mercoledì 13 luglio 2011

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo VII)




Viktor non poteva credere ai suoi occhi.
Digrignò i denti cosi tanto che sentì le mascelle contrarsi fino allo spasimo, strinse i pugni finquando le nocche diventarono quasi bianche cercando invano di controllare la rabbia che sentiva crescere dentro di sé impadronendosi di tutte le sue facoltà.
Davanti ai suoi occhi si presentava uno spettacolo orripilante: Erast, mezzo nudo, cavalcioni su quel figlio di puttana di Haym, che aveva sul viso un’espressione di puro godimento e, purtroppo per loro, la luce soffusa che regnava nella stanza non riusciva a nascondere la scena.
I gemiti dei due erano incontrollati, i loro risolini, le parole biascicate, forarono le sue orecchie e quei suoni gli arrivavano come se qualcuno gli avesse malamente graffiato il cervello.
“Si, si… mmm… piccolo così…”la voce di Haym era quella più alta e si stagliava sopra i loro mugolii confusi “lo so… lo so che aspettavi anche tu questo momento… ahh!”.
Con un colpo di reni mise Erast, totalmente passivo, sotto di lui; le mani gli stringevano rozzamente i fianchi, il bacino spingeva in maniera forsennata contro di lui, il membro dentro il suo corpo.
Perché Erast non reagiva? Perché lo lasciava fare senza quasi muoversi?
Il giovane aveva sul viso un’espressione beata, la bocca aperta; proruppe in un riso isterico.
In quei pochi secondi qualcosa in Viktor era cambiato. Si avvicinò deciso ai due; un’espressione terribile sul volto. Se Erast lo avesse visto, avrebbe detto che rassomigliava a un dio irato.
Afferrò il biondo per la maglia e lo lanciò contro delle sedie, Haym gemette di dolore.
“Che cazzo succede?!” gridò pieno di collera sia per quel suo gioco eccitante interrotto sia per il colpo ricevuto “Chi cazzo sei?!”.
La luce del lampadario venne accesa da Viktor che lo guardò truce, sul viso l’espressione della sua collera.
“Sono quello che adesso ti ammazza”. Il viso era diventato una maschera, gli occhi glaciali sembravano quasi bianchi, la voce era metallica.
“Vi-Viktor..!” balbettò Haym “tu… cioè noi non… calmati…” disse rialzandosi, le mani in avanti. Viktor balzò verso di lui afferrandogli il colletto.
“Viktor… calmati, ne possiamo parlare, eh?” cercò di negoziare.
“Piccolo bastardo” sibilò.
“No, no Viktor! Ehi, ehi!!” il bruno lo prese per il mento e gli sbatté la testa contro il muro, forte.
“Ah! Cazzo, Vik… ahh, cazzo!” si lamentò vedendo un rivolo di sangue scorrergli lungo il viso.
“Oh, si, vedrai che gli faccio al tuo cazzo ora!” ringhiò Viktor agguantandogli il membro.
“Oddio fermo!! Cazzo, fa male, lascia… lascialo!” gridò Haym gemendo, la voce rotta dalla paura e dalla droga.
“Ti piace fotterti i ragazzini, eh? Adesso ci penso io, non fotterai più nessuno, te lo stacco!” latrò Viktor; le sue mani di appassionato amante, conficcarono le unghie in quel membro ormai floscio, senza pietà.
Haym gridò come un animale ferito.
“Viktorrrrrrrr! Ahhhhhhhhh! Bastaaaa!!” il biondo si contorse dal dolore; l’altro lo bloccava al muro mentre lo torturava. Haym era senza via d’uscita.
“Ma come? Non ti piace?” domandò Viktor ghignando. Tornò serio improvvisamente “Tu infanghi la parola fratello”.
“Oh, cazzo, oh cazzo, lascialo, lascialo Viktor, ti prego!”.
La stretta divenne più forte ed Haym strillò di più, mordendosi le labbra, facendole sanguinare copiosamente.
Viktor gli prese la testa con entrambe le mani, guardandolo negli occhi bagnati di lacrime.
“Van… Vachmedin… per te sono Van Vachmedin, merda” disse in un sussurro prima di sbattergli il capo contro il proprio ginocchio, più volte, brutalmente. Il viso di Haym era una maschera di dolore, di lacrime e di sangue, quasi irriconoscibile; non aveva più nemmeno la forza di supplicare.
Dopo parecchie ginocchiate sulla faccia, il bruno lo buttò per terra, malamente e gli diede un paio di calci nello stomaco.
“Vattene” parlò a denti stretti.
Haym non se lo fece ripetere due volte, si rialzò a fatica, scivolando più volte, ma alla fine riuscì a correre fuori, dopo aver sbattuto la testa contro la porta. Il rumore dei suoi passi si affievoliva man mano che il biondo si allontanava.
Viktor riprese fiato, il suo completo era sgualcito, la vena sulla sua tempia pulsava dissennatamente.
Si voltò a guardare la figura rimasta a terra.
Erast aveva la giacca calata sulle braccia, la camicia completamente aperta ed era privo di pantaloni. Graffi si stagliavano sul suo bianco petto e sul viso, c’erano i lividi di morsi sul collo, però lui non sembrava accorgersene. Sul volto conservava ancora quell’espressione beata, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi, privi di lucentezza. Il bruno gli si avvicinò lentamente.
“Che cosa hai fatto?” chiese con tono di voce basso, roco, spezzato dall’emozione che non era riuscito a controllare di fronte a quella scena disgustosa “Perché non ti sei opposto, eh?”.
Erast si mise a sedere, si portò una mano alla fronte, si alzò in piedi guardando l’altro, che capì.
Gli sembrò di stare per essere risucchiato in una voragine insieme ad Erast.
“Cazzo, sei completamente fatto!” esclamò incredulo “Per quello i barbiturici.... Hai cercato di farti la droga in casa?!” la domanda retorica uscì tremante di rabbia dalla sua bocca.
“Viktor… sei tu” sorrise “Haym… Haym non ha finito… dov’è?” la voce quella di un ubriaco, debole, senza la sua solita grinta.
Il bruno ribollì di ira; con poche falcate raggiunse il ragazzo e lo colpì con uno schiaffo in pieno viso. Erast cadde all’indietro, sbattendo contro un pianoforte, facendo fare ai tasti una musica discordante che aveva la stessa, fastidiosa tonalità della collera del più grande.
“Ahi!!” gemette il rossino portandosi una mano sul punto colpito “cazzo, mi volevi ammazzare?” chiese riscossosi dal torpore in cui la droga lo aveva trascinato; ma gli effetti persisterono.
Viktor lo guardò truce, nessun sentimento di tenerezza o pietà nella sua espressione.
“Forse non ti è chiara la situazione idiota” gridò facendolo agghiacciare.
Erast, che iniziava a capire quale pericolo stava correndo, si rialzò goffamente, scivolando contro il muro, tentando di allontanarsi, senza staccare gli occhi dall’altro.
Infatti egli gli si avventò contro, lo afferrò per la camicia e lo alzò da terra, sbattendolo contro la parete, tremando; lo sguardo ormai divenuto di fuoco.
Terrore negli occhi del più giovane.
“Viktor…” balbettò in un flebile soffio.
Non gli diede il tempo di dire nulla perché lo trascinò per terra, sbattendolo sul pavimento, strappandogli un lungo lamento. Gli si mise sopra, una gamba su ogni lato e lo prese ancora a pugni, più volte. Erast tentava di dire qualcosa, di fermarlo, ma non ci riusciva, l’altro era diventato una belva furiosa, un micidiale assassino e le sue misere mani non potevano nulla contro di lui.
Smise di prenderlo a cazzotti e lo afferrò per i capelli, alzandogli leggermente la testa da terra, impedendogli di sottrarsi alla raffica di schiaffi che seguirono. Quelle grandi e forti mani lo colpirono ripetutamente in viso, schiaffeggiandolo forte. Il rosso gemette senza poter far altro se non chiudere gli occhi e serrare le labbra.
Dopo un tempo che gli parve infinito, tutto finì.
Viktor si guardò la mano: era sporca di sangue, infatti il labbro inferiore di Erast presentava un lungo taglio rosso scuro, che rigurgitava sangue bollente.
Gli occhi del giovane anche se chiusi tremarono, la sua bocca tremò. In quell’attimo di distrazione, Erast si girò a pancia in giù, tentando di strisciare via, ma Viktor gli fu subito sopra, prendendogli un braccio e bloccandoglielo dietro la schiena; il rossino urlò.
“Aaaaaah Viktor!” l’uomo tirò ancora più indietro quel braccio, facendogli assumere una posa innaturale “Viktor… mi spezzi il braccio così! Aaah…” si lagnò.
Il moro si abbassò per parlargli nell’orecchio.
“Pensi di risolvere tutto con quella schifezza non è così?” alzò la voce “ Pensi che quello schifo risolva i tuoi problemi, che ti faccia scordare quello che vorresti dimenticare per sempre?!” iniziava a sbraitare “La vita è tua brutto idiota! Sta a te cambiarla o meno. Ma non puoi pretendere di risolvere tutto a questo modo! Non puoi cambiare la tua vita, renderla migliore, mettere da parte il passato se ti getti in un futuro ancora più terribile. Spiega le ali moccioso che non sei altro!”
Viktor lo alzò, senza lasciargli stare il braccio e lo poggiò sul pianoforte, il petto su di esso, piegando il suo corpo in due. Lo schiacciò lì, sentendolo tremare, piangere, singhiozzare.
“Che cazzo ne sai tu?!” urlò il ragazzino tra i singulti “Quando tutti ti guardando solo con bramosia, lo sai cosa vuol dire? Quando vogliono tutti solo scoparti, quando non hai nessuno! Il mio corpo la richiede quella merda e sto bene quando la prendo, così come la mente, che si libera da ogni pensiero! Io…” scoppiò a singhiozzare sentendo che la testa gli girava incontrollatamente.
“Tu sei un cretino” affermò Viktor che sembrava essersi calmato. Fece voltare il ragazzo, sempre tenendogli fermo il braccio dietro la schiena; lo guardò negli occhi, con una mano gli accarezzò il viso, sfiorandogli i capelli, ormai scompigliati e intrisi di sangue che gli usciva anche dal naso.
“Non vedi come ti rende la droga? Tu sei bello e i tuoi occhi brillano di fuoco ardente, sei un ribelle Erast. Non lasciare che questa cosa spenga quel fuoco. Non sei tu così, non lo capisci?” lo fece girare verso un lungo specchio appeso alla parete “Non vedi come ti sei ridotto?” gli chiese con voce bassa, come quelle che spesso usano le madri per calmare i propri piccoli.
Erast osservò la propria immagine nello specchio scheggiato, evidentemente a causa di qualche colpo di Viktor. Aveva la pelle cerea, secca, gli occhi privi di lucentezza, un azzurro sbiadito aveva preso il posto del suo peculiare viola, le labbra screpolate. Sul volto sgorgavano piccoli rivoli di sangue, la camicia era quasi strappata, era nudo senza pantaloni. In quel momento paragonò se stesso ad un verme. Abbassò la testa, mortificato, la vergogna lo assalì. Non aveva smesso un attimo di tremare, un po’ per gli effetti della droga, un po’ per il turbamento. Pianse ancora.
Viktor sospirò, lo prese in braccio. L’altro non oppose la minima resistenza. Il bruno lo guardò severo. Erast si era appoggiato al suo petto, gli occhi chiusi, le labbra tremolanti, il corpo scosso e ferito, il viso pieno di lividi e sangue.
Forse aveva esagerato.
Se pensava ancora che qualcuno lo aveva profanato, che altre mani lo avevano toccato, accarezzato, sfiorato dove non dovevano, che labbra e denti lo avevano succhiato e morso, che il suo corpo era stato…
Scosse la testa.
Si, una gelosia atroce lo aveva divorato nel momento in cui lo aveva visto avvinghiato all’altro, una gelosia disumana, che mai nella sua vita aveva provato. Non poteva far altro che ammetterlo con se stesso. Chiuse gli occhi, tentando di evitare il rimontare della rabbia in lui. Se ci pensava troppo sarebbe corso a cercare Haym ovunque si fosse nascosto e stavolta non era sicuro che si sarebbe fermato in tempo dall’ucciderlo.
Lo guardò di nuovo, con una sfumatura di tenerezza.
Lo coprì alla bell’è meglio e lo portò fuori di lì.

