giovedì 10 dicembre 2009

Noi due ( capitolo 15)


“Sei contento amore?” chiese Julia posando davanti ai suoi occhi un piatto di riso al latte.
“Si! Con Hegy sono sempre andato d’accordo, ma pensavo che non tornasse più… all’inizio non mi sono neanche ricordato di lui!” esclamò Gabriel cominciando a mangiare.
La donna gli si sedette davanti e si accese una lunga sigaretta.
“Già, ora pare che sia tornata tutta la sua famiglia, ha una sorella gemella e un fratello più grande” lo informò.
“Non lo sapevo…”.
“Sono sicura che farete amicizia”.
“Certo”.
Gabriel andò nel giardino e si mise su un’amaca cominciando a leggere un libro.
Hegyron era stato il suo migliore amico d’infanzia, non che a dodici anni fosse grande, però quattro anni prima si era trasferito insieme alla sua famiglia e ora era tornato. Nascosto dietro ad una tenda, aveva osservato Hegyron e la sua goccia d’acqua giocare e poi aveva visto un giovane uomo.
Lo aveva affascinato.
Trascorreva le sue giornate all’aria aperta, leggendo libri o stando semplicemente in silenzio fissando il vuoto. Forse pensava a qualche cosa, rifletteva.
Quasi si ritrovava nei suoi silenzi, desiderava ardentemente conoscere quella persona cosi solitaria.
E per di più era bello. Come nei tanti libri di arte sui quali passava i propri pomeriggi studiando i corpi delle statue e dei ritratti degli dei. Studiava i loro muscoli, i visi cupi o trionfanti, i gesti, i sentimenti che trasparivano dai volti.
Nel pensare a quel giovane si era isolato dal mondo ma si riscosse nell’udire la voce severa del padre parlare con qualcuno. Posò il libro e andò nel salone, dove si bloccò vedendo il genitore accanto al protagonista dei suoi sogni ad occhi aperti.
Julian lo guardò e alzò un sopracciglio, invece l’altro lo osservava imperturbabile.
“Beh, non sai salutare?” domandò Julian.
“Ah, scusatemi. Buongiorno” disse abbassando il capo e volendo andare via ma il genitore lo fermò.
“Vieni qui, Gabriel”.
Il ragazzino obbedì. Il padre gli presentò il giovane che scoprì chiamarsi Hesediel.
Passò quel pomeriggio seduto su un divano a guardare incantato Hesediel.
Era intelligente e sapeva sapientemente parlare.
Non aveva mai conosciuto nessuno cosi pieno di fascino.

Ripensandoci ora, forse mi affascinò quel pomeriggio stesso.
Lo sognavo la notte. Era bello. E’ sempre stato bello.
Ricordo che avevo un libro sugli angeli. Non so come, però trovai un angelo che si chiamava come lui.
Hesediel.
Secondo alcuni studi quel angelo era il secondo più forte degli angeli ad eccezione dell’Arcangelo Michele. Ed era preposto alla mia protezione poiché era nato in un dato giorno.
Hesediel era il mio angelo, allora.
Hesediel.
Meraviglioso nome. Divino. Incantevole. Il suo nome divenne ben presto un dolce canto per le mie orecchie.
Presto cominciammo a passare i pomeriggi insieme.
Io non potevo più far a meno della sua compagnia e a lui non sembrava dispiacere, di certo passava più tempo con me che con i suoi fratelli.
Stavo anche con Hegyron e la loro sorella, Sarah.
Giocavamo la mattina, spesso. Non ricordo molto bene i giochi che facevamo, tuttavia ricordo le nostre risate gioiose. Allora non avevamo nessun pensiero nella testa. Il nostro unico problema era divertirci.
Correvamo spensierati nei giardini, ci nascondevamo, dormivamo e mangiavamo insieme. In qualche modo anche io era entrato a far parte della loro famiglia oppure erano loro che erano stati adottati dai miei genitori.
I loro genitori erano sempre via, io gli ho visti solamente tre volte. Quindi stavano sempre a casa mia. Mamma li amava come fossero suoi figli. Ci adorava. Papà, sebbene burbero, li amava a suo modo. Hesediel, però, si teneva a debita distanza. Avevo capito che aveva un animo troppo tormentato per accettare l’amore di qualcuno.
Non capivo perché non stava mai con noi, eppure era sempre gentile. Una fredda gentilezza.
Una volta mi chiamò a casa sua e mi mostrò un libro. Non ricordo il titolo, ma era di fantascienza. Cominciai a leggerlo, era difficile, nonostante ciò lo continui per il solo fatto di fare un piacere a lui. Allora non potevo sapere che a lui anche solo la mia presenza faceva piacere. Come potevo saperlo? Ancora oggi accettare certe cose mi è difficile.
Iniziai, dunque, pian piano a trascorrere sempre più tempo con lui. Tornato da scuola, andavo subito da lui, se non lo trovavo a casa pranzavo con Hegyron e Sarah. Poi giocavamo, ma nel momento in cui tornava lui… io semplicemente smettevo di essere me stesso. O forse diventavo un altro.
Ero come la sua ombra. Se stavamo seduti accanto, se lui voltava il capo dall’altra parte io impercettibilmente mi avvicinavo a lui. Era come se un filo invisibile mi impedisse di diminuire la distanza che c’era fra noi.

