mercoledì 13 luglio 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo VII)




Viktor non poteva credere ai suoi occhi.
Digrignò i denti cosi tanto che sentì le mascelle contrarsi fino allo spasimo, strinse i pugni finquando le nocche diventarono quasi bianche cercando invano di controllare la rabbia che sentiva crescere dentro di sé impadronendosi di tutte le sue facoltà.
Davanti ai suoi occhi si presentava uno spettacolo orripilante: Erast, mezzo nudo, cavalcioni su quel figlio di puttana di Haym, che aveva sul viso un’espressione di puro godimento e, purtroppo per loro, la luce soffusa che regnava nella stanza non riusciva a nascondere la scena.
I gemiti dei due erano incontrollati, i loro risolini, le parole biascicate, forarono le sue orecchie e quei suoni gli arrivavano come se qualcuno gli avesse malamente graffiato il cervello.
“Si, si… mmm… piccolo così…”la voce di Haym era quella più alta e si stagliava sopra i loro mugolii confusi “lo so… lo so che aspettavi anche tu questo momento… ahh!”.
Con un colpo di reni mise Erast, totalmente passivo, sotto di lui; le mani gli stringevano rozzamente i fianchi, il bacino spingeva in maniera forsennata contro di lui, il membro dentro il suo corpo.
Perché Erast non reagiva? Perché lo lasciava fare senza quasi muoversi?
Il giovane aveva sul viso un’espressione beata, la bocca aperta; proruppe in un riso isterico.
In quei pochi secondi qualcosa in Viktor era cambiato. Si avvicinò deciso ai due; un’espressione terribile sul volto. Se Erast lo avesse visto, avrebbe detto che rassomigliava a un dio irato.
Afferrò il biondo per la maglia e lo lanciò contro delle sedie, Haym gemette di dolore.
“Che cazzo succede?!” gridò pieno di collera sia per quel suo gioco eccitante interrotto sia per il colpo ricevuto “Chi cazzo sei?!”.
La luce del lampadario venne accesa da Viktor che lo guardò truce, sul viso l’espressione della sua collera.
“Sono quello che adesso ti ammazza”. Il viso era diventato una maschera, gli occhi glaciali sembravano quasi bianchi, la voce era metallica.
“Vi-Viktor..!” balbettò Haym “tu… cioè noi non… calmati…” disse rialzandosi, le mani in avanti. Viktor balzò verso di lui afferrandogli il colletto.
“Viktor… calmati, ne possiamo parlare, eh?” cercò di negoziare.
“Piccolo bastardo” sibilò.
“No, no Viktor! Ehi, ehi!!” il bruno lo prese per il mento e gli sbatté la testa contro il muro, forte.
“Ah! Cazzo, Vik… ahh, cazzo!” si lamentò vedendo un rivolo di sangue scorrergli lungo il viso.
“Oh, si, vedrai che gli faccio al tuo cazzo ora!” ringhiò Viktor agguantandogli il membro.
“Oddio fermo!! Cazzo, fa male, lascia… lascialo!” gridò Haym gemendo, la voce rotta dalla paura e dalla droga.
“Ti piace fotterti i ragazzini, eh? Adesso ci penso io, non fotterai più nessuno, te lo stacco!” latrò Viktor; le sue mani di appassionato amante, conficcarono le unghie in quel membro ormai floscio, senza pietà.
Haym gridò come un animale ferito.
“Viktorrrrrrrr! Ahhhhhhhhh! Bastaaaa!!” il biondo si contorse dal dolore; l’altro lo bloccava al muro mentre lo torturava. Haym era senza via d’uscita.
“Ma come? Non ti piace?” domandò Viktor ghignando. Tornò serio improvvisamente “Tu infanghi la parola fratello”.
“Oh, cazzo, oh cazzo, lascialo, lascialo Viktor, ti prego!”.
La stretta divenne più forte ed Haym strillò di più, mordendosi le labbra, facendole sanguinare copiosamente.
Viktor gli prese la testa con entrambe le mani, guardandolo negli occhi bagnati di lacrime.
“Van… Vachmedin… per te sono Van Vachmedin, merda” disse in un sussurro prima di sbattergli il capo contro il proprio ginocchio, più volte, brutalmente. Il viso di Haym era una maschera di dolore, di lacrime e di sangue, quasi irriconoscibile; non aveva più nemmeno la forza di supplicare.
