martedì 30 giugno 2009

Alexandros ( capitolo 13)

Alexandros sedeva in giardino e pareva soprappensiero. Nonostante ormai non fosse più caldo, indossava soltanto una tunica, i capelli lunghi gli ricadevano su una spalla, il volto era più pallido del solito. Gavriil stava innaffiando alcune piante, ma era piuttosto preoccupato per lui. Quando Alexandros aveva saputo della decisione di Marcus di mandare Julius in Asia si era sentito terribilmente in colpa e non aveva più aperto bocca.
Il ragazzo sarebbe dovuto partire due giorni prima, però a causa di alcuni problemi burocratici la partenza era stata rimandata di tre giorni.
Alexandros aveva visto Julius soltanto una volta, di sfuggita, e il ragazzo non gli aveva neanche rivolto un saluto. Passava molto tempo insieme a Cornelius, che, quando lo vedeva, gli accennava solo un saluto cortese e andava da Julius. In fondo era normale che volesse passare il tempo che gli rimaneva con il fratello, anche Aemilia spesso si univa a loro, ma stava pure con lui raccontandogli dei pettegolezzi divertenti cercando di farlo ridere.
Ridere era il suo ultimo pensiero.
Marcus era invisibile, raramente lo incontrava. Era freddo, molto più del solito.
Voleva guarire presto, sentiva ancora dei doloretti, ma in fin dei conti stava molto meglio.
Si alzò di scatto, doveva muoversi un po’, gli ultimi avvenimenti lo avevano sfinito a livello psicologico, non solo per quello che stava accadendo in quella famiglia, ma anche perché, forse a causa del trauma di essere malmenato, aveva ricordato chi fosse.
Il problema era proprio quello.
Si era ricordato del padre, della madre e della sorella; si era rammentato di dove fosse vissuto, di che ruolo aveva avuto in quella società.
Ora che sapeva perfettamente chi fosse trovava nuovamente umiliante essere uno schiavo. Doveva fare qualcosa. Aveva passato fin troppo tempo a giocare il ruolo del bravo schiavetto, ora aveva davanti due opzioni: uno, chiedere direttamente a Marcus l’affrancamento; due, scappare.
Ancora non sapeva cosa fare, decise che fosse saggio innanzitutto guarire, poi ci avrebbe pensato seriamente.
“Alexis, stai bene?” lo riscosse la voce gentile di Gavriil che gli si era avvicinato.
“Si, grazie, sai per caso dove sia Marcus?” domandò passandosi una mano fra i lunghi capelli.
“L’ho visto prima nell’exedra”.
“Era da solo?”.
“Mi pare di si”.
Il ragazzo ringraziò e s’incamminò verso quella parte della domos.
Bussò e, ottenuto il permesso di entrare, varcò la soglia immergendosi negli occhi di Marcus che inarcò un sopracciglio vedendolo, gli diede le spalle continuando a leggere qualche cosa su una pergamena.
“Cosa c’è?” domandò senza tanti preamboli.
Glaciale.
“Volevo chiederle cosa dovessi fare, ormai sto abbastanza bene” fece lui con tono sicuro.
Marcus si immobilizzò e tornò a squadrarlo. Qualcosa nella sua voce era cambiato.
Era tornato ad avere il tono che aveva quando lo aveva acquistato, una voce fiera che non si sarebbe mai sottomessa.
Lo esaminò meglio, stava ritto, con il suo portamento nobile, gli occhi che non cedevano ai suoi.
Non sapeva se considerarsi turbato o irritato.
“Per oggi stai ancora a riposo, domani Julius partirà e ricomincerai ad occuparti di Cornelius e Aemilia” gli ordinò sedendosi.
“Bene, ora se mi concede…” disse il ragazzo volendo uscire.
“No, non ancora, chiudi quella porta e vieni qua”.
Alexandros esitò un attimo, poi gli obbedì.
Prese la mano che l’uomo gli tendeva e sedette sulle sue gambe lasciandosi travolgere dal bacio che Marcus gli aveva strappato con la forza.
Non era un bacio come quelli che gli aveva regalato mesi prima, era impaziente, quasi violento.
Marcus gli afferrò i capelli e li tirò indietro facendogli emettere un gemito di dolore, scoprendogli il collo, glielo morsicò con la chiara intenzione di fargli male, con la mano libera gli scoprì la pelle delle spalle, gli tirò la tunica giù mettendo a nudo il suo petto.
“Ma- Marcus… potrebbe venire qualcuno… qui siamo…” mormorò con paura nella voce.
“Non mi importa, sono io il patronus qui, te lo sei dimenticato?” replicò strizzandogli un capezzolo e facendolo gridare, un grido che cercò di soffocare mettendosi una mano sulla bocca.
“Ma se venisse Aemilia, lei entra senza… ah… bussare” insistette il ragazzo.
“Si, hai ragione” acconsentì e non gli diede neanche il tempo di realizzare quello che stava succedendo poiché lo caricò su una spalla e uscì con lui. Alexandros non sapeva che fare, gli chiese di farlo scendere, ma non c’era possibilità che lo avrebbe ascoltato, mettersi a urlare non poteva, quindi cercò di stare tranquillo mentre le sue guance diventavano di porpora mano a mano che alcuni schiavi li vedevano e rimanevano sorpresi.
Marcus aprì la porta della sua stanza e lo buttò sul letto, gli si stese subito sopra.
Aveva una voglia matta di prenderlo, lì e subito.
Era passato cosi tanto tempo dall’unica volta che lo aveva fatto suo, che non riusciva quasi più a controllarsi. E quella sua espressione fiera di poco prima gli aveva riacceso il fuoco che aveva cercato di domare.
Lo desiderava cosi tanto che gli sembrava che anche la pelle fosse di troppo, voleva sprofondare in lui, prenderlo con la violenza fino allo sfinimento.
Gli catturò la bocca, lo violò all’interno, però dopo un momento di sorpresa, forse di paura, anche Alexandros ricambiò il bacio, con lo stesso impeto. Si baciavano fino a sentire di soffocare, si staccavano solo pochi attimi, poi allacciavano di nuovo le loro lingue veementi, le mani di Marcus, piene di calli per l’uso quotidiano di spada e altre armi, gli staccarono la tunica impazienti, si muovevano sul suo corpo caldo, lo tormentavano; Marcus passò a baciarlo sul collo nel frattempo che già lo preparava.
Non aveva proprio la pazienza per giocare.
Lo voleva subito.
E in fondo neanche Alexandros non chiedeva di meglio, pure lui lo desiderava.
Il ragazzo allargò le cosce e gli fece subito spazio in lui. Marcus cercò di fare piano, Alexandros non era di certo ancora abituato ad accoglierlo, ma dopo un piccolo gridolino da parte sua, vide che si rilassò. Lo baciò di nuovo cominciando a muoversi in lui.
Alexandros strinse le gambe sui suoi fianchi, lasciandosi sopraffare dalle ondate di piacere che gli arrivavano ad ogni spinta di Marcus, il quale lo stava masturbando con lo stesso ritmo dei suoi affondi.
Si lasciò travolgere completamente da lui, chiuse gli occhi ansimando sempre più forte, le sue mani gli graffiavano la schiena, la sua bocca cercava quella di Marcus, i loro respiri si mescolavano, i loro cuori battevano all’unisono. Era come se si stessero completamente fondendo.
E infine lo raggiunse il piacere, inaspettato, devastante, stremante.
Poco dopo vide Marcus lanciare la testa all’indietro, il viso imperlato di piccole gocce di sudore, gli occhi chiusi.
L’uomo si distese su di lui.
Aspettarono che i respiri tornassero regolari, quindi Marcus alzò il capo per guardarlo, gli accarezzava i capelli che gli arrivavano ormai al petto, gli baciò la punta del naso e si mise accanto a lui.
“Volevi essere posseduto da me?” gli chiese malizioso morsicandogli un orecchio e facendogli sentire nuovamente strani movimenti di eccitazione nello stomaco.
“Mi pareva fossi stato chiaro” rispose con lo stesso tono, l’uomo sorrise e lo baciò nuovamente.
“Si, limpido come l’acqua”.
Stettero ancora cosi a lungo, poi Alexandros lo guardò incerto.
“Cosa c’è?” domandò Marcus soffocando uno sbadiglio.
“Non dovrebbe alzarsi? Ha ancora molto da fare e domani…” non finì la frase che l’uomo lo interruppe con un gesto di nonchalance.
“Più tardi, ora voglio dormire un po’ con te” lo informò facendolo voltare per prenderlo in braccio.
“Si, ma poi il senatore Lucano Se…” protestò, però fu nuovamente interrotto da Marcus.
“Alexandros, dormi” sussurrò prima di dargli un leggero bacio sui capelli e chiudere gli occhi ispirando quel profumo che gli riempiva l’essere.*
Alexandros si accoccolò al suo petto. Era bello stare abbracciato cosi a lui, contro il suo corpo massiccio, sentirsi quasi protetto.
Solo che era uno schiavo e non voleva esserlo, voleva stargli accanto come un uomo libero, dirgli chi era in realtà, essere considerato un suo pari.
Tutto quello, tuttavia, non era possibile.

Cornelius stava col capo sul petto di Julius, sentiva il battito regolare del suo cuore.
Lasciò vagare una mano sul suo ventre.
Tutto quello che era successo era stata pura follia, lo sapevano entrambi. Se qualcuno lo fosse venuto a sapere… scosse piano la testa, questo non doveva succedere.
Quel loro amore malato non doveva essere assolutamente scoperto, sapeva benissimo che non avrebbe dovuto lasciare che il fuoco della passione divulgasse nel suo animo e in quello del fratello, tuttavia era accaduto e nonostante sapesse che fosse dannatamente sbagliato, non poteva non nutrirsi con l’illusione di quell’amore, di sentirsi felice stando accanto a lui, una felicità che da lì a poche ore sarebbe stata uccisa dalla partenza di Julius.
Aveva paura di cosa avrebbe fatto senza di lui, gli aveva proposto di accompagnarlo, però Julius non aveva neanche preso in considerazione la sua idea, gli aveva soltanto detto che non faceva per lui, che voleva saperlo a casa, al sicuro.
E lui aveva accettato il suo desiderio.
La mano di Julius gli carezzò piano la schiena rivelandogli di essere sveglio, il ragazzo si allungò verso di lui e gli posò un bacio a fior di labbra.
“Mi mancherai” sussurrò piano lasciando scivolare l’ennesima lacrima che fu prontamente asciugata da un dito di Julius.
“Anche tu, non piangere, tornerò presto, te lo prometto”.
Cornelius annuì soltanto sperando che sarebbe stato cosi.
“Non buttarti giù, ti scriverò, te lo prometto e poi verrò, ti prenderò e torneremo a casa” gli promise. Cornelius annuì sentendo che se solo avesse cercato di parlare sarebbe scoppiato in singhiozzi, nascose il volto nel suo collo cercando di controllarsi, Julius gli baciò la fronte “Fortem fac animum habeas**” sussurrò con voce tremante.

Julius salutò la sorella raccomandandole di aver cura di sé e ricordandole che al suo ritorno sarebbe stata una vera signorina, salutò Marcus in modo del tutto freddo, ma senza alcun rancore, chiese dove fosse Alexandros, andò da lui e gli sorrise timidamente, quindi fece un gesto del tutto inaspettato: gli prese la mano e gliela baciò. Tutto questo accadde senza una parola.
Infine il saluto più doloroso lo ebbe con Cornelius. Gli si straziò l’anima vederlo cosi triste.
Poi se ne andò.
Lasciò quella casa dove aveva vissuto gli anni della sua adolescenza, dove aveva conosciuto l’attrazione e l’amore.
Intraprese la via che lo avrebbe portato a diventare un uomo.

Quella notte fu lunga, dolorosa per tutti.
Aemilia leggeva cercando di sembrare lieta come sempre, aveva ricercato la presenza di Gavriil che le stava correggendo gli sbagli di pronuncia durante la lettura in greco.
Marcus tentava inutilmente di comprendere cosa fosse scritto sul rapporto dei suoi luogotenenti, lasciò cadere le pergamene sul tavolo e si nascose il volto fra le mani.
Cornelius, nel letto di Julius, si stringeva al petto una sua tunica e piangeva silenziosamente.
Alexandros rientrò nella propria camera, cupo in viso. Sedette su uno sgabello, si passò una mano sul viso, poi si alzò per spogliarsi, ma si bloccò nel vedere una lettera sigillata sul suo tavolo. La prese e vide che era indirizzata a lui. Era da parte di Julius.

Alexandros, non so perché mi sono messo a scrivere questa lettera, e per di più in greco, chissà quanti errori faccio e tu mi ucciderai la prossima volta che ci rivedremo, anche se avresti molti più motivi per farlo. Ho cercato di tirare su il morale dei miei fratelli, ma tu sai bene che probabilmente non tornerò indietro mai più e se questo dovesse succedere non vorrei morire sapendo che nutri verso di me astio, per questo ti chiedo perdono, perché ho sbagliato molto verso di te.
Ti prego perdonami.
E ti prego abbi cura di Aemilia, Marcus e soprattutto di Cornelius, per lui la mia distanza sarà devastante e potrebbe anche… scusami, non dovrei chiederti tutte queste cose, ma tu sei l’unico in cui ho riposto la mia fiducia. Strano, vero?
Ora smetto di scrivere in greco perché, come sai, mi fa venire il mal di testa.
Tu fac ut tuam valetudinem cures. Ignosce.
Vale.***”











*Forse vi state chiedendo perchè Marcus sia cosi gentile e quasi affettuoso con Alexandros, perchè in fin dei conti un romano raramente si sarebbe comportato cosi con uno schiavo, beh, il perchè lo scoprirete più avanti.



