sabato 3 dicembre 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo VIII)



Una casetta malridotta, un’altalena rossa, i nontiscordardimè blu e viola disseminati nel prato; un bambino li raccoglieva, un bambino dai capelli rossi e dagli occhi violetti.
Era lui quel bimbo?
Un ragazzino, più grande di lui, lo chiamò e gli si avvicinò correndo; capelli biondi arruffati, sorriso sbilenco sul volto eccessivamente magro, una mano tesa.
Quando il bambino dai capelli rossi alzò lo sguardo non c’era più niente.
Nessuna casa, nessun prato, nessun bambino tranne lui.
Si alzò, guardandosi intorno, spaurito; le braccia strette intorno al proprio corpo.
Calò la notte come un manto nero su tutto.
Voci. Voci cattive, voci che ridevano, che lo prendevano in giro.
Mani che lo toccavano. Non le vedeva, ma le sentiva addosso ovunque.
Un grido silenzioso.

Erast balzò a sedere di scatto con la mano tremante alla fronte.
Era sudato, si allentò il colletto del pigiama, respirava affannosamente.
“Cosa c’è?” chiese Viktor entrando nella stanza. Aveva gridato? “Che succede, stai male?” chiese inarcando un sopracciglio.
“Io…” il rossino tentò di calmarsi, sentiva il proprio cuore impazzito e il sudore colargli sulla fronte; l’asciugò col dorso della mano “non… ho niente” sussurrò.
“Da come urlavi non sembrava proprio” commentò avvicinandosi.
“Solo un incubo” minimizzò deglutendo.
Viktor prese una pezza bagnata e dopo avergli spostato la mano gli tamponò la fronte.
“Capisco. Era così spaventoso?” Erast non sapeva se la sua voce fosse sinceramente interessata o sarcastica. Decise di credere alla prima opzione.
“Si, lo era” disse a tono basso.
Il bruno lo guardò un istante. Il ragazzo teneva lo sguardo fisso sulle coperte, la mano che tormentava il lenzuolo, gli occhi febbricitanti che evitavano accuratamente i suoi, volle domandargli di più, ma sfortunatamente qualcuno suonò il campanello. Con un impreco sottovoce Viktor andò ad aprire e se sulla soglia non ci fosse stata una sorridente Rosalie, avrebbe rinchiuso la porta a chiunque osava disturbare.
La ragazza chiese di Erast, quindi il bruno la portò da lui. Il giovane le sorrise stancamente non appena la vide.
“Rosalie. Che bello vederti” mormorò veramente contento di bearsi della sua presenza.
“Ciao Erast” la giovane si sedette sul letto e prese le mani del ragazzo tra le sue “come ti senti? Stai meglio? Dio, eri ridotto malissimo!” esclamò, ma vedendo lo sguardo omicida che Viktor le mandò volle tagliarsi la lingua, in effetti era stato lui a picchiarlo in quel modo. Cercò di far finta di niente continuando a sorridere.
“Sto bene ora, sta tranquilla” la rassicurò.
“Meno male, ero preoccupata, sai?” gli passò una mano fra i capelli “Però una cosa me la devi spiegare: come fai anche cosi, da malato, ad avere questi bei capelli?! Mi devi dire che balsamo usi” civettò.
“Oh, non uso nessun balsamo in particolare, forse sono le mani di Sua Grazia il Re che mi lavano e hanno quest’effetto” Erast era sollevato da quel discorso cosi leggero e scherzoso poiché non era pronto per affrontare i suoi problemi con l’amica.
“No! Vuoi dire che ti lava LUI?!” ribatté scandalosamente meravigliata.
Viktor alzò gli occhi al cielo facendo orecchio da mercante.
“Non solo, Sua Maestà non mi fa mancare nulla, sembra un papà in apprensione” lo provocò scoccando un’occhiata divertita a Viktor, che lo guardò di rimando alzando un sopracciglio, deciso a non ribattere, si sarebbe vendicato personalmente su Erast più tardi.
“Benissimo” si volse verso il bruno “mi compiaccio di sapere che tu abbia una parte cosi tenera Viktor” gli disse sorridendogli a trentadue denti.
“Forse sarà perché ormai è vecchio” aggiunse Erast sorridendo.
