venerdì 30 ottobre 2009

Alexandros (capitolo 14, parte I)


Alexandros si tirò indietro con un rapido movimento. La spada tuttavia gli si conficcò nella spalla facendolo mordere a sangue le labbra per il dolore.
Con impeto prese un pugnale e lo piantò nella gola del nemico che alzò gli occhi verso il cielo e cadde a terra.
“Maledizione!” imprecò sottovoce grugnendo mentre si toglieva l’arma. La rimpiazzò con la propria che aveva perso.
Ma non ebbe il tempo di respirare che un altro gli dava addosso.
Ora capiva perché i Greci odiavano cosi tanto i barbari. Erano troppo violenti per i loro gusti!
Imprecò nuovamente tagliando il Gallo su un polpaccio e poi sul braccio.
Continuò a combattere. Era stanco, ormai non sapeva più da quanto tempo stava lottando, però sentiva che le forze lo stavano abbandonando. Sia quelle fisiche sia quelle psichiche.
Liberandosi di un altro sollevò lo sguardo e per un solo secondo incontrò quello del suo comandante.
Subito dopo tornò a sterminare i propri nemici.

Non riusciva a fare nulla. Né mangiare né dormire.
Nell’accampamento si sentivano solo le grida e i gemiti di dolore dei soldati.
Voleva tapparsi le orecchie e non udire più quelle cantilene mostruose.
Decise di rifugiarsi nella tenda del proprio comandante. Il tenente lo fece entrare, ma dentro non c’era nessuno. Sospirò levandosi l’armatura.
Era pieno di sangue.
Suo e di altre decine di uomini.
Si nascose il volto con una mano.
Ancora.
Aveva ucciso ancora.
Che orrore.
Rabbrividì lasciando scappare un singhiozzo.
“Che fai? Piangi? Smettila di comportarti da femminuccia!” la voce forte e tormentata di Marcus lo scosse.
Tolse la mano e lo guardò di sbieco.
“Non sto piangendo” replicò duramente.
“Ma davvero?” commentò ironico versandosi dell’acqua che bevve tutta d’un fiato.
Nel frattempo, Alexandros prese la bacinella e cominciò a lavarsi via il sangue, il fango, la sporcizia dal corpo.
Dopo che finì si mise una tonaca e volle buttare l’acqua, ma restò a fissarla.
Marcus alzò un sopracciglio.
“Ebbene?” domandò finendo anche lui di lavarsi.
“Pensavo… come sarebbe facile se l’acqua potesse lavare anche i nostri ricordi come fa con il sangue…” sospirò e diede la bacinella ad un attendente.
“Me propius accedi*” comandò Marcus e gli scoprì la spalla “Stai sanguinando. Chiama un dottore”.
“Non ne ho bisogno, faccio da solo, tu piuttosto, fatti curare quel taglio al braccio, sta per infettarsi” gli raccomandò.
“Vieni con me” ordinò.
Alexandros sospirò fra i denti e lo seguì.
Entrarono in un tendone.
Sapeva cosa lo aspettasse, la prima volta era stato curioso di vedere come fosse là dentro, le successive volte non ci era voluto entrare, tuttavia Marcus lo aveva sempre costretto a seguirlo.
Voleva che sapesse cosa fosse il dolore.
Lo sapeva, non aveva bisogno di ulteriori lezioni, però forse Marcus avrebbe meglio sopportato la sofferenza se l’avesse condivisa con lui.
Per terra, su giacigli, erano sparsi i corpi dei soldati feriti.
Molti avevano le gambe e le braccia, il petto, la schiena tagliati.
Alcuni avevano gli arti amputati o la testa rotta.
I medici cercavano di curarli, però molti di loro erano destinati alla morte, infatti alcuni soldati stavano continuamente portando fuori le salme dei defunti.
Il comandante si sedette accanto ad un soldato.