**"Cerca di avere un animo forte(Cic.)".



***"Tu cerca di curare la tua salute. Perdonami. Addio."

lunedì 29 giugno 2009

Anime lacerate (capitolo 4)




Anastasius si fermò ansimante lungo la strada di campagna. Si guardò indietro per vedere se Hais lo aveva seguito, ma di lui non c’era traccia, quindi sospirò e sedette su un masso di roccia.
Non sarebbe dovuto scappare a quel modo, tuttavia nel momento in cui aveva sentito l’uomo dire quella cosa, aveva avuto paura. Ed era fuggito.
Non doveva assolutamente farlo, forse neanche si riferiva a lui.
Perché ti amo”, ripeté piano. Lo aveva detto con voce dolce, accarezzandolo lentamente sui capelli.
Nascose il viso fra le mani rendendosi conto di quanto fosse stato sciocco, Hais non avrebbe mai potuto fargli del male. Lui aveva rischiato la propria vita per aiutarlo quando era al campo ben sapendo che le SS potevano chiedergli spiegazioni sul perché si ostinasse a tenerlo nella sua personale camera, perché lo aiutasse sempre; e in fin dei conti era stato lui a portarlo via dal campo facendo in modo che non rischiasse di essere ucciso o di fare chissà quale altra fine. Lo aveva condotto in quella casa dove si era preso cura di lui.
E neanche gli aveva dato la propria fiducia. Era terribilmente in torto.
Tuttavia quello era una novità, l’essere amato da qualcuno. Solo Bjorn gli aveva detto di amarlo, e lo aveva pienamente dimostrato, ma egli non aveva potuto fare nulla per lui. Non voleva che con Hais andasse allo stesso modo. Voleva dimostrargli la propria riconoscenza e anche, beh, forse il proprio affetto.
Si alzò tremante. Ancora non se la sentiva di tornare da lui, perciò decise di camminare un po’.
Quella notte c’era luna piena, pertanto c’era abbastanza luce che gli permetteva di distinguere il paesaggio e non aver paura. Inspirò l’aria frizzante che si mescolava all’odore dell’erba fresca, mentre si levavano i suoni delle cicale.
Era proprio una notte come quella quando sua madre morì, era piccolo, dodici o tredici anni forse; lui stava guardando le stelle con suo padre nel momento in cui giunse la notizia che la madre e il fratello erano morti in un incidente di quegli aggeggi mortali che erano le macchine. Una lamiera le aveva tagliato il collo di netto. E suo fratello era morto dissanguato.
Suo padre era totalmente cambiato, non gli dedicava più attenzioni, in un primo momento si rinchiudeva in una stanza, stava al buio e non voleva avere nessuno intorno, si ricordava che una volta gli aveva chiesto qualche cosa e lo aveva schiaffeggiato dicendogli di lasciarlo in pace, poi aveva preso a tornare raramente a casa e spesso si portava dietro donne sempre diverse, forse prostitute, ma lui aveva preferito non dire nulla. Ormai erano come due estranei.
Non si poteva scordare il suo sguardo quando lo portarono via.
Disprezzo.
Non aveva neanche allungato una mano per aiutarlo. Non aveva detto nulla. Era restato a guardarlo mentre veniva portato via.
Lo odiava per questo.
Si passò una mano sulla fronte. Non doveva importargli. Non più almeno, ormai lui ce l’aveva fatta a uscire da lì e anche se gli incubi lo perseguitavano voleva davvero costruirsi un futuro. Magari accanto ad Hais, in fondo lui… cosa stava pensando?
Perché aveva pensato che lui fosse la sua famiglia? No, il dottore sicuramente aveva una propria vita, non poteva essergli di peso. Improvvisamente si trovò in un posto che conosceva. Si fermò come impietrito dal pensiero che, come un fulmine, gli passò nella mente; spinto da una forza sconosciuta ricominciò a camminare inoltrandosi in un bosco. Pochi passi e si trovò sulla sponda di un lago.
Bjorn aveva capito.
Il modo più facile per non soffrire era semplicemente chiudere gli occhi per sempre.
Entrò con un piede nell’acqua gelida. Poi vi immerse l’altro piede.
Un passo. Un altro. Un altro ancora.
Tutto sarebbe sparito presto, non avrebbe sofferto. Sapeva che Hais lo avrebbe accusato di essere stato un vigliacco, era molto più facile morire che affrontare la vita.
Sospirò sentendo le lacrime salate sulle labbra. Era facile, maledettamente facile.
Passo dopo passo, affondava, si inabissava nelle acque del lago e nell’oblio eterno.
L’acqua era arrivata fino a sfiorargli il mento.
Bisognava fare altri due o tre passi, stare fermo e finalmente si sarebbe liberato di tutto.
E quei due o tre passi li fece.

Hais non si mise neanche a letto, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Si sedette su una sedia della cucina e provò a mandare giù una tazza di the. Avrebbe dovuto seguirlo, non avrebbe dovuto lasciarlo andare via cosi, chissà dove si trovava in quel momento.
Sospirò pesantemente appoggiando il capo sul tavolo.
Gli tornò in mente la prima volta che lo aveva visto.
Anastasius era appena arrivato al campo, era nudo con i suoi bellissimi capelli scuri che gli incorniciavano il nobile viso. I suoi occhi lo colpirono nel profondo. La sua pelle. Le sue labbra. Il suo corpo.
Lui era andato dal capo delle SS che esaminava i nuovi arrivati per portargli dei documenti e allora lo aveva visto.
Forse fin da quel attimo se n’era innamorato. Lui sapeva da sempre che gli piacevano anche gli uomini, ma quel ragazzo lo colpì cosi tanto che aveva passato parecchie notti pensandolo.
Poi lo aveva visto con la tenuta del campo, con la testa rasata, l’odiato tatuaggio e il braccialetto giallo che lo accusava di essere omosessuale.
Lui sapeva che non era cosi; dopo poco tempo lo portarono in infermeria, era ridotto molto male. Si era preso cura di lui, e aveva odiato ancora di più quelle merde dei soldati.
Già, li odiava e l’ultima cosa che avrebbe voluto era stata lavorare con loro, per loro, tuttavia era stato obbligato a farlo altrimenti lo avrebbero freddato senza tanti complimenti.
In un certo senso, però, si era reso utile per quelle povere persone.
Almeno in vita sua aveva fatto qualcosa di buono. Proveniva da una famiglia borghese, era figlio unico e viziato. I suoi genitori non si amavano come si sarebbero dovuti amare moglie e marito, ma erano amici e lo amavano. E lui aveva cercato di ricambiarli eccellendo in ogni materia e in ogni sport. Era diventato un medico. Ma era sempre stato un superbo, un borioso con la puzza sotto il naso, si considerava sempre un gradino al di sopra degli altri.
La vita del campo lo aveva completamente cambiato. A ciò aveva contribuito anche Anastasius. L’attrazione che provava per lui lo agitava la notte e gli provocava strani sussulti allo stomaco quando gli era accanto. Il dolore, però, di vederlo spesso violentato e umiliato gli rodeva il fegato, avrebbe voluto portarlo via da lì subito, ma sapeva di non poterlo fare, quindi aveva pazientato sapendo che in ogni modo presto sarebbero stati liberi.
Lo aveva portato con sé, aveva meditato la fuga da tanto tempo e ci era riuscito. Da lì lo voleva portare in un’altra parte, però anche dove si trovavano erano ormai in sicurezza. A volte pensava se non stessero cercando anche lui per sottoporlo ad un tribunale, in effetti potevano giustamente sospettare che si fosse occupato di esperimenti poco ortodossi. Lui quello non lo aveva fatto, ciononostante due volte aveva assistito alla scena. E due volte, dopo che si era ritrovato da solo, aveva vomitato anche l’anima.
Improvvisamente si alzò dalla sedia con una tale foga che la stava per far cadere, doveva trovare Anastasius! Non importava cosa ne pensasse, doveva prendersi cura di lui, farlo uscire da quello stato di depressione, dargli una speranza per il futuro, un futuro accanto a lui o a qualcun altro, ma importante era che vivesse e superasse i traumi. Era ancora giovane con tutta la vita avanti, doveva vivere!
Con passo svelto si avvicinò alla porta e quando l’aprì gli si fermò il fiato nel petto.

Anastasius bagnato come un pulcino stava per bussare e si era arrestato con una mano a mezz’aria.
I capelli resi più scuri dall’acqua gli ricadevano sulla fronte in ricci morbidi, sulle guance formavano adorabili arabeschi; i suoi occhi lo osservavano con meraviglia, erano spalancati e un po’ rossi, come se avesse pianto; la pelle perlacea era ancora più pallida, forse fredda; le labbra erano rosse come le ciliegie.
Sembrava quasi febbricitante.
Hais era come paralizzato. Non riusciva a fare nulla.
A dire tutte le parole che avrebbe voluto dirgli. Fare tutte quelle cose come abbracciarlo, rassicurarlo.
Fare o dire una qualunque cosa.
Semplicemente non riusciva a muoversi.
Neanche Anastasius era in condizioni migliori.
Dopo un po’ abbassò la mano lungo il fianco e spostò lo sguardo. Mormorò piano un “Mi dispiace”.
Hais non poté più controllarsi.
Fanculo tutti i buoni propositi, pensò.
Lo prese per un polso e lo attirò a sé. Lo serrò con le sue braccia immergendo il volto nei suoi capelli. Il ragazzo gli aveva poggiato le mani sul petto, come per fare resistenza.
“Hais, ti bagnerai…” sussurrò quasi senza voce.
“Non importa! Voglio solo che tu stia bene” rispose baciandogli la fronte, poi lo riabbracciò e fu ricambiato.
Anastasius si strinse forte a lui, chiudendo gli occhi e ricominciando a piangere.
Non c’era bisogno di parole, Hais lo fece spogliare e mettere nella vasca che aveva riempito con acqua calda.
Il ragazzo si passò il sapone sul collo, ma subito smise e guardò Hais negli occhi.
“Non mi chiedi perché ero bagnato?” domandò spostando lo sguardo in quanto non poteva sostenere quello del dottore.
“Lo posso immaginare” rispose semplicemente.
“Si, ma non mi rimproveri, non mi dici nulla, non…?”.
“Non posso decidere delle vite degli altri Anastasius, ti posso soltanto assicurare che sarei morto di dolore a mia volta se ti avessi ritrovato senza vita” lo informò con un sorriso amaro sulle labbra.
“Ma tu…” il ragazzo arrossì leggermente.
“Mi scuso per quello che ti ho detto, pensavo che stessi dormendo, non volevo spaventarti” sospirò osservandolo.
“Non volevo reagire cosi, avevo dimenticato che tu… sei cosi buono, mi dispiace, davvero…” disse con voce quasi rotta, stava nuovamente per piangere, quindi Hais ritenne più opportuno farlo uscire dalla vasca accogliendolo in un grande asciugamano. Gli diede un pigiama e lo mise sotto le coperte. Se ne volle andare, tuttavia il ragazzo gli chiese perché non dormiva con lui.
“Non penso sia il caso” rispose semplicemente.
“Non ho paura, ti prego vieni accanto a me” lo aveva supplicato e gli aveva fatto spazio nel letto. Hais sospirò pesantemente.
Come non voler abbracciarlo al petto? Aveva anche lui paura, il ricordo del crudele passato era ancora ben impresso pure nella sua mente, ma lui voleva superare quel momento e voleva che Anastasius facesse la stessa cosa.
Obbedì dunque al desiderio del giovane, si mise sotto la coperta e rimase sorpreso quando Anastasius gli si accoccolò al petto.
“Pensavo che fossi spaventato da ogni contatto con un uomo” mormorò a occhi chiusi.
“No, non più, non con te”.
Quella notte sembrava non passare, erano successe cosi tante cose, eppure ancora il sole non si decideva a sorgere.
“Hais?” chiese Anastasius con voce flebile.
“Mmh?”.
“Dormi?”.
“Evidentemente no”.
Silenzio.
Anastasius si districò dall’abbraccio e posò la testa sul cuscino vicinissimo al volto di Hais.
“Volevo farla finita, non sto scherzando. Mi ero immerso nell’acqua, era cosi fredda… ma in fondo non mi importava, era come se gli angeli mi avessero improvvisamente spalancato le porte del paradiso, potevo restare ancora lì sotto per un po’, soltanto un attimo e avrei chiuso gli occhi per sempre. Ma il paradiso non mi si addice, non ancora. E’ troppo facile morire cosi, liberarsi di tutto, non credi?- piangeva, la mano di Hais gli carezzava piano la guancia- Tutto quello che ho sopportato, che ho subito è stato orribile, ho sofferto tanto e nell’animo ne porterò le cicatrici per sempre, ma devo vivere Hais, tu mi capisci vero? Devo vivere per tutti quelli che sono morti, devo vivere per Bjorn, in fondo è ciò che voleva e non si nega mai l’ultimo desiderio ad un moribondo e infine ti giuro, ti giuro su tutto quello che ho più caro al mondo, che io troverò quei bastardi che mi hanno fatto tutte quelle cose, oh si, e li manderò a scontare il resto delle loro vite in prigione. Sarà la vendetta che mi sosterrà” affermò rabbioso, tremante, piangente.
Hais lo strinse a sé ancora più forte.
“E quando ti sarai vendicato?”.
“Sarà il mio amore per te a farmi andare avanti” rispose arrossendo. Non gli era mai capitato di arrossire cosi da tantissimo tempo, da quando una sua amichetta di giochi non lo aveva baciato sulla guancia.
Il cuore di Hais perse un colpo.
“Amare me? Vuoi sostenere che mi ami?”.
“Non lo so, ma potrò imparare a farlo, stammi vicino Hais” pareva quasi un implorazione.
L’uomo annuì piano.
La notte proprio non volgeva a termine.
Non riuscendo a dormire, decisero di uscire fuori.
Andarono nel prato vicino all’orticello che Anastasius si era messo a coltivare, si stesero fra l’erba umida, mano nella mano.
Entrambi si sentivano in pace.
“Grazie” sussurrò Hais osservando le stelle.
“Per cosa?”.
“Per questo, siamo qui ancora vivi, con una speranza nel futuro, se invece tu fossi morto a quest’ora saremmo distesi sulla sponda del fiume a guardare le stelle per sempre”.
“Lo avresti fatto davvero?” non riusciva a credere alle proprie orecchie, Hais si sarebbe ucciso se lui fosse morto?
“Si”.
“Ma non è successo”.
“Ne sono felice”.
Improvvisamente, mentre la luna stava lentamente e inesorabilmente calando, i gelsomini si schiusero emanando il loro forte profumo e lucciole apparse da chissà dove cominciarono ad innalzarsi verso il cielo creando una confusione con le stelle.
Era strano di come una notte potesse cambiare definitivamente le vite delle persone. Quella notte Hais aveva rischiato di perdere o di avere tutto. Non aveva perso tutto, tuttavia non aveva neanche ottenuto tutto. Ma il tempo a loro disposizione non mancava di certo. Finalmente Anastasius era mosso da una speranza verso il futuro, e non era la vendetta, era l’amore perché in quel momento era la sola causa che dava la vita.
“Hais…” lo chiamò piano.
“Dimmi”.
“Io vivrò con te” affermò sorridendo pigramente.
“Si, vivremo insieme”.
“Per sempre?”.
“Per sempre”.
Quello che seguì fu un bacio tenero, affettuoso, quasi gentile, ma impregnato di amore.
L’alba gli trovò abbracciati a guardarla e regalò loro il suo primo raggio di luce.
Un raggio caldo e pieno di speranza, un raggio di vita.