“Si, lo penso anche io, anche con me a volte si comporta come fa mio padre”.
“Non ti ci mettere anche tu, Rosalie” replicò solamente l’uomo.
“Scherzavo papà” si alzò e gli sfiorò un braccio, poi si rivolse verso il più giovane “Tesoro, io ora devo andare al lavoro, ci vedremo presto” e gli scoccò un sonoro bacio sulla fronte.
“Viktor, vieni stasera al club?”.
“No, resto qui con la peste”.
“Ah, si, comunque se c’è bisogno di me, posso stare io qui con lui, occuparmi di... non so, di tutto” propose sinceramente.
“Non ce ne sarà bisogno, mi occupo io di lui, ti ringrazio” disse egli deciso.
Erast fece finta di nulla, ma quella frase gli aveva fatto anche troppo piacere. Distolse lo sguardo, abbassandolo sulle proprie mani. Perché quel cavolo di calore tornava a tormentargli le guance? Sicuramente era la febbre che tornava, si convinse.
“Va bene” si arrese la ragazza che si alzò nuovamente, si sistemò la lunga gonna avviandosi alla porta per uscire, ma si voltò per guardare ancora Erast “Fai il bravo, non farlo disperare” sorrise maliziosa facendogli l’occhiolino.
“Cosa? Io?!” le domandò Erast indignato.
La ragazza ridacchiò e salutò con la mano prima di uscire, Viktor la accompagnò alla porta dove lei si fermò e lo osservò a lungo.
“Cos’è quel sorriso che hai stampato in faccia?” le domandò cupo.
“Ma quanto sei gentile! Non l’avrei mai creduto” lo prese leggermente in giro.
“Ragazzina, non rompere e vai al lavoro se non vuoi che ti butti fuori” la avvertì, tuttavia non poté nascondere un lieve sorriso.
“Attento Viktor” sussurrò lei saccente.
“A cosa?”.
“All’amore” gli rispose, ma lui sorrise beffardo.
“L’amore non esiste, almeno non per quelli come me” sibilò lui scoccandole un’occhiata truce. La ragazza lo osservò alcuni secondi poi sbuffò.
“Non ho intenzione di dibattere ancora su questo”.
“Oh, neanch’io” rispose lui seccato.
“Bene, ma non dimenticare che a nessuno non è permesso amare e essere amati per quanto male hanno fatto o subito in passato” e davanti all’espressione tenebrosa si sbrigò ad aggiungere “Ok, me ne vado, me ne vado”.
“E’ meglio per te, abbi cura del club ragazzina” si raccomandò e si richiuse la porta alle spalle.
Non appena se ne fu andata, Viktor tornò da Erast che lo guardò divertito.
“Hai sentito? Devo fare il bravo senza esasperarti…” commentò Erast provocandolo.
“Dovresti darle ascolto. Che ragazza saggia”.
“Oh, ma senti un po’! Sei tu quello che…” s’interruppe, portandosi una mano sul petto.
“Cos’hai?” chiese l’uomo con tono preoccupato.
“Ci risiamo… ho…” chiuse gli occhi cercando di calmare la rabbia e l’insoddisfazione.
Il suo respiro si era fatto profondo e pesante e man mano diventava sempre più veloce, le mani gli tremavano. Viktor capì.
“Di nuovo una crisi, immagino” sussurrò passandosi una mano fra i capelli. Negli ultimi giorni era già successo, gli era stato accanto pensando di riuscire ad aiutarlo. Gli aveva somministrato alcune vitamine e calmanti naturali, ma sapeva che queste erano solo delle cure effimere, che le crisi sarebbero arrivate sempre più forti, sempre peggiori; gli aveva sostenuto la fronte mentre vomitava e lo insultava che doveva andarsene da lì, era stato a sentire tutti i suoi insulti e lo aveva lasciato sfogare per poi assistere a un sommesso pianto. Sapeva che dopo quelle crisi tornavano a farsi sentire anche i sensi di colpa. Ecco, dunque, che anche lui stava rivivendo un momento del suo brutto passato.
“Cazzo… la voglio. La voglio, io…” si passò una mano sulla fronte.
