzione industriale e del conseguente scombussolamento sociale. Infatti a partire dal 1850 abbiamo la seconda Rivoluzione Industriale in paesi come Belgio, Francia, Germania e Inghilterra. La prima fase, influenzata dalla tecnologia del ferro e del carbone, lasciò il posto all’energia elettrica che sostituì la forza a vapore. L’aumento della produzione e le invenzioni tecnologiche industriali e civili permisero il rapido miglioramento delle condizioni di vita delle persone sebbene si fosse formato il proletariato, sfruttato, e la ricca borghesia che sembrava non conoscere fine al proprio arricchimento. Tutto questo permise, pertanto, la nascita della società di massa: la maggioranza dei cittadini viveva nei centri urbani, gli uomini entravano quindi in rapporto fra loro con maggiore facilità e frequenza anche tramite la disponibilità di mezzi di trasporto, di comunicazione e di informazione. Tutti erano entrati, come produttori o come consumatori di beni e servizi, nel circolo dell’economia di mercato. In questo clima le fiabe cominciarono a essere spostate dal mondo adulto a quello dei bambini e le cause principali dell’improvvisa produzione di libri fiabeschi dedicati ai bambini furono due: i vittoriani idealizzavano l’infanzia ad un livello mai conosciuto prima e la nascita di una nuova classe borghese che allo stesso tempo era colta e benestante rendevano gli editori avidi di un mercato facile, da alimentare con fiabe riprese da altri paesi, modificandole per i lettori più giovani, e trasformandole secondo i rigidi canoni moralistici dell’epoca: convertire giovani eroine in passive, modeste, sottomesse ragazze vittoriane, e gli eroi in ragazzi virtuosi, ricompensati per le loro virtù cristiane.

Tolkien afferma che "Le fiabe, in tal modo bandite, tagliate fuori da un’arte pienamente adulta, finirebbero per guastarsi; e in effetti, nella misura in cui bandite sono state, si sono anche guastate."

Le moderne fiabe sono conosciute tramite la lente di Walt Disney che le ha rese piene di musicalità, smielate in un’atmosfera satura di magia.
Una coseguenza è che, per esempio, “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo abbandona quasi del tutto la sua denuncia sociale e il discorso del poeta sulla funzione della poesia per lasciare spazio a una storia di minore importanza, quasi ridicola e senza fondamento, dell’amore di Quasimondo per la bella Esmeralda.




Le favole, indubbiamente, nascono come genere letterario che ha scopi di critica sociale, politica, moralistica; ma ben presto in esse confluiscono tutte le caratteristiche umane e le aspirazioni degli scrittori che trascrivono queste tradizioni orali in raccolte scritte.

Dietro a ogni favola c’è il bisogno, da un lato, di esprimere il mondo che l’uomo ha dentro di sé; i sogni; i desideri e i fallimenti; e dall’altro di mantenere una certa distanza dalla realtà fatta di sopraffazioni e di evadere in un mondo fantastico.


“ Cosi ho optato per “l’evasione”: trasformando le esperienze in altre forme e simboli…”


“L' Evasione del Prigioniero non va confusa con la Fuga del Disertore” ci dice ancora Tolkien.
Il disertore è colui che diserta da questa dimensione del reale che gli fa ribrezzo, dalla quotidianità soffocante, mai al livello delle aspettative, mai capace di ripagare l’impegno di chi trascina la propria vita nei meandri degli ostacoli che essa produce.
L’evasione ci libera dalla schiavitù delle cose, recuperando la “visione chiara” del mondo e attendendo un’eucatastrofe, un lieto fine che dovrà sempre arrivare.

Inoltre un altro fattore determinante è la fantasia, che permette di riprendere un calderone in cui sono rimasti a maciullare mitologia, storiografia, romance, agiografia, racconti popolari e creazioni letterarie per secoli e di mescolare il tutto creando un nuovo spazio.


“The human mind is capable of forming mental images of things not actually present. The
faculty of conceiving the images is (or was) naturally called Imagination. But in recent times,
in technical not normal language, Imagination has often been held to be something higher
than the mere image-making…; an attempt is thus made to restrict, I should say misapply,
Imagination to “the power of giving to ideal creations the inner consistency of reality.”

“La mente umana è capace di formare immagini mentali di cose che infatti non sono presenti. La facoltà di concernere le immagini è (o è stato) naturalmente chiamata Immaginazione. Ma recentemente, in un linguaggio tecnico non normale, Immaginazione è stata spesso appresa essere qualcosa di superiore che il mero creare immagini.. ; uno sforzo è quello di far restringere, devo dire in modo inappropriato, Immaginazione al “potere di dare alle creazioni ideali l’interiore consistenza del reale”.