Fine.

giovedì 25 giugno 2009

Anime lacerate (capitolo 3)



“Presto, presto!” Anastasius si svegliò a causa degli urli di Hais.
Gli doleva la testa e socchiuse gli occhi per meglio distinguere la sua figura nella penombra della stanza.
Dopo la morte di Bjorn, il ragazzo aveva davvero perso ogni voglia di vivere e, in fondo, la sua esistenza non aveva alcun senso. Le giornate si susseguivano incessanti, sempre uguali.
Il sole non guardava mai giù nel regno dei poveri mortali, le nuvole non facevano mancare la loro presenza, il caldo non dava tregua, era un’afa insopportabile che rendeva ancor più intenso l’odore del fumo che era generato dai crematori, le persone erano ridotte a pelle e ossa e, ai suoi occhi, parevano ancora più miseri che mai.
Non si era uomo.
Non si era neanche un numero.
Si era nulla.
Lì una persona si annullava.
La sua dignità.
La sua vita.
Il passato.
Il presente.
Il futuro.
Solo il nulla.
Non ebbe il tempo di proferire parola, che Hais lo prese per mano e già lo trascinava fuori dall’infermeria, dove si trovava dopo l’ennesimo maltrattamento e abuso sessuale.
Sembrava l’alba poiché all’orizzonte si distingueva un filo di luce arancione, segno che il sole stava per sorgere. Forse quel giorno finalmente sarebbe stato soleggiato.
Rabbrividì piano, non era solo per il freddo notturno.
Qualche cosa non andava, nell’aria aleggiava una certa agitazione che gli fece accapponare la pelle.
Quando, dopo alcuni secondi, mise a fuoco vide per terra alcuni uomini, prigionieri del campo, erano stesi, morti, dai loro corpo usciva sangue.
Erano stati uccisi di recente.
Gente che urlava, scappava, guardie che erano agitate, alcuni stavano assassinando degli ebrei in fondo al campo. Un proiettile dietro la testa e sopraggiungeva la morte. Niente di più facile, di più bello del morire, di ritornare cenere.
La mano di Hais strinse la sua forte, ancora non si capacitava di cosa stesse accadendo davvero, il suo sguardo si posò su una guardia che dava una pistola a un prigioniero del campo e poi scappava, gli uomini che fuggivano per ogni parte, le grida, gli esulti.
Istintivamente strinse anche lui la mano del dottore. Passarono davanti a una fossa comune, là dentro c’erano corpi marci, in decomposizione, pieni di vermi e mosche, i crani sparsi dappertutto.
Che spettacolo macabro!
"Khematohium! Sofoht ausmachn!*" gridarono dei soldati.
Fu allora che li vide: soldati SS che cercavano di seppellire quei corpi con foga, più in là una miriade di fogli che venivano bruciati, i crematoi che venivano devastati.
"An alle SS- Angehorigen. Dan Lager ist sofort zu verlassen!**" gridò un capoblocco.
Guardò incredulo Hais che, sentendo il suo sguardo su di sé, si voltò verso di lui.
I suoi occhi dicevano tutto.
Se non fosse stato cosi vuoto dentro avrebbe pianto.
Libertà.
Quale parola più dolce ci poteva essere al mondo? Li- bert- tà.
Tre semplici sillabe che aveva perso tantissimo tempo addietro e, inconsapevolmente, era andato cercando coltivando la speranza di ritrovarle.
Tremò al pensiero di quell’evento.
Stava riacquistando la libertà.
Cosa sarebbe accaduto da allora in avanti?
La sua vera guerra sarebbe arrivata in seguito.
Bjorn lo aveva avvertito. E aveva scelto la via più semplice.
Morire.

Ciò che successe in seguito fu un caleidoscopio di spari, grida, rumori, odori sempre diversi, colori che pensava non esistessero più. Vide anche il sole. Oh, com’era bello il sole!
Mentre fuggivano, si fermarono un attimo per riprendere fiato e lui guardò in alto: là, in mezzo alle maestose chiome degli alberi, il sole riluceva in tutta la sua splendidezza. Ed era riuscito persino a sentire sulla pelle il suo calore lieve che lo aveva fatto rabbrividire.
Hais gli aveva messo una mano sulla spalla invitandolo silenziosamente a proseguire.
Anastasius, sebbene sfinito, prese quella mano fra le sue e lo seguì.
Lo avrebbe seguito ovunque, anche in capo al mondo.
In fondo, era lui il suo salvatore.
Purtroppo nessuno dei due, durante la fuga, aveva pensato al corpo poco resistente del ragazzo, che, dopo una giornata passata a correre, si accasciò al suolo.
Era svenuto.
Hais, non si perse d’animo, lo prese e lo cullò, gli bagnò le labbra con un po’ di acqua, gli somministrò alcune medicine. Accese un piccolo fuoco per proteggerli dalle bestie e per riscaldarli un po’. Quella fu la loro prima notte di libertà.
Seguirono altri giorni come quelli, e finalmente Hais giunse alla sua meta.
In una piccola cittadina, in una strada angusta, dove le case erano quasi del tutto disabitate, era parcheggiata una macchina beige. Hais prese delle chiavi e con fretta aprì la portiera, non disse nulla davanti agli occhi interrogatori di Anastasius e lo fece sedere sui sedili posteriori. Il ragazzo sentì il motore accendersi, la macchina partire. Non si accorse neanche quando chiuse gli occhi e si addormentò.
Si svegliò molte ore dopo, verso il tramonto. Stavano fermi, si mise a sedere e constatò che Hais non c'era. Cercando di non farsi prendere dal panico si guardò intorno, si trovavano in una strada di campagna. C'erano solo campi attorno e nessun'anima viva.
Aprì la portiera e scese dalla macchina facendosi accogliere dall'aria fredda della sera, tuttavia piacevole sulla pelle. Il sole stava scomparendo oltre l'orizzonte e si sentì improvvisamente leggero, come non lo era mai stato. Soltanto in quel momento cominciava a realizzare quello che era successo. Si portò una mano alla bocca e singhiozzò. Le lacrime cominciarono a uscire finalmente dagli occhi.
Si accasciò al suolo e si nascose il volto fra le mani tremanti.
Era libero!
Non poteva crederci, dopo tutto quello... dopo tutto era libero.
Non più botte, non più violenze, non più insulti.
Dopo alcuni minuti sentì dei passi avvicinarsi, però non ci diede peso fino nel momento in cui non si fermarono vicino a lui, soltanto allora alzò il viso per incontrare gli occhi caldi di Hais che reggeva dei vestiti in mano e gli sorrideva.
Non aveva mai visto il suo volto cosi radioso, cosi bello. Quell'uomo lo aveva salvato.
Hais allungò una mano e lui la prese.
Lo portò ad una casa abbandonata, dove trovarono delle pentole, dei letti, dei mobili ancora in buono stato.
Hais rise per la loro buona sorte, e prese due pentole, fece scaldare dell'acqua portata dalla fontana del cortile, quindi le versò in una vasca con altra acqua fredda e obbligò Anastasius ad immergersi.
"In questa casa c'è di tutto, tranne cibo che si è avariato, sembra quasi che chi ci abitava abbia dovuto abbandonarla di fretta" osservò il dottore tornando con del sapone fatto in casa che porse al ragazzo.
"Magari erano ebrei" suggerì lui passandosi il sapone sulle braccia e sul collo, poi sul torace e quando dovette passarselo sulle gambe e nelle zone intime si fermò imbarazzato.
"Si, è probabile" replicò lui soprappensiero, aggiunse " Ti vergogni di me? Vuoi che me ne vada?".
"Eh? Ma no, non c'è bisogno" rispose cercando di essere disinvolto. L'uomo sorrise e lo osservò a lungo. Era cosi strano vedere su quel volto un po' di serenità! Erano scappati da pochi giorni, eppure i cambiamenti sul ragazzo erano visibili, per esempio nei suoi occhi che brillavano come le stelle.
"Hai pensato cosa fare adesso?" gli domandò socchiudendo gli occhi, Anastasius si fermò e fissò il vuoto davanti a sè. Calò di nuovo un silenzio pesante fra i due, infine il giovane si mosse nell'acqua.
"No, è... è troppo presto, ancora non riesco a credere di non essere più lì... non so..." mormorò confuso.
"Va bene, è normale, ma dimmi: hai parenti, amici? Qualcuno da cui tornare?" insistette.
"Si, ho mio padre, ma non posso tornare a casa..." borbottò guardandosi e Hais capì.
Il genitore non lo avrebbe mai voluto, non dopo che è stato deportato come omosessuale.
Povero ragazzo, era proprio nato sotto una cattiva stella. Si alzò e andò in cucina dove lo raggiunse anche Anastasius dopo avere indossato i vestiti che gli aveva portato Hais. Sedettero alla tavola e mangiarono della carne affumicata con formaggio, pane nero e latte. Era da tantissimo tempo che non mangiava cose cosi buone! E cosi tanto.
Quella notte vomitò tutto quello che aveva mangiato a cena.
Nei giorni seguenti Hais stette più attento al ragazzo e cominciò a dargli solo poco da mangiare all'inizio, per riabituare il suo metabolismo a un pasto normale. Essendo degli esuli, l'uomo decise di sostare in quella casa ancora per un pò, quindi la sistemò al meglio riparando il tetto, alcuni mobili, pulendo con Anastasius. Cosi passarono ben due mesi. Due mesi durante i quali il mondo cominciava ad essere informato di quello che era successo nei campi di concentramento, ciononostante le persone che non avevano vissuto lì ostentavano di non credere che tutto ciò che era accaduto fosse successo veramente. Le persone "normali", non ebree, non zingari, non omosessuali, non sapevano nulla della strage messa in atto in quelle prigioni.
Ormai giugno riscaldava le serate di quella campagna della Provenza. Anastasius a volte pensava di come erano arrivati lì, a lui quei giorni durante i quali erano scappati parevano passati molto rapidamente, eppure erano giunti fin nel sud della Francia.
La mano di Hais che si posò sulla sua spalla lo riscosse. Lo cercò con gli occhi e l'uomo vide ciò che vi vedeva sempre quando il ragazzo lo guardava: riconoscenza.
Ne era contento, però non gli bastava, ogni volta che i loro sguardi si incontravano sentiva una pugnalata al petto. Ogni notte era un tortura dormire assieme a lui, non perchè il ragazzo faceva incubi sul recente passato, ma perchè non poteva toccarlo, non cosi come avrebbe voluto.
"Non senti freddo?" gli domandò sedendosi accanto a lui, il ragazzo tornò ad osservare il cielo stellato e scosse la testa.
"Sai, da piccolo mi piaceva stare a guardarle, poi le contavo... mamma mi diceva sempre che mi sarebbero uscite tante bolle quante stelle contavo! Non era una cosa sciocca?" rise sommessamente.
"E ti uscivano?".
"No! Ma avevo paura che succedesse" rise ancora e prese la mano di Hais fra la sua, lo guardò ridiventando serio "Hais... non potrò mai sdebitarmi con tutto quello... con tutto, che hai fatto per me e...".
"Smettila! Non dovresti ringraziarmi, avrei dovuto cercare di liberarti prima" rispose.
"Perchè?".
"Perchè cosa?".
"Perchè io? Perchè quando eravamo lì ti prendevi cosi cura di me, perchè mi hai aiutato a fuggire, io non capisco perchè tu abbia fatto tutto questo... in fondo eri un medico del campo, dovevi sottostare ai loro voleri, potevi essere ucciso..." biascicò le parole sentendo gli occhi tornargli lucidi.
Hais non rispose subito. Perchè? Neanche lui lo sapeva.
"Non so, Anastasius, forse perchè sono stato mosso dalla compassione per te" rispose infine stringendogli la mano.
"Ma perchè io? Nel campo c'erano cosi tante persone, alcune ridotte molto peggio di me, io ero solo sfruttato dagli SS e...".
" 'Solo'? Anastasius, tu non c'entravi nulla, tu non sei omosessuale, quelli volevano solo violentarti, per questo ti hanno portato lì, non lo capisci? Non chiedermi il perchè ti abbia aiutato, non lo so neanche io" gli espose cercando di calmarsi. Ogni volta che si ricordava di come se lo ritrovava sempre nell'infermeria da campo gli saliva il sangue alla testa.
"Scusami" singhiozzò cominciando a piangere "Non volevo farti arrabbiare" aggiunse stringendo le dita sulla sua camicia e affondandovi il viso. Hais cominciò a carezzargli i capelli stringendoselo al petto. Avrebbero dovuto affrontare una nuova lunga notte angosciante.
Anastasius per fortuna si calmò e si addormentò accanto a lui, Hais gli carezzò a lungo i capelli soprappensiero. I capelli castani del giovane ricadevano sul cuscino come una macchia fatta di fili di seta, il suo volto di avorio era quasi sereno, il respiro era regolare.
L'uomo gli sfiorò la guancia con un dito in una lenta carezza.
Voleva sapere perchè lo aveva aiutato? Come poteva dirglielo? Avrebbe spaventato sia Anastasius sia se stesso.
Era cosi facile, lo aveva aiutato semplicemente...
"... perchè ti amo...".
Un secondo improvvisamente parve un'eternità.
Lo aveva detto ad alta voce e Anastasius lo stava guardando con gli occhi sbarrati.
Dal terrore.
Il ragazzo si allontanò immediatamente da lui, al punto che quasi cadde dal letto. Non disse nulla, corse fuori dalla stanza.
"Anastasius!" gridò correndogli dietro, ma lui fuggiva, era ormai lontano da lui, da quella casa, da tutto.
Volle seguirlo, però non poteva farlo. Lo avrebbe spaventato ulteriormente e lo avrebbe sentito braccato.
Appoggiò la fronte alla parete.
"Stupido, stupido, stupido...!" si ripeteva come se fosse una nenia.
*"Crematorio! Spegnere subito!".
** "A tutti gli appartenenti alle SS. Il lager deve essere immediatamente abbandonato".