“Come ti chiami?” domandò con voce calda che al ragazzo fece venire i brividi di freddo. Sgranò gli occhi, sapeva cosa significasse quella voce. Guardò il soldato. Stava sanguinando, dal torace usciva molto sangue ed era tutto riempito di ferite.
“Titus, comandante...” rispose con affanno.
“Titus, oggi hai mostrato tutto il tuo valore, sei un bravo civis romanus” si complimentò con lui.
“Gra… zie..” sussurrò tentando un sorriso.
“Da dove provieni?”.
“Dalla Gallia Cis… alpina” rispose mentre una lacrima gli bagnava la guancia.
“E dimmi, lì, hai la tua famiglia?”.
“Si… due figli e mia moglie…” rispose sorridendo.
“Saranno orgogliosi del padre” commentò dolcemente Marcus infilando una mano nei capelli del soldato.
“Si… non vedo l’ora di rivederli…” sorrise.
Piangeva.
“Li rivedrai presto”.
“Se mai li vedrà… dica loro che… li ho amati più della mia… vita…”.
“Lo farò” promise.
Mise una mano sullo sterno e con’altra gli afferrò il cranio.
Alexandros non ebbe il tempo di fare nulla se non portarsi la mano davanti alla bocca e assistere inorridito alla scena: Marcus con un rapido e deciso movimento gli spezzò l’osso del collo.
Marcus sospirò alzandosi e andando oltre Alexandros.
Non aveva il coraggio di guardarlo in viso.
Il ragazzo si precipitò fuori.
Non sopportava più!
Erano tre mesi che andava avanti cosi.
Era stanco.
Estremamente stanco di tutto.
Andò nella tenda di Filippos, un medico greco, suo amico.
Cercò fra diverse boccette e finalmente lo trovò.
Su di esso c’era solo scritto “Veleno”.
Lo prese e volle berlo, quando una voce seccata lo raggiunse.
“Ti prego! E’ una cosa troppo romanzesca uccidersi, ma se proprio lo vuoi fare per favore non farlo qui, penserebbero che ti abbia ammazzato. E già ho abbastanza rogne” disse sarcastico un uomo alto che si sedette su uno sgabello con dei papiri in mano.
“Gentile come sempre, Filippos” ribatté Alexandros avvicinandosi.
“E’ la tua vita, ti appartiene, ma non rovinare quella degli altri”.
“Non sarei il primo” rispose amaramente.
Filippos abbassò le pergamene sospirando. Si alzò e versò del vino rosso che porse ad Alexandros che lo rifiutò.
“So che non bevi, però ora ti farà bene, prendilo”.
Il ragazzo obbedì riluttante.
“Razza di idiota! Bravo, lascia pure che ti si infetti tutto qui” lo rimproverò fissando la profonda ferita.
“Passerà…”.
“Certo, tanto tu ora bevi quel veleno e la fai finita, vero? Perché cosi è più facile da sopportare” commentò facendolo sedere e togliendogli la boccetta che rimise con cura al suo posto.
“Tu non sai niente! Non sai cosa si prova a uccidere, a sentire la spada che entra nella carne di un uomo! Non sai cosa voglia dire vedere colui che ami uccidere a sangue freddo mentre parla dolcemente! E’ troppo per me!” gridò istericamente.
“Sei proprio un ragazzino. Togli questa tonaca” ordinò serio, quasi arrabbiato.
Con forza gli curò la ferita; Alexandros si morse un labbro. Anche Filippos aveva combattuto nelle guerre, il suo corpo era tutto ricoperto di ferite, e lui lavorava con i feriti e i morti.
Doveva ben sapere cosa significasse una guerra. Si alzò barcollante e si avviò verso l’uscita della tenda. Si fermò un attimo e si voltò a guardare quel volto tenebroso che lo fissava con occhi di fuoco.
“Scusa, ero fuori di me” disse piano.
Il medico gli diede le spalle e prese nuovamente le pergamene in mano.
“Fortem fac animum habeas**”.
Alexandros sospirò e uscì.
Incontrò davanti ai propri occhi l’oscurità della fredda notte illuminata dalle stelle silenziose.




* "Vieni più vicino a me".