“Ehi, ehi calmati” gli suggerì egli sedendosi sul letto vicino a lui “ascolta, noi ora andiamo in ospedale” gli propose. Ci aveva pensato a lungo, e alla fine aveva deciso che la miglior cura gli sarebbe potuta essere data soltanto in un’attrezzatura specializzata. Già aveva riempito i vari moduli e aveva dato le sue personali direttive su come trattare quell’ospite.
“In ospedale? No, io non vado là dentro. Io non…” si passò nervosamente la lingua sulle labbra secche.
“Tu stai zitto e fai quello che ti dico io” comandò frugando nel suo armadio.
“No! Posso… posso essere curato anche qui” cercò di convincerlo il rossino con tono di voce basso, tremante.
“No che non puoi, sarà molto più difficile per entrambi. Andiamo, vestiti che ti porto in un posto dove non faranno troppe domande”replicò dandogli alcuni indumenti da indossare.
Il ragazzo si oppose ancora un po’, ma con Viktor era impossibile discutere, constatò.

L’ospedale gli aveva sempre dato un senso di repulsione, tuttavia non appena mise piede lì fu colto da una strana paura. Quel posto sembrava un albergo lussuoso piuttosto che un posto per disintossicazione! Senza rendersi conto strinse la mano di Viktor forte, se l’uomo ne fu infastidito non lo diede a vedere. Lo accompagnò all’interno dell’edificio che si mostrò essere immoralmente lussuoso, in fondo era una clinica privata.
Viktor parlò con i medici, assicurandosi che quella storia non uscisse di lì .
Erast era in pessime condizioni, tuttavia cercava di controllarsi anche se era nervoso, sovraeccitato, quasi isterico, sentiva dolore al petto, il sangue che richiedeva a gran voce il suo dolce nettare di cui ormai non poteva più fare a meno.
Un’infermiera lo prese e lo portò in una stanza di cui lui non colse nulla, se nonché fosse molto luminosa. Lo misero su un lettino, egli ormai non si controllava più, aveva sentito la rabbia montargli dentro, cominciava a dare libero sfogo alla frustrazione. Non doveva, maledizione, non doveva assolutamente farlo! Che figura faceva fare a Viktor?! Sempre Viktor nella testa.
Gli iniettarono del metadone per placargli l’astinenza. Dopo alcuni minuti si sentì molto meglio e gli diedero dei calmanti naturali, come quello che gli aveva somministrato Viktor. Non passò molto che si addormentò.
Approfittando del sonno lo cambiarono e gli misero una camicia lunga bianca, gli legarono i bei capelli con un fiocco bianco. Viktor ottenne il permesso di entrare e ne rimase colpito di vederlo in quello stato.
Era steso nel lettino immacolato con quella camicia bianca e i capelli rosso sangue su una spalla da cui spiccava un fiocco. Il volto ceruleo era profondamente addormentato su cui spiccavano le labbra rosse e screpolate. Sentì il doloroso bisogno di toccarlo per accertarsi che non fosse soltanto un’opera d’arte maledettamente ottima, che quei capelli fossero veri e non seta colorata, che fosse ancora vivo.
Cercò di mantenere la calma guardandosi intorno. Quella stanza valeva i soldi che aveva speso per lui.
Era grande, con due ampie finestre incorniciate da tende preziose di colore verde smeraldo, il colore delle pareti era panna, c’erano alcuni quadri rappresentanti fiori; per quello che riguardava i mobili, oltre al letto, c’era un comodino, un armadio, una scrivania con sedia e una poltrona. Somigliava più a una stanza personale che a una di ospedale, se non fosse per certi apparecchi vicino al letto.
Andò vicino ad un’alta finestra e esaminò il cortile e il giardino; c’erano molte palme e fiori di tutti i colori che creavano strane forme viste dall’alto, più in là si scorgeva il parco dove c’erano alti alberi con panche. Sembrava quasi un piccolo paradiso.
Una donna entrò e gli fece cenno che sarebbe stato più opportuno andarsene, l’uomo tornò da Erast e senza curarsi della donna, si chinò per dare un lieve bacio sulle labbra al suo protetto. Gli baciò nuovamente la fronte ed infine uscì sotto gli sguardi meravigliati e confusi dell’infermiera.