Dopo parecchie ginocchiate sulla faccia, il bruno lo buttò per terra, malamente e gli diede un paio di calci nello stomaco.
“Vattene” parlò a denti stretti.
Haym non se lo fece ripetere due volte, si rialzò a fatica, scivolando più volte, ma alla fine riuscì a correre fuori, dopo aver sbattuto la testa contro la porta. Il rumore dei suoi passi si affievoliva man mano che il biondo si allontanava.
Viktor riprese fiato, il suo completo era sgualcito, la vena sulla sua tempia pulsava dissennatamente.
Si voltò a guardare la figura rimasta a terra.
Erast aveva la giacca calata sulle braccia, la camicia completamente aperta ed era privo di pantaloni. Graffi si stagliavano sul suo bianco petto e sul viso, c’erano i lividi di morsi sul collo, però lui non sembrava accorgersene. Sul volto conservava ancora quell’espressione beata, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi, privi di lucentezza. Il bruno gli si avvicinò lentamente.
“Che cosa hai fatto?” chiese con tono di voce basso, roco, spezzato dall’emozione che non era riuscito a controllare di fronte a quella scena disgustosa “Perché non ti sei opposto, eh?”.
Erast si mise a sedere, si portò una mano alla fronte, si alzò in piedi guardando l’altro, che capì.
Gli sembrò di stare per essere risucchiato in una voragine insieme ad Erast.
“Cazzo, sei completamente fatto!” esclamò incredulo “Per quello i barbiturici.... Hai cercato di farti la droga in casa?!” la domanda retorica uscì tremante di rabbia dalla sua bocca.
“Viktor… sei tu” sorrise “Haym… Haym non ha finito… dov’è?” la voce quella di un ubriaco, debole, senza la sua solita grinta.
Il bruno ribollì di ira; con poche falcate raggiunse il ragazzo e lo colpì con uno schiaffo in pieno viso. Erast cadde all’indietro, sbattendo contro un pianoforte, facendo fare ai tasti una musica discordante che aveva la stessa, fastidiosa tonalità della collera del più grande.
“Ahi!!” gemette il rossino portandosi una mano sul punto colpito “cazzo, mi volevi ammazzare?” chiese riscossosi dal torpore in cui la droga lo aveva trascinato; ma gli effetti persisterono.
Viktor lo guardò truce, nessun sentimento di tenerezza o pietà nella sua espressione.
“Forse non ti è chiara la situazione idiota” gridò facendolo agghiacciare.
Erast, che iniziava a capire quale pericolo stava correndo, si rialzò goffamente, scivolando contro il muro, tentando di allontanarsi, senza staccare gli occhi dall’altro.
Infatti egli gli si avventò contro, lo afferrò per la camicia e lo alzò da terra, sbattendolo contro la parete, tremando; lo sguardo ormai divenuto di fuoco.
Terrore negli occhi del più giovane.
“Viktor…” balbettò in un flebile soffio.
Non gli diede il tempo di dire nulla perché lo trascinò per terra, sbattendolo sul pavimento, strappandogli un lungo lamento. Gli si mise sopra, una gamba su ogni lato e lo prese ancora a pugni, più volte. Erast tentava di dire qualcosa, di fermarlo, ma non ci riusciva, l’altro era diventato una belva furiosa, un micidiale assassino e le sue misere mani non potevano nulla contro di lui.
Smise di prenderlo a cazzotti e lo afferrò per i capelli, alzandogli leggermente la testa da terra, impedendogli di sottrarsi alla raffica di schiaffi che seguirono. Quelle grandi e forti mani lo colpirono ripetutamente in viso, schiaffeggiandolo forte. Il rosso gemette senza poter far altro se non chiudere gli occhi e serrare le labbra.
Dopo un tempo che gli parve infinito, tutto finì.
Viktor si guardò la mano: era sporca di sangue, infatti il labbro inferiore di Erast presentava un lungo taglio rosso scuro, che rigurgitava sangue bollente.
Gli occhi del giovane anche se chiusi tremarono, la sua bocca tremò. In quell’attimo di distrazione, Erast si girò a pancia in giù, tentando di strisciare via, ma Viktor gli fu subito sopra, prendendogli un braccio e bloccandoglielo dietro la schiena; il rossino urlò.