** "Cerca di avere un animo forte".

giovedì 22 ottobre 2009

Noi due (capitolo 13, parte terza)


Tutto quello che successe in seguito fu un caleidoscopio di eventi.
La macchina di Hesediel si fermò accanto a lui.
L’uomo capì al volo l’accaduto.
Gabriel era sotto stato di shock, tremava ed era fuori di sé.
Lo strinse al proprio corpo.
Invano cercò di calmarlo.
Arrivarono presto l’ambulanze e macchine di polizia.
Gabriel pianse quando Hesediel si assunse la colpa dell’accaduto, dichiarò di essere stato lui a spingere il fratello in mezzo alla strada.
Poi il giovane svenì.

La gente intorno a una bara. Una bara come tutte le altre sotto un cielo plumbeo.
Una scena da sogno, anzi da incubo.
Tirava vento, ma faceva un caldo infernale.
Nessuno piangeva.
Perché diavolo nessuno piangeva?
Nessuno aveva mai amato veramente Hegyron?
Gabriel guardò il buco nero che avrebbe accolto il corpo dell’amico per l’eternità. Era spaventoso.
Un brivido di terrore gli attraversò la schiena. Anche lui un giorno…
Voltò il capo verso la propria destra.
Hesediel era accanto a lui. Nathalie non era neanche venuta al funerale. Non l’aveva più vista dall’incidente.
I giornali scandalistici avevano fatto veramente del loro meglio per mentire ed enfatizzare l’accaduto.
Avrebbe voluto prendergli la mano.
Sentire il calore di quella dell’amato. Sentire di essere ancora vivo.
Sospirò. La colpa era tutta sua.
Hesediel era più tenebroso del solito, tuttavia sapeva benissimo che non gli sarebbe accaduto nulla nel processo per la morte di Hegyron, solo che non sopportava che lui si fosse preso la sua responsabilità.
Tornò con gli occhi vuoti a osservare la bara nera che scendeva nelle profondità infernali della terra.
Una goccia di pioggia gli bagnò il volto. Un’altra e un’altra.
Fra quelle riconobbe le proprie lacrime silenziose che gli solcavano le guance.
Le uniche lacrime in quella giornata fredda.
Addio Hegyron, addio amico.
Mio migliore amico.
Per sempre.

Quella sera Hesediel e Gabriel fecero l’amore.
Non era più sesso.
Forse neanche per Hesediel lo era più o forse per Hesediel non lo era mai stato, ‘solo sesso’ .
La mano di Hesediel toccò un labbro dell’amante che lo mordicchiò. Stavano per raggiungere il piacere, Gabriel abbracciò Hesediel.
“Ti amo” una parola sussurrata nel profondo silenzio di un’immensa stanza che crea un eco.
Hesediel lo fissò sorpreso, non rispose.
Lo portò al piacere e lo baciò. Dormirono insieme abbracciati.
Hesediel si svegliò all’alba. Fece una doccia, si vestì e baciò Gabriel sulle labbra, sulla fronte, sui capelli.
“Addio”.




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Salve a tutti,
purtroppo come avete avuto modo di constatare il blog va molto a rilento e me ne dispiaccio, ma fra la scuola e le altre attività non ho più un attimo di tempo, perciò chiedo scusa e cercherò di riuscire a postare almeno un paio di volte al mese. Inoltre mi dispiace anche di aver trascurato altri blog, come quelli di Ale, Viky o Giusy. Chiedo ancora scusa.

A presto, Jivri'l.

sabato 3 ottobre 2009

Noi due (capitolo 13, parte seconda)