Una volta nel corridoio andò dal dottore che si sarebbe occupato di Erast. Bussò alla sua porta e una voce conosciuta gli permise di entrare. Un sguardo freddo lo accolse e lui rispose con occhi glaciali. Si sedette e accavallò le gambe.
L’uomo prese dei moduli e li esaminò velocemente. Viktor sorrise truce.
“Cosa c’è? Ti dispiace che non sia stato io a essere portato qui al posto suo?” domandò ironico.
“Sarcastico come ti ricordavo” commentò quello solamente “Non capisco chi sia questo ragazzo che sia riuscito a scalfire il tuo cuore di ghiaccio” continuò inarcando un sopracciglio e posò i fogli, appoggiò la schiena alla sedia girevole e lo guardò negli occhi.
Viktor dopo tanto tempo riuscì a sentire il disagio di essere fissati da qualcun altro.
“Diciamo che è una mia proprietà” rispose sprezzante.
“Si, da te me l’aspettavo, in fondo alle tue cose ci tieni”.
“Dimmi più semplicemente che sono un’egoista, ma non sono venuto qui per rivangare il passato” finì il discorso scocciato.
“Già, questo ragazzo pare che abbia un sacco di problemi… uhm…” cominciò guardando di nuovo alcuni fogli “Disintossicarlo, dovremo prima sapere di cosa si drogava, dovremo fargli alcune analisi, e giacché qui c’è anche un centro su analisi specialistiche generali hai richiesto pure esami su eventuali malattie veneree, queste saranno pronte fra una settimana penso, invece per quello che riguarda gli orari puoi venire quando vuoi, a orari decenti” concluse professionalmente l’uomo.
Viktor annuì “Sai, sono contento che alla fine tu sia riuscito a diventare quello che speravi” disse sinceramente, quasi soprappensiero.
Un imbarazzante silenzio cadde tra i due.
“Si, ora sono completamente realizzato” rispose alzandosi, Viktor lo imitò. Non si strinsero la mano, non si dissero null’altro.
Viktor aveva aperto la porta per uscire quando la voce del dottore lo richiamò. Si voltò e per un istante vide il giovane poco più grande di lui che tremava per la paura mentre gli sorrideva rassicurante.
“Sei cambiato molto Viktor, non lo avrei mai pensato possibile”.
“Già, tu pensavi che mi sarei fatto rovinare da quella merda”.
“Sono felice che tu ne sia uscito, anche senza di me” una nota di rimpianto nella sua voce.
Viktor sospirò fra i denti.
“Non è stata colpa di nessuno, sono passati dieci anni da allora, ormai dovresti lasciarti tutto alle spalle”.
“Tu lo hai fatto, Viktor?” domandò avvicinandosi. Viktor si chiuse la porta alle spalle e tornò ad osservarlo. Raphael era rimasto come lo ricordava, con un bel viso rassicurante ma severo, tipico di un dottore della sua classe, un corpo reso più massiccio e forte, con i capelli chiari. Un bel uomo. Non più il ragazzo impaurito che aveva conosciuto. Tutto di lui emanava sicurezza.
“Si, il passato deve rimanere sepolto nel passato”.
“Ma come posso non pensare sempre a Damien? E’ stata anche colpa mia se è morto” sussurrò abbassando lo sguardo.
“Senti, non sono venuto qui per ricordarmi tutte le merde che ho combinato, e smettila di fare il crocerossino sempre, sono stato solo io ad ucciderlo, tu non c’entri nulla” replicò turbato.
“Ma se quella sera io ti avesso tenuto con me, se non avessi ceduto dandoti quella cazzo di eroina, forse tutto questo…” si passò una mano fra i capelli.
“Non importa ormai, con i se e i forse non si va da nessuna parte, Raphael” gli passò un dito lungo una guancia e l’uomo chiuse gli occhi.
Era quasi doloroso rivederlo dopo tanto tempo, durante il quale era vissuto solo di ricordi, recriminazioni, rabbia, paura di non vederlo più. Ma non lo aveva mai cercato, Raphael era sparito subito dopo la morte di Damien in orlo a una crisi isterica. Aveva cambiato città, aveva continuato la specializzazione di medicina e ora era diventato ciò che aveva sempre desiderato. Non aveva mai capito perché non fosse diventato chirurgo come voleva e si fosse confinato a disintossicare i drogati. Ma il perché lo sapeva, in fondo. Lo conosceva troppo bene per non sapere. Lo aveva fatto per redimersi dal non essere riuscito a salvare lui. Tuttavia lui si era salvato da solo.