“Aaaaaah Viktor!” l’uomo tirò ancora più indietro quel braccio, facendogli assumere una posa innaturale “Viktor… mi spezzi il braccio così! Aaah…” si lagnò.
Il moro si abbassò per parlargli nell’orecchio.
“Pensi di risolvere tutto con quella schifezza non è così?” alzò la voce “ Pensi che quello schifo risolva i tuoi problemi, che ti faccia scordare quello che vorresti dimenticare per sempre?!” iniziava a sbraitare “La vita è tua brutto idiota! Sta a te cambiarla o meno. Ma non puoi pretendere di risolvere tutto a questo modo! Non puoi cambiare la tua vita, renderla migliore, mettere da parte il passato se ti getti in un futuro ancora più terribile. Spiega le ali moccioso che non sei altro!”
Viktor lo alzò, senza lasciargli stare il braccio e lo poggiò sul pianoforte, il petto su di esso, piegando il suo corpo in due. Lo schiacciò lì, sentendolo tremare, piangere, singhiozzare.
“Che cazzo ne sai tu?!” urlò il ragazzino tra i singulti “Quando tutti ti guardando solo con bramosia, lo sai cosa vuol dire? Quando vogliono tutti solo scoparti, quando non hai nessuno! Il mio corpo la richiede quella merda e sto bene quando la prendo, così come la mente, che si libera da ogni pensiero! Io…” scoppiò a singhiozzare sentendo che la testa gli girava incontrollatamente.
“Tu sei un cretino” affermò Viktor che sembrava essersi calmato. Fece voltare il ragazzo, sempre tenendogli fermo il braccio dietro la schiena; lo guardò negli occhi, con una mano gli accarezzò il viso, sfiorandogli i capelli, ormai scompigliati e intrisi di sangue che gli usciva anche dal naso.
“Non vedi come ti rende la droga? Tu sei bello e i tuoi occhi brillano di fuoco ardente, sei un ribelle Erast. Non lasciare che questa cosa spenga quel fuoco. Non sei tu così, non lo capisci?” lo fece girare verso un lungo specchio appeso alla parete “Non vedi come ti sei ridotto?” gli chiese con voce bassa, come quelle che spesso usano le madri per calmare i propri piccoli.
Erast osservò la propria immagine nello specchio scheggiato, evidentemente a causa di qualche colpo di Viktor. Aveva la pelle cerea, secca, gli occhi privi di lucentezza, un azzurro sbiadito aveva preso il posto del suo peculiare viola, le labbra screpolate. Sul volto sgorgavano piccoli rivoli di sangue, la camicia era quasi strappata, era nudo senza pantaloni. In quel momento paragonò se stesso ad un verme. Abbassò la testa, mortificato, la vergogna lo assalì. Non aveva smesso un attimo di tremare, un po’ per gli effetti della droga, un po’ per il turbamento. Pianse ancora.
Viktor sospirò, lo prese in braccio. L’altro non oppose la minima resistenza. Il bruno lo guardò severo. Erast si era appoggiato al suo petto, gli occhi chiusi, le labbra tremolanti, il corpo scosso e ferito, il viso pieno di lividi e sangue.
Forse aveva esagerato.
Se pensava ancora che qualcuno lo aveva profanato, che altre mani lo avevano toccato, accarezzato, sfiorato dove non dovevano, che labbra e denti lo avevano succhiato e morso, che il suo corpo era stato…
Scosse la testa.
Si, una gelosia atroce lo aveva divorato nel momento in cui lo aveva visto avvinghiato all’altro, una gelosia disumana, che mai nella sua vita aveva provato. Non poteva far altro che ammetterlo con se stesso. Chiuse gli occhi, tentando di evitare il rimontare della rabbia in lui. Se ci pensava troppo sarebbe corso a cercare Haym ovunque si fosse nascosto e stavolta non era sicuro che si sarebbe fermato in tempo dall’ucciderlo.
Lo guardò di nuovo, con una sfumatura di tenerezza.
Lo coprì alla bell’è meglio e lo portò fuori di lì.