Lui mi parlava a lungo, mi esponeva le sue idee, ma ero ancora piccolo, facevo fatica a seguirlo e lui si fermava e sorrideva tristemente e mi guardava con l’interesse di chi guarda una foglia morta.
“Scusami, tu non puoi capire”, diceva sempre cosi e poi si rinchiudeva nel suo ostile e insormontabile silenzio. Lo detestavo quando si comportava cosi. In quegli attimi volevo fuggire, non vederlo più. Mi sentivo come una nullità.
Però non potevo andarmene. Ero legato a lui. Indissolubilmente.
Neanche mi accorsi di quei pomeriggi che volavano. Non mi accorsi dei sentimenti che cominciarono a crescere in me, non a nascere. Quelli erano nati la prima volta che lo avevo visto.
Spesso mi ritrovavo dietro ad una tenda di una finestra a osservarlo. Mi piaceva guardare i suoi capelli scuri che gli incorniciavano il nobile volto quasi pallido, esaminare quelle ciglia cosi lunghe, scoprire come inarcava le sopracciglia, fantasticare su quelle mani curate.
Era sempre cosi bello!
La svolta arrivò nel giorno del mio compleanno.
Dio, come dimenticare quel giorno?
Finalmente compivo tredici anni! Ero cosi entusiasta. La mattina mi svegliai e andai subito a casa dei miei amici, che erano ormai come fratelli. Trovai Hegyron con Sarah nella saletta del the a fare colazione, naturalmente mi sedetti al tavolo dopo averli salutati, però lei mi saltò al collo facendomi gli auguri e lo stesso fece Hegyron.
Ancora mi stavano addosso quando con eleganza entrò Hesediel.
Si fermò davanti alla porta che lasciò aperta e si sedette anche lui. Salutò cosi piano che appena lo udii e cominciò a sfogliare un giornale.
Lo osservai.
Aveva gli occhi leggermente rossi, il viso più pallido del solito, sembrava quasi dimagrito. Un po’ mi sentii dispiaciuto poiché a quanto pareva si era dimenticato che fosse il mio compleanno, però cercai di mantenere lo stesso il sorriso sulle labbra.
Hesediel, dopo aver bevuto il proprio caffè alzò finalmente lo sguardo e mi fissò.
“Che aspettate? Andate a portare il regalo a Gabriel” ordinò ai fratelli continuando a guardare me.
Quei due sorrisero sotto i baffi e uscirono in fretta.
Hesediel si alzò, mi venne accanto, mi pose due dita sotto il mento e mi alzò il viso. Ebbi solo il tempo per vedere i suoi bellissimi occhi prima che sentissi le sue labbra sulle mie.
Quello era stato il suo regalo.
Mi aveva regalato il mio primo bacio.

5 commenti:

  1. Aaaa COMPLIMENTI!!!
    Che bel capitolo, cavolo! Mi ha emozionata tantissimo! Così pervaso di dolcezza e ingenuità. Hai descritto perfettamente il crescere dell'amore di Gabriel, i suoi pensieri, le sue incertezze... e questo finale meraviglioso nella sua tenerezza. 10 e lodeeeeeeeeee

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  2. ahahahhahahhaha!!hai visto k finalmente dopo 2 mese sn riuscita a scrivere qualcosa??e meno male..scs se stasera nn ho parlato su msn,ma lo dovevo finire!XD grazie mille cara. bacioni

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  3. Beh 2 mesi ma ne è valsa la pena XD

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  4. Stupendo! Che bello come hai descritto i sentimenti di Gabriel e il regalo di Hesediel per lui: il suo primo bacio.
    Ne è valsa la pena attendere per legger questo capitolo così pieno di sentimenti.

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  5. Grazie tesoro!Sono contenta che ti sia piaciuto^^

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