domenica 21 giugno 2009

Noi due (capitolo 10)


Le mani di Arael si erano posate sicure e ferme sui suoi fianchi facendolo sussultare. Gabriel, dopo essersi riflesso nei suoi begli occhi, aveva subito riabbassato lo sguardo imbarazzato.
L’altro gli aveva sorriso gentilmente e avevano fissato la loro immagine a lungo nello specchio in silenzio. Nella stanza la luce era soffusa e loro due in piedi sembravano delle statue immobili, solo i respiri risuonavano nell’aria.
Gabriel si osservò, aveva le guance leggermente arrossate e i capelli scompigliati, invece Arael lo stava esaminando con un sorriso appena accentuato, quasi rapito.
Cercò di non far trasparire il proprio disagio da quella situazione, soprattutto provò a non fremere per quel contatto.
“Non ti fa schifo il mio corpo?” domandò tutt’ad un tratto, forse per spezzare quel silenzio o forse perché voleva ottenere una risposta onesta.
“E perché dovrebbe? Sei un bel ragazzo, anzi secondo me sei il più bel ragazzo che io abbia mai visto” affermò l’altro sinceramente.
“Oddio, esagerato… no, dico, la schiena e la coscia… non ti fanno impressione?” insistette esaminandosi l’orribile ferita che gli macchiava tutta la coscia sinistra. Non ricordava come se l’avesse fatta, tuttavia sua madre gli aveva riferito che da piccolo era solito giocare nelle cucine e cosi un giorno, essendosi distratto, fece rovesciare su se stesso una pentola piena di acqua bollente. Chiuse gli occhi irritato, non poteva sopportare la sua orrida vista.
Invece le cicatrici che gli ricoprivano la schiena, beh, erano tutta un’altra storia. Una storia fatta di dolore e rabbia.
“Impressione?” ripeté l’altro soprappensiero, poi sorrise malizioso. Tolse le mani dal corpo di Gabriel e in un attimo gli fu davanti, il ragazzo si scostò un po’ non capendo le sue intenzioni. Arael si inginocchiò davanti a lui.
“C- che vuoi fare?!” gli chiese con voce tremante arrossendo fino alla punta dei capelli.
“Aspetta e vedrai” rispose con voce lasciva e un sorrisetto furbo.
Lentamente avvicinò la testa all’inguine di Gabriel che era come pietrificato.
Chiuse gli occhi per non vedere “Arael, non….!”.
Passarono alcuni secondi di silenzio teso, fino a quando non sentì un piccolo risolino e dopo le labbra morbide di Arael sulla sua coscia deturpata.
Sgranò gli occhi portandosi una mano alla bocca.
“Che stai facendo…?” sussurrò fissandolo mentre depositava piccoli baci sulla parte del proprio corpo che odiava di più.
“A me piace cosi tanto che non posso resistere dal baciarla” gli sorrise piano e gli diede un altro leggero bacio, aggiunse carezzandola “E mi piace anche la tua schiena, sei ancora più affascinante con quei cosi” si alzò fissando un Gabriel emozionato e purpureo in volto.
Abbassò lo sguardo, però Arael lo obbligò a guardarlo prendendolo per il mento con due dita.
“Come te lo devo ancora dire che mi piaci? In che lingua vuoi che te lo dica? In che modo?” chiese serio.
Si scrutarono a lungo, e infine, mosso dal puro istinto, dalla dolcezza che gli occhi profondi di Arael gli comunicavano, Gabriel cancellò il fiato di spazio che c’era fra loro e posò le proprie labbra tremanti su quelle dell’amico che rimase allibito dal gesto, ma dopo passò una mano dietro la sua testa, posandola sulla nuca.
Gli permise di entrare, esplorare tutto di sé, si lasciò trascinare in quel turbine di emozioni tenere che non aveva mai provato.
Non voleva farlo, eppure si ritrovò a paragonare quei dolci baci a quelli passionali di Hesediel, erano totalmente diversi, ciononostante non sapeva dire quali fossero i migliori, a lui piacevano entrambi.
Mordicchiò il labbro inferiore di Arael strappandogli un brivido, sorrise piano: lo aveva sorpreso, questo, ad esempio, non succedeva mai con Hesediel.
Basta pensare ad Hesediel!, si propose trascinando Arael sul letto.
Il ragazzo rimase piacevolmente sorpreso dallo spirito di iniziativa di Gabriel, però lo fermò nel momento in cui era disceso a baciargli il collo.
“Non ti piace?” domandò Gabriel.
“Eccome se mi piace!Apprezzo tutto questo, ma non voglio che ti sforzi, forse per oggi…” disse con voce roca dall’eccitazione. Gabriel sbuffò mettendosi a cavalcioni su di lui.
“Macchè sforzami! Lo faccio perché lo desidero, dovresti avere più fiducia in te stesso” mormorò riempiendogli l’orecchio con la propria lingua.
“Già, quando si tratta di te… perdo la testa” ribatté stringendolo a sé e prendendogli il volto fra le mani.
Lo fissò. Com’era bello il suo Gabriel! Con quegli occhi verde smeraldo che erano grandi per le sensazioni della carne, le labbra rosse e leggermente gonfie, le guance arrossate e i capelli tinti che gli ricadevano sul volto. Gli scappò un risolino. Gabriel si abbassò a baciarlo e gli morse il labbro.
“Ti faccio tanto ridere?” volle sapere.
“Non tu, ma i tuoi capelli!”.
“Che hanno che non va?”.
“Sono tinti, ti stavano meglio biondi” rispose succhiandogli un labbro, quindi passò la lingua sul contorno della bocca obbligandolo a non parlare.
Con un colpo di rene invertì le posizioni e si ritrovò sopra di lui; Gabriel introdusse le dita sotto il suo maglione, gli toccò la pelle calda e si scoprì ansimante nel farlo, sovrastato da un’emozione sconosciuta. Glielo tolse con mani tremanti e rimase a divorare con gli occhi il suo petto, non era la prima volta che lo vedeva nudo, tuttavia in quel momento tutti quei muscoli frutto di anni di allenamento militare su un corpo cosi giovane lo impressionavano, gli sfiorò i capezzoli, ma Arael non glielo lasciò fare, gli si allungò sopra e prese il controllò cominciando a giocare con la sua pelle accaldata, a solleticargli i sensi, ad eccitarlo percorrendo con le proprie labbra e dita ogni lembo di lui.
Il ragazzo chiuse gli occhi lasciandosi in balia dei gemiti e mise le mani nei capelli soffici del compagno. Nello stomaco sentiva le cosiddette “farfalle”, la schiena era incessantemente percorsa da brividi di piacere.
Arael con un’espressione maliziosa tornò a baciarlo sulla bocca.
“Ti desidero… posso?” domandò toccandogli leggermente il pene da sopra i boxer scuri. Il ragazzo si morse il labbro e spinse il bacino verso di lui.
“Vedi se puoi, altrimenti ti aiuto io” replicò leccandosi le labbra.
Arael scese verso il basso e lo denudò piano, poi cominciò a baciarlo sulle dita dei piedi, a leccarglieli leggermente, senza alcuna fretta, riservò lo stesso trattamento a tutte e due le gambe. Gabriel era al colmo della pazienza.
“Arael…” lo richiamò contrariato.
“Si?” lo guardò con occhi innocenti.
Gabriel non rispose, si coprì il viso fiammeggiante con una mano.
“Sai, non pensavo che fossi cosi bello anche qui…” affermò il ragazzo toccandogli il membro già sveglio.
“Ti prego… è imbarazzante…!”.
“Imbarazzante, eh?” ridacchiò e senza lasciargli il tempo di ribattere, senza alcuna carezza della mano, glielo prese fra le proprie labbra.
“Ah!” esclamò Gabriel preso alla sprovvista.
Non poteva reggere oltre quella situazione, era troppo imbarazzante ed eccitante! Sentendo che non ce l’avrebbe più fatta, lo fermò ansimante.
“As…” deglutì “aspetta, voglio provare a fartelo anche io…”.
“Ne sei sicuro?” chiese meravigliato, il ragazzo annuì e indi invertirono nuovamente le posizioni.
Gabriel spogliò Arael lasciandolo nudo e rimanendo a lungo a stupirsi del suo corpo. Sotto i vestiti non sembrava cosi massiccio, però osservandolo meglio sprigionava una forza incredibile.
Assaporò a lungo la sua pelle, giocherellando con i capezzoli, leccandogli l’ombelico.
Piano arrivò in quel punto che desiderava ma che temeva. Arael lo vide esitare e gli fece una carezza sui capelli cercando di controllarsi.
“Se non te la senti…” mormorò piano.
“No, non è che non me la senta… solo che… se non ti piace?” domandò rosso in volto come un peperone. In verità aveva una paura folle di quello che stava per fare e se avesse potuto sarebbe scappato dal quella stanza a gambe levate, però poi pensò che non doveva essere cosi terribile, in fondo glielo avevano fatto sia Hesediel sia Arael, il quale scoppiò in una sincera risata, che Gabriel trovò terribilmente sensuale “Non potrà mai accadere che non mi piaccia, anche respirare la tua stessa aria mi piace”.
Gabriel sorrise sollevato cercando di calmarsi e toccò con la punta della lingua il suo fallo, poi piano incominciò a fargli una bella fellatio, senza alcuna fatica.
“Qui abbiamo un vero talento” affermò Arael fermandolo e, davanti al suo sguardo interrogatorio, aggiunse “Mi è venuta un’idea migliore”, pertanto lo mise sopra di sè in modo da potersi dare piacere reciprocamente.
Gabriel ormai era al limite della sopportazione, perciò Arael, volendo fargli provare un piacere ancora più intenso, inserì un dito laddove era più caldo, ma rimase un po’ stupito…
Cercò di non farci caso e in pochi secondi lo portò all’estasi, poco dopo anche lui si staccò da Gabriel in preda al piacere.
Esausti, si stesero sul letto. Arael si avvicinò per baciarlo, ma Gabriel si scostò leggermente imbarazzato.
“Che c’è?” domandò inarcando un sopracciglio.
“Quella…” rispose facendogli vedere la bocca.
“Quella?”.
“Il mio… non… l’hai be…” si balbettò.
“E ti schifi?!” chiese ridendo, Gabriel annuì, quindi aggiunse “Sciocchino” e lo baciò a tradimento; Gabriel, dopo un primo momento di riluttanza, rispose al bacio scoprendo di non esserne poi cosi disgustato.
Continuarono a baciarsi e carezzarsi a lungo, esattamente fino a quando non sentirono qualcuno bussare alla porta.
“Gabriel, sono Hegyron, posso?” domandò dall’altra parte l’amico. Il suo miglior amico.
Gabriel balzò a sedere sentendosi agghiacciare il sangue nelle vene.

venerdì 19 giugno 2009

Una triste storia d'amore

Attenzione: questa storia autoconclusiva l'ho composta sulla base della novella di G. Boccaccio, "Elisabetta da Messina"(Decameron, giornata IV, novella 5); la quarta giornata, durante la quale viene narrata tale novella, è dedicata agli amori infelici: "si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine".
“Bene, ormai è l’ora del tramonto, uhm…” disse piano una ragazza dai lunghi capelli rossi osservando i propri amici pensierosa, poi, con un gesto repentino, puntò l’indice su un ragazzo i cui capelli corvini rendeva il viso pallido come l’avorio, e aggiunse “Marco, tocca a te raccontare una storia”.
I componenti della piccola combriccola sorrisero, alcuni batterono le mani, altri fischiarono piano.
Due ragazze si misero sedute su dei preziosi cuscini orientali, invece tre ragazzi si accomodarono su dei divani, e gli altri si misero comodi, in attesa di quello che avrebbero sentito di lì a poco tempo.
Il giovane sospirò piano fra i denti.
“Cosa vuoi sentire, Sephira?” le domandò con voce gentile, la ragazza guardò curiosa l’espressione triste del ragazzo. Restò qualche minuto in silenzio, pensando quale tipologia di racconto si sarebbe meglio adattato al suo animo inquieto. Sorrise piano posandogli una mano sul braccio.
“Raccontami una storia di amore” mormorò piano.
“Una storia d’amore?” ripeté lui scettico.
“Si, come vuoi tu, come la detta il tuo cuore”, il silenzio era rotto soltanto dai respiri dei presenti.
Marco sospirò e chiuse gli occhi adagiandosi con le spalle contro un divano.
“Come vuoi, allora preparatevi a sentire la storia triste di due giovani che hanno sofferto per il loro amore proibito”.
“Proibito?” intervenne una ragazza dagli occhi blu.
“Vittoria, lo capirai in seguito, ascolta” affermò un ragazzo posandole la mano sulla spalla, lei annuì e rivolse nuovamente la propria attenzione a Marco.
“Ebbene, c’erano dunque in Messina quattro fratelli, di cui tre erano commercianti e il più piccolo era un guerriero, o meglio stava addestrandosi per diventare tale, perciò dalla mattina alla sera era insieme al proprio maestro…”.