Nella limousine Erast si accoccolò fra le sue braccia e lui lo aveva tenuto stretto, mentre Rosalie guardava con apprensione il suo giovane amico.

Entrò in casa, lasciando la porta aperta; Cindy era ancora dentro, sdraiata comodamente sul divano, con una lunga veste da camera addosso, stava sorseggiando un cocktail. Non appena vide entrare Viktor con in braccio Erast, la sua espressione si fece rabbiosa.
“Che stai facendo con quella puttana?” chiese la donna alzandosi a piedi scalzi, correndo dietro all’amante.
Viktor si fermò e si voltò fulminandola con lo sguardo.
“Smettila di chiamarlo puttana” il suo tono non ammetteva repliche, quindi portò Erast nella sua stanza, lo posò sul letto delicatamente e gli tolse gli abiti, facendo il più piano possibile. Il giovane era svenuto durante il viaggio in macchina.
Cindy stava appoggiata alla porta, le braccia incrociate sul petto; un sorriso malizioso sul volto.
“Dove lo hai raccolto? Su qualche marciapiede mentre faceva la marchetta?” domandò sarcastica.
“Bada, stasera non sono proprio dell’umore adatto per sopportare le tue frecciatine velenose” disse con tono perentorio.
“Cosa? Mi… stai cacciando via per la prima puttana che passa?!” esclamò la bionda sconvolta e scandalizzata.
“Lui non è la prima puttana che passa… Cindy, vattene” finì di dire stancamente cercando di sbollire la rabbia di prima.
La ragazza strinse i pugni sdegnata fino a conficcarsi le unghie nei palmi, si morsicò le labbra irata, senza aggiungere altro uscì sbuffando.
Da lontano si sentì sbattere la porta.
Viktor tornò a dedicarsi ad Erast, prese dell’acqua e un panno e si sedette sul letto accanto a lui. Gli tamponò le ferite che lui stesso gli aveva procurato, pulendolo dal sangue e disinfettando i vari graffi infertigli dal “fratello”.
Si inginocchiò accanto a quel letto e lo guardò dormire. Posò una mano sulla sua, stringendola piano; poggiò la fronte sul letto, provando un senso di appartenenza che lo stava travolgendo come un uragano.

Il volto di Erast presentava parecchi lividi che lo facevano rabbrividire ogni volta che lo guardava, tuttavia nel momento in cui lo aveva picchiato non si era reso conto di colpirlo cosi duramente, era stato accecato dalla rabbia; il collo era un miscuglio di succhiotti e morsi che gli facevano ricordare la scena di sesso a cui aveva dovuto assistere; il corpo era spesso scosso dal tremore dovuto alla febbre che lo aveva assalito quella notte dopo averlo portato a casa dal teatro.
Dalla sua stanza uscì un uomo di mezza età visibilmente contrariato.
Viktor, a braccia conserte, lo guardava assorto. Erast non aveva voluto andare in un ospedale, quindi aveva dovuto far intervenire il proprio medico, un uomo burbero, ma bravo nel proprio mestiere e che ormai conosceva bene il tipo di vita di Viktor; spesse volte, nel suo tormentato passato, era stato proprio lui a medicarlo salvandogli anche due volte la vita.
“Ti deve aver fatto arrabbiare parecchio” commentò il medico ponendo in una borsa uno stetoscopio.
“Non ti riguarda” sbottò l’uomo.
“Si, hai ragione, ma non capisco proprio cosa ti abbia fatto per picchiarlo a quel modo, è da un sacco di tempo che non ti comporti più cosi” continuò lui imperterrito mentre leggeva rapidamente un foglio.
“Va bene, ho capito, non serve che mi faccia una ramanzina, ho capito, cos’ha?” domandò con tono urgente e se il dottor Marco non l’avesse conosciuto abbastanza avrebbe potuto affermare che fosse completamente calmò, ma gli occhi brucianti, il ticchettare di un piede, il muoversi di un dito gli indicavano quanto fosse agitato.
“Potrebbe avere molte cose” rispose guardandolo sottecchi. Viktor sbuffò accendendosi una sigaretta. Andò vicino alla parete di vetro e fissò a lungo fuori.
“Cosa vuoi sapere?”.
“Cos’è successo, è stato violentato? Ha abusato di sostanze stupefacenti?”.