Arael sbadigliò rumorosamente. Stavano nel cortile e parlavano di quello che era successo ultimamente. Ariel sospirò melodrammaticamente.
“Eppure ti avevo detto di non dare ‘quello’ ad Arael, forse cosi, se Hegyron non vi avesse visti, tutto questo non sarebbe accaduto” sbottò studiando una rivista di armi da fuoco.
“No, forse è meglio cosi Ariel, almeno ho capito che genere di persona è colui che reputavo il mio migliore amico” rispose Gabriel toccandosi un livido sull’avambraccio.
“In effetti…” rispose Mikael tirando un orecchio ad Ariel che gli diede una sberla.
“In ogni modo quei quattro sono stati veramente malmenati ieri o l’altro ieri, pensa che due sono finiti all’ospedale” proruppe Arael.
“Eh?” Gabriel lo guardò sorpreso.
“Già, non si sa chi sia stato, però anche Hegyron non si è visto molto in giro e pare che sia più cupo del solito” continuò Mikael serio.
“Comunque… Gabriel, potrei parlarti due minuti in privato?” intervenne Arael. Il ragazzo annuì e gli altri due si fecero un muto cenno di assenso e si allontanarono.
Gabriel si sedette accanto all’amico.
“Dimmi pure”.
Arael parve a disagio, tuttavia cercò di guardarlo negli occhi.
“Per quello che riguarda la nostra… relazione, cosa hai intenzione di fare?” domandò serio. Gabriel assentì stancamente nascondendo il proprio sguardo in terra.
“Non credo che potremmo continuare cosi, cioè voglio dire… forse è meglio rimanere solo amici” propose cercando di essere sincero una volta tanto con i propri sentimenti.
“Lo immaginavo, accetto la tua scelta, ma sappi che sono innamorato di te”.
“Arael, io… sono innamorato di un altro” confessò. Per la prima volta lo aveva ammesso ad alta voce. Arael rise amaramente.
“Si, avevo immaginato anche questo, sei innamorato di quel Hesediel? Il riccone” .
“Lo conosci?” era meravigliato, lo fissava come se non lo avesse mai visto cosi da vicino.
“E chi non lo conosce? E’ un riccastro, e poi eri in giro sempre con lui e ammettiamolo: ha fascino” gli sorrise alzando le spalle.
Gabriel ricambiò il sorriso, aveva veramente un cuore di oro.
“Però non avrei mai pensato che saresti stato proprio col fratello di Hegyron” disse stupito.
“Hegyron? Che dici? Hesediel è il fratello di Hegyron?”.
Arael si alzò per stirarsi.
“Non lo sapevi? Ma dove vivi? Si, hanno un cognome diverso, però sono fratelli anche se sul passato della loro famiglia si sa pochissimo, pensa che qualche tempo fa è uscito fuori che i loro genitori morirono in un grande incendio nella tua città, mi pare, ma non chiedermi null’altro, questo è tutto ciò che so”.

Stai calmo, stai calmo, si ripeteva Gabriel aggirandosi nella propria stanza.
Hegyron ed Hesediel erano fratelli. Ok, strano, ma non impossibile.
Uhm, la differenza fra i due era di circa dieci anni; o poco più. Tutto ciò coincideva perfettamente con il sogno. Lui che aveva la stessa età di Hegyron e Hesediel che era un giovane uomo, poi un incendio. Chi era la ragazza? E cosa era successo nell’incendio? Perché nel sogno anche lui si trovava circondato dalle fiamme?
Lo doveva sapere!
Si, sapeva che all’età di tredici anni aveva avuto un incidente e aveva perso la memoria, tuttavia non si era mai interessato molto della propria vita precedente all’incidente.
Prese il telefono e chiamò Hesediel. L’uomo non rispose.
Gabriel decise che doveva parlargli e doveva farlo quel giorno!
Prese il proprio motore e si avviò verso l’albergo nel quale alloggiava Hesediel. Lasciò il motore e corse dentro.
Brunetti lo salutò e gli disse dov’era Hesediel, anche se gli consigliò sinceramente di non andare da lui, ovviamente non gli diede ascolto. Salì le scale e aprì la porta senza bussare.
Avrebbe preferito farlo.
Sentì come se gli mancasse il pavimento sotto i piedi.
Nathalie mezza nuda baciava Hesediel che la teneva stretta.
Sembrava proprio uno di quei baci passionali che era solito regalare a lui. Subito i due si accorsero dell’intruso e si bloccarono fissandolo.
Gabriel aveva il fiato corto, anzi non riusciva proprio a respirare. Guardò per un istante Hesediel, però non riuscì a leggere la sua espressione, invece quella di Nathalie era ben intuibile.
Sdegno.
Farfugliò qualche scusa e scappò giù per le scale.
Stupido, stupido, stupido!Dare cosi il proprio cuore su un piatto di argento a un bruto come quell’uomo!
Gli aveva dato il corpo e la mente, almeno il cuore, quel maledetto cuore avrebbe potuto scegliere di non regalarsi in quel modo.
Saltò sulla moto e corse via.
Nel frattempo Hesediel aveva lasciato Nathalie che gli chiedeva spiegazioni di quell’intrusione, non la stette neanche a sentire. Si mise un maglione e iniziò l’inseguimento di Gabriel.
Quel ragazzino pareva sconvolto! Doveva ritrovarlo.
Si fermò da Brunetti e gli chiese dove fosse andato.
“Suo marito è andato verso il quartiere ad est” gli disse frettolosamente.
Certo, “suo marito”.
Ancora quello scherzo era passato come vero.
Salì nella macchina e partì sotto lo sguardo sbalordito di Nathalie che lo aveva seguito e aveva anche sentito tutto. La donna si voltò verso Brunetti con occhi di brace.