La fantasia è la facoltà di immaginare qualcosa di cui non abbiamo mai fatto esperienza: con la memoria immaginiamo il passato, con l’intuizione il presente, con la previsione il futuro. Però esiste un altro regno: quello delle opportunità non realizzate dove dimora tutto ciò che non esiste ma che potrebbe esistere. Con la fantasia si può immaginare e creare parti di quel mondo.

Cosi ogni scrittore cerca di formare un nuovo mondo parallelo, secondario, una fantasia e spera di essere un real- maker che “disegna sulla realtà”; si auspica, inoltre, che tale nuova dimensione abbia le peculiarità idealizzate del vero mondo.



La necessità di evasione è considerevolmente mostrata nelle atmosfere magiche delle fiabe, nell’immaginarsi esseri fatati e animali parlanti nelle favole; questo libero sfogo permette di oltrepassare i limiti imposti alla mente umana, di creare anche il non senso, come in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll dove viene annullato la dimensione spazio- temporale, le istituzioni non hanno più importanza e nulla sembra essere ciò che è :

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!” ( Alice)

Questo nuovo mondo somiglia, poi, all’evasione che sente Edvard Munch e che traduce ne “L’urlo” nonostante la sua estraniazione sia piena di angoscia e sia una nuova conoscenza che improvvisamente acquista del mondo. E’ simile al terrore che provano i sette capretti quando si rendono conto che quello che hanno lasciato entrare in casa non è la madre ma il lupo affamato.


La letteratura escapista, perciò, non è da ritenere pericolosa perché chiunque si senta imprigionato dalle catene della realtà cerca una via di fuga, una liberazione dalla frustrazione, dall’instabilità, dal vuoto monotono della vita e vuole inseguire un sublime valore di Assoluto.

Il lieto fine è il raggiungimento di questo scopo, la conquista di qualcosa di certo e totale, la conoscenza della vecchia condizione e la serenità di quella nuova.


L’evasione, poi, dal punto di vista filosofico nietzschiano porta a una nuova consapevolezza descritta da Nietzsche nel gioco di Dioniso il quale rappresenterebbe l’innocenza della fanciullezza alla quale deve seguire la formazione alla vita adulta. Il suo straniamento dovuto all’immagine riflessa nello specchio sta nel fatto che egli non è stupito di vedersi riflesso ma vede quello che si trova alle sue spalle, cioè il mondo nella sua molteplicità di infiniti fenomeni, e coglie che tale mondo variopinto è lui stesso- la molteplice apparenza del mondo è la sua stessa immagine e quindi in ogni frammento del mondo è raccolto tutto l’Universo, come in ogni frammento dello specchio.

Il saggio “Su verità e menzogna” inizia con quella che Nietzsche definisce una favola: la favola della conoscenza; con toni che ricordano da vicino le “Operette morali” leopardiane, e in
particolare il “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” egli racconta con toni apocalittici la
marginalità e precarietà della posizione umana nell’universo, descrive l’astro che ospita la nostra specie come un angolo remoto tra gli infiniti sistemi solari: “Vi furono molte eternità in cui esso non
esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole”.
Gli risponde il folletto leopardiano: “Ora che ci sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla (…)e le stelle e i pianeti non mancano di nascer e tramontare”.

La favola rappresenta l’autopercezione dell’uomo-scienziato che ha perso la sua creatività e la
luce negativa in cui è posta la conoscenza è dovuta al suo patetico antropomorfismo, dovuto all’oblio
scientista della marginalità e transitorietà della presenza umana nel cosmo. La conoscenza è allora il
sommo inganno: illusione di controllare il mondo da parte di ciò che non è che un granello
dell’universo. La superbia, la tracotanza, la hybris dell’intelletto sono esercitati all’estremo dal filosofo, che crede che gli occhi dell’universo siano rivolti a lui e che egli sia deputato a decidere le direzioni di sviluppo del mondo. Non solo il filosofo mira a carpire i segreti della natura, ma anche si arroga un’autorità predittiva e prescrittiva rispetto all’organizzazione del mondo intero. L’intelletto sarebbe uno strumento di
autoconservazione concesso agli esseri più infelici, deboli, transitori, con il medesimo scopo per cui
altre specie, più forti dal punto di vista biologico, sono muniti di corna o si difendono con morsi.
Occorre forse allora privare l’inganno e la finzione di etichette morali, interpretando ogni architettura
concettuale come narrazione, sorgente creativa di una visione del mondo.
Come il mondo vero alla fine è diventato favola è anche il titolo assegnato a un capitolo del “Crepuscolo degli idoli” in cui è ripercorsa in sei punti la storia della filosofia. In quel contesto l’espressione mondo vero si riferisce al platonico mondo delle idee, ricondotto al suo carattere favolistico e artificiale dal filosofare nietzschiano:
“Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? … Ma no!
Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!” esclama Nietzsche. Unico è l’atto
distruttivo che trascina con sé i due mondi: la favola, costituitasi tale per una sorta di rimbalzo in
opposizione a ciò che è invece riconosciuto come vero, non si oppone più ad esso, ma ha diritto al
medesimo statuto di verità (o falsità). Se l’incipit è una favola è pur vero che è tale, cioè finzione e
inganno, solo per uno spirito ordinatore che abbia posto una certa soglia di accettabilità dei contenuti
del dire da cui questa narrazione risulta esclusa.