“Si, ha assunto droga, ma non chiedermi che tipo; nel frattempo che è stato da me ho visto che si è servito di barbiturici e alcool” qui si fermò un secondo di fronte al sibilo indignato del medico, quindi continuò “Invece l’ho picchiato perché suo fratello se lo stava giusto facendo quando l’ho trovato, ed era nel pieno degli effetti della droga” riassunse con tono incolore.
Il dottore sospirò pesantemente.
“Capisco. Prendi, ti lascio degli antipiretici e qualche analgesico” gli disse porgendogli una busta “Puliscigli spesso le ferite e fasciale dopo averle unte con questa crema; probabilmente si riprenderà, ma dopo ti consiglio di fargli fare alcune visite” gli raccomandò.
“Che genere di visite?”.
“Una di controllo generale, poi sai bene che dovresti controllare se ha malattie veneree e soprattutto dovresti farlo smettere con quella robaccia” quasi lo rimproverò.
“Lo so” si passò una mano fra i capelli. L’uomo prese in mano la valigetta e gli si avvicinò.
“Anche tu ci sei passato quando eri solo un ragazzino, ci sei passato senza che avessi qualcuno accanto, fa che per lui non sia cosi” gli consigliò, poi aggiunse “E togliti dal volto quella maschera seria” dicendo cosi gli fece un cenno di saluto e uscì.
Viktor spense la sigaretta.
Già. Anche lui ci era passato e sapeva come era dolce quel veleno, quando lo prendeva tutto andava davvero a meraviglia. Ma presto aveva dovuto aprire gli occhi e imparare a difendersi dal mondo anche senza quella merda. Se ci era riuscito? Si, sospirò, ci era riuscito. Però solo dopo molte sofferenze e dopo aver causato la morte di un innocente.
Si passò la mano sul volto come per scacciare i ricordi crudeli che imperversavano nella sua mente. Ricorda era doloroso e inutile.
Con passo leggero decise di entrare nella sua stanza.
Erast dormiva tranquillamente, il viso era rilassato e il respiro regolare.
Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla fronte; ancora bruciava. Sospirò ancora.
Sedette sul bordo del letto e gli prese una mano fra le sue.
Aveva lunghe dita perlacee, molto curate e pulite, si vedevano le vene che le solcavano, era cosi leggera che lo fece sentire un mostro per un attimo, poiché aveva usato tutta quella forza con lui.
Portò alla bocca quella mano delicata e vi depose le labbra.
Non voleva fargli cosi male, ora si struggeva di rammarico, ma nel momento in cui lo aveva visto in quello stato, drogato e con il pene di Haym in lui non ci aveva più visto. Aveva semplicemente perso il controllo. Anche lui aveva avuto paura. Si, paura di fare una pazzia, perché in quel momento aveva sentito di essere pronto a uccidere.
Quando aprì gli occhi, togliendo le labbra dalla sua mano, impietrì nel vedere Erast che lo guardava con occhi sbarrati. Gli lasciò lentamente l’arto che il ragazzo ritirò portandoselo al petto.
Cadde un pesante silenzio fra i due che Viktor cercò di spezzare.
“Vuoi che me ne vada?” domandò e vedendo che Erast era trasalito capì di aver usato un tono di voce troppo duro. Il ragazzo scosse lentamente la testa.
Poi cedette.
Il passato che gli gravava sulle spalle, il cielo che come Atlante aveva dovuto sorreggere troppo a lungo, cadde su di lui. Si sentiva nudo; si portò le mani al viso e cominciò a piangere.
Viktor gli si avvicinò e gli carezzò piano i capelli.
“Erast… cerca di stare tranquillo, non ti fa bene agitarti e…” ma cosa parlava a fare?
Lo strinse forte a sé e il ragazzo nascose il volto nel suo collo, si lasciò abbracciare e carezzare la schiena e i capelli. Le mani gli tremavano convulsamente.
Viktor sapeva cosa volevano dire quelle reazioni, la depressione, la rabbia, il sentirsi in colpa per quello che era successo. Lo comprendeva.
Dopo alcuni minuti il giovane cercò di calmarsi e si scostò.
“Mi dispiace…” mormorò abbassando il capo e lasciandosi nascondere gli occhi dalla massa di capelli rossi ancora sporchi e incrostati di sangue.