Nella limousine Erast si accoccolò fra le sue braccia e lui lo aveva tenuto stretto, mentre Rosalie guardava con apprensione il suo giovane amico.

Entrò in casa, lasciando la porta aperta; Cindy era ancora dentro, sdraiata comodamente sul divano, con una lunga veste da camera addosso, stava sorseggiando un cocktail. Non appena vide entrare Viktor con in braccio Erast, la sua espressione si fece rabbiosa.
“Che stai facendo con quella puttana?” chiese la donna alzandosi a piedi scalzi, correndo dietro all’amante.
Viktor si fermò e si voltò fulminandola con lo sguardo.
“Smettila di chiamarlo puttana” il suo tono non ammetteva repliche, quindi portò Erast nella sua stanza, lo posò sul letto delicatamente e gli tolse gli abiti, facendo il più piano possibile. Il giovane era svenuto durante il viaggio in macchina.
Cindy stava appoggiata alla porta, le braccia incrociate sul petto; un sorriso malizioso sul volto.
“Dove lo hai raccolto? Su qualche marciapiede mentre faceva la marchetta?” domandò sarcastica.
“Bada, stasera non sono proprio dell’umore adatto per sopportare le tue frecciatine velenose” disse con tono perentorio.
“Cosa? Mi… stai cacciando via per la prima puttana che passa?!” esclamò la bionda sconvolta e scandalizzata.
“Lui non è la prima puttana che passa… Cindy, vattene” finì di dire stancamente cercando di sbollire la rabbia di prima.
La ragazza strinse i pugni sdegnata fino a conficcarsi le unghie nei palmi, si morsicò le labbra irata, senza aggiungere altro uscì sbuffando.
Da lontano si sentì sbattere la porta.
Viktor tornò a dedicarsi ad Erast, prese dell’acqua e un panno e si sedette sul letto accanto a lui. Gli tamponò le ferite che lui stesso gli aveva procurato, pulendolo dal sangue e disinfettando i vari graffi infertigli dal “fratello”.
Si inginocchiò accanto a quel letto e lo guardò dormire. Posò una mano sulla sua, stringendola piano; poggiò la fronte sul letto, provando un senso di appartenenza che lo stava travolgendo come un uragano.