Il mondo è ormai finzione e menzogna, favola e realtà sono la stessa cosa; in un certo senso questo appare vero anche da parte di Freud il quale, interpretando le favole psicoanaliticamente, afferma che queste, non diversamente dai sogni, non sono che proiezioni delle paure e dei desideri dell’uomo.


L’uomo è fatto di “cassetti segreti che solo la psicanalisi è in grado di scoprire” afferma Freud e nella “Giraffa infuocata” di Dalì quei cassetti appaiono pieni delle nostre paure, paranoie, aspirazioni, tabù.

“See, you know: bait off alsehood takes this carp of trut” dichiara Shakespeare nell’Amleto.

Freud asserisce che se un discorso metaforico non ha sufficiente potenza significativa è come una carpa di verità che si può pescare con un’esca di menzogna. Ogni costruzione metaforica, ogni fiaba, è pensata come un’esca senza la quale è vano andare a pescare una verità che non si riesce a vedere, ma di cui si conosce l’esistenza.

“La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia.
Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro vaghezza.
Nel nostro lavoro dobbiamo sempre tenerle d'occhio, senza
peraltro essere sicuri di vederle chiaramente”.

Per Freud la fiaba diventa un campo di ricerca rigoroso, egli si addentra nel mondo dagli oggetti vaghi, dalle atmosfere misteriose e magiche in un lavoro lento e pieno di trabocchetti.
Nell’ “Interpretazione dei sogni” fornisce due esempi di sogni collegati alle favole: il trovarsi nudi in compagnia di altri che indica il desiderio infantile di spogliarsi davanti ai genitori che avrebbe dato vita alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” (H. C. Andersen); il sogno della morte di un famigliare amato che Freud collega al smania inconscia del bambino di uccidere il padre per prenderne il posto accanto alla madre, questo sarebbe alle fondamenta dell’eroe che combatte contro l’orco- padre e che è all’origine della tragedia di Edipo.

Bruno Bettelheim sostiene che qualunque fiaba conserva un significato segreto che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio.
Nella fiaba ci sono i processi di: identificazione, trasgressione, immersione e trasformazione.

Una volta identificati con i personaggi della fiaba, il lettore vive tutte le situazioni angosciose e conflittuali fino a liberarsene. La trasgressione è la deviazione dal retto sentiero mostrato dal Super Io; ma egli è ancora debole e viene aggredito dall’Es diventandone preda.

Cosi Pinocchio trasgredisce alle parole del padre.


Tuttavia già nella trasgressione c’è il rimorso dell’Io e l’angoscia dell’Es con un nuovo desiderio di tornare a nuova vita. Questo comporta l’inizio di una immersione nell’inconscio personale, tramite la quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei conflitti interni, in un secondo tempo l’immersione porta verso elementi archetipici dell’inconscio collettivo.

Ad esempio Pinocchio disobbedisce e passa attraverso diverse fasi scendendo progressivamente verso stadi inconsci, prima incontra Mangiafuoco poi viaggia nel Paese dei Balocchi e, infine, viene inghiottito e immerso nel ventre del Pesce-cane.

L’immersione porta a stati d’ansia avvertibili in uno stato d’animo che ha origine dalle situazioni ce vengono vissute come negative per il proprio Io. E’ il momento in cui non bisogna più subire le pressioni dell’Es ma agire in accordo con l’Io.
Questo porta alla Lisi, la trasformazione del protagonista: il brutto anatroccolo diventa cigno, Pinocchio diviene umano.

E’ l’ eucatastrofe.

Finalmente la favola si rivela per quello che è: fantasia, evasione, denuncia, frammentarietà e totalità del mondo, apparenza, realtà.

Non è l’altra faccia della Luna; la favola è lo spleen e l’ideale.

“La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo”.



Tale è la favola. Tale è l’uomo.




La favola è un componimento originale, anzi unico, nel quale la filosofia e la poesia sembrano esser convenute insieme per formar un innesto prezioso di follia e di sapienza, di fole e di verità, per istruire trastullando il gran bamboccio dell’uomo; correggere quella serpe dell’amor proprio senza irritarla; e dar infine la ragione agli animali, per insegnarla a quelli che se ne credono i proprietarj.

(Cesarotti- Saggio sugli Studj)