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Alexandros ( capitolo 15, parte I)





Intorno c’era una strana quiete.
Un vento leggero soffiava fra le fronde degli alberi, qualche animale si sentiva fra l’erba alta, un profumo di fiori gli invadeva le narici.
Alexandros cercava di concentrarsi, tuttavia si sentiva fin troppo debole.
Il suono dei passi, le armi metalliche, le strida si facevano sempre più vicine.
Oh dei, non ce l’avrebbe fatta.
Questa volta sarebbe morto. Era troppo debole.
Aprì gli occhi e barcollò a causa di un capogiro, un soldato lo guardò con attenzione, poi distolse lo sguardo.
Era chiaro a tutti che fosse l’amasio del comandante.
Recuperò il controllo sul proprio corpo e alzò lo sguardo davanti a sé.
Sul suo cavallo nero era stupendo.
Stava facendo un lungo discorso.
I soldati avrebbero dovuto difendere la patria, affermare il potere di Roma, tornare dalle loro famiglie.
Era l’ultima faticosa battaglia e la dovevano vincere. In fondo chi era più forte e coraggioso di un soldato romano?
Di certo non un barbaro.
Alexandros lo osservava attentamente mentre attorno a lui cresceva l’eccitazione dei soldati.
Marcus “cavalcò da solo in testa alle truppe schierate. Poi all’improvviso gettò via il mantello e protese il braccio destro.
La sua armatura mandò un riflesso accecante, i pennacchi bianchi dell’elmo si stagliarono abbacinanti: fu come se fosse apparso un dio”.
Alexandros strinse la spada, ma trasalì quando una mano gli si posò sulla spalla.
Si voltò e vide il sorriso calmo di Filippos.
“Cosa ci fai tu qui?” domandò il ragazzo sorpreso.
“Cerco la morte, invece tu a cosa stai pensando?” chiese a sua volta guardandosi attorno e arricciando il naso aquilino.
“Al futuro che per me non esisterà più”.
“Basta pensare Alexis, rende fiacchi e tu non hai di certo bisogno di diventare tale. La tua sola preoccupazione dovrebbe essere quella di non morire, almeno fallo per lui, non voglio perdere un comandante” commentò sinceramente.
“Grazie di preoccuparti per me” affermò acido il ragazzo sorridendo sornione “Invece, quanto pensi che durerà? Un’ora, due, tre?” e qui la sua voce diventò preoccupata.
“Non durerà tanto, prima di mezzogiorno sarà finita” dicendo cosi tolse la mano, strizzò l’occhio e si dileguò.
La battaglia ebbe inizio in un lampo.
L’ala destra avanzò contro i nemici con movimenti silenziosi. Il primo scontro sembrò far tremare tutta la terra.
Si udivano improvvisamente le urla, i lamenti, le ultime parole prima di morire.
E davanti agli occhi solo rosso.
Era il sangue che colava dalle braccia, dalle gambe, dai visi.
Era lo stesso sangue umano che li macchiava per l’eternità, che dipingeva un nuovo paesaggio.
I fiori erano irrimediabilmente rossi, idem l’erba e i fiumiciattoli.
Sul campo si scontravano il suono delle lance, la paura degli uomini, le ingiurie degli dei.
Alexandros ferì l’ennesimo nemico, ma inciampò in un cadavere e si rialzò a fatica. Continuò ad avanzare. Davanti a sé vedeva Marcus a cavallo.
Marcus che uccideva senza pietà, che si difendeva da ogni parte, che respingeva gli attacchi.
Il ragazzo continuò a camminare. Le forze lo stavano abbandonando. Era stato ferito ad una gamba e alla spalla, stranamente sentiva il liquido caldo colargli fra i lunghi capelli.
Voleva dirgli… ridicolo!
Quanto era ridicolo!
Anche in quel momento era cosi maledettamente sentimentale. Gli uomini prima di morire sogliono dire alle persone care un qualche cosa, una parola che esprimi ciò che provano o fare un ultimo gesto.
Non voleva pensare alla morte, nemmeno quando sentì che qualcuno si avvicinava a lui, certamente per colpirlo.
Non gli interessava.
In quel momento era soltanto felice poiché lo sguardo di Marcus si era incrociato con il suo.
Tutto sembrò fermarsi.
Andava tutto al rallentatore, i suoni erano appiattiti, la foga dell’odio estinta, le parole non esistevano più.
Alexandros sorrise verso Marcus che aprì le belle labbra e gridò qualcosa, ciononostante il fracasso delle armi gli impedirono di udire.
Sentì un forte colpo alla nuca, poi lacerare le carni della schiena.
Il sorriso si trasformò piano in una smorfia di dolore, la vista gli si annebbiò.
Dov’era Marcus?
E cadde.
Lentamente il suo corpo si distese al suolo. Fra due cadaveri.
La sua mano toccò qualcosa di morbido, ebbe ancora la forza di guardare. Era un fiore.
Dunque una possibilità di raggiungere la pace c’era ancora.
Sentì una leggera brezza sul viso e una canzone proveniente da terre straniere.
Sentì odori che aveva dimenticato.
In quel momento si sentì più vivo che mai.

Commenti

  1. Io......... cacchio se ti adoro * * Capitolo davvero dettagliato e ben scritto. Il finale sopratutto, ah che bello! Nel momento della morte "mi sento più vivo che mai"... è stato così intenso da togliermi il fiato. Grazie

    RispondiElimina
  2. non è finita...ho ripreso a scrivere, mi mancava. baci

    RispondiElimina
  3. Ciau scrivi davvero bene, ci piace un sacco...
    Grazie del tuo passaggio nel nosro wonderworld...il problema dei "confini" esiste ed è reale e possiamo concordare che non esiste libertà se non nell'inconscio, la ragione ahinoi domina sovrana.
    Il "problema" è il rapporto sociale e le aspettative, il rifiuto di sentire frasi del ipo "non è da te".
    Nessuno se non noi stessi possiamo decidere che cosa sia "da noi"...il resto sono solo comportamenti discordanti con l'idea che l'altro o gli altri si sono o erano fatti....
    Speriamo di esserci spiegate....
    Sempre la benvenuta da noi.
    Un abbraccio a te e un buon martedì...iO e Alice

    RispondiElimina

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