“Non importa, non parliamone ora. Ce la fai ad alzarti?” chiese il bruno sollevandogli il volto e subito gli arrivò un’altra pugnalata nel vederlo di nuovo con quei lividi e il labbro gonfio.
“Penso di si”.
“Bene, vado a preparati il bagno, hai bisogno di lavarti” affermò prima di alzarsi e andare nella stanza da bagno.
Lasciò che la vasca si riempisse, stando molto attento che l’acqua non fosse troppo calda, vi versò del bagnoschiuma neutro e un liquido disinfettante. Quasi gli scappò un sorriso; non si era mai comportato in quel modo sdolcinato! Meglio non pensarci per il momento, decise.
Prese Erast e lo aiutò a spogliarsi giacché faceva fatica anche a muoversi. Cavolo lo aveva proprio malmenato, non osava pensare a quello che aveva fatto ad Haym… non che gli dispiacesse. Anzi in quel momento lo avrebbe ammazzato se si fosse arreso all’ira.
Riscossosi dai suoi pensieri prese in braccio il ragazzo e lo immerse nell’acqua, dove Erast fece alcune smorfie poiché il sapone gli provocava dei bruciori sulle ferite. Viktor si sedette sul bordo della vasca e volle aiutarlo a lavarsi, ma Erast rifiutò.
“Perché invece non ci vieni pure tu? Come quella volta…” domandò prendendogli una mano nella sua.
“Sai che dovresti essere arrabbiato con me?” gli chiese ironico.
“E perché mai? Forse mi meritavo di essere picchiato per capire come mi stavo riducendo. Allora vieni?” insistette abbassando la voce e persino ridotto così, il suono emesso dalla sua gola apparve sensuale. Viktor gli baciò la fronte e si alzò, si liberò in fretta dai vestiti e si mise dietro di lui, prendendolo in braccio, esattamente come quella volta.
“Ho capito, sai?” fece Viktor passandogli leggermente la spugna sul petto.
“Cosa?” chiese a occhi chiusi. Era strano e piacevole. La prima volta era stato solo molto agitato e forse aveva avuto anche paura, ma in quel momento era bello lasciarsi andare contro il petto forte di Viktor, lasciarsi coccolare, non dover sempre difendersi e ribattere malamente.
“Ti vuoi vendicare facendo fare tutto a me: lavarti, curarti, fasciarti, darti da mangiare, obbedire a ogni tuo singolo capriccio” gli sussurrò all’orecchio facendolo rabbrividire.
“Accidenti! Come hai fatto a capirlo?!” domandò il rossino ridendo. Risero insieme serenamente.
Era la prima volta che succedeva, la prima volta che ridevano entrambi dopo molto tempo.
Erast appoggiò la testa alla sua spalla.
“Voglio smetterla Viktor”.
Non c’era bisogno di spiegazioni.
“Ce la farai” gli assicurò il più grande passandogli lo shampoo nei capelli.
Il ragazzo non rispose. Lo sperava veramente.
Erast si girò piano e poggiò la guancia sul petto di Viktor.
Il bruno lo guardò intensamente. Quella scena avrebbe intenerito un sasso. Lo strinse leggermente a sé, beandosi del suo debole corpo bagnato, della fragilità che raramente mostrava.
Dopò un po’ di tempo lo aiutò ad asciugarsi, lo portò sul letto dove gli fasciò alcune ferite e mise della pomata su altre, infine gli fece indossare un pigiama.
“Cosi sembro un bambino!” aveva protestato il giovane.
“Zitto! E mangia” lo rimproverò. Gli diede della minestra, ma Erast arricciò il naso.
“Ehi, non sono ridotto cosi male da mangiare questa schifezza!” reclamò cercando di allontanare il cibo da sé, ma Viktor l’aveva fermato e lo aveva avvertito che lo avrebbe obbligato a mangiarla, volente o nolente. Erast giudicò più saggio non rischiare e ingurgitò tutto. Dopotutto aveva così fame da non badare molto a che cibo ci fosse nel piatto.
Da bravo, prese anche gli antipiretici e si mise sotto le coperte calde che nel frattempo Viktor aveva cambiato.
L’uomo si stava cambiando e Erast lo fissava. Sembrava cosi diverso! In un certo senso si sentiva a disagio vedendolo comportarsi cosi gentilmente con lui. Quando litigavano o si tiravano frecciatine pungenti sapeva come prenderlo, ma in quel momento era tutto terribilmente diverso.
Forse si comportava cosi con lui perché si sentiva in colpa, però lui non voleva la sua pietà!
Viktor si infilò a letto insieme a lui e lo abbracciò.
“Ehi! Cosi rischi di ammalarti anche tu!” esclamò rosso in viso.
“Ne approfitterei per star un po’ tranquillo a casa, allora” rispose accarezzandogli una spalla.
“Dico sul serio”.
“Anche io”.
Silenzio. Erast si voltò verso di lui, per un attimo non seppe se respingerlo o stringerlo a sé. Optò per la seconda opzione.
“Dopo tutto questo… mi vuoi ancora?” chiese con voce flebile il rosso; gli occhi chiusi.
“Si” rispose il bruno semplicemente, mettendogli una mano sulla natica.
“Viktor! Sto parlando seriamente” lo guardò con occhi di brace. L’uomo gli posò un bacio a fior di labbra.
“Anche io. Pensi che ora ti voglia cacciare via? Ah, non ti libererai di me così facilmente. Sei sempre una mia cosa. Vivrai ancora in questa casa, lavorerai e riempirai il mio letto da ora in poi” glielo disse calmissimo come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma il rossino arrossì all’istante.
“Ri… riempirò il tuo letto? Cioè vuoi dire che ora vuoi anche che io… che noi…” balbettò e si odiò immediatamente poiché stava facendo la figura dell’imbranato.
“Si, tesoro, voglio fare sesso con te, ogni notte, fino allo sfinimento” sussurrò sensualmente facendo penetrare una mano dentro il pigiama dell’altro e cominciando ad accarezzarlo sui glutei, poi lungo la colonna vertebrale.
Erast inarcò la schiena cercando di non gemere, non poteva dire se di dolore o di piacere.
“Non ti faccio schifo?” chiese il giovane quasi timidamente “Io sono stato con cosi tanti uomini e persino… persino con mio fratello!”.
Il volto di Viktor si rabbuiò all’istante.
“Non mi importa, ora sei mio e stai pur certo che sarà cosi per sempre, non lascerò più che tu appartenga ad altri, neanche nel caso in cui fossi tu stesso a volerlo” precisò prima di precipitarsi sulla sua bocca. Erast rispose subito al bacio.
Si trascinarono a lungo in un bacio intenso, ma tenero giacché Viktor stava attento a non fargli troppo male al labbro ferito.
Cominciarono ad accarezzarsi, Erast baciò e morsicò piano il collo di Viktor che ben presto prese di nuovo il controllo. Erano in preda alla passione quando Erast, in un colpo di lucidità, lo allontanò da sé.
Si fissarono per un po’ cercando di far tornare regolari i propri respiri.
“Scusami, ti fa male…” disse Viktor con voce roca, ma Erast lo baciò piano, poi si scostò.
“No, non è quello, ma il dottore ha ragione”.
“Il dottore?” domandò non capendo che cosa c’entrasse Marco in quella discussione.
“H- ho sentito quello che ha detto” lo informò imbarazzato “sulle malattie veneree, è meglio non rischiare”.
“Ma tu non sei malato, no? Non c’è problema.”.
“No, almeno per quanto ne so, ho sempre usato precauzioni, ma non ne posso essere certo, vorrei prima che ne fossimo certi” gli disse ormai rosso in volto per l’imbarazzo.
Il bruno lo fissò a lungo. Erast si preoccupava per lui? Si sentì una cosa alla gola, come un fastidioso nodo. Cercò più volte di ricacciarlo, ma invano; quando Erast lo baciò nuovamente quel nodo si sciolse andando ad inondare di calore tutto il suo petto.
Si chiese se aveva mai provato quel sentimento. E non ci fu bisogno di risposte quando strinse a sé il ragazzo, facendo toccare i loro petti, facendo battere insieme i loro cuori.





Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

2 commenti:

  1. Racconto a parte che è bellissimo (che modestia ahaha :D), l'immagine non è divina, DI PIU'!!!

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