“Vicendithas!”gridò Dante attirandosi la sua attenzione. L’uomo si distrasse e guardò nella sua direzione, tuttavia scansò facilmente il colpo che il giovane aveva cercato di scoccargli con la spada, con un rapido movimento si trovò alle spalle del ragazzo e lo bloccò.
“E’ sleale attaccare alle spalle” gli sussurrò all’orecchio. Augusto, rosso in volto, si divincolò dalla stretta.
“In guerra non conta l’onore!” gli urlò contro e scappò salutando a malapena il fratello che inarcò un sopracciglio.
Vicendithas si avvicinò a Dante serio nel volto.
“Volevate?” domandò con voce fredda.
“Ah, si, abbiamo bisogno che tu ci accompagni per tre giorni a Napoli, dobbiamo trasportare delle merci molto preziose e voglio che tu sia a capo delle guardie” gli comunicò, poi si voltò nella parte nella quale era scomparso il fratello e si portò una mano al mento pensieroso “Che ha?” volle sapere.
Vicen sospirò fra i denti.
“Non lo so”.
“Si comporta stranamente nell’ultimo periodo, con gli allenamenti come va?” s’interessò tornando a guardarlo.
“Bene, come sempre, anche se pare un po’ più nervoso del solito”.
Dante alzò le spalle allontanandosi “Mah, sarà innamorato!” esclamò ridendo.
Vicen invece non aveva alcuna voglia di ridere.
Nel pomeriggio prese Augusto e andarono a cavallo, il giovane, preso dall’euforia, propose di fare una gara, e chi fosse arrivato per primo al fiume, avrebbe vinto. Vicen non volle cimentarsi in cose cosi infantili, ma dovette andare dietro al suo esuberante allievo, e con una spronata all’ultimo attimo, lo superò vincendo la gara.
“Non vale!” esclamò Augusto mettendo il broncio.
“Vale, certo che vale, non mi pare di essere stato sleale” commentò il maestro ironico porgendogli la mano per aiutarlo a scendere, però il ragazzo saltò giù ignorando l’ausilio.
“Non sono una donna” sibilò prendendo il cavallo che legò ad un albero e lasciò libero di pascolare, Vicen lo imitò.
“Cosa ti è preso oggi?” domandò l’uomo sedendosi all’ombra di una quercia. Il ragazzo lo osservò a lungo. I suoi occhi sostarono un po’ troppo sul suo corpo longilineo e muscoloso, sulle labbra rosse, sui lunghi capelli neri tenuti raccolti e cadenti su una spalla, gli occhi verde smeraldo.
Si voltò improvvisamente.
“Non capisco di cosa tu stia parlando” arrossi leggermente per la bugia.
“Ah, no? Oggi hai infranto una delle prime regole che ti ho insegnato, sai bene che…”.
“Si, l’onore! Lo so, lo so! Non bisogna essere sleali e tutto il resto!” ribatté alzando gli occhi al cielo.
“Allora perché lo hai fatto?” lo interrogò strappando un filo di erba.
“Non lo capisci? Volevo almeno toccarti! Tu sei irraggiungibile, non riesco mai neanche a sfiorarti, ti muovi sempre cosi velocemente… e non ce la faccio più, è logorante questa cosa, mi sembra di non andare avanti, ehi! Che c’è da ridere?!” si voltò verso il bruno con occhi fiammeggianti.
“Nulla, non ridevo di te” lo assicurò osservando il filo d’erba.
“Menti” sussurrò minaccioso andandogli vicino.
“Io non mento mai, ridevo soltanto perché ti stai agitando inutilmente, infatti tu stai facendo davvero degli immensi progressi”.
“E allora perché non riesco neanche a sfiorarti?”.
“E’ normale, io sono un guerriero, ho combattuto tutta la vita, mentre tu… tu sei solo un ragazzino” rispose divertito.
“Ragazzino!” ripeté con voce infervorata e si alzò “Ragazzino! Certo, in fondo che mi aspettavo, a diciotto anni per lui sono un ragazzino! Ma dove l’ha imparata l’educazione e…” continuò a sproloquiare fra sé e sé, nel frattempo che Vicen portò alle labbra il filo d’erba e cominciò a muovere le labbra dando vita a un dolce suono.
Il giovane si allontanò continuando a parlare e imprecare sottovoce, dopo un po’ anche l’uomo smise e chiuse gli occhi godendo dei rumori della natura.
Augusto tornò sui propri passi lentamente e gli venne quasi un colpo vedendolo dormire. Si avvicinò cercando di non far rumore. Gli osservò a lungo il bel viso, le labbra chiuse severamente, l’espressione rilassata.
“Macchè ragazzino…” sussurrò, e senza rendersi conto, si ritrovò vicino a lui, piano posò le proprie labbra su quelle deliziose di Vicen.
Sapeva che non poteva baciarlo normalmente, che lo avrebbe disgustato e lo avrebbe allontanato da sé, forse punito, poi se avesse detto ai suoi fratelli che era innamorato di lui… no, si era approfittato, lo aveva baciato cogliendolo nel sonno. Improvvisamente spalancò gli occhi poiché si specchiò in quelli di Vicen.
“Quindi era questo…” sussurrò l’uomo scostando un po’ la bocca. Augusto cadde all’indietro per lo spavento.
“Per la seconda volta in un giorno infrangi le regole, sei stato sleale ad approfittare mentre dormivo” affermò fissando le sue guance che erano violentemente arrossite.
“Ma sei scemo?! Ti ho appena baciato e tu mi fai la ramanzina sulle regole invece di prendermi a calci e…” gracidò il giovane imbarazzato all’inverosimile.
Vicen sorrise malizioso e in un attimo, senza neanche rendersi conto in quale modo, Augusto si ritrovò a cavalcioni su Vicen che lo stringeva alla vita, i loro visi erano cosi vicini che se avesse mosso solo un po’ il capo avanti i loro nasi si sarebbero toccati.
“Prenderti a calci? E perché mai? Sei proprio sleale, ragazzino…” mormorò avvicinando il viso a quello del giovane. Le labbra morbide di Augusto si donarono pienamente alle sue, lo costrinse ad aprire quel dolce baratro che anche lui aveva bramato da molto, troppo, tempo, incrociò la sua lingua con quella di Augusto che gemette, continuò ad esplorargli la bocca, a nutrirsi del suo nettare. Solo dopo alcuni lunghi istanti Augusto si schiodò ansimante.
“Non riesco a respirare” mormorò.
“Allora non farlo” riprese a baciarlo, il ragazzo gli artigliò i capelli, le mani del più grande si muovevano sicure sulla sua schiena, carezzandolo, pizzicandolo, facendogli venire i brividi di piacere.
Si baciarono a lungo, finché Vicen ritenne più opportuno proseguire in un altro luogo, lì potevano essere visti da chiunque.
Augusto non poteva credere che il suo amore, il suo proibito amore, fosse corrisposto!
Era come se camminasse su una morbida nuvola, con il suo angelo accanto. Lo fissò a lungo e arrossì quando lui gli sorrise gentilmente posandogli un bacio a fior di labbra prima di rientrare a casa.
Rudolfo e Anselmo, gli altri due fratelli maggiori, li salutarono e continuarono a parlare con degli uomini di affari.
Dante, nel frattempo, di ritorno dal mercato, scese da cavallo e, voltandosi, li vide chiacchierare e rimase a lungo a fissarli. Qualche cosa non andava, c’era un’atmosfera troppo famigliare… alzò le spalle, forse avevano fatto pace. Con passo veloce li raggiunse e comunicò a Vicen che sarebbero partiti dopo una settimana, quindi li congedò.
Quella sera Augusto aveva lasciato la finestra aperta di proposito, indossò solo una leggera vestaglia e si mise sotto le coperte. Aspettò trepidante, ma non successe nulla. Piano, colto dal sonno, si addormentò.
Il giovane aprì gli occhi con il cuore a mille, sopra di lui, cavalcioni, c’era la visione più bella che ci potesse essere: Vicen, con addosso soltanto un paio di pantaloni, lo osservava sorridendo.
Si morse un labbro e lo trascinò verso il basso, accanto a lui.
“Ti aspettavo” disse fra un bacio e l’altro.
“Dovevo assicurarmi che stessero tutti dormendo” rispose l’uomo mordicchiandogli il collo e facendolo gemere.
“Amore… oh, amore mio” sussurrò il giovane mentre gli veniva aperta la vestaglia, ritirò la pancia nel momento in cui sentì le mani fredde di Vicen depositarsi sul suo petto ardente.
Gli tolse il nastro lasciando che i lunghi capelli gli inondassero le narici col loro profumo, chiuse gli occhi, passando le dita affusolate fra quei fili di ebano.
Lasciò che il proprio corpo eccitato andasse incontro a quello di Vicen che lo abbracciò improvvisamente a sé. Rimasero a lungo cosi, con le loro erezioni in contatto che li faceva fremere, le gambe intrecciate, i cuori uniti in un solo battito.
“Augusto, sei sicuro?” domandò giocando col lobo del suo orecchio, leccandogli l’interno con la lingua.
“Si… ah, certo…” ansimò sentendo la gola secca.
Si baciarono ancora a lungo, poi Vicen lo prese con dolcezza strappandogli un gridolino. Lo baciò per calmarlo, lo stuzzicò laddove era più sensibile, facendolo eccitare ancora di più, dopo cominciò piano a muovere il bacino in modo circolare.
“Come va?” chiese con voce roca.
“Meglio” il giovane lo baciò ancora e ancora. Lui era un uomo, non c’era alcun bisogno, eppure aveva sempre sentito la mancanza di quel corpo sul proprio, nel proprio e in quel momento si sentì completo. I loro corpi si legavano, le braccia si intrecciavano, i battiti del cuore si confondevano, i respiri si rompevano nei petti, i loro occhi dichiaravano all’altro tutto il loro amore. Erano come fusi, anzi erano fusi. Inaspettatamente arrivò l’estasi di quel loro amore proibito.
Dopo un po’ di coccole Vicen se ne andò lasciandogli nel cuore una pazza felicità, ma anche una brutta sensazione. Che stupido era se avesse ceduto alle sue tragiche illusioni in un momento di cosi tanta gioia!
I loro giorni trascorrevano felici, fra baci e incontri clandestini, fino all’ultima notte prima del viaggio.
Vicen, come ormai tutte le notti, si intrufolò nella sua stanza. Chiuse la finestra e andò immediatamente ad amarlo, senza essersi accorto di essere stato seguito.
Dante, nascosto da un tronco di albero, osservava attonito quello che stava succedendo. Meditò in silenzio il da farsi, possibilmente senza suscitare scandali.
Quella notte, dopo aver fatto l’amore, Augusto non si accontentò delle coccole, volle dormire insieme a Vicen e l’uomo, di fronte le sue insistenze, lo accontentò. Lo prese fra le braccia e si addormentarono.
Il giorno seguente i due si salutarono in privato.
“Promettimi che tornerai presto” gli chiese il giovane stretto a lui.
“Certo, amore, il prima possibile, te lo prometto. Mi mancherai terribilmente” sospirò dandogli un bacio a fior di labbra.
“Io morirò senza di te” rispose.
Non sapeva quanto quelle parole fossero vere.
Dopo alcuni giorni i tre fratelli tornarono a casa senza Vicen. Il ragazzo chiese cosa fosse successo.
“Gli abbiamo affidato un altro incarico” gli rispose evasivo Dante e se ne andò.
Augusto passava le giornate aspettando e aspettando.
Era ormai un mese che non lo vedeva. Cercò di essere forte, si allenava ogni giorno, leggeva, cavalcava immaginando di avere al proprio fianco Vicen.
Vicen non tornava.
Chiese ancora cosa gli fosse accaduto, la sola risposta che ottenne fu che il suo domandare sempre di lui poteva far sorgere sospetti sulla natura dei loro rapporti e che fosse meglio se se lo sarebbe dimenticato poiché aveva comunicato che andava in un’altra città a prestare il suo servizio.
Augusto pianse lacrime amare, ogni notte piangeva fino allo sfinimento. Non poteva essere vero che Vicen, il suo Vicen, lo avesse abbandonato!
Una sera andò nella stanza dell’amato.
La osservò a lungo: il letto come lo aveva lasciato, le spade posate con cura, i vestiti.
Prese una sua camicia e la annusò, ancora portava il suo profumo! La abbracciò e si addormentò con lei immaginando che al suo posto ci fosse l’amato.
Stava dormendo, quando inaspettatamente gli si presentò davanti un banco di nebbia dalla quale uscì la figura slanciata ed elegante di Vicen.
“Vicen!” gridò ancora piangendo, l’uomo gli si avvicinò e gli toccò piano la guancia.
“Amore, è inutile il tuo richiamo, io non posso più tornare da te, i tuoi fratelli mi hanno ucciso a tradimento” sussurrò e la sua voce sembrava lontana, lontanissima.
“Cosa stai dicendo?! Amore, amore! Non andartene! Vicen! Dimmi dove sei, ti prego!” urlò vedendo che si stava allontanando, allora lui si fermò, tornò indietro.
“Il mio corpo si trova nel bosco vicino alla fontana dove ci siamo conosciuti” lo osservò, se avesse potuto, avrebbe pianto, gli sfiorò piano le labbra con le proprie “Ti amerò in eterno” e svanì.
Il ragazzo si svegliò con un grido e con la camicia inondata dalle lacrime.
Senza perdere tempo uscì fuori dalla stanza, prese un cavallo e cavalcò giorno e notte fino a quando giunse nel posto indicatogli nel sogno. Si inginocchiò e cominciò a scavare con le unghie, dopo molto tempo riuscì a vedere il volto dell’amato. Scoppiò a singhiozzare, si abbassò sul suo corpo e pianse fino a svenire. Dopodiché si risvegliò lo osservò ancora a lungo, sapeva di non potergli dare degna sepoltura e perciò gli tagliò la testa. Era un gesto orribile, ciononostante non poteva sopportare di lasciarlo lì. Lo avvolse in un prezioso velluto e lo portò a casa dove pianse ancora, guardandolo e baciando quelle labbra ormai fredde per sempre.
Non usciva più, non si allenava più, non parlava, non mangiava.
Nascose la testa di Vicen in una stoffa pregiata e la sotterrò in un vaso dove mise una pianta di rose la quale cresceva ogni giorno più bella e profumata grazie al nutrimento della carne di Vicen e alle lacrime di Augusto.
I fratelli del ragazzo, sempre più preoccupati, presero il vaso odoroso affinché il giovane non potesse più piangere sul fiore, però di fronte alle insistenze di ridarglielo, curiosi, vollero guardare cosa ci fosse dentro e cosi scoprirono la testa dell’uomo che uccisero.
Spaventati da ciò e capendo che il giovane sapeva che loro erano gli assassini di Vicen, per non essere denunciati e, di conseguenza uccisi, presero tutte le loro cose e si trasferirono a Napoli lasciando Augusto lì.
Rimasto senza nessuno, se non con il dolore per la morte di Vicen, Augusto affogò nelle proprie lacrime fino a morire con l’animo straziato.
E nelle strade si sentiva un certo ritornello:

