lunedì 21 marzo 2011

Help me!

Vi supplico, si, dico a voi che vi trovate a passare per questo blog, se avete 2 minuti e un'idea... ditemi cosa ci posso mettere nella tesina!!! Sto finendo lo scientifico e non ho la più pallida idea su cosa fare la tesina, quindi... help meeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!


Si accetta di tutto- libri, frasi, film, cartoni, fatti, cronache...- ma datemi un'idea!!!


Un saluto, Jivri'l.

sabato 12 marzo 2011

P.S. Ricordarsi di vivere (capitolo VI )




Non aveva mai pensato che nella sua vita avrebbe messo piede in un teatro, soprattutto non in uno così lussuoso e grande come quello.
Strinse la piccola mano di Rosalie nella sua come per trarne conforto ed essere rassicurato. Si sentiva a disagio, enormemente fuori luogo.

Quello non era il suo ambiente.

C’erano scale con tappeti rossi e barre dorate, fiori esotici curatissimi, gli addetti in giacca e cravatta che erano gentilissimi con tutti; c’era un brulicare di gente ricca che chiacchierava e rideva sommessamente e con immensa eleganza. Tutto di loro comunicava il loro rango sociale e la loro educazione.
Rosalie gli posò la mano libera sul braccio “Tranquillo tesoro, qui nessuno si accorgerà minimamente che lavori in un night club” gli sussurrò all’orecchio e gli depose un veloce bacio sulla guancia.
Il ragazzo cercò di sorridere, però tutto quello che riuscì a esternare fu una misera smorfia.

Dopo alcuni minuti furono introdotti nella grande sala del teatro e qui Erast rimase paralizzato.
Aveva sentito che il Teatro dell’Opera fosse una costruzione magnifica, ma mai aveva creduto che mano umana potesse realizzare un cupola del genere, dove sembrava che gli angeli volassero e ridessero veramente, dove le luci creavano un’atmosfera da favole, dove regnavano incontrastati il colore rosso e dorato.
Il tocco leggero dell’amica lo distrasse.
“Non ti fermare, fai una pessima figura, andiamo sulla balconata, Viktor ci ha riservato i posti lì”.
Il ragazzo ubbidì e si sedette su una comodissima poltrona con accanto la ragazza che sorrideva soddisfatta, invece lui tremava. Per molti, diversi motivi.

Viktor lo osservava in silenzio mentre sorseggiava il proprio caffè. Erast gli aveva appena chiesto se poteva andare assieme a Rosalie a teatro per vedere l’ “Amleto” di Shakespeare.
“Devo aspettare ancora a lungo?” sbottò il ragazzo che stava a braccia conserte e lo osservava in silenzio.
“Ti interessa davvero?” domandò l’uomo passandogli accanto e andando nella propria stanza.
“Non so, Rosalie mi ha chiesto di accompagnarla, non ci sono mai andato a teatro, quindi non so dire se mi piace o no” rispose cercando di essere diplomatico.
Viktor si denudò e si mise sotto la doccia, Erast lo seguì, ormai non si imbarazzava quasi più a vederlo nudo, anche se nel momento in cui il suo sguardo andava verso le sue parti intime non poteva far a meno di sentire il sangue soffondersi sulle proprie guance.

“Va bene” acconsentì chiudendo gli occhi e lanciando la testa indietro col volto rivolto verso il getto di acqua calda. Erast lo osservò rapito. Era bello come una statua greca. Si passò una mano fra i capelli uscendo dal bagno, biascicando un ‘grazie’.
Quella notte si era agitato senza riuscire a prendere sonno, l’immagine di Viktor sotto la doccia si presentava puntualmente davanti ai suoi occhi ogniqualvolta li chiudeva.