Il volto di Erast presentava parecchi lividi che lo facevano rabbrividire ogni volta che lo guardava, tuttavia nel momento in cui lo aveva picchiato non si era reso conto di colpirlo cosi duramente, era stato accecato dalla rabbia; il collo era un miscuglio di succhiotti e morsi che gli facevano ricordare la scena di sesso a cui aveva dovuto assistere; il corpo era spesso scosso dal tremore dovuto alla febbre che lo aveva assalito quella notte dopo averlo portato a casa dal teatro.
Dalla sua stanza uscì un uomo di mezza età visibilmente contrariato.
Viktor, a braccia conserte, lo guardava assorto. Erast non aveva voluto andare in un ospedale, quindi aveva dovuto far intervenire il proprio medico, un uomo burbero, ma bravo nel proprio mestiere e che ormai conosceva bene il tipo di vita di Viktor; spesse volte, nel suo tormentato passato, era stato proprio lui a medicarlo salvandogli anche due volte la vita.
“Ti deve aver fatto arrabbiare parecchio” commentò il medico ponendo in una borsa uno stetoscopio.
“Non ti riguarda” sbottò l’uomo.
“Si, hai ragione, ma non capisco proprio cosa ti abbia fatto per picchiarlo a quel modo, è da un sacco di tempo che non ti comporti più cosi” continuò lui imperterrito mentre leggeva rapidamente un foglio.
“Va bene, ho capito, non serve che mi faccia una ramanzina, ho capito, cos’ha?” domandò con tono urgente e se il dottor Marco non l’avesse conosciuto abbastanza avrebbe potuto affermare che fosse completamente calmò, ma gli occhi brucianti, il ticchettare di un piede, il muoversi di un dito gli indicavano quanto fosse agitato.
“Potrebbe avere molte cose” rispose guardandolo sottecchi. Viktor sbuffò accendendosi una sigaretta. Andò vicino alla parete di vetro e fissò a lungo fuori.
“Cosa vuoi sapere?”.
“Cos’è successo, è stato violentato? Ha abusato di sostanze stupefacenti?”.
“Si, ha assunto droga, ma non chiedermi che tipo; nel frattempo che è stato da me ho visto che si è servito di barbiturici e alcool” qui si fermò un secondo di fronte al sibilo indignato del medico, quindi continuò “Invece l’ho picchiato perché suo fratello se lo stava giusto facendo quando l’ho trovato, ed era nel pieno degli effetti della droga” riassunse con tono incolore.
Il dottore sospirò pesantemente.
“Capisco. Prendi, ti lascio degli antipiretici e qualche analgesico” gli disse porgendogli una busta “Puliscigli spesso le ferite e fasciale dopo averle unte con questa crema; probabilmente si riprenderà, ma dopo ti consiglio di fargli fare alcune visite” gli raccomandò.
“Che genere di visite?”.
“Una di controllo generale, poi sai bene che dovresti controllare se ha malattie veneree e soprattutto dovresti farlo smettere con quella robaccia” quasi lo rimproverò.
“Lo so” si passò una mano fra i capelli. L’uomo prese in mano la valigetta e gli si avvicinò.
“Anche tu ci sei passato quando eri solo un ragazzino, ci sei passato senza che avessi qualcuno accanto, fa che per lui non sia cosi” gli consigliò, poi aggiunse “E togliti dal volto quella maschera seria” dicendo cosi gli fece un cenno di saluto e uscì.
Viktor spense la sigaretta.
Già. Anche lui ci era passato e sapeva come era dolce quel veleno, quando lo prendeva tutto andava davvero a meraviglia. Ma presto aveva dovuto aprire gli occhi e imparare a difendersi dal mondo anche senza quella merda. Se ci era riuscito? Si, sospirò, ci era riuscito. Però solo dopo molte sofferenze e dopo aver causato la morte di un innocente.
Si passò la mano sul volto come per scacciare i ricordi crudeli che imperversavano nella sua mente. Ricorda era doloroso e inutile.
Con passo leggero decise di entrare nella sua stanza.
Erast dormiva tranquillamente, il viso era rilassato e il respiro regolare.
Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla fronte; ancora bruciava. Sospirò ancora.
Sedette sul bordo del letto e gli prese una mano fra le sue.
Aveva lunghe dita perlacee, molto curate e pulite, si vedevano le vene che le solcavano, era cosi leggera che lo fece sentire un mostro per un attimo, poiché aveva usato tutta quella forza con lui.
Portò alla bocca quella mano delicata e vi depose le labbra.
Non voleva fargli cosi male, ora si struggeva di rammarico, ma nel momento in cui lo aveva visto in quello stato, drogato e con il pene di Haym in lui non ci aveva più visto. Aveva semplicemente perso il controllo. Anche lui aveva avuto paura. Si, paura di fare una pazzia, perché in quel momento aveva sentito di essere pronto a uccidere.
Quando aprì gli occhi, togliendo le labbra dalla sua mano, impietrì nel vedere Erast che lo guardava con occhi sbarrati. Gli lasciò lentamente l’arto che il ragazzo ritirò portandoselo al petto.
Cadde un pesante silenzio fra i due che Viktor cercò di spezzare.
“Vuoi che me ne vada?” domandò e vedendo che Erast era trasalito capì di aver usato un tono di voce troppo duro. Il ragazzo scosse lentamente la testa.
Poi cedette.
Il passato che gli gravava sulle spalle, il cielo che come Atlante aveva dovuto sorreggere troppo a lungo, cadde su di lui. Si sentiva nudo; si portò le mani al viso e cominciò a piangere.
Viktor gli si avvicinò e gli carezzò piano i capelli.
“Erast… cerca di stare tranquillo, non ti fa bene agitarti e…” ma cosa parlava a fare?
Lo strinse forte a sé e il ragazzo nascose il volto nel suo collo, si lasciò abbracciare e carezzare la schiena e i capelli. Le mani gli tremavano convulsamente.
Viktor sapeva cosa volevano dire quelle reazioni, la depressione, la rabbia, il sentirsi in colpa per quello che era successo. Lo comprendeva.
Dopo alcuni minuti il giovane cercò di calmarsi e si scostò.
“Mi dispiace…” mormorò abbassando il capo e lasciandosi nascondere gli occhi dalla massa di capelli rossi ancora sporchi e incrostati di sangue.
“Non importa, non parliamone ora. Ce la fai ad alzarti?” chiese il bruno sollevandogli il volto e subito gli arrivò un’altra pugnalata nel vederlo di nuovo con quei lividi e il labbro gonfio.
“Penso di si”.
“Bene, vado a preparati il bagno, hai bisogno di lavarti” affermò prima di alzarsi e andare nella stanza da bagno.
Lasciò che la vasca si riempisse, stando molto attento che l’acqua non fosse troppo calda, vi versò del bagnoschiuma neutro e un liquido disinfettante. Quasi gli scappò un sorriso; non si era mai comportato in quel modo sdolcinato! Meglio non pensarci per il momento, decise.
Prese Erast e lo aiutò a spogliarsi giacché faceva fatica anche a muoversi. Cavolo lo aveva proprio malmenato, non osava pensare a quello che aveva fatto ad Haym… non che gli dispiacesse. Anzi in quel momento lo avrebbe ammazzato se si fosse arreso all’ira.