Qual esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta… *

Le ragazze piangevano silenziose, e i ragazzi cercavano di mostrarsi forti, ma i loro occhi erano lucidi.
“Che storia triste” commentò Vittoria.
“Si…” sospirò Marco alzandosi.
Nessuno aggiunse altro, il ragazzo uscì fuori dove fu accolto da un cielo sereno. Sorrise felice vedendo davanti a sé un uomo che lo aspettava.
“Vicen, sei già arrivato” gli corse incontro e gli gettò le braccia al collo.
“Hai pianto” osservò l’uomo dandogli un bacio veloce.
“Sai, ho raccontato loro quella vecchia storia…”.
“Amore, basta rivangare sul passato, ora siamo di nuovo insieme” gli carezzò i capelli.
“Si, ma promettimi che non mi lascerai mai più solo”.
“E tu promettimi che non mi taglierai mai più la testa, fa impressione”.
“Stupido…” sussurrò coinvolgendolo in un lungo bacio.


*"Chi fu mai quell'uomo malvagio che mi rubò il vaso...".

giovedì 18 giugno 2009

Noi due (capitolo 9)


Affermare che fosse stanco morto era un eufemismo. La notte prima avevano rifatto sesso una terza e una quarta volta.
Ritornato nell'Accademia, il professor Kasim lo aveva subito sottoposto ad un allenamento di media difficoltà, il che significava da rottura delle ossa. Aveva scoperto, inoltre, che se il giorno prima era potuto andare da Hesediel era stato perchè questo aveva ordinato a Mister Orso di lasciarlo libero e quando chiese al preside il perchè gli avesse ubbidito gli rispose semplicemente dicendogli che l'Accademia apparteneva a lui!
Quell’uomo a quanto pareva riusciva ad ottenere sempre quello che voleva. Sospirò mettendosi prono, il fondoschiena gli doleva troppo per sforzarlo inutilmente.
Improvvisamente un trillo del proprio cellulare lo fece sussultare, lo prese e lesse il veloce messaggio:
" Sabato sera, 9/12 corrente anno, festa nobiliare, invitato del sig. Lucas Trissens. Ci saranno i vostri genitori. Distinti saluti".
Un messaggio dal proprio maggiordomo, colui che doveva fargli quasi da balia. Gabriel, tuttavia, gli aveva esplicitamente proibito di stargli alle calcagna o chiamarlo, perciò il solo mezzo che aveva per comunicare con lui erano quei brevi sms. Il ragazzo era contento per la sua obbedienza e discrezione.
Che palle, una festa. Buttò il cellulare da qualche parte fra le lenzuola mentre si alzava. Indossò la tenuta scolastica, prese i libri di latino e di biologia e uscì fuori.
Il freddo pungente lo accolse facendolo rabbrividire, era incredibile di come il tempo fosse cambiato cosi rapidamente, due settimane prima ancora moriva di caldo e in quel momento il freddo gli penetrava fino alle ossa. Hegyron arrivò alle sue spalle e lo afferrò per mano trascinandolo verso l'edificio principale.
La sua mano forte era calda e istintivamente la strinse. Il suo unico amico... gli dispiaceva nascondergli le cose, ciononostante non poteva dirgli di Hesediel, aveva troppa paura della sua reazione. Si aggrappò a quella mano come se fosse una scialuppa in mezzo al mare.
Hegyron si fermò trascinandolo nel bagno. Ansimarono per riprendersi dalla corsa, poi il ragazzo più grande gli si avvicinò e lo avvolse nel suo caldo abbraccio.
Gabriel turbato, lo ricambiò. Affondò il viso nel suo petto sentendo un groppo alla gola. Inaspettatamente, senza una ragione apparente, volle piangere. Le dita di Hegyron gli carezzavano la testa come si faceva ad un gattino.
"Ehi, tutto bene?" volle sapere poichè lo guardò in viso e lo vide con gli occhi rossi, Gabriel annuì piano.
"Ma che fai? Piangi?! Hey, piccolo cosa...? Gabriel..." sussurrò e lo riabbracciò.

"Scusa" bisbigliò Gabriel imbarazzato.
"Non pensarci" rispose Hegyron, il ragazzo si scostò dalla camicia dell'amico che aveva letteralmente inondato di lacrime. Hegyron si mise un maglione sopra sostenendo che cosi nessuno se ne sarebbe accorto. Lo accompagnò in classe e lo baciò sulla fronte assicurandogli che quella sera non avrebbe avuto scampo: dovevano parlare.
Gabriel fremette a quel pensiero. Annuì soltanto e si avviò verso il proprio banco, ma Arael già gli era addosso.
"Uff! Sempre con Hegyron!" sbuffò fintamente offeso.
"Cosa c'è, Arael? Non sarai mica geloso,eh?" lo provocò aprendo il libro di biologia.
"Certo che lo sono! Ti tratta come se fossi la sua ragazza! Invece io ti voglio tutto per me" rispose sorridendo malizioso, però il suo tono di voce era maledettamente serio.
"Arael..." riprese Gabriel stancamente, forse doveva dissuaderlo dal corteggiarlo. L'esperienza con Hesediel gli era bastata, anche se sapeva che Arael difficilmente si sarebbe comportato come quel bruto.
"Ehi, non ci provare nemmeno cuccioletto! Tu ora sei la mia preda e non ti lascerò stare cosi facilmente" la sua sincerità spesso lo spiazzava.
"E dopo che mi avrai conquistato che farai? Troverai un'altra preda?" lo interrogò con voce scherzosa, però stranamente sentì il bisogno di saperlo, quasi di sentirsi rassicurato.
"In verità, vorrei passare il resto della mia vita solo con la preda alla quale sto dando la caccia in questo momento, chissà che un giorno non mi riesca di catturarla con il mio stupefacente fascino" cercò di scherzare, tuttavia sapevano entrambi che era quello che il ragazzo veramente sentiva; quella fu una delle prime volte in vita sua che Gabriel si sentì bene, veramente bene. Essere amato da qualcuno. Non voleva null'altro. Tuttavia ancora non sapeva se voleva l'amore di Arael. Il professore entrò e subito fulminò Arael con lo sguardo che, da parte sua, gli sorrise torvo.
"Ora ti devo proprio lasciare mio amato" recitò melodrammaticamente portandosi la mano al petto e provocandogli un breve risolino. Il professore annunciò che per quelle due ore avrebbero fatto degli esperimenti, perciò andarono nel laboratorio dove li costrinse a lavorare in coppia; Gabriel capitò con Arael che con prepotenza aveva incenerito tutti con lo sguardo per lasciargli il posto.
Si sorrisero e iniziarono a scrivere quello che vedevano.
"Meiosi II" affermò Arael con aria di superiorità, ma Gabriel lo allontanò e guardò con attenzione.
"Meiosi I, ignorante" sibilò scrivendo sul quaderno.
"Come fai ad esserne cosi sicuro? Secondo me è meiosi II" insistette osservando e ingrandendo la cellula.
"No, guarda meglio: siamo nella metafase I, i cromosomi sono disposti sul piano equatoriale, fra poco entrerà nell'anafase" spiegò continuando a scrivere.
"Uhm, e che differenza c'è fra metafase I e metafase II?".
"Ma hai studiato?!" sbuffò il ragazzo guardandolo, Arael ricambiò lo sguardo facendo gli occhioni colpevoli, Gabriel alzò gli occhi al cielo.
"Va bene genietto, mi fido" Arael alzò le spalle facendo l'offeso.
"Sei insopportabile" mormorò l'altro sorridendo sotto i baffi nel frattempo che si mise ad osservare altre cellule, dopo aver affidato ad Arael la trascrizione di ciò che vedevano.
"Lo sai che sei affascinante in camice bianco e con quell'aria professionale?" lo prese in giro, Gabriel gli diede una sberla.
"Beh tu invece sei il solito pagliaccio" gli fece la linguaccia.
"Guarda che bella lingua, potresti pure usarla in modi differenti" lo avvertì e lui arrossì seduta stante.
Inaspettatamente Arael fu colpito alla nuca da un libro.
"Ahia! Porca troia, Ariel! Che cazzo vuoi?!" strillò girandosi verso il fratello.
"La smetti di corteggiare Gabriel?" chiese esasperato.
"Guarda che lo so benissimo che me lo vuoi portare via! Ma lui è mio!" scherzò abbracciando il ragazzo che ormai era rosso in volto.
"Che figura pietosa stai facendo... Tranquillo che non te lo porto via, e anche se volessi farlo lui cederebbe a me, sono molto più bello di te" disse passandosi una mano fra i bei capelli scuri e facendo un sorrisino di sufficienza. Arael lo guardò incredulo.
"Ehi, Narciso, vedi di non rompere, siamo come due gocce d’acqua e se proprio vuoi sapere la verità, io sono più bello di te! Infatti sono nato per prima".
"E che vuol dire?!".
"Che i primi sono i più belli, è scientificamente provato".
"Si, è provato che sei un deficiente. Lasciamo stare va... Comunque non per dire niente, ma Hegyron ti stava fulminando con lo sguardo" li informò tornando serio.
"Hegyron?" s'intromise Gabriel guardandosi intorno.
"Si, era venuto con un suo compagno per prendere delle cose per l'altro laboratorio e non vi toglieva gli occhi di dosso. Arael, chissà perchè ti vede come un attentatore alla purità di Gabry" concluse sarcastico.
"E 'sti..." commentò osservando il volto cupo dell'amico.
Gabriel fissava il vuoto davanti a sé. Hegyron aveva visto tutta la scena. E aveva visto Arael. Aveva visto lui e Arael.
Oddio, chissà cosa aveva pensato, soprattutto se li aveva guardato male. Ma cosa gli fregava? Sospirò. Non voleva che l’amico lo rifiutasse, tanto ormai lui aveva capito benissimo che gli piacevano anche gli uomini, e alla fin fine non era stato un problema cosi grosso accettarlo, o almeno ci stava ancora lavorando.
“Bene ragazzi! Avete finito?” intervenne la voce chiara del professore “Lestes, finiscila di chiacchierare! E tu, Ariel, vai al tuo posto, altrimenti questa peste ti contagia” ordinò e il ragazzo obbedì.
“Peste? Quale peste? Dov’è?” domandò Arael guardandosi attorno come se fosse in cerca di qualche cosa.
“Tu, Lestes” rispose il professore stancamente, quindi il ragazzo sorrise.
“Eh, prof, scherzavo! Scusi posso andare a buttare questo schifo?” domandò facendogli vedere della carta igienica sporca di chissà quali sostanze, l’uomo arricciò il naso e acconsentì. Gabriel osservò Arael allontanandosi e si chiese cosa avesse da sorridere sotto i baffi.
L’insegnante prese il quaderno e si stava complimentando per il lavoro svolto, quando si accorse che Gabriel guardava divertito oltre le sue spalle, quindi si voltò e vide un ragazzo dai capelli rossi che stava portandogli un quaderno e dietro di lui Arael che gli puntò una siringa alla tempia Premette e uscì in un veloce getto dell’acqua che andò a bagnare il povero malcapitato. Ciò provocò le risa di tutta la classe.
“Lestes! Ma che modi sono?! Fuoriiiiiiiiiiiiiiii!” gridò il professore esasperato, mentre Gabriel cercava di trattenersi dallo sbottare di ridergli in faccia.
Dopo alcuni minuti si ritrovarono in giardino dove continuarono a ridere, Arael gli presentò il ragazzo dai capelli rossi.
“Lui è Mikael, un mio carissimo amico” lo presentò e, rivolto al rossino, aggiunse“E lui è Gabriel, il mio ragazzo” mentì, però si pentì subito dopo giacché sentì una strizzatina sul braccio.
“Piacere di conoscerti” disse Mikael prendendogli la mano.
“Si, anche per me è un piacere conoscermi” scherzò Gabriel sorridendogli.
Risero insieme, finché arrivò Ariel che li osservò inarcando un sopracciglio.
“Oh no! Assicuratemi che non è quello che penso!” esclamò sospirando pesantemente.
“Dipende, cosa pensi?” replicò malizioso Arael.
“Che tu abbia fatto conoscere a quest’anima pura Mikael” rispose e si avvicinò all’orecchio del ragazzo “ Sai, questi due erano famosi nella nostra città fin dall’asilo per le loro malefatte” gli rivelò.
“Su su! Quali malefatte, noi siamo bravi, vero Mika?” domandò rivoltò all’altro che sorrise sornione.
“Più bravi di noi…”.
“Certo, certo… ora tornando seri, Arael io devo tornare a casa per un paio di giorni, sai papà…” fece un gesto spazientito e il fratello annuì “Pensi di potercela fare senza di me?”.
“Si si” gli rispose con aria da angioletto.
“Non mi fido, Gabriel tienilo d’occhio, non farlo andare in discoteca, non fargli prendere le canne e soprattutto… non dargli questo” cosi dicendo posò una mano sul suo pacco e il ragazzo trasalì arrossendo.
“Wow!” esclamò Mika ridendo, mentre Gabriel rimase a bocca aperta.
“Ehi pervertito! Dove metti le mani?!” sbottò il fratello, tuttavia Ariel già era lontano e gli faceva un cenno con la mano in forma di saluto.
“E meno male che era etero…” sospirò il gemello.
Gabriel si passò una mano fra i capelli. Erano matti.