Senza quasi rendersene conto, aveva portato una mano sul basso ventre e aveva cominciato a carezzarsi, prima lentamente, poi sempre più veloce e deciso, dimenticando ogni auto rimprovero, per poi finire a darsi piacere da solo. Dopo essere venuto aveva affondato la testa nel cuscino singhiozzando al limite della depressione. Quella situazione era quanto mai frustrante. Aveva bisogno della droga e si era appena masturbato pensando al corpo di Viktor! Era anche imbarazzante.
Il giorno seguente Viktor gli aveva detto che per l’occasione del teatro aveva prenotato dei posti migliori per entrambi, infine chiese a Rosalie di portarlo in giro per i negozi per comprarsi abiti nuovi e adatti a tutte le occasioni.
“Wow! Viktor ti tratta davvero bene!” aveva esclamato la ragazza facendolo entrare in una boutique lussuosa.
“Si” aveva risposto lui. Pochi minuti dopo, approfittando dell’assenza di Rosalie che era andata a provare un abito compose un numero che sapeva a memoria e aspettò finché non gli rispose la sgradevole voce del fratello.

“Haym! Alla buonora… si, stasera per favore, no no… si, non avrò altre occasioni… testa di cazzo, non me ne frega niente, voglio stasera, hai capito?! Si, vieni al Teatro dell’Opera, non lo so, introduciti in uno dei bagni o dove ti pare… si, fammi uno squillo quando ci sei” e chiuse la conversazione.
Rosalie lo aveva trovato tremante, con la fronte appoggiata a una parete.
Era preoccupata per l’amico, aveva capito che qualcosa non andava, ma aveva attribuito il suo strano comportamento alla stanchezza e forse al suo lavoro.

“Erast… Erast” la voce dolce dell’amica lo riscosse dai propri pensieri. La guardò turbato.
“Scusami, mi ero distratto” cercò di sorridere.
“A che pensavi?” domandò curiosa, forse sospettosa.
“Ah, a niente di interessante, invece tu che mi avevi chiesto?” cercò di sviare.
“Se ti sentivi più a tuo agio”.
“Si, ora si, beh in fondo siamo pochi qui, no?” le sussurrò prendendole la mano fra le sue. Ne aveva un maledetto bisogno.
“Già, uh! Iniziano!” lo informò eccitata con lo sguardo attento al palco. Si spensero le luci, iniziò una deliziosa sinfonia di suoni che gli fece battere il cuore. Guardò attentamente.

La scena era quella di una sala di castello. Al centro un uomo alto, biondo dal comportamento studiosamente principesco parlava. Che tristi parole diceva!
Erast si lasciò completamente assorbire, vide il povero Amleto affranto per la morte del padre e il matrimonio della madre con lo zio, l’assassino del regale genitore; s’immerse nei suoi dolci e nascosti sentimenti verso Ofelia, la ragazza di cui era innamorato; applaudì la fine dell’ Atto II senza rendersi conto del sorriso di sollievo che aleggiava sulle labbra di Rosalie.
Era cominciato l’Atto III, e tutti erano attenti al famoso monologo di Amleto
“Essere, o non essere...
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d'una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Morire... addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morir... dormire, e poi sognare, forse...”
In quel momento cominciò a vibrare il cellulare nei suoi pantaloni.
Rosalie distolse lo sguardo dallo spettacolo e osservò il bellissimo viso concentrato di Erast, era cosi aggraziato che non aveva potuto far a meno di notare tutti gli uomini e le donne che lo avevano osservato quando erano entrati nel teatro. Si, era proprio bello. Sospirò piano, sentendo la mano fredda del ragazzo sulla sua.