“Non pensare più a me, Raphael, non ne sono mai stato degno” gli sussurrò prima di baciarlo lentamente sulle labbra e uscire.
A casa si mise sul divano e si riempì un bicchiere di whisky, poi un altro e un altro. Voleva stordirsi, non lasciarsi più tormentare più da quel viso infantile che ora contrastava con quello maturo, entrambi quei volti appartenevano alla sola persona di cui si fosse mai innamorato.

Erast sedeva sul letto e osservava il suo dottore. Raphael McRains.
Era un bel uomo non c’era che dire, forse troppo bello per fare il dottore.
L’uomo si accorse che lo stava osservando e abbassò il capo imbarazzato.
“Sa se oggi Viktor verrà?” domandò flebilmente, si trovava lì già da una settimana e lui era sempre venuto, tranne il giorno prima perché si erano verificati dei problemi al club, ma era comunque andata a visitarlo Rosalie che cercò di sollevarlo su di morale raccontandogli tutte le sue tavolette da giovane sprovveduta.
“No” rispose dandogli delle vitamine che lui ingoiò senza ribattere.
“Potrei uscire un po’ fuori?” chiese guardando il sole di novembre.
“Non so, ora quasi tutte le infermiere sono occupate”.
“Hmm, capisco” brontolò Erast deluso.
“Ma io sono libero, dai ti accompagno”.
Il ragazzo si mise sopra una pesante vestaglia e uscì. Passeggiarono un po’ in tranquillità, poi sedettero su una panca.
Parlavano del più o meno quando Raphael gli chiese come avesse conosciuto Viktor.
Erast lo guardò sospettoso, lo aveva semplicemente chiamato “Viktor”.
“Lo conosce?” chiese fissandolo. Il medico sorrise, un sorriso cosi bello che lo stordì.
“Si” rispose semplicemente, lui, però, avrebbe voluto saperne di più, dove si erano conosciuti, come, se il loro rapporto era profondo o meno. Non chiese nulla di tutto ciò.
“Come ci siamo conosciuti? Mah, tramite mio fratello” in fondo era proprio cosi.
“Capisco, devi stargli a cuore se ti aiuta cosi tanto”.
“Beh, noi viviamo insieme” sorrise con l’innocenza più pura del mondo, veramente lo aveva fatto apposta a essere cosi ambiguo, in tale modo gli faceva credere che loro due stessero insieme.
L’uomo non rispose fece un vago cenno della testa mentre il suo volto si incupiva. Stettero un po’ in silenzio fino a quando arrivò un’infermiera e gli disse che c’era bisogno di lui perché un paziente aveva avuto dei problemi, quindi lo salutò andandosene e lasciandolo solo con la donna.
In preda ad una nuova crisi dovette tornare nella stanza, prese vitamine e dormì tutto il pomeriggio; poi fece gli esercizi fisici giornalieri e andò nella sauna. Il dottore gli aveva detto che cosi eliminava più in fretta le sostanze tossiche che aveva nel corpo. Arrivò la sera, Rosalie lo aveva chiamato e avevano parlato a lungo, si era scusata di non essere potuto andare a trovarlo, ma aveva un terribile raffreddore e la febbre, quindi Viktor le aveva proibito di uscire.
Parlarono di come fosse al locale, di Cindy che si dichiarava terribilmente offesa da Viktor e che questo ultimamente fosse più tenebroso e irritato del solito. Nessuno gli si poteva avvicinare. Infine si salutarono. Erast cominciò a leggere un libro. Era triste, Viktor non era andato a vederlo, non lo aveva neanche chiamato. Gli era difficile ammetterlo, ma voleva tanto vederlo. Si addormentò con nella mente l’immagine di quando si era addormentato fra le braccia di Viktor in un letto diverso, un posto che quasi considerava casa sua.