Riscossosi dai suoi pensieri prese in braccio il ragazzo e lo immerse nell’acqua, dove Erast fece alcune smorfie poiché il sapone gli provocava dei bruciori sulle ferite. Viktor si sedette sul bordo della vasca e volle aiutarlo a lavarsi, ma Erast rifiutò.
“Perché invece non ci vieni pure tu? Come quella volta…” domandò prendendogli una mano nella sua.
“Sai che dovresti essere arrabbiato con me?” gli chiese ironico.
“E perché mai? Forse mi meritavo di essere picchiato per capire come mi stavo riducendo. Allora vieni?” insistette abbassando la voce e persino ridotto così, il suono emesso dalla sua gola apparve sensuale. Viktor gli baciò la fronte e si alzò, si liberò in fretta dai vestiti e si mise dietro di lui, prendendolo in braccio, esattamente come quella volta.
“Ho capito, sai?” fece Viktor passandogli leggermente la spugna sul petto.
“Cosa?” chiese a occhi chiusi. Era strano e piacevole. La prima volta era stato solo molto agitato e forse aveva avuto anche paura, ma in quel momento era bello lasciarsi andare contro il petto forte di Viktor, lasciarsi coccolare, non dover sempre difendersi e ribattere malamente.
“Ti vuoi vendicare facendo fare tutto a me: lavarti, curarti, fasciarti, darti da mangiare, obbedire a ogni tuo singolo capriccio” gli sussurrò all’orecchio facendolo rabbrividire.
“Accidenti! Come hai fatto a capirlo?!” domandò il rossino ridendo. Risero insieme serenamente.
Era la prima volta che succedeva, la prima volta che ridevano entrambi dopo molto tempo.
Erast appoggiò la testa alla sua spalla.
“Voglio smetterla Viktor”.
Non c’era bisogno di spiegazioni.
“Ce la farai” gli assicurò il più grande passandogli lo shampoo nei capelli.
Il ragazzo non rispose. Lo sperava veramente.
Erast si girò piano e poggiò la guancia sul petto di Viktor.
Il bruno lo guardò intensamente. Quella scena avrebbe intenerito un sasso. Lo strinse leggermente a sé, beandosi del suo debole corpo bagnato, della fragilità che raramente mostrava.
Dopò un po’ di tempo lo aiutò ad asciugarsi, lo portò sul letto dove gli fasciò alcune ferite e mise della pomata su altre, infine gli fece indossare un pigiama.
“Cosi sembro un bambino!” aveva protestato il giovane.
“Zitto! E mangia” lo rimproverò. Gli diede della minestra, ma Erast arricciò il naso.
“Ehi, non sono ridotto cosi male da mangiare questa schifezza!” reclamò cercando di allontanare il cibo da sé, ma Viktor l’aveva fermato e lo aveva avvertito che lo avrebbe obbligato a mangiarla, volente o nolente. Erast giudicò più saggio non rischiare e ingurgitò tutto. Dopotutto aveva così fame da non badare molto a che cibo ci fosse nel piatto.
Da bravo, prese anche gli antipiretici e si mise sotto le coperte calde che nel frattempo Viktor aveva cambiato.
L’uomo si stava cambiando e Erast lo fissava. Sembrava cosi diverso! In un certo senso si sentiva a disagio vedendolo comportarsi cosi gentilmente con lui. Quando litigavano o si tiravano frecciatine pungenti sapeva come prenderlo, ma in quel momento era tutto terribilmente diverso.
Forse si comportava cosi con lui perché si sentiva in colpa, però lui non voleva la sua pietà!
Viktor si infilò a letto insieme a lui e lo abbracciò.
“Ehi! Cosi rischi di ammalarti anche tu!” esclamò rosso in viso.
“Ne approfitterei per star un po’ tranquillo a casa, allora” rispose accarezzandogli una spalla.
“Dico sul serio”.
“Anche io”.
Silenzio. Erast si voltò verso di lui, per un attimo non seppe se respingerlo o stringerlo a sé. Optò per la seconda opzione.
“Dopo tutto questo… mi vuoi ancora?” chiese con voce flebile il rosso; gli occhi chiusi.
“Si” rispose il bruno semplicemente, mettendogli una mano sulla natica.
“Viktor! Sto parlando seriamente” lo guardò con occhi di brace. L’uomo gli posò un bacio a fior di labbra.
“Anche io. Pensi che ora ti voglia cacciare via? Ah, non ti libererai di me così facilmente. Sei sempre una mia cosa. Vivrai ancora in questa casa, lavorerai e riempirai il mio letto da ora in poi” glielo disse calmissimo come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma il rossino arrossì all’istante.
“Ri… riempirò il tuo letto? Cioè vuoi dire che ora vuoi anche che io… che noi…” balbettò e si odiò immediatamente poiché stava facendo la figura dell’imbranato.
“Si, tesoro, voglio fare sesso con te, ogni notte, fino allo sfinimento” sussurrò sensualmente facendo penetrare una mano dentro il pigiama dell’altro e cominciando ad accarezzarlo sui glutei, poi lungo la colonna vertebrale.
Erast inarcò la schiena cercando di non gemere, non poteva dire se di dolore o di piacere.
“Non ti faccio schifo?” chiese il giovane quasi timidamente “Io sono stato con cosi tanti uomini e persino… persino con mio fratello!”.
Il volto di Viktor si rabbuiò all’istante.
“Non mi importa, ora sei mio e stai pur certo che sarà cosi per sempre, non lascerò più che tu appartenga ad altri, neanche nel caso in cui fossi tu stesso a volerlo” precisò prima di precipitarsi sulla sua bocca. Erast rispose subito al bacio.
Si trascinarono a lungo in un bacio intenso, ma tenero giacché Viktor stava attento a non fargli troppo male al labbro ferito.
Cominciarono ad accarezzarsi, Erast baciò e morsicò piano il collo di Viktor che ben presto prese di nuovo il controllo. Erano in preda alla passione quando Erast, in un colpo di lucidità, lo allontanò da sé.
Si fissarono per un po’ cercando di far tornare regolari i propri respiri.
“Scusami, ti fa male…” disse Viktor con voce roca, ma Erast lo baciò piano, poi si scostò.
“No, non è quello, ma il dottore ha ragione”.
“Il dottore?” domandò non capendo che cosa c’entrasse Marco in quella discussione.
“H- ho sentito quello che ha detto” lo informò imbarazzato “sulle malattie veneree, è meglio non rischiare”.
“Ma tu non sei malato, no? Non c’è problema.”.
“No, almeno per quanto ne so, ho sempre usato precauzioni, ma non ne posso essere certo, vorrei prima che ne fossimo certi” gli disse ormai rosso in volto per l’imbarazzo.
Il bruno lo fissò a lungo. Erast si preoccupava per lui? Si sentì una cosa alla gola, come un fastidioso nodo. Cercò più volte di ricacciarlo, ma invano; quando Erast lo baciò nuovamente quel nodo si sciolse andando ad inondare di calore tutto il suo petto.
Si chiese se aveva mai provato quel sentimento. E non ci fu bisogno di risposte quando strinse a sé il ragazzo, facendo toccare i loro petti, facendo battere insieme i loro cuori.





Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

sabato 9 luglio 2011

"Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente": l'altra faccia della Luna.


“Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente” : l’altra faccia della Luna.

“Ho cercato di far uscire le favole da se stesse.
Perché ogni storia contiene il suo contrario.
Perché niente è come appare: le favole sono alibi.
E perché niente, infine, appare com’è: gli alibi generano altre favole.”


Un “cantastorie” raccoglie intorno a sé i bambini desiderosi di ascoltare favole, tuttavia prima di incominciare a narrare chiede se loro credano alle favole.

“E fate male- replica- le favole non dicono sempre la verità: e sapete perché? Perché il primo che racconta una favola, la racconta come vuole lui ed allora nessuno osa più cambiarla. Tante, tante volte i fatti si sono svolti in un altro modo, la vera storia è diversa: ma quando quella storia diventa favola, ecco che i poveracci si ritrovano principi, le servette regine, i banditi eroi, ma soprattutto i cattivi vengono scambiati con i buoni e i buoni con i cattivi”.

Ed ecco che Cappuccetto Rosso non è più una povera fanciulla che va dalla nonna malata ma diventa un’avida cacciatrice del tesoro del lupo, la principessa abbandona il suo status di dolce donzelletta diventando una forzuta contadina, il brutto anatroccolo è solo un corvo, Robin Hood è un nobile decaduto, il principe di Biancaneve è innamorato del suo amico, la piccola fiammiferaia dà in regalo al re una bomba, Grimilde è la più bella e nulla vale l’amore, la bellezza supera ogni valore e soprattutto il Gatto con gli stivali non è che uno scalatore sociale.

Dietro alle mirabili e fantastiche favole si cela la crudele verità che si cerca di trasformare in qualche cosa di non- vero, in un sogno giustificatore.


Il seguente apologo è nato nel clima della monarchia assoluta precedente la Rivoluzione Francese, tuttavia sembra essere valido in ogni tempo.
La Verità, la quale nel momento in cui si presenta col suo volto disadorno è mortificata e respinta, travestita coi panni della favola, riesce a rendere accettato agli uomini il suo insegnamento morale:

“La Verità, dicono, se ne va nuda e abita in fondo a un pozzo. Un giorno, forse annoiata di quella sua profonda solitudine, uscì dal pozzo e si avviò tra la gente. Bella idea! Sùbito i primi che la videro se la diedero a gambe. La Verità provò a bussare a qualche casa: le sbatterono la porta in faccia. Nessuno voleva accoglierla. La povera Verità, umiliata e intirizzita, prese una strada di campagna.
Ed ecco venirle incontro una bella signora tutta vestita di trine e di sete, impiumata come uno struzzo, ricoperta di gioielli, falsi i più, ma sfavillanti: era la Favola.

- Oh, buon giorno! – disse la Favola, cordiale. – Ma che diavolo fai così sola soletta per questo stradone?
- Lo vedi – rispose malinconicamente la Verità – sto morendo di freddo. Non c’è un cane che voglia sapere di me. Scappano tutti appena mi avvicino.

- Eppure – replicò la Favola – eppure tu e io siamo parenti strette, e io, dove vado, sono assai bene accolta. Però capisco – soggiunse ridendo. – Tu hai torto: ti presenti troppo poco vestita…
No, no! Sai che faremo? Riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme, da buone sorelle. Vedrai, converrà a tutte e due. I savi accoglieranno me in grazia della verità che nascondo e i pazzi faranno festa a te perché sarai frusciante delle mie sete e luccicante de’ miei gioielli.”

( Jean Pierre Claris De Florian )

La verità e la favola, dunque, vanno di pari passo, anzi la seconda riesce a nascondere amabilmente la prima, troppo acre per essere comunicata senza veli. Perché mai avviene questo? I bambini non hanno bisogno di metafore, esattamente: i bambini. Le favole, infatti, non sono state originariamente indirizzate ai bambini, ma questo è un acquisto della modernità; come afferma J.R. R. Tolkien "la connessione istituita tra bambini e fiabe non è che un accidente della nostra storia. Le fiabe, nel moderno mondo alfabetizzato, sono state relegate alla stanza dei bambini, così come mobili sciupati o fuori moda vengono relegati nella stanza dei giochi, soprattutto perché gli adulti non vogliono più vederseli d’attorno e non si preoccupano se vengono maltrattati."

Per risalire a tale connessione bisogna percorrere la storia della favola.


Il termine “favola” (dal gr. “muzos”, traducibile letteralmente con “mito”) viene coniato per la prima volta in Francia con “Conte de fée” nel diciottesimo secolo; spesso è usata come sinonimo di “fiaba” sebbene siano due generi diversi poiché la prima ha uno stile breve, essenziale, presenta come protagonisti per lo più animali che rappresentano uno stereotipo umano e, molto importante, hanno una morale; la seconda, invece, è più lunga ed elaborata e oltre ai personaggi umani, vede come aiutanti o antagonisti esseri magici come fate, streghe, orchi, animali fatati e non sempre presenta una morale.

La favola, pertanto, è presente dagli albori dell’umanità, narrata oralmente principalmente dalle donne, le vere detentrici delle tradizioni. Sembra che sia nata dai riti che i giovani facevano per entrare nell’età adulta; pian piano, però, tali riti di iniziazione vennero meno e rimasero le favole.
L’inventore delle favole, benché già esistessero nell’antica Grecia le fabulae milesiae, ufficialmente, è ritenuto essere Esopo (VI sec. a. C. ) il quale, tramite gli animali, evidenzia i pregi e i difetti degli uomini con un’intenzione educativa e bonariamente satirica.
A Roma, invece, questo genero fu ripreso da Fedro che avverte fin da subito che il suo libro “muove il riso e consiglia saggiamente per la vita”.
Il mondo creato da Fedro è quello della sua realtà, gli animali rappresentano le caratteristiche degli uomini:

“gli animali di Fedro non agiscono come animali, ma soltanto come uomini; pertanto gli uomini che si presentano in talune composizioni potrebbero benissimo essere chiamati con nomi di animali. Non cambierebbe nulla” ( F. Solinas).

La volpe è astuta e ipocrita, ma anche quella che sa riconoscere i propri limiti:

“Fame coacta vulpes alta in vinea
Uvam adpetebat summis saliens viribus.
Quam tangere ut non potuit, discendens ait:
<< Nondum matura est; nolo acerbam sumere>>”.

Il lupo rappresenta l’ingordigia infida e la prepotenza, come ben è manifesto nella favola “Lupus et agnus” nella quale egli cerca un motivo vano pur di uccidere il povero innocente: è la parte dell’oppressore.
Il leone, similmente al lupo, è la forza e l’aggressività, poiché, in fin dei conti, è il re degli animali; le rane sono la folla, mai soddisfatta, descritta nella sua irrazionalità e nelle sue sventure; il cane, invece, è l’animale più simile all’uomo che indica la fedeltà, l’ingordigia, il servilismo.

Sicuramente queste favole sono allegorie della società contemporanea a Fedro e dell’atmosfera politica in cui egli vive.
Sono critiche mascherate del potere politico oppressivo e della mancanza di libertà, dei vizi umani come nella “Vulpus et corvus” in cui il narcisismo del corvo viene punito. Affiora il pessimismo di Fedro: la sopraffazione e l’ingiustizia governano il mondo, e i deboli sono destinati al silenzio.

Se Esopo riesce a originare un mondo fantastico in cui si avverte la magia della favola, Fedro descrive in modo cosi asciutto e breve che sembra avvicinarsi più alla satira che all’apologo, simile, per esempio, all’inizio della satira II di Orazio in cui egli, descrivendo la vita tranquilla del topo di campagna e quella mortale del topo di città, asserisce che si debba preferire la seconda e disdegnare gli sfarzi dell’eccesso.

La favola arriva al Medioevo, momento in cui incontriamo l’epopea animalesca del “Roman de Renard” del quale si conosce solo il presunto autore delle prime due “branches” che è Pierre de Saint- Cloud. Tale raccolta di favole, che vede come protagonisti l’astuta e intelligente volpe, Renard, e il prepotente ma sempre ingannato lupo Ysengrin, è la parodia della società medioevale: critica le istituzioni, la giustizia, la religione, le superstizioni, il potere abusivo dei politici, e persino la letteratura trobadorica. Gli animali vengono adoperati come modelli degli uomini quasi a voler far indietreggiare gli umani al regno animale, tanto che la fame perpetua degli animali indica l’avidità dell’uomo.

Similmente alle favole di Fedro, vengono impiegati gli animali come protagonisti e come mezzi di denuncia sociale per evitare sia una qualche persecuzione politica sia per superare la censura.

In questo periodo storico le favole diventano anche fiabe: la critica pungente, la morale spesso esplicita, gli animali vengono sostituiti da un racconto fantastico, fatto di figli e figlie di re, da creature magiche, da boschi e case incantati.

“Il Pentamerone” di Giambattista Basile è una raccolta di fiabe del sedicesimo secolo destinato ad un pubblico colto e adulto; le storie che contenevano erano sensuali, violente, complesse. Nelle più antiche versioni de “La Bella Addormentata”, ad esempio, la principessa non viene risvegliata da un casto bacio ma dai gemelli da lei partoriti dopo che il principe è giunto, ha fornicato col suo corpo addormentato e se ne è andato.
Nel diciassettesimo secolo abbiamo la figura di Perrault che raccoglie molte fiabe e in cui “La Bella Addormentata” diventa più simile alla storia che tutti conosciamo.
Quasi contemporaneamente Jean de la Fontaine riprende le favole esopiche e di Fedro, e cosi anche le funzioni dei vari animali: ecco che la volpe ora muore affamata perché non è riuscita a cogliere l’uva:

“Una volpe, chi dice di Guascogna,
e chi di Normandia,
morta affamata, andando per la via,
in un bel tralcio d’uva s’incontrò,
cosi matura e bella in apparenza,
che damigella subito pensò
di farsene suo pro.
Ma dopo qualche salto,
visto che troppo era la vite in alto,
pensò di farne senza.
E disse: - E’ un’uva acerba, un pasto buono
Per ghiri e per scoiattoli-

Ciò che non posso aver, ecco ti dono”.

Oltre a questi autori favolistici abbiamo i due scrittori contemporanei Carlo Alberto Salustri ( Trilussa), il quale ne “L’elezzione der presidente” denuncia ancora una volta la stoltezza degli uomini che si lasciano ingannare dall’apparenza e il potere politico preso con la menzogna, e Gianni Rodari che scrive favole per lo più a scopo pedagogico e anche qui abbiamo una volpe , la quale, però, a differenza delle precedenti non si arrende:

“Questo è quel pergolato
E questa è quell’uva
Che la volpe della favola
Giudicò poco matura
Perché stava troppo in alto.
Fate un salto,
fatene un altro.
Se non ci arrivate
Riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno
un poco si avvicina
il dolce frutto;
l’allenamento è tutto.”




Dunque, nello stesso secolo, le fiabe vennero riprese dall’avanguardia Francese, soprattutto dalle autrici rifiutate dall’Accademia di Francia le quali arricchirono vecchi racconti popolari con battute, usando le fiabe per criticare velatamente l’aristocrazia e il risulatato di ciò fu “Les Cabinet de fées”. Nel tardo diciottesimo e nel primo diciannovesimo secolo, i romantici tedeschi (Goethe, Tieck, Novalis, de la Motte Fouqué, ecc.) crearono opere ricche di temi mistici ispirati dai miti e dalle fiabe come il celeberrimo “Faust” di Goethe mentre i loro connazionali, i fratelli Grimm, lavoravano al loro famoso volume di racconti popolari tedeschi.
Le opere dei romantici tedeschi furono molto popolari in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, e la prima traduzione inglese della raccolta dei Grimm (del 1832) accese l’interesse vittoriano su tutto ciò che era magico e fatato: questo era in gran parte una conseguenza della rivoluzione industriale e del conseguente scombussolamento sociale. Infatti a partire dal 1850 abbiamo la seconda Rivoluzione Industriale in paesi come Belgio, Francia, Germania e Inghilterra. La prima fase, influenzata dalla tecnologia del ferro e del carbone, lasciò il posto all’energia elettrica che sostituì la forza a vapore. L’aumento della produzione e le invenzioni tecnologiche industriali e civili permisero il rapido miglioramento delle condizioni di vita delle persone sebbene si fosse formato il proletariato, sfruttato, e la ricca borghesia che sembrava non conoscere fine al proprio arricchimento. Tutto questo permise, pertanto, la nascita della società di massa: la maggioranza dei cittadini viveva nei centri urbani, gli uomini entravano quindi in rapporto fra loro con maggiore facilità e frequenza anche tramite la disponibilità di mezzi di trasporto, di comunicazione e di informazione. Tutti erano entrati, come produttori o come consumatori di beni e servizi, nel circolo dell’economia di mercato. In questo clima le fiabe cominciarono a essere spostate dal mondo adulto a quello dei bambini e le cause principali dell’improvvisa produzione di libri fiabeschi dedicati ai bambini furono due: i vittoriani idealizzavano l’infanzia ad un livello mai conosciuto prima e la nascita di una nuova classe borghese che allo stesso tempo era colta e benestante rendevano gli editori avidi di un mercato facile, da alimentare con fiabe riprese da altri paesi, modificandole per i lettori più giovani, e trasformandole secondo i rigidi canoni moralistici dell’epoca: convertire giovani eroine in passive, modeste, sottomesse ragazze vittoriane, e gli eroi in ragazzi virtuosi, ricompensati per le loro virtù cristiane.

Tolkien afferma che "Le fiabe, in tal modo bandite, tagliate fuori da un’arte pienamente adulta, finirebbero per guastarsi; e in effetti, nella misura in cui bandite sono state, si sono anche guastate."

Le moderne fiabe sono conosciute tramite la lente di Walt Disney che le ha rese piene di musicalità, smielate in un’atmosfera satura di magia.
Una coseguenza è che, per esempio, “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo abbandona quasi del tutto la sua denuncia sociale e il discorso del poeta sulla funzione della poesia per lasciare spazio a una storia di minore importanza, quasi ridicola e senza fondamento, dell’amore di Quasimondo per la bella Esmeralda.




Le favole, indubbiamente, nascono come genere letterario che ha scopi di critica sociale, politica, moralistica; ma ben presto in esse confluiscono tutte le caratteristiche umane e le aspirazioni degli scrittori che trascrivono queste tradizioni orali in raccolte scritte.

Dietro a ogni favola c’è il bisogno, da un lato, di esprimere il mondo che l’uomo ha dentro di sé; i sogni; i desideri e i fallimenti; e dall’altro di mantenere una certa distanza dalla realtà fatta di sopraffazioni e di evadere in un mondo fantastico.


“ Cosi ho optato per “l’evasione”: trasformando le esperienze in altre forme e simboli…”


“L' Evasione del Prigioniero non va confusa con la Fuga del Disertore” ci dice ancora Tolkien.
Il disertore è colui che diserta da questa dimensione del reale che gli fa ribrezzo, dalla quotidianità soffocante, mai al livello delle aspettative, mai capace di ripagare l’impegno di chi trascina la propria vita nei meandri degli ostacoli che essa produce.
L’evasione ci libera dalla schiavitù delle cose, recuperando la “visione chiara” del mondo e attendendo un’eucatastrofe, un lieto fine che dovrà sempre arrivare.

Inoltre un altro fattore determinante è la fantasia, che permette di riprendere un calderone in cui sono rimasti a maciullare mitologia, storiografia, romance, agiografia, racconti popolari e creazioni letterarie per secoli e di mescolare il tutto creando un nuovo spazio.


“The human mind is capable of forming mental images of things not actually present. The
faculty of conceiving the images is (or was) naturally called Imagination. But in recent times,
in technical not normal language, Imagination has often been held to be something higher
than the mere image-making…; an attempt is thus made to restrict, I should say misapply,
Imagination to “the power of giving to ideal creations the inner consistency of reality.”

“La mente umana è capace di formare immagini mentali di cose che infatti non sono presenti. La facoltà di concernere le immagini è (o è stato) naturalmente chiamata Immaginazione. Ma recentemente, in un linguaggio tecnico non normale, Immaginazione è stata spesso appresa essere qualcosa di superiore che il mero creare immagini.. ; uno sforzo è quello di far restringere, devo dire in modo inappropriato, Immaginazione al “potere di dare alle creazioni ideali l’interiore consistenza del reale”.

La fantasia è la facoltà di immaginare qualcosa di cui non abbiamo mai fatto esperienza: con la memoria immaginiamo il passato, con l’intuizione il presente, con la previsione il futuro. Però esiste un altro regno: quello delle opportunità non realizzate dove dimora tutto ciò che non esiste ma che potrebbe esistere. Con la fantasia si può immaginare e creare parti di quel mondo.

Cosi ogni scrittore cerca di formare un nuovo mondo parallelo, secondario, una fantasia e spera di essere un real- maker che “disegna sulla realtà”; si auspica, inoltre, che tale nuova dimensione abbia le peculiarità idealizzate del vero mondo.



La necessità di evasione è considerevolmente mostrata nelle atmosfere magiche delle fiabe, nell’immaginarsi esseri fatati e animali parlanti nelle favole; questo libero sfogo permette di oltrepassare i limiti imposti alla mente umana, di creare anche il non senso, come in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll dove viene annullato la dimensione spazio- temporale, le istituzioni non hanno più importanza e nulla sembra essere ciò che è :

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!” ( Alice)

Questo nuovo mondo somiglia, poi, all’evasione che sente Edvard Munch e che traduce ne “L’urlo” nonostante la sua estraniazione sia piena di angoscia e sia una nuova conoscenza che improvvisamente acquista del mondo. E’ simile al terrore che provano i sette capretti quando si rendono conto che quello che hanno lasciato entrare in casa non è la madre ma il lupo affamato.


La letteratura escapista, perciò, non è da ritenere pericolosa perché chiunque si senta imprigionato dalle catene della realtà cerca una via di fuga, una liberazione dalla frustrazione, dall’instabilità, dal vuoto monotono della vita e vuole inseguire un sublime valore di Assoluto.

Il lieto fine è il raggiungimento di questo scopo, la conquista di qualcosa di certo e totale, la conoscenza della vecchia condizione e la serenità di quella nuova.


L’evasione, poi, dal punto di vista filosofico nietzschiano porta a una nuova consapevolezza descritta da Nietzsche nel gioco di Dioniso il quale rappresenterebbe l’innocenza della fanciullezza alla quale deve seguire la formazione alla vita adulta. Il suo straniamento dovuto all’immagine riflessa nello specchio sta nel fatto che egli non è stupito di vedersi riflesso ma vede quello che si trova alle sue spalle, cioè il mondo nella sua molteplicità di infiniti fenomeni, e coglie che tale mondo variopinto è lui stesso- la molteplice apparenza del mondo è la sua stessa immagine e quindi in ogni frammento del mondo è raccolto tutto l’Universo, come in ogni frammento dello specchio.

Il saggio “Su verità e menzogna” inizia con quella che Nietzsche definisce una favola: la favola della conoscenza; con toni che ricordano da vicino le “Operette morali” leopardiane, e in
particolare il “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” egli racconta con toni apocalittici la
marginalità e precarietà della posizione umana nell’universo, descrive l’astro che ospita la nostra specie come un angolo remoto tra gli infiniti sistemi solari: “Vi furono molte eternità in cui esso non
esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole”.
Gli risponde il folletto leopardiano: “Ora che ci sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla (…)e le stelle e i pianeti non mancano di nascer e tramontare”.

La favola rappresenta l’autopercezione dell’uomo-scienziato che ha perso la sua creatività e la
luce negativa in cui è posta la conoscenza è dovuta al suo patetico antropomorfismo, dovuto all’oblio
scientista della marginalità e transitorietà della presenza umana nel cosmo. La conoscenza è allora il
sommo inganno: illusione di controllare il mondo da parte di ciò che non è che un granello
dell’universo. La superbia, la tracotanza, la hybris dell’intelletto sono esercitati all’estremo dal filosofo, che crede che gli occhi dell’universo siano rivolti a lui e che egli sia deputato a decidere le direzioni di sviluppo del mondo. Non solo il filosofo mira a carpire i segreti della natura, ma anche si arroga un’autorità predittiva e prescrittiva rispetto all’organizzazione del mondo intero. L’intelletto sarebbe uno strumento di
autoconservazione concesso agli esseri più infelici, deboli, transitori, con il medesimo scopo per cui
altre specie, più forti dal punto di vista biologico, sono muniti di corna o si difendono con morsi.
Occorre forse allora privare l’inganno e la finzione di etichette morali, interpretando ogni architettura
concettuale come narrazione, sorgente creativa di una visione del mondo.
Come il mondo vero alla fine è diventato favola è anche il titolo assegnato a un capitolo del “Crepuscolo degli idoli” in cui è ripercorsa in sei punti la storia della filosofia. In quel contesto l’espressione mondo vero si riferisce al platonico mondo delle idee, ricondotto al suo carattere favolistico e artificiale dal filosofare nietzschiano:
“Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? … Ma no!
Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!” esclama Nietzsche. Unico è l’atto
distruttivo che trascina con sé i due mondi: la favola, costituitasi tale per una sorta di rimbalzo in
opposizione a ciò che è invece riconosciuto come vero, non si oppone più ad esso, ma ha diritto al
medesimo statuto di verità (o falsità). Se l’incipit è una favola è pur vero che è tale, cioè finzione e
inganno, solo per uno spirito ordinatore che abbia posto una certa soglia di accettabilità dei contenuti
del dire da cui questa narrazione risulta esclusa.

Il mondo è ormai finzione e menzogna, favola e realtà sono la stessa cosa; in un certo senso questo appare vero anche da parte di Freud il quale, interpretando le favole psicoanaliticamente, afferma che queste, non diversamente dai sogni, non sono che proiezioni delle paure e dei desideri dell’uomo.


L’uomo è fatto di “cassetti segreti che solo la psicanalisi è in grado di scoprire” afferma Freud e nella “Giraffa infuocata” di Dalì quei cassetti appaiono pieni delle nostre paure, paranoie, aspirazioni, tabù.

“See, you know: bait off alsehood takes this carp of trut” dichiara Shakespeare nell’Amleto.

Freud asserisce che se un discorso metaforico non ha sufficiente potenza significativa è come una carpa di verità che si può pescare con un’esca di menzogna. Ogni costruzione metaforica, ogni fiaba, è pensata come un’esca senza la quale è vano andare a pescare una verità che non si riesce a vedere, ma di cui si conosce l’esistenza.

“La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia.
Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro vaghezza.
Nel nostro lavoro dobbiamo sempre tenerle d'occhio, senza
peraltro essere sicuri di vederle chiaramente”.

Per Freud la fiaba diventa un campo di ricerca rigoroso, egli si addentra nel mondo dagli oggetti vaghi, dalle atmosfere misteriose e magiche in un lavoro lento e pieno di trabocchetti.
Nell’ “Interpretazione dei sogni” fornisce due esempi di sogni collegati alle favole: il trovarsi nudi in compagnia di altri che indica il desiderio infantile di spogliarsi davanti ai genitori che avrebbe dato vita alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” (H. C. Andersen); il sogno della morte di un famigliare amato che Freud collega al smania inconscia del bambino di uccidere il padre per prenderne il posto accanto alla madre, questo sarebbe alle fondamenta dell’eroe che combatte contro l’orco- padre e che è all’origine della tragedia di Edipo.

Bruno Bettelheim sostiene che qualunque fiaba conserva un significato segreto che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio.
Nella fiaba ci sono i processi di: identificazione, trasgressione, immersione e trasformazione.

Una volta identificati con i personaggi della fiaba, il lettore vive tutte le situazioni angosciose e conflittuali fino a liberarsene. La trasgressione è la deviazione dal retto sentiero mostrato dal Super Io; ma egli è ancora debole e viene aggredito dall’Es diventandone preda.

Cosi Pinocchio trasgredisce alle parole del padre.


Tuttavia già nella trasgressione c’è il rimorso dell’Io e l’angoscia dell’Es con un nuovo desiderio di tornare a nuova vita. Questo comporta l’inizio di una immersione nell’inconscio personale, tramite la quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei conflitti interni, in un secondo tempo l’immersione porta verso elementi archetipici dell’inconscio collettivo.

Ad esempio Pinocchio disobbedisce e passa attraverso diverse fasi scendendo progressivamente verso stadi inconsci, prima incontra Mangiafuoco poi viaggia nel Paese dei Balocchi e, infine, viene inghiottito e immerso nel ventre del Pesce-cane.

L’immersione porta a stati d’ansia avvertibili in uno stato d’animo che ha origine dalle situazioni ce vengono vissute come negative per il proprio Io. E’ il momento in cui non bisogna più subire le pressioni dell’Es ma agire in accordo con l’Io.
Questo porta alla Lisi, la trasformazione del protagonista: il brutto anatroccolo diventa cigno, Pinocchio diviene umano.

E’ l’ eucatastrofe.

Finalmente la favola si rivela per quello che è: fantasia, evasione, denuncia, frammentarietà e totalità del mondo, apparenza, realtà.

Non è l’altra faccia della Luna; la favola è lo spleen e l’ideale.

“La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo”.



Tale è la favola. Tale è l’uomo.




La favola è un componimento originale, anzi unico, nel quale la filosofia e la poesia sembrano esser convenute insieme per formar un innesto prezioso di follia e di sapienza, di fole e di verità, per istruire trastullando il gran bamboccio dell’uomo; correggere quella serpe dell’amor proprio senza irritarla; e dar infine la ragione agli animali, per insegnarla a quelli che se ne credono i proprietarj.

(Cesarotti- Saggio sugli Studj)