lunedì 14 settembre 2015

Voglio una vita che splenda (capitolo I- parte 1)





Per un attimo si guardò le mani mentre scriveva, si fermò fissandole pensierosa. 
  
La sua mano era grande e calda; gliela prese a sorpresa, senza chiedere, con arroganza, eppure il suo sguardo era docile, gli occhi erano, però, rossi. 
Aveva bevuto. E certo che aveva bevuto, era un ubriacone. 
"Beh, piacere di rivederti bella" sussurrò incurvando l'angolo della bocca in un sorriso sornione. 
"Si, anche per me, ora scusa, ho da fare" rispose lei stizzita e incantata allo stesso tempo da quelle gemme verdi. Ritrasse la mano, senza riuscire a liberarsi. 
"Allora a presto" aggiunse e piano, senza fretta, lasciò la presa. Allontanandosi. 
Anche Victoria fece qualche passò, poi voltò la testa e si meravigliò nel constatare che anchRaphael fece lo stesso.  
Si girò subitamente, prese l'amica sottobraccio e andò nella direzione opposta.  
  
Si alzò prendendo il bicchiere con il caffè fumante e andò vicino alla finestra. Faceva freddo. Fuori e nel suo cuore. 
Non ricordava di preciso quando si fossero incontrati la seconda o la terza volta. 
E non si ricordava neppure il loro primo bacio. 
Nemmeno il primo appuntamento. 
Strano per una donna, eh? 
Sospirò piano. Quanto tempo era passato da allora? Anni. 
Dieci anni. E ancora le veniva in mente. 
Ora era una donna, non più una ragazzina. Aveva il suo passato, eppure lui entrava con prepotenza nella sua mente. 
Guardò l'immensa distesa di campi dal suolo congelato. 
Iniziava a nevicare. 

I fiocchi cadevano piano. 
Lei lo prese per mano e, in silenzio, attraversarono il parco illuminato dalle luci natalizie. Si sedettero su una panchina, la loro panchina. 
Victoria prese dalla borsa una scatoletta e gliela diede, lui la fissò con sguardo interrogativo. 
"E' il mio regalo per te, cioè per noi, per Natale" sorrise. 
Raphael l'aprì, dentro c'erano due fedine. 
"Sai, ho pensato che sarebbe carino se il nostro legame fosse non so... visibile, penso" arrossì la ragazza. 
"Grazie amore" sussurrò lui e la portò al suo petto "Grazie di tutto". 
Lì, fra le sue braccia, era caldo. 

Una porta sbattè forte. Victoria si intestardì a continuare a guardare fuori. 
Con passi pesanti un uomo entrò nella stanza. Senza bussare, ovviamente. 
"Che stai facendo?" Domandò una voce profonda. 
Silenzio. 
Lui si avvicinò e la fissò. 
"Non parli?" 
"Che devo parlare con te?" Rispose lei con voce roca. 
"Va bene. Non parlare, puttana" sibilò lui. 
Victoria prese un libro che aveva vicino e lo scagliò verso di lui. 
"Puttana è tua madre!"urlò tremando. 
In un attimo lui le fu accanto, le mise la mano al collo attaccandola alla finestra con violenza. 
"Ripeti". 
"Puttana è tua madre e ora levati dai coglioni" fece lei cercando di respingerlo, ma lui la colpì ad un fianco. 
"Un giorno ti romperò l'osso del collo e basta, finirò con te" dicendo cosi, la buttò per terra e uscì dalla camera.  
Victoria respirava affannosamente. Di rabbia.  
Non piangeva più, ormai era abitudine che l'aggredisse fisicamente. 
Ora c'era solo rabbia e odio. Eppure bastava un momento di serenità affinché dimenticasse tutto e tornasse da lui come un cagnolino. 
Si alzò e corse fuori dalla stanza, lo trovò nel salone mentre accendeva la televisione. 
Gli diede un pugno su una spalla. 
"Ma vai a fanculo, hai promesso bastardo, hai promesso che non mi avresti più toccata" strillò sentendo le maledette lacrime agli occhi. 
"Vattene" rispose. 
Lei gli diede un altro pugno. Un altro ed un altro ancora. 
La prese per i polsi. 
"Smettila! Smettila una buona volta!" E la gettò sul divano. 
Le fu subito sopra dominandola con la propria forza.  
"Che pretendi? Mi hai tradito, no? Meriteresti molto di più" alzò la voce mentre, tenendole ferme le mani, la guardava con occhi di ghiaccio. 
"Sei stupido, non ti ho mai tradito" urlò isterica. 
"Menti, ancora continui a mentirmi!" Si arrabbiò e le strinse il viso con una mano facendole male "Se ti scopro ancora con qualcosa ti ammazzo" l'avvertì e la lasciò, prese la giacca da una sedia e uscì.  
Victoria sentì i passi allontanarsi nel silenzio del terreno innevato. 
Le facevano male le mandibole.  
Sputò sangue.