Dopo poco che si era addormentato, la porta si aprì e vi entrò Viktor. Lo osservò in silenzio. Si sedette sul bordo del letto e gli carezzò piano i capelli. Quei giorni erano stati pesanti. L’incontro con Raphael lo esauriva a livello psicologico e il vederlo lì, sofferente, cercando di uscirne fuori, lo stancava veramente. Quel piccolo selvaggio era diventato cosi importante per lui in cosi poco tempo che non poteva crederci. E quello che vedeva negli occhi di Raphael ancora lo turbava.
Baciò Erast sulla fronte e uscì. Davanti alla sua macchina c’era Raphael. Indossava un completo, come lui. Era strano di come fosse passato il tempo, prima si vestivano solo con un paio di jeans e una maglietta e in quel momento gli parve quasi buffo vedere che fossero vestiti in quel modo serio.
“Ciao” disse Raphael semplicemente.

Viktor guardò verso la finestra, verso la notte buia illuminata dalle luci di quella grande metropoli.
Raphael gli diede un lieve bacio sul petto attirando la sua attenzione, gli carezzò con la mano la schiena.
Erano finiti a letto. Dopo tutti quegli anni la passione li aveva traditi e li aveva uniti ancora una volta.
“Scusami, sono stato uno sprovveduto” sussurrò il biondo.
“Perché sei venuto a letto con me?”.
“Si, tu hai Erast, lo hai tradito” disse sinceramente dispiaciuto.
“Tradito? E perché mai? Noi non siamo una coppia” rispose disinvolto.
“Come? Ma non abita con te?”.
“Si, ma non abbiamo mai fatto sesso, se è questo che vuoi sapere” gli rispose mettendosi a sedere.
“Capisco, per questo gli hai fatto fare quegli esami, prima vuoi essere certo che lui…” cominciò a dire, ma l’altro lo zittì.
“Non attaccare mai Erast in mia presenza Raphael, anzi non parliamo proprio di lui” lo avvertì. Accese una sigaretta. Ultimamente era molto sensibile all’argomento, spesso aveva anche freddato i clienti che avevano chiesto di lui e chiunque osasse rivolgergli domande riguardanti il ragazzo.
“Ci tieni a lui” non era una domanda, bensì un’affermazione.
Era semplice.
Viktor ci teneva ad Erast.
Perché, allora, per lui era cosi difficile ammetterlo?
Raphael non fece ulteriori domande, si mise a cavalcioni su Viktor e cominciò a leccargli piano il collo, a morsicarlo mentre con la mano indugiava sui capezzoli, sugli addominali, per scendere a prendere il suo membro, ad eccitarlo nuovamente. Viktor spense la sigarette con un sospirò e si avventò su quella bocca che gli si offriva volenterosa.

Il giorno seguente Viktor andò a trovarlo e alzò un sopracciglio quando vide la meraviglia e la contentezza che il ragazzo aveva manifestato sul volto nel vederlo. Si sentì strano, come se il cuore gli si stringesse nel petto. Erast si infilò le pantofole, si mise la vestaglia e al fianco di Viktor uscì in cortile.
Voleva prendere un po’ d’aria fresca, anche se la verità era che voleva stare ancora più vicino a Viktor.
Si sederono sotto una pergola fatta di edera e fiori rampicanti gialli e viola.
Erast sembrava molto fragile e malato nel suo pigiama bianco d’ospedale e la vestaglia larga, aveva saputo che quella notte aveva avuto un’altra crisi, che cominciavano a farsi sempre peggiori.
I capelli cadevano morbidamente sulle sue spalle, incorniciando il suo bel volto diafano, che a Viktor pareva fragile come non mai; quegli occhi gli apparivano dolci e anche insicuri; aveva abbassato la guardia.
“Si mangia male qui” iniziò il rossino sedendo scompostamente sulla sedia, incrociando le braccia.
“Gli ospedali non sono rinomati per la loro mensa”.
“Non mi riferivo a quello, è che ultimamente ho una fame da lupi…” si portò una mano sulla pancia “ a colazione ci hanno dato solo pane con marmellata e the, e una frutta, ma io avevo ancora fame”.
“Non fare i capricci.” Viktor sapeva che spesso l’astinenza e il prendere le più varie vitamine aumentava molto l’appetito, ed Erast ne era la prova.
Il rossino lo guardò indispettito e imbronciò le labbra, in una maniera adorabile, infatti Viktor a stentò trattenne un risolino.
Tirò fuori dalla cesta che aveva portato con sé, un paio di mele e un coltello. Si tirò su le maniche della camicia e iniziò a sbucciarla.
Erast guardava i suoi gesti come rapito. Quelle mani così grandi, che sapeva essere tanto calde, si muovevano sicure e…
“La vuoi intera o a spicchi?” chiese il bruno interrompendo il filo dei suoi pensieri,
“Emh… tagliata a metà” rispose sentendo quel maledetto rossore sulle guance.
L’uomo spaccò in due la mela e la porse all’altro.
“Mangia se hai fame”.
Il ragazzo non staccò gli occhi dai suoi, ma iniziò a mangiare il frutto.
Com’era dolce con lui in quel momento, com’era gentile. Poi quella mela era così succosa!
Mangiò tutto.
“Ne vuoi ancora?”
Il rossino annuì timidamente.
Viktor allora iniziò a sbucciargliene un’altra e Erast sorrise, sereno.
Era cosi bello stare insieme a lui, si sentiva straordinariamente tranquillo.
Dopodichè mandò già anche la seconda mela si appoggiò alla panca soddisfatto. Viktor gli passò una mano fra i capelli, li raccolse e li legò con un nastro.
“Ne vuoi ancora?” domandò riferendosi alle mele.
“No, grazie” rispose lui, invece prese la sua mano e lo guardò sorridendo gentilmente “Invece vorrei un’altra cosa…”.
“Si? Cosa?” era sospettoso, chissà che gli passava nella mente.
“Questo” disse sottovoce, si avvicinò a lui e lo baciò a fior di labbra. Viktor alzò un sopracciglio, lo attirò a sé e gli diede un vero bacio, di quelli che facevano ansimare il povero Erast.
Quando si staccarono il ragazzo si appoggiò al suo petto, in una sorta di abbraccio, ma Viktor alzò lo sguardo e incontrò quello bruciante di Raphael che era insieme ad un paziente. Lo sostenne, ma il medico si voltò andando in un’altra direzione. Viktor posò il mento sui capelli morbidi di Erast. Lo strinse a sé. Tutto quello che era successo da quella sera in teatro aveva contribuito soltanto a prendersi ancora più cura di Erast, e la cosa stranamente non gli dispiaceva per niente.
Il rossino alzò la testa e lo osservò a lungo.
“Nell’ultimo periodo somigli più a una mamma chioccia piuttosto che a Sua Maestà l’Imperatore Viktor il Terribile” lo provocò.
“Zitto, piccolo impertinente” lo avvertì.
“Si, certo, ora pensi che facendo il bravo poi potrai sedurmi più facilmente”.
“Chiudi la bocca Erast”.
“Altrimenti?”.
“Altrimenti te la chiudo io” rispose malizioso.
“Allora che aspetti?” gli domandò offrendogli le labbra rosse che naturalmente l’altro accettò.
I primi giorni di dicembre ormai cominciavano ad essere freddi, ma Erast sentiva un grande calore nel petto, nella testa, negli arti. Sapeva che quello era dovuto solo all’uomo che lo stava baciando. Aveva paura di ciò che significasse quella sensazione, però allo stesso tempo ne era affascinato. Si strinse ancora più forte a Viktor. Il suo Viktor.



Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

4 commenti:

  1. ciao! (chi si rivede!)
    siete state un bel po' in letargo!
    (ma viky è di fantasia o reale?)
    mi sembra sia valsa la pena.
    la mela è ricorrente in questi giorni, me la trovo di continuo scritta a fette!
    del resto è risaputo che ha un valore terapeutico (costa meno del metadone ed è più buona delle vitamine:)

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  2. ehehe, chi non muore si rivede :D
    no no, Viky è una mia amica e una blogger, bravissima! e il racconto è scritto assieme a lei, ma avendo due stili molto simili non ricordo neanche io ciò che ho scritto io e quello che ha composto lei :D eh si, la mela poi è pure il mio frutto preferito! un abbraccio

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