“Tesoro…” sussurrò al suo orecchio.
“Con chi potrebbe meglio accompagnarsi
la bellezza, se non con l'onestà?” fu la voce di Ofelia a interromperla. La risata amara di Amleto la fece zittire per un attimo.
“Oh, sì! Ma la bellezza ha tal potere
da far dell'onestà la sua ruffiana,
più di quanto non possa l'onestà
fare a sua somiglianza la bellezza.
Questo un tempo pareva un paradosso,
ma ora i tempi provano che è vero.
Una volta vi amavo.” Rispose Amleto girando attorno a Ofelia con comportamento degno di un pazzo. Sentì Erast tremare.
“Mio signore,
confesso, me l'avete dato credere” continuò la ragazza guardando Amleto con occhi persi.
“Non m'avresti dovuto prestar fede;
ché non si può innestare la virtù
sul nostro vecchio tronco
e fargli perdere la sua natura.
Io non t'ho mai amata.” Ribatté il giovane dai capelli biondi e una lacrima solcò la guancia di Erast.
Rosalie lo guardò trattenendo il fiato.
“Tanto più mi considero ingannata.” sussurrò Ofelia piangendo.
Rosalie scosse forte Erast che la guardò stranito, quasi si fosse appena svegliato.
“Scusami, ero talmente preso…” disse cercando di asciugarsi le lacrime che scorrevano passive sul suo volto.
“Oh, piccolo, ti sei emozionato”.
“Si” mormorò e fu allora che lo sentì “Ah, qualcuno mi sta chiamando”.
“Ah, infatti te lo volevo dire, ma tu eri cosi attento…”.
“Non ti preoccupare, esco per parlare e torno, ok?” e si alzò senza attendere una risposta.

“Perché cazzo ci hai messo cosi tanto?!” sbottò Haym prendendolo per un braccio e portandolo in una saletta riccamente decorata.
“Cosa fai qui? Se ci vedono in questa…”.
“Ti pare il caso di rompere, fratellino?” domandò buttandolo violentemente su un divano del primo novecento. Il ragazzo cercò di rialzarsi.
“Non cosi! Prima dammi la droga brutto figlio…” ma non finì la frase che gli arrivò uno schiaffo sulla guancia che lo fece azzittire. Haym si mise cavalcioni sopra di lui con un sorriso truce sulle labbra.
“Ehi, cosa è successo? Il cazzo di Viktor ti dà il coraggio di parlarmi in questo modo? Prima non ti rivolgevi cosi a me!” disse fra l’arrabbiato e l’eccitato.
“Haym…” pregò; cosa c’è di peggio di far vedere l’acqua a un morto di sete?
Il fratello rise piano, infine tolse dalla giacca a vento delle pasticche, ne prese una fra le labbra e una la diede a Erast che la inghiottì subito.
Non passò molto tempo che cominciò ad avvertire i primi cambiamenti del proprio corpo. Quel tremore negli arti, nello stomaco, la debolezza in tutto il suo essere; faticava sempre più a respirare e la bocca diveniva asciutta, secca, assetata. Poteva sentire perfettamente il battito del proprio cuore ma non riusciva più a mettere a fuoco il viso del fratello. La testa divenne leggera e i pensieri negativi, i ricordi, quello che gli stava per accadere di nuovo, scivolarono via da lui come vento sulla pelle. Come poteva il mondo essere crudele se la luce era così buona e amichevole? Come potevano gli uomini essere crudeli e senza scrupoli se ora stava così bene, senza nessun ricordo doloroso, senza alcun dolore fisico? Levitava in alto, sempre più in alto, fino a spiegare le ali e a volare nell’universo, lontano da tutti quelli che gli avevano fatto del male, lontano da Haym, da tutti quelli che se l’erano scopato e poi gettato via, come una bambola rotta, che ormai non ha più nessuna bellezza, nessuna attrattiva… Oh, si…
Haym si era già sbarazzato dalla giacca e cominciò a baciarlo aggressivamente mentre gli ispezionava la pelle con modo di fare barbaro.

“Senti che pelle che hai puttanella, ora sei diventata una signora, da Viktor, dovresti ringraziarmi” gli mormorò all’orecchio mordendolo “Ma non ti preoccupare, ora ti soddisferò io, cosi come facevo ogni notte dopo che ti trombavi mezza città!” sembrava che il rivolgergli quelle parole lo eccitasse ancora di più.
“Ah! Haym… non rompere, sbrigati…” sospirò sentendo la mano del fratello infilarsi nei suoi pantaloni. Era orribile ammetterlo, ma in tutte quelle settimane aveva sentito davvero la voglia di fare sesso e le provocazioni di Viktor non avevano fatto altro che accrescere la sua voglia, quindi in quel momento non gli importava di stare per essere scopato dal proprio fratello. E per di più era fatto. Totalmente fatto! Sorrise amaramente. Proprio come ai vecchi tempi.

Viktor stava seduto sul divano. Una sigaretta si stava lentamente consumando in un posacenere di cristallo mentre lui leggeva un libro sulla classicità. Fin da adolescente aveva adorato la storia antica e spesso, quando gli impegni glielo concedevano, leggeva qualche romanzo storico o qualche saggio di quell’epoca. Nella stanza illuminata soltanto da due lampade che soffondevano una luce rossa, risuonava una melodia di violino.

Viktor staccò gli occhi dal libro e guardò l’orologio che aveva al polso. 10. 45 pm.
Era tardi, ma probabilmente erano ancora al II o III Atto, quella tragedia durava tantissimo. Sorrise pigramente, chissà se a Erast piaceva la rappresentazione, già gli pareva di vederlo al Teatro dell’Opera, immaginava come fosse rimasto non appena aveva messo piede lì, cosa aveva pensato, come si era sentito.
Andò in cucina e si versò del caffè, stava per portarsi la tazzina alla bocca per bere, ma qualcuno bussò alla porta.

Aprì stizzito e il suo umore non cambiò quando vide l’inaspettata ospite: Cindy.
La donna gli saltò al collo, però lui si divincolò e tornò in cucina dove finì di bere il proprio caffè.
“Ehi! Sono venuta fin qui per vederti e tu ti comporti cosi?” domandò lei con vocina falsa che gli graffiò le orecchie.
“Non ti ho detto io di venire, mi pare” commentò acido tornando sul divano e riprese il libro per leggere.
“Senti, non voglio litigare…” iniziò lei.
“Neanch’io, figurati”.
“Allora su una cosa siamo d’accordo” sussurrò lei sedendosi sulle sue ginocchia, Viktor depose il libro con uno sbuffo.
“Cosa vuoi?” le domandò glaciale.

“Stare un po’ con te…” rispose con voce lasciva lasciando vagare un dito lungo il suo collo “Ultimamente per causa di quel ragazzino non ci siamo visti molto e quindi…” lo baciò su una guancia, ma in un secondo si ritrovò stesa lungo il divano con sopra il corpo di Viktor che la bloccava.
“Perciò sei venuta qui per una bella scopata, mi pare di capire” sussurrò lui accarezzandola rudemente sui seni. La donna sospirò per il piacere, però nel momento in cui la carezza si fece quasi violenta spalancò gli occhi.

“Mi fai male!” strillò con la sua voce stridula.
“Si? Eppure prima ti piaceva farti sbattere cosi” ringhiò fermandosi.
“E’ per lui vero?! E’ per quella schifosa puttanella che mi tratti cosi!” sbraitò velenosa.

Viktor per fortuna si ricordò in tempo di non essere un uomo che usava violenza sulle donne e si alzò per calmarsi, quella sera era particolarmente nervoso. Non sapeva spiegarsi il motivo, ma era in quello stato da quando aveva visto il volto rabbuiato di Erast prima di salire su quel taxi per andare a teatro. Era come un presentimento. Al diavolo i presentimenti!
“Scusami, ho mal di testa, vado a prendermi qualcosa” e andò nel bagno. Il mal di testa ce l’aveva davvero.
Aprì il cassetto delle medicine per cercare un’aspirina o qualsiasi cosa andasse bene per alleviargli il dolore. Prese una pasticca e la inghiottì, tuttavia nel momento in cui rimise a posto la confezione vide aperta la scatola dei barbiturici. La prese e ci guardò dentro: era quasi finita.

Per un attimo perse il proprio sangue freddo.

Corse in cucina.
“Viktor, che succede?” domandò Cindy vedendolo guardare dentro al frigo. Il vino non c’era, andò nel bar e anche lì mancavano alcuni alcolici.
Si passò una mano fra i capelli nervosamente. Ora tutto tornava.
“Erast…” sussurrò e udì il proprio cellulare squillare. Si precipitò in salone e rispose vedendo che era Rosalie.

“Cosa c’è?” domandò con voce glaciale che fece tremare la ragazza anche se si trovava dall’altra parte della città.
“Erast…” sussurrò.
“Che è successo? Dov’è?!”.
“Non so, io… mi aveva detto che andava un attimo fuori a parlare, ma non è tornato, oddio Viktor ho paura che gli sia successo qualcosa” la ragazza era prossima al pianto.

“Magari è scappato” suggerì lui cercando di controllarsi.
“No!” esclamò Rosalie, poi tentò di calmarsi “No, aveva detto che non sarebbe scappato… Viktor, credimi! Lui sta bene con te, non l’avrebbe mai fatto! Ti prego vieni qui, è più di mezz’ora che è scomparso” lo implorò.

“Con chi doveva parlare?” le domandò prima di uscire di casa senza neanche curarsi di Cindy.
“Non lo ricordo, sul display del telefono avevo visto un nome, non so… Hare… Haise…”.
“Haym! Quel bastardo!” urlò pieno di rabbia “Sto arrivando!” accelerò e riattaccò il cellulare che buttò sul sedile posteriore.
Era ormai solo questione di tempo prima di acciuffare quel pezzente e fargliela pagare di tutto; di essersi avvicinato ancora e di aver fatto a Erast… tutto quello che lo aveva costretto a fare. Quell’uomo era pericoloso!
Dopo un tempo infinito, passato fra sorpassi di automobili cercando di non ammazzarsi, giunse al teatro dove gli andò incontrò una Rosalie spaventata. La ragazza gli disse dove lo aveva visto dirigersi e senza perdere tempo controllò i bagni, le salette, i corridoi.

Dopo diverse prove, appoggiò la mano su una maniglia dorata e vi premette sopra. Lo spettacolo che si presentò davanti ai suoi occhi gli fece ribollire il sangue nelle vene.


Racconto scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

Saggio breve





Questo è un saggio breve che riguarda giustizia e legalità, rivisitate un pò attraverso alcuni esempi letterari. Perchè lo posto qui non so, ma se qualcuno avrà l'ardua pazienza di leggerlo sarei contenta di sapere che ne pensate- non sono fatta per i saggi, amo molto di più scrivere liberamente seguendo la mia fantasia-. A presto, Jivri'l.




Le leggi sono norme preposte alla vita sociale perché questa sia ordinata e basata su sistemi giudiziari equi. Discutendo sulle leggi inevitabilmente si parla anche di giustizia.

Legalità e giustizia, sebbene non sinonimi, sono i principi alla base della dignità umana. Ciò rende le persone uguali e dà a ognuno quello che si merita.
In un’immagine di Mario Sironi, “La giustizia fra la legge e la forza”, è rappresentata una donna alias Giustizia con la spada in mano e la bilancia relegata in secondo piano.
E’ interessante osservare che la bilancia, simbolo dell’equità e della stessa giustizia, è seconda, qui, alla spada, strumento che serve per applicare la giustizia, potremmo dire, simbolo delle leggi. Tuttavia la spada è un’arma e come tale può essere usata iniquamente. Immaginiamo allora che la donna che la impugna abbia una benda sugli occhi. Essa non vede chi va a colpire, pur di far rispettare la legge, cionostante se ella spiasse da sotto la benda vedrebbe benissimo su chi andrebbe ad infierire.
Ed ecco che la legge, come afferma derisorio Anacarsi, si può trasformare in una ragnatela nella quale si s’impigliano “i deboli e gli umili” e dalla quale possono uscirne indenni solo “i potenti e i ricchi”.
Solone, tuttavia, non ci crede e pensa che se le leggi siano scritte allora sono meno arbitrarie, ma si sbaglia. Nel discorso fra Alcibiade e Pericle sembra che la legge per essere legale debba essere scritta. Non importa che le leggi siano fatte dalla maggioranza della popolazione, da una minoranza o da un tiranno. L’importante è che siano scritte.
Cosi la pensavano anche i plebei che ottennero le leggi delle XII Tavole; però, alla domanda di Alcibiade che si chiede se le leggi, sebbene siano scritte, siano legali anche se sono frutto di prevaricazione Pericle risponde che egli si stia solo inerpicando fra i labirinti del sofismo.
E’ quindi impossibile fin da principio teorizzare su cosa sia veramente la giustizia e soprattutto come attuarla universalmente.
Le leggi sono lo strumento della giustizia, però, non sono solo quelle scritte ma anche quelle non scritte, quelle che esistono da sempre e che spesso rappresentano un po’ il mos maiorum dei nostri tempi, ovvero quelle leggi morali e religiose che fanno parte del nostro bagaglio culturale e che sono comuni a tutti gli essere umani.
I “Promessi Sposi” sono una denuncia dell’iniquità presente nella società del Seicento, ma quella stessa situazione si può ben riportare ai giorni moderni: spesso i poveri sono oppressi dalle leggi e i potenti e i malandrini coloro che ne scappano. Chiari esempi sono Renzo e Lodovico.
Renzo, a casa dell’avvocato Azzeccagarbugli, viene scambiato per un bravo solo perché aveva voluto conoscere la legge e applicarla a sua difesa e non per opprimere; per questo è allontanato a malo modo. Più tardi si scopre, però, che Azzeccagarbugli è amico di Don Rodrigo, dunque asservito al potere, e la legge ancora una volta gioca a favore del più forte.
Lodovico, invece, è “un protettor degli oppressi e un vendicatore de’ torti” eppure con sconsolata amarezza si rende conto che, pur agendo in nome della giustizia, si deve adeguare alla legge di mercato, cioè al delitto e alla sopraffazione. Dunque egli deve “vivere co’ birboni, per amor della giustizia”.
Il bene e il male diventano, dunque, relativi; tuttavia Manzoni non rappresenta quasi mai il male che agisce, studia soltanto la sua nascita.
E il messaggio che arriva è che l’ingiustizia che le persone operano sono spesso il risultato sull’ingiustizia commessa su loro stessi; per esempio, Gertrude è una monaca singolare, essa è stata obbligata per persuasione a diventare monaca; il padre e i familiari le hanno osato una durissima violenza psicologica pur di difendere l’eredità principale che sarebbe dovuta andare al primogenito.
Pertanto tutti siamo vittime del male e fautori della malvagità stessa. Pure i poveri eludono la legge, come accade con le donne della novella “Don Licciu papa” che lasciano i maiali e le galline in strada quantunque questo sia vietato dalla legge; la loro non è un’ingiustizia perché non fanno male a nessuno, soltanto non osservano una norma e alla fine subiscono una doppia oppressione, la punizione della legge trasgredita e la sottomissione al signorotto che le ha aiutate, siamo nuovamente in presenza, perciò, di una forma di clientelismo perché il signore le ha difese, ma ora è lo stesso a compiere ingiustizia su di loro; la prepotenza qui è però rappresentata dal grido rabbioso di compare Vito “Che giustizia! La Giustizia è fatta per quelli che hanno da spendere!” di fronte al massaro Venerando, ricco, che gli ha pignorato la mula. La legge diventa strumento di arricchimento per chi è già ricco.
Ed è per questo che paradossalmente Pinocchio viene rinchiuso in carcere!
Perché non ha rubato nulla. E’ l’illustrazione della borghesia dell’ Ottocento, tesa solo a conseguire i propri interessi finanziari, proiettati solo alla scalata sociale, sormontando ogni ostacolo, anche la legge. . La giustizia è asservita al malandrino e da ciò nasce l’impossibilità del cittadino comune di difendersi davanti alle ingiustizie.
I malandrini non sono solo i criminali, ma pure tutti coloro che hanno il potere giuridico, economico, politico e intellettuale e che usano tale potere a proprio favore.
Cosi don Abbondio che pure si definisce un “vaso di terracotta” in mezzo a “molti vasi di ferro”, usa il suo latinorum come mezzo di oppressione; le altre persone di potere usano la penna per scrivere “le parole che dice un povero figliolo” e usarle contro di loro; Azzeccagarbugli non capisce che Renzo vuole la giustizia vera e non una sua interpretazione; l’innominato è il grandioso criminale per eccellenza; don Rodrigo usa il suo potere per infierire su Renzo e Lucia.

L’individuo sceglie se compiere un atto d’iniquità relativamente senza influenze date da altre persone, e in questo caso la libertà rappresenta un dono tremendo, un peso troppo grave per subirne le conseguenze, ma nella folla l’uomo si libera di tale fardello. Perde la sua identità.
La folla, se ben diretta da pochi sovvertitori, è pronta a devastare ogni cosa con la sua portata violenta. E’ questo che accade nei “Promessi Sposi”. L’individuo si adegua agli altri.
Da questo emerge un contrasto fra la legge e la giustizia; la giustizia è ideale, essa è ritenuta ingiusta perché non bada al singolo caso e perché essa è sempre cercata al di fuori dell’uomo; la legge invece per esistere ha bisogno di essere applicata dagli uomini, ma diventa spesso strumento di oppressione.
Oltre le leggi scritte, quindi, ci sono le leggi del cuore ben rappresentate nel dramma di Lodovico che entra in contrasto con la sua coscienza poiché pur operando a fin di bene commette il male; è soprattutto visibile in Mitja che si pone di fronte alla vera giustizia che è data da lui stesso. La giustizia non è rappresentata dal tribunale che lo condanna ingiustamente per la morte del padre, bensì dalla sua coscienza perché sa benissimo che avrebbe potuto ucciderlo e perciò la prigione diventa per lui mezzo di espiazione per il solo pensiero omicida che probabilmente lo ha sfiorato. Ma la sua denuncia è forte: “siamo tutti colpevoli”.
Siamo tutti fautori del male, di violenza, di iniquità, sebbene nel nostro piccolo. La nostra è una colpa collettiva. Non parliamo più di classi che usano la giustizia come vogliono, non siamo più patrizi contro plebei o borghesi contro proletari. Siamo uomini.
Uomini imperfetti che vorrebbero realizzare una giustizia perfetta. Questo non sarà mai possibile, ce lo dice lo stesso Machiavelli.
Ciò che possiamo fare è quello che ha compreso Mitja, essere puri nell’animo e nei pensieri , e Antigone, obbedire alle leggi morali.
La giustizia dunque non è data dalle leggi scritte, non è data dagli articoli della Costituzione. Ma è data dalle leggi etiche e religiose.
Se la bilancia e la spada si potessero sovrapporre in un unico disegno con la spada al centro fra le due bilance si potrebbe vedere idealmente una croce.
E’ il tema religioso che appare. E’ la giustizia divina.
Essa è ben illustrata nelle tragedie greche nelle quali l’uomo è ancora in grado di seguire la voce delle regole etiche che, in fondo, sono alla base della legge.
Antigone viene accusata da Creonte per il fatto di avere sepolto il fratello ucciso, andando in questo modo chiaramente contro la legge voluta dal re. Essa riconosce immediatamente la sua “colpa” che non considera tale perchè “le leggi dei Celesti, non scritte, ed incrollabili” non possono “ travalicare un mortale”; esse “eterne vivono” e lei non h fatto altro che seguirle perché il violarle non avrebbe potuto “per timore d’alcun superbo”!
Dichiara che il dovere morale va oltre una legge immorale e che, quindi, sul fratello è stata osata un crudeltà ingiusta.
“Un nemico non è mai amico, neppure da morto!” sibilla Creonte.
Emone esorta il padre a tornare sui propri passi poiché la sua superbia e la sua ragione stanno oltrepassando i limiti umani. Egli, tuttavia, è troppo giovane e troppo sottomesso all’amore di una donna per poter essere degnato di ascolto.
Creonte è il tiranno, il padrone della polis, è il legislatore che ha la pretesa di poter istituire leggi contrarie e/o superiori a quelle divine. E’ l’uomo che infierisce anche sulla sola cosa che veramente accomuna tutti gli uomini: la morte.
Egli pensa di poter oltrepassare la vera Dike, anzi, di poterla controllare infierendo su un cadavere. Ma la Morte non lo perdonerà.
Poiché “presso i torrenti impetuosi, gli alberi che si flettono, intatti i rami serbano: quelli che invece fan contrasto, svelti dalle radici piombano”, Creonte viene travolto in piena dal fiume che gli toglie la famiglia per punizione perché, sebbene dotato del bene più grande che i Numi abbiano dato all’uomo ovvero l’intelletto, non ha saputo farne giusto uso e soprattutto ha osato andare contro la giustizia divina scatenando cosi la hybris.
Lo sfortunato re arriva alla conclusione che “principio del viver felice è saggezza” e “non si deve commettere mai empietà verso gli dei”.
Accanto a Creonte, però, ci sono anche Menelao e Agamennone i quali si rifiutano di dare sepoltura al corpo di Aiace. E’ Ulisse, invece, che li convince che non conviene andare contro le leggi etiche. Anche l’eroe,però, usa l’intelletto per prendere ingiustamente le armi di Achille le quali spetterebbero ad Aiace, ancora una volta sarà la morte la vera dispensatrice dei meriti perché farà in modo che lo scudo di Achille sia portato sulla tomba del suo legittimo proprietario.
Nell’ottica cristiana, invece, la legge divina è quella che dà il premio e il castigo nella vita ultraterrena. La somministrazione dell’una o dell’altra è giusta; di questo avviso è Dante che vedendo Paolo e Francesca ne prova pietà ma è un castigo giustificato. Tuttavia essi non sono pentiti e questo è rappresentato non solo dall’eterno abbraccio ma anche dal vento che li trascina impetuosamente nell’Inferno. La loro pena non è veramente meritata poiché la passione ha offuscato la ragione, però essa non ha fatto male a nessuno, loro due in fin dei conti non hanno osato iniquità ad altri.
Castigo meritato è quello di Semiramide, esempio di potere corrotto perché, pur di giustificare il proprio incesto col figlio, ha dato ai cittadini quello che più desideravano, andando in tal modo contro le leggi che esistevano e cercò di controllarle.
E’ evidente che l’obbedienza alle leggi divine deve essere volontaria e che la legge del Signore debba essere “scritta nel cuore degli uomini” perché di fatto queste non sono altro che la morale interna, in un’ottica kantiana possiamo dire che la morale è autonoma dalla religione e che l’uomo è il legislatore della propria condotta mediante la ragione.
Ed ecco che nuovamente la legalità, la moralità e la giustizia sono cose diverse. Se legalità vuol dire una conformità esteriore alla legge, la moralità significa la totale adesione alla legge sentita immediatamente. Se la legge è giusta, si attua finalmente la Giustizia.
Perciò fintantoché aspettiamo il giorno del Giudizio Universale o una Giustizia a scala mondiale nel mondo che sia equa, bisogna che ognuno proviamo a farci sempre il famoso esame di coscienza promulgato da Seneca.
Mitja ha capito questo da molto tempo, egli è colpevole per il solo fatto di aver pensato a commettere un assassinio; Joseph K., arrestato, è convinto di non aver fatto nulla di male, forse egli ha commesso un’illegalità ma fino a quando lui stesso sosterrà che è innocente egli lo sarà; nel mondo ci sono tanti Jean Valjean rinchiusi solo per avere rubato un tozzo di pane per necessità, se la legge condanna chi ruba condannerà anche se a rubare sia un povero che sta morendo di fame ed è proprio qui che per essere giusti e clementi dovrebbe intervenire l’uomo con la sua capacità intellettiva a dispiegare i singoli casi e a fare giustizia. Non accade questo.
Ormai siamo rinchiusi in un mondo che va troppo veloce e in modo troppo superficiale; non siamo più in grado di ascoltare le leggi naturali, ed è per questo che pochi prendono il potere e che infrangono impunemente le leggi. Per questo, anche in una democrazia, ci può essere un tiranno.
Se i poveri si irretiscono nelle ragnatele e i potenti le rompono, bisogna considerare che il ragno è il solo a non impigliarsi veramente nella ragnatela. Che il ragno sia un dittatore, un sovrano, un macchinatore, la fortuna, la sorte o Dio non lo sappiamo ma l’ideale, per attuare una giustizia quanto più possibile giusta, è che ciascuno conservi il proprio decorum e che agisca in modo tale che sulla sua lapide possa essere scritto: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.