Con Hesediel non aveva potuto parlare. Rimaneva una sola persona che poteva dargli una spiegazione.
Hegyron.
Volle andare all’accademia, però passando vicino ad un club lo vide fuori con alcuni compagni. Si avvicinò cercando di parlargli.
Il ragazzo lo guardò con volto inespressivo, accettò di appartarsi.
Si accese una sigaretta.
“Che vuoi?” domandò con tono piatto.
“Perché non mi hai mai detto che sei il fratello di Hesediel?” domandò freddo. Quella voce meccanica era la sua?
“Non me l’hai mai chiesto, e poi avrebbe potuto benissimo dirtelo tua madre o tuo padre, no?”.
“Quindi anche loro lo sapevano”.
“Già, però penso… sai quanto sarebbe interessante se i tuoi sapessero che sei la puttana di mio fratello?” rise maligno.
“Non sono affari tuoi, voglio solo sapere perché non mi hai mai detto che mi conoscevi”.
“Tuo padre non voleva, non dopo che hai ucciso mia sorella” spense la sigaretta e lo prese per i polsi.
“Che dici?! Menti! Tu non hai una sorella!” gridò terrorizzato cercando di liberarsi.
“Non più, grazie a te!” lo sbatté contro un muro. Era sempre stato più forte di lui.
Lo morse sul collo.
“Che..?! Hegyron che cazzo stai facendo?!” urlò divincolandosi inutilmente. Hegyron aumentò la stretta e bloccò con le proprie cosce quelle di Gabriel.
“Voglio provare ciò che sente mio fratello scopandoti, non ho mai capito perché gli piacessi cosi tanto fin da allora, io ero sempre un’ombra, sono davvero curioso di scoparti Gabriel” gli sussurrò perfido.
“Lasc…!” le sue labbra furono coperte da quella di Hegyron. Sapeva di alcool.
La sua lingua si impossessò della sua bocca. Lo morse nuovamente sul collo, mentre con una mano volle aprirgli la cerniera dei pantaloni, ma cosi facendo diminuì la stretta dei polsi, quindi Gabriel riuscì a liberarsi, provò a colpirlo, senza successo.
Perciò volle fuggire, però Hegyron lo prese per un braccio.
Ne seguì un conflitto breve, Gabriel stava avendo la peggio, lo sapeva, ciononostante non poteva perdere, non poteva cedergli! Cosa stava accadendo?
Quando era successo?
Quando tutto era cambiato?
Era un sogno, certamente era soltanto un sogno. Lui si sarebbe svegliato e avrebbe trovato Hegyron sorridente che gli augurava una buona giornata.
Erano sempre stati insieme.
Erano amici, come dei fratelli, anzi tenevano l’uno all’altro più di quanto si vogliono bene due fratelli.
Come era accaduto che loro due si fossero cacciato in quella situazione?
Che quasi si odiavano?
Che Hegyron, il suo fidato amico cercasse di… violentarlo?!
Che lui volesse che sparisse per sempre?
Non lo riconosceva più.
Non si riconosceva più.
Con le lacrime agli occhi allungò le mani davanti a sé con forza e lo spinse.
Vide Hegyron barcollante andare in mezzo alla strada.
Si fissarono un secondo.
Solo un secondo ebbero tempo per fissarsi.

Un tir lo spazzò via.