Dopo gli allenamenti, si fece una breve doccia e andò in camera dove cercò di studiare, ma senza alcun successo, poiché nella mente gli tornava sempre Hesediel. Dio, come gli mancava. Si morse un labbro alzandosi dalla sedia. Si spogliò per andare a letto, ma passando davanti allo specchio si fermò per contemplarsi. Sembrava cosi diverso da quando… arrossì sulle guance. Come aveva potuto farlo guardandosi?! Era da maniaci!
Si osservò a lungo senza accorgersi della porta che lentamente si era aperta e rinchiusa. Solo quando sentì delle mani sui propri fianchi, si voltò e si specchiò negli occhi gentili e affettuosi di Arael.

martedì 16 giugno 2009

Alexandros ( capitolo 12)

Attenzione: in questo capitolo c'è una scena d'incesto. ... O era stato forse egli creato
Per essere seppure un solo istante
Al tuo cuore legato?...

I. Turgenev



Una volta rientrato a casa trovò i due gemelli ad attenderlo, erano silenziosi, cosa strana soprattutto per un vulcano come Aemilia.
"Papà abbiamo saputo di Julius, che tu vuoi che…" cominciò la ragazza con voce tremante.
Marcus appoggiò il capo alla mano e li fissò.
Erano belli come due fiori.
Un sorriso tenero si impossessò delle sue labbra, ma tornò immediatamente serio pensando a cosa rispondere ai figli.
"Non ammetto repliche riguardo a questo tema, so quanto vi faccia male separarvi da lui, però questo sarà un bene per Julius" rispose con calma.
"Per Julius o per te?" sbottò Cornelius e subito volle sotterrarsi per essere stato cosi insolente.
Gli occhi glaciali di Marcus si soffermarono su di lui a lungo facendolo arrossire e tremare.
"Per entrambi o forse per tutti. Pensate che la mia scelta sia stata dettata da quello che è successo ieri sera, vero?" chiese e gli altri annuirono, allora continuò "Vi sbagliate, è da tanto tempo che meditavo di arruolarlo, la sua non è una natura pacifica Cornelius, lui fa la guerra per ogni minima cosa. Lo lascerò lì per due anni, voglio che riaffiori ciò che è veramente. Forse mi sbaglio e magari diventerà un intellettuale e un uomo di pace, ma più probabilmente diventerà un generale più valente di me. E’ semplicemente la sua natura" parlò con voce calma, serena, sapeva di dire la verità.
"Ma allora non potevi farlo arruolare in truppe più vicine a casa?" domandò Cornelius.
"No, sarebbe fuggito, lo conosciamo tutti. In Asia… beh, da là sarà parecchio difficile scappare".
" E se dovesse…?" s’intromise Aemilia trattenendo a stento le lacrime.
"Non posso assicurati che tornerà vivo, ma lo spero" fece e si alzò.
Non aveva alcuna voglia di parlarne, era stata una scelta sofferta anche per lui, cosa credevano?
Doveva andare al Senato.




Julius si aggirava nella propria stanza come un leone in gabbia, non poteva credere che Marcus gli avesse fatto questo! Cornelius lo osservava seduto sul letto.
Suo fratello era agitato, si passava le mani fra i capelli. Gli faceva male vederlo in quello stato.
"Sei sempre in tempo per chiedergli di non mandarti in Asia" propose Cornelius.
"No, neanche supplicandolo si rimangerebbe la parola e poi non voglio dargli questa soddisfazione!" ringhiò fermandosi.
Rimasero in silenzio.
Anche il silenzio ha un rumore.
Il rumore dei loro cuori, dei loro sentimenti che aleggiavano nell’aria, delle loro paure.
"Mi mancherai" mormorò piano Cornelius, il fratello lo guardò sorpreso, quindi abbassò la testa "Mi mancherai tanto" ribadì.
Julius sentì i propri occhi farsi lucidi.
Litigava spesso col fratello, ma doveva ammettere che era la persona alla quale teneva di più.
Amava Marcus e Aemilia, era attratto da Alexandros, tuttavia l’amore per suo fratello superava ogni altro amore.
Si avvicinò e gli si inginocchiò davanti, fra le sue gambe, gli mise le mani alla vita, in una sorta di abbraccio.
Si fissarono negli occhi, quelli di Cornelius erano prossimi a secernere lacrime.
Julius constatò di quanto gli facesse tenerezza.
Qualcosa si mosse nel proprio stomaco facendolo rabbrividire.
Si morse un labbro.
Gli sarebbe mancato terribilmente.
Gli sarebbero mancati i loro battibecchi, gli sguardi, gli abbracci, il suo sostegno, il suo realismo a volte cosi crudo che lo faceva mandare in bestia.
Anche la sera precedente si era irato perché gli aveva detto che non avrebbe mai potuto avere Alexandros e che sarebbe stato la causa di numerosi guai. E cosi era successo.
Appoggiò il capo su una coscia del fratello che cominciò a carezzargli piano i capelli.
"Scusami per ieri sera, mi sono arrabbiato con te…".
"No, è colpa mia, se io non ti avessi detto tutte quelle cose, tu non te ne saresti andato e forse ora…" replicò con voce rotta.
"Non piangere Cornelius" sospirò, ma il ragazzo non poté più trattenersi e cominciò a singhiozzare.
"Non posso immaginare due anni della mia vita senza di te" disse semplicemente cercando goffamente di asciugarsi un occhio.
Cornelius si mostrava sempre come un adulto, la sua mente calcolatrice era matura come quella di un uomo, il suo comportamento era tale, ciononostante in quel momento dimostrava appieno i suoi quasi quindici anni.
Quel corpo fragile scosso da singhiozzi lo faceva intenerire, non ricordava di averlo mai visto in quello stato da anni, da quando erano morti i loro genitori.
Da allora loro due si erano affezionati moltissimo, insieme avrebbero potuto superare ogni ostacolo, ma divisi non sapeva se ce l’avrebbe mai fatta, se sarebbe mai tornato a casa sano e salvo. Doveva farcela, doveva dimostrare a tutti, a Marcus e anche a se stesso, che poteva diventare un temibile guerriero.
Era la sua natura.
Sarebbe tornato.
Si guardarono negli occhi per alcuni secondi, ma il più giovane distolse lo sguardo arrossendo.
Julius si meravigliò di quel dettaglio.
Strinse i pugni.
"Non piangere" disse con tono pacato, Cornelius cercò invano di trattenersi, Julius gli posò una mano sulla guancia, gli asciugò una lacrima, una seconda, una terza "Non piangere" chiese di nuovo "Non piangere".
"Non piangere". La mano di Cornelius fra la sua.
"Non piangere". Le dita di Julius fra i capelli dorati del fratello.
"Non piangere". La gola gli faceva male.
"Non piangere". I singulti del biondo risuonavano nella stanza.
"Non piangere". Le lacrime di Cornelius miste alle sue.
Gli prese la testa fra le mani, stavano piangendo entrambi.
"Non farmi piangere il cuore" sussurrò e avvicinò le proprie labbra a quelle del fratello.
Quando l’amore diventa pura follia non conta chi siamo, da dove veniamo né dove andiamo, non importano i rapporti di parentela, non importa il sesso, non importa…
Julius aveva sempre pensato questo, e ora che l’amore era diventata follia? Ora che aveva scoperto che l’amore era follia? Che era la follia più folle che ci fosse, cosa avrebbe fatto?
Perché continuava a baciare suo fratello?
Sangue del suo sangue, carne della sua carne?
Fratelli.
Uomini.
Fratelli e uomini.
Allora perché non gli importava?
Perché faceva stendere Cornelius sotto il proprio corpo, perché lo baciava come se volesse aggrapparsi a lui, suo unico scoglio in mezzo al mare?
Perché le sue mani non smettevano di ispezionare il corpo del fratello?
E Cornelius?
Perché Cornelius non lo fermava?
Maledizione, perché?!
Perché si sentiva cosi?
Non aveva più pazienza.
Non ce l’aveva più.
Strappò letteralmente i loro vestiti e li buttò per terra.
Non gli importava nulla.
Assolutamente.
In quel momento Cornelius era la cosa che più bramava al mondo, che aveva sempre desiderato.
Era pazzo.
Cornelius era pazzo.
Erano entrambi pazzi.
Folli di un amore impuro.
Il ragazzo più giovane si strinse al corpo dell'altro, mentre una lacrima gli scendeva lungo la guancia.


Julius gliela asciugò con i suoi baci.

domenica 14 giugno 2009

Alexandros ( capitolo 11)


Marcus tolse la mano dal collo di Publius come se fosse stato scottato. Il ragazzo cadde dallo spavento, negli occhi dell’altro aveva letto una furia omicida e una freddezza che gli aveva raggelato il sangue.
Julius si alzò e gli andò vicino dando un’occhiata rapida al fratello che si era fermato tremolante a pochi passi da loro.
“M- Marcus…”sussurrò, ma immediatamente gli arrivò un pugno che lo fece barcollare. La sua mascella era quasi sicuramente rotta.
Marcus non disse nulla, era troppo sovrastato dalla rabbia e a stento riusciva a trattenere il controllo su se stesso.
Si passò una mano fra i capelli, nessuno fiatava, improvvisamente era come sceso un gelo fra i presenti, riusciva addirittura a percepire i propri battiti di cuore.
Dei battiti molto veloci.
“Voi” pronunciò rivolto agli amici di Julius “domani mattina vi voglio nel foro con i vostri padri e ora andate” comandò.
I giovani se ne andarono fuggendo, pieni di paura verso colui che avevano sempre sentito essere elogiato come uno dei generali più giovani, ma anche più forti e cruenti.
Avevano appena constatato che la fama gli rendeva giustizia.
Cornelius si avvicinò e, nel momento in cui vide in che stato era ridotto Alexandros, si portò le mani davanti alla bocca e osservò il padre che fissava lo schiavo pensoso.
Il giovane era riverso a terra, gli occhi chiusi, il bel volto era reso quasi irriconoscibile dai lividi e dalle tumefazioni, il corpo era un succedersi di ferite, ematomi, graffi, era un miracolo se non aveva nessun osso rotto.
Era mezzo nudo, pronto per essere violato.
Il respiro era pesante e lento, come se gli facesse male anche il solo nutrirsi di aria.
“Cornelius, prendi tuo fratello e accompagnalo a casa. Domani mattina” continuò parlando questa volta a Julius “presentati in cortile. Andate”.
Aspettò che i ragazzi se ne fossero andati accompagnati dagli schiavi con le lucerne, quindi, rimasto da solo con due schiavi, con passo lento si avvicinò ad Alexandros e lo esaminò a lungo, non riuscendo a credere di doverlo vedere in quelle condizioni, si inginocchiò e gli carezzò lo fronte ottenendo un mugolio leggero.
“Alexandros…” sussurrò fra i denti.
Una lacrima solcò il viso del giovane che aprì gli occhi come se si stesse risvegliando da un sonno profondo.
Si guardarono a lungo, Alexandros sorrise appena, ma poi gli sfuggì una smorfia di dolore.
Marcus lo prese in braccio, cercando di fare piano per non procurargli ulteriore dolore e si avviò verso casa.
“Marcus… posso… credo di farcela… non…” sussurrò imbarazzato.
“Ssh, non farmi arrabbiare anche tu” replicò e, mosso da un istinto del tutto sconosciuto, gli posò un breve bacio sulla fronte.
Alexandros cercò di sorridere nel frattempo che perdeva conoscenza fra le braccia dell’uomo che aveva sognato tutte le notti da quando era partito. Finalmente aveva ritrovato il suo calore.

Marcus era stanco morto, tuttavia chiese a Gavriil di chiamare il dottore per alleviare le pene di Alexandros.
A breve il greco Nikolaos arrivò e si occupò del ragazzo, assistito da Gavriil, lo lavò, gli medicò le ferite, lo fasciò.
Dopo molto tempo uscì dalla stanza dello schiavo e informò Marcus che non aveva nulla di rotto e che si sarebbe ripreso in fretta.
L’uomo ne fu sollevato; rimasto solo, andò da Alexandros.
Il volto era meno gonfio e dormiva.
Gli carezzò la guancia, osservandolo.
Le sue dita si posarono sulle labbra rosse.
Erano morbide.
Erano cosi come se le ricordava.
Le proprie labbra donarono un bacio leggero al ragazzo.
Per gli dei, quanto gli era mancato!
Soprattutto nelle notti fredde passate in un lurido accampamento romano.
Aveva combattuto.
E ogni giorno era andato avanti soltanto con la consapevolezza che doveva tornare a casa.
Ma lui era già a casa anche in Gallia.
Non poteva più staccarsi da Alexandros. Non voleva farlo.
Se, almeno una volta, una sola, fosse stato egoista, cosa sarebbe accaduto?
In quel momento volle essere tale.
Voleva Alexandros.
Non voleva curarsi degli altri.
Era pericoloso, enormemente pericoloso.
Stava veramente impazzendo per lui.
Scosse piano la testa, mentre un sorriso amaro faceva capolino sulla sua bocca.
Si lasciava prendere dalla pazzia per lui.
Con occhi colmi di tenerezza gli carezzò i capelli lunghi.
Spostò la coperta e ci si infilò prendendo in braccio il ragazzo.
Il suo profumo era proprio come se lo ricordava.
Profumava di viole, rose e mille altri fiori.
Si addormentò con nelle narici l’odore della lontana primavera.

La mattina seguente Julius si presentò davanti a Marcus con un grosso ematoma sulla guancia e un occhio leggermente gonfio.
Marcus non ne era per niente dispiaciuto, forse finalmente avrebbe capito quale fosse il suo posto.
“Dunque, cosa è successo ieri sera?” andò subito al sodo, né Julius si aspettava qualcos’altro da lui.
“Lo hai visto benissimo” ribatté il ragazzo, ma Marcus, con passo veloce, gli fu accanto e lo schiaffeggiò con violenza sulla stessa guancia sapendo di amplificare notevolmente il dolore.
Il giovane si portò una mano sul punto dolente e si lasciò sfuggire un lamento.
“La mia pazienza è infinita ragazzino, però stamattina ne sono al limite, vedi di rispondermi come si deve” lo avvertì, Julius fu tentato di provocarlo ulteriormente, ma non era proprio il caso di tirare troppo la corda.
L’uomo si allontanò di un paio di passi per calmarsi.
Quando riprese a parlare la sua voce era glaciale come i suoi occhi.
Soltanto in quel momento Julius capì il perché Marcus fosse cosi paventato. Tutti lo lodavano e lo adoravano, ma in realtà lo temevano.
“Perché hai lasciato che lo riducessero in quello stato? O sei stato tu a dire loro di farlo?” lo interrogò.
“Non ho detto io…”.
“Ciononostante gli hai lasciati fare”.
“Si”.
“Perché?”.
“Perché è solo uno schiavo”.
“Se non ti conoscessi potrei anche crederti ragazzino, tuttavia non è per questo” sibilò fra i denti avvicinandosi a lui “è perché tu te lo vuoi fottere, ma lui non vuole, perché appartiene a ME” finì di parlare quasi con cattiveria.
Centrato!
Julius strinse i pugni abbassando la testa.
“Perché non ti sei accontentato di qualche pugno per vendicarti? Ti rendi conto di come lo avete ridotto?” domandò con voce strana.
Quel tono di dolore che Julius non aveva mai sentito nella voce del padre gli fece alzare il viso e leggere negli occhi dell’altro tutta la battaglia interiore che conduceva da anni.
Spostò lo sguardo turbato.
“Non volevo… ho esagerato” ammise infine, l’altro sospirò pesantemente.
“Hai esagerato. Non ammetto questa tua follia per Alexandros, lo sai benissimo. E soprattutto non ammetto che tu disobbedisca a dei miei diretti ordini. Da domani, ragazzino, sarai arruolato nelle truppe mercenarie dell’Asia” concluse dandogli le spalle.
Julius fu percorso da un tremito in tutto il corpo.
“Non puoi farmi questo” sussurrò senza voce.
“E’ quello che sto facendo, sono certo che cosi ti tornerà il senno che non hai mai avuto. Vai a riposare, il viaggio che intraprenderai da ora sarà duro”.
Non una parola in più.
Quello era stato il loro ultimo discorso.

Nella stessa mattina Marcus si dichiarò pubblicamente offeso con le famiglie dei ragazzi che la sera precedente avevano picchiato il suo schiavo.*
Una grande vergogna, quindi, andò a posarsi su di loro, i figli sarebbero stati puniti dai padri.
Marcus lo sapeva, lo aveva fatto apposta.
In breve avrebbe accettato le loro scuse.
In quel modo aveva anche fatto un gesto di sottomissione di quelle famiglie, le quali si sentirono talmente umiliate da pensare che la società non le avrebbe più volute se non fossero rientrati nelle sue grazie.



*Qui penso ci sia bisogno di una piccola spiegazione; Marcus non fa tutto questo perchè potrebbe provare dell'affetto per Alexandros, ma semplicemente perchè i Romani sentivano molto forte il senso di possesso delle loro proprietà e, pertanto, anche Alexandros è una sua cosa che non deve essere toccata assolutamente dagli altri. In conclusione, i Romani sentivano la casa, gli oggetti, gli schiavi come un "prolungamento" del proprio corpo e rubare o far del male a una loro proprietà significava ferire loro stessi.

mercoledì 10 giugno 2009

Anime lacerate (capitolo 2)


La sera, dopo aver mangiato la quotidiana schifezza, tornarono nel dormitorio.
Come sempre la tosse di Bjorn non cessava, il poverino cercò di soffocarla nel cuscino per non disturbare gli altri.
Anastasius si alzò dal suo letto e gli andò accanto. Gli posò una mano sulla fronte.
“Dio, Bjorn, sei bollente” sussurrò piano.
“Ragazzino, vattene, rischio di contagiare anche te” gli comandò fra una tosse e un’altra.
“No, devo portarti in infermeria”.
“Non mi serve, non guarirò in ogni caso”.
“Si, invece!”.
“E a che servirebbe?” gli chiese gentilmente questa volta, e si sentì anche libero di passargli le mani fra i capelli.
“Bjorn… devi combattere! Tu me l’hai detto, ti ricordi? Manca poco, lo sappiamo, presto saremo liberi” cercò di convincerlo, ma l’altro scosse la testa.
“Se anche fosse, non potremo più vivere come prima, come potrei essere come ero? Qui ho perso tutto, la mia dignità, la mia persona, la mia anima” sussurrò baciandogli la fronte, mentre le dita affusolate del giovane si stringevano alla coperta del malato.
“Sei un bugiardo! Allora perché vuoi che io viva?! Perché non mi lasci morire? Anche io, a patto che riesca a uscire vivo da qui, non sarò più me stesso, l’orrore mi perseguiterà, soffrirò ancora di più, affogherò nelle mie lacrime, dunque, perché sei cosi egoista? Perché vuoi riposare solo tu?!” gli gridò, l’uomo si mise a sedere e lo abbracciò baciandogli i capelli.
“Perché tu devi far sapere al mondo ciò che è successo qui e devi vivere anche per me” gli sussurrò.
Il ragazzo volle replicare, ma improvvisamente si udirono dei passi, delle voci eccitate e poi sei SS davanti a loro. Uno si avvicinò.
“Oh, ma guardate: i due piccioncini!” esclamò tagliente, continuò voltandosi verso i compagni “Cosa vi avevo detto stasera? Gli avevo già visti oggi al campo intanto che si preoccupavano l’uno per l’altro!” e scoppiarono tutti a ridere.
Anastasius e Bjorn furono presi e portati fuori, nella stesso stanzino dove di solito gli usavano violenza.
“Was*...?” chiese Bjorn interrotto da un colpo di tosse.
“Togligli i vestiti!” ordinò l’uomo di prima, Bjorn non obbedì e immediatamente gli arrivò un calcio nello stomaco che lo fece barcollare, un altro calcio e cadde. Anastasius lo aiutò ad alzarsi.
“Svestilo!” gli comandò di nuovo. Bjorn volle disobbedire anche questa volta, ma Anastasius gli prese le mani e le portò ai margini dello straccio che fungeva da camicia. L’uomo lo guardò con sguardo perso.
“Fallo” gli sussurrò con paura nella voce.
Bjorn chiuse gli occhi inorridito e gli tolse la camicia, poi, con mani tremanti, i pantaloni. Il ragazzo rimase nudo.
Sul corpo ancora visibili i segni delle precedenti violenze. L’uomo rabbrividì nel vederlo. Lo voleva ricoprire, portarlo al sicuro, trasformarsi in una bestia e uccidere coloro che lo avevano deturpato.
“Bacialo”.
Bjorn strinse i pugni, Anastasius lo guardò indeciso, arrossì piano e gli si avvicinò. Gli fece cenno di obbedire. Bjorn posò le proprie labbra su quelle del giovane che schiuse la bocca e lo obbligò a baciarlo, ad intrecciare lo loro lingue.
Anastasius si sorprese nel ricevere un bacio gentile, pieno di affetto.
“Ragazzino, ora toglili tu i vestiti”, Anastasius assecondò subito il soldato, l’uomo rimase nudo scoprendo un corpo dimagrito, che, tuttavia, conservava ancora una struttura possente e muscolosa.
“Succhialo” gli ordinò.
Anastasius volle prestare obbedienza, la mano di Bjorn lo fermò, però il ragazzo gli tolse la mano dalla propria spalla e gli si inginocchiò davanti. Lo carezzò piano, gli prese il membro in bocca.
L’uomo cercò di trattenersi, vedeva i soldati che si erano aperti i pantaloni e carezzavano il proprio fallo o già cominciavano a masturbarsi, tuttavia la lingua e la bocca calda di Anastasius ben presto lo fecero eccitare. Non voleva, non voleva che una cosa del genere succedesse con il suo protetto, non in quel modo!
Anastasius continuò fino a quando il solito SS non disse a Bjorn di leccargli lo sfintere, il ragazzo gli diede le spalle e l’uomo obbedì. La lingua di Bjorn era cauta, gentile, lo carezzava, lo baciava. Il ragazzo chiuse gli occhi nel frattempo che sentiva di essere sul punto di piangere, nessuno lo aveva mai trattato in quel modo.
“Penetralo da davanti”.
Anastasius si voltò verso di lui e aprì le gambe per accoglierlo dentro di sé. Bjorn, piano, lo prese.
Lui fu l’unico uomo che non gli osò violenza, anzi gli parve che lo amò disperatamente, voleva soddisfare il proprio bisogno, ma anche rassicurarlo in qualche modo.
Dopo non seppe bene cosa successe. Vide alcuni soldati picchiare violentemente Bjorn, dopodichè si avventarono su lui, gli rivolsero le parole più ingiuriose che potessero esistere, lo picchiarono, lo violentarono.

“Dottor Hais! Dov’è? La prego, me lo dica!” urlò Anastasius disperatamente.
L’uomo lo guardò con sguardo addolorato. In quel momento non era lucido per poter capire cosa passasse nella mente del dottore, né gli interessava saperlo. Voleva andare da Bjorn che era stato picchiato a morte, il dottore gli aveva appena detto che nell’arco della giornata sarebbe morto.
“La prego, la prego… morirò se non lo potrò vedere, la prego dottore” lo implorò prendendolo per un lembo del camice.
“Va bene” acconsentì infine con tono contrariato, lo afferrò per un braccio, per aiutarlo a camminare, e lo portò davanti al letto di Bjorn che si trovava nell’altra parte dell’infermeria, fra quelli che stavano per essere soppressi a breve se non morivano.
Anastasius si gettò in ginocchio davanti al suo letto, gli prese una mano fra le sue.
“Bjorn, Bjorn, mi senti?” gli chiese dolcemente. Piano, con palpebre appesantite l’uomo aprì gli occhi, voltò la testa verso di lui e restò ad osservarlo. Gli sorrise leggermente cercando di stringergli la mano.
“Anastasius…muoio” sussurrò flebile.
“Non è vero! Tu vivrai, vivremo insieme e usciremo da qui, andremo a casa, saremo felici e liberi! Non morirai Bjorn” gli disse, nel momento in cui lacrime amare già facevano capolino.
“Piccolo… no” mormorò, quindi alzò lo sguardo su Hais “Dottore… per favore, abbia…cura di lui…” gli chiese.
“Lo farò Bjorn” rispose, Anastasius pensò che fosse una risposta data ad una persona in punto di morte, senza alcun impegno, invece sembrò che Bjorn lo credette poiché il suo viso si illuminò un poco.
I suoi occhi tornarono sul ragazzo che stava inginocchiato davanti al suo letto di morte.
“Sai, Anastasius… io… ti amavo…” gli rivelò serenamente, il ragazzo rimase a bocca aperta, quello riprese a parlare “Amavo il tuo cuore cosi gentile, il tuo sguardo perso, i tuoi ragionamenti… ti amavo con tutto il cuore… volevo difenderti da questo mondo orribile, volevo che tu conservassi la tua dignità… perdonami, perdonami amore”.
“Non hai nulla di cui farti perdonare, nulla! Non dire cosi, ti prego, tu non mor…” mormorò il ragazzo stringendogli la mano.
“Quando… l’altra sera, io ho fatto l’amore con te… ma volevo che fosse diverso…” alzò faticosamente una mano e gliela passò fra i capelli “Vorrei che trovassi qualcuno che ti amasse… abbi cura di te… e vivi…vivi pure per me…”.
La sua mano cadde improvvisamente.
Una mano fredda, senza vita.
Dagli occhi una lacrima glaciale solcava il viso che finalmente aveva trovato la pace.
Anastasius lo richiamò piano, poi urlò, si accasciò sul letto e pianse. Pianse amaramente, aveva perso l’unica persona che lo proteggeva, che si curava di lui, che lo amava.
Hais si avvicinò e gli chiuse gli occhi, prese un Anastasius svenuto fra le braccia.
Lo riportò nella sua stanza.
*"Cosa?".