domenica 13 settembre 2015

Il tuo cuore






Si affrettano. Guardano solo davanti a loro; mi passano accanto, ma non si voltano verso di me nemmeno per errore e se lo fanno accelerano subito il passo.
Il sole oggi è accecante, si respira un'aria calda che brucia la gola e l'anima, soprattutto si respira la paura, l'ansia, la malattia, la morte.
- Miriam- una ragazza mi scuote leggermente per un braccio - Andiamo, siamo in ritardo.
La seguo a tre passi di distanza.
La mia mente è altrove, non so neanche io dove.
In verità non penso a nulla, sono e mi muovo come un'automa.
Non sento più nulla. E cosa dovrei sentire? Quando si perde tutto non si è più in grado di essere alcunché.
Scendiamo delle scale che ci portano nel sotterraneo dell'ospedale; appena arrivate incontriamo altri colleghi che ci aspettano.
Linda apre una porta.
L'istinto ha il sopravvento e mi porto una mano al naso.
L'odore nauseabondo di un corpo in decomposizione ci fa inorridire. Subito, però, abbasso la mano e cerco di controllarmi.
Maledetta, che la Terra mi inghiotta.
Entro per prima e mi sistemo accanto ad un vetro che mi divide da un uomo in camice bianco, il mio professore nonché medico legale, e un cadavere.
L'uomo mi fissa sorpreso con un'espressione indescrivibile; sostengo il suo sguardo e poi abbasso gli occhi sul giovane che riposa sul tavolo in acciaio.
In questo momento il mio cuore potrebbe smettere di battere.
Ha i capelli scuri, e il volto è ombroso e un po' gonfio, segno dell'ormai avviato stato di decomposizione; sembra stia dormendo.
- Bene signori, ora che siamo tutti qui posso iniziare- dice il professore togliendo il lenzuolo bianco e  prende uno strumento che somiglia a un coltello.
Fa l'incisione a Y. Il petto del giovane è aperto. Fino al basso addome.

Poggiò la testa sul suo petto. Udiva come gli pulsasse il cuore e pensò che avrebbe voluto stare cosi per sempre.
- Ti amo- sussurrò addormentandosi.

Trattengo il fiato. Il dottore ora ha preso un paio di gigantesche forbici e gli sta tagliando la cassa toracica!
Non posso resistere! Non so come succede ma mi abbasso e rimetto.
Rimetto il nulla che ho mangiato e la poca acqua che ho bevuto. Certamente vomito tutta la mia anima.
- Miriam!- urla il professore avvicinandosi- Stai bene? Vai via da qui!
- No!- alzo lo sguardo con determinazione.
- Ah la povera Miriam non sopporta nemmeno di vedere un'autopsia.- sibila una vipera sorridendo.
- Natalia, non ti permettere!- inveisce Lidia.
- Ah, ecco l'amichetta...- continua la ragazza, subito ripresa, però, dall'insegnante.
- Natalia, Lidia, smettetela. Aspettiamo che la signora pulisca e continuiamo.- decidendo cosi, ritorna pensoso verso il suo cadavere.
Io mi rialzo, ho dei forti crampi allo stomaco e una nausea che mi fa girare la testa. Osservo la signora che pulisce, le chiedo di aiutarla,tuttavia non mi lascia fare. Tanto è solo acqua.
Non ci penso, non mi preparo per riguardare l'autopsia. La guardo e basta.
Lui è ancora lì. Cosi inevitabilmente morto.
E tagliato. Aperto. Violato.
- Il ragazzo è morto per infarto, probabilmente aveva una malformazione congenita.- continua.
- Quanti anni aveva?- chiede Natalia- Era molto giovane.
- Ventisei.- replicò io.
- E tu come lo sai, mademoiselle so- tutto- io?
- Ho guardato sul registro.- rispondo semplicemente continuando a osservare il suo cuore.

- Hai visto amore? Non ho niente.- sorrise lui abbracciandola.
- Si, ma e la tachicardia? E gli svenimenti?
- Sarà una mancanza di calcio; il cardiologo e l'ecocardiogramma hanno appurato che sono sano come un pesce.
- Sono contenta.
Lo baciò con amore, con la speranza che avrebbero vissuto in un mondo splendido.

- Prima, però, guarderemo anche gli altri organi.- dicendo cosi prende il fegato, lo pesa, era sano.
I polmoni erano sani. Un po' affumicati.

- Mamma mia amo'! Smettila!- sbuffò lei- Ogni giorno un pacchetto di sigarette.
- Beh se è, muoio io non tu.- scherzò lui.
- Scemo!- urlò lei colpendolo sul braccio.

Taglia un braccio. Vediamo l'arteria, le vene.

Gli tracciò con un dito il contorno delle vene. Le piacevano cosi. Erano un po' fuoriuscite. Gli baciò l'avambraccio.
- Che c'è?- volle sapere lui posando le labbra sulla sua fronte.
- Niente.

- Bene, ora dovremo tagliare il cranio per studiare il cervello.- informa il professore.
No. Non è già abbastanza deturpato?
Lo osservo con orrore.
Lui se ne accorge e sospira.
- Però purtroppo il seghetto non taglia più e solo domani ci arriva quello nuovo, pertanto studiamo il cuore e per oggi abbiamo finito.- conclude estraendo l'organo.
E' grande quanto un pugno di un uomo.
- Come si vede a occhio libero, è ingrandito, o meglio ispessito.- lo porta vicino ad un microscopio e lo studia, ci invita a guardarlo.
Quando lo tocco le lacrime non si fermano più.
Mi alzo e corro via.
Al diavolo tutto!
- Ma che ha oggi?- domanda Natalia. Tutti vogliono sapere.
Il professore si toglie gli occhiali e si massaggia per qualche secondo le palpebre.
- Questo ragazzo era il suo fidanzato.

Il dottore sta ricucendo il corpo di Raphael.
Quando entro, senza bussare, sobbalza.
- Miriam... - sussurra piano - Mi dispiace, non dovevo lasciarti assistere a...
- Va bene- lo interrompo- Va bene cosi.
Mi avvicino, accarezzo il suo bel volto.

- Lo sai perché ti amo cosi tanto?- chiese la ragazza ridendo felice.
- Mmh?- mormorò lui sorridendo.
- Perché oltre ad essere il mio fidanzato, sei la mia migliore amica!- svelò spalmandogli sul bel viso una maschera di fango.

- Dottore, oggi è il mio compleanno.
- Lo so.- vuole aggiungere altro ma non lo fa.
- Mi faccia un regalo.
- Cosa?
- Questo.- dico guardando il petto di Raphael.
Il dottore indietreggia. Fa cenno di no con il capo.
- E' illegale! - sbraita con forza, nonostante ciò mentre lo fa si porta una mano alla fronte. Colgo in pieno la sua debolezza.

- Siete propria una bella famiglia!- sorride Lidia prendendo in braccio la mia piccola Giulia.
- Grazie tesoro- rispondo al sorriso mentre sistemo\ delle tazzine fumanti di caffè sul tavolino in giardino.
- Chi si sarebbe mai immaginato che ti saresti sposata il dottore!
- Beh, era abbastanza giovane, ed anche ora... - le faccio l'occhiolino.
- Sono contenta, vi amate molto vero?- chiede lasciando la bimba scendere dalle propria ginocchia e fuggire verso l'altalena.
- Si! Lui è il mio cardiologo. - bevo un sorso di acqua.
- Cioè?- mi osserva sorpresa, sa che non ho problemi cardiaci.
- Mi porta tutti i cuori delle persone su cui fa l'autopsia.
- Ahaha, che matta che sei!- ride lei.
Un riso che non le appartiene.
Ridi cara, ridi. Fra poco il tuo cuore sarà aggiunto alla mia collezione.
Il pezzo più importante, però, resta quello di Raphael.

mercoledì 20 giugno 2012

Favola metropolitana (capitolo II)

Arrivò a casa un’ora dopo, quando il sole era già alto in cielo. Inserite le chiavi nella toppa, Ashley non riuscì subito ad entrare in casa. “Ma che cazz…” Il corpo di un ragazzo che russava era steso e impediva il passaggio e così, altri quattro ragazzi, occupavano la sala, fra bottiglie di birra vuote e fumi di bonghi quasi esauriti. “Porca puttana, Topo!” Mickey uscì assonnato dalla sua stanza, vestito di soli boxer. “Che cazzo ci fanno questi qui?” “Una piccola festicciola, Ash, dai non te la prendere. Non tornavi più e mi stavo annoiando. Sono amici…”. “Cazzo, Topo, sono parassiti, che si scolano birra sui soldi degli altri “ Ash iniziò a scuotere i ragazzi sul pavimento uno ad uno. “Dai, Ash, lasciali stare” “Vaffanculo!” disse rivolto a Mikey e poi, vedendo che gli altri facevano fatica a mettersi in piedi, li sollevò di forza “Fuori di qui, cazzo!” e senza troppe cerimonie, li buttò uno ad uno fuori dalla porta, sbattendola alle spalle. Qualcuno protestò, ma le sue parole furono interrotte da un conato di vomito. “Ecco, così ora ci ritroviamo con una puzza sul pianerottolo per le prossime tre settimane. Ti ho detto che non li voglio a casa” Il Topo si strinse nelle spalle “Non abbiamo fatto niente di male. Tu te ne sei andato col tuo riccastro e siccome dopo non è passato più nessuno, non sapevano cosa fare, e ci siamo fatti due birre a casa”. Ash prese da terra una bottiglia vuota e la buttò nella spazzatura. “Tu piuttosto, dove sei stato?” chiese Mikey buttandosi sul divano “ Mi stavo quasi preoccupando, non vedendoti più tornare…. Cos’è, il ricco rotto in culo t’ha tenuto occupato tutta sera?” Ash rise, tirando fuori i soldi dalla tasca e sfogliando ad una ad una le dieci banconote. “Merda, cinquecento sterline. E che cazzo hai fatto a ’st’uomo?” Poi il Topo sgranò gli occhi “Non ti sarai fatto scopare senz...” ”Mi prendi per scemo?” tagliò corto Ashely “Un pompino” disse poi, orgoglioso. “Certo, un pompino al principe Carlo, per quella cifra!” “No davvero, lui m’ha chiesto quando volevo per un pompino, e io ho sparato una cifra a caso. Era uno nuovo, di quelli che non s’informano perché si vergognano e allora ci ho provato.” “Cinquecento cazzo di sterline. Ash, è troppo pure per te! Ma poi hai dormito da lui?” “No, siamo stati in macchina, poi sono tornato a piedi” “E ci hai messo 5 ore” Ash sospirò “Sono entrato in una chiesa lì vicino…” Mikey fece una faccia fra l’inorridito e l’incredulo e Ash continuò a spiegare. “Avevo freddo, perché ero bagnato e non sapevo come tornare perché non conoscevo bene la zona. Allora ho pensato di entrare in un luogo asciutto e aspettare l’alba” Ash si appoggiò con la schiena al muro e guardò fuori dalla finestra: la città che si stava risvegliando “E lì mi sono messo a chiacchierare con un prete” Mikey scoppiò a ridere “E di che cazzo hai parlato con un prete?” Ash non rispose subito e si strinse nelle spalle. “Abbiamo parlato del parroco di lì, del Lercio, del mare…” “Eh?” Il topo non stava capendo “Abbiamo parlato di cose… normali...” disse Ash accorgendosi troppo tardi di avere la voce rotta. “Di cose normali…” ripetè cercando, questa volta, di mantenere la voce più salda.. Non guardò in faccia l’amico, ma lo sentì schioccare la lingua, come quando il Topo non capiva qualcosa. Ash entrò nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle e solo allora lasciò andare il respiro, quasi lo stesse trattenendo da troppo tempo. Avevano parlato di cose normali, come una qualunque conversazione in un qualunque momento, eppure Ashley sentigli occhi inumidirsi e dovette strizzarli e darsi del coglione, per non piangere. Ripensò al prete e si rese conto di non averlo mai guardato, se non all’inizio della conversazione. Si ricordava bene i suoi capelli e i suoi occhiali, ma quello che gli vibrava addosso era la sua voce, che l’aveva scaldato dopo la pioggia. Ash guardò il maglione che aveva ancora addosso e lo strinse fra le mani. Si tolse le scarpe e i jeans, prima di mettersi a letto sotto le coperte. Non si tolse però il maglione, che continuava a stringere fra le dita. Chissà come muoveva le mani, quando parlava, chissà che espressione faceva quando ascoltava… chissà. Ash riascoltò la voce del prete prima di riaddormentarsi e solo poco prima di cedere al sonno si accorse che non gli aveva neanche chiesto il nome. Pioveva ancora. Orami era da giorni che non smetteva. Mikey e Ashley erano sempre al solito posto, sotto il lampione e le sua luce al neon. Ash aveva dormito fino al tardo pomeriggio, poi s’era preparato come sapeva sarebbe piaciuto ai clienti: un’ombra di matita sul bordo degli occhi e le ciglia, naturalmente lunghe, pettinate con cura. Troppo trucco gli avrebbe rovinato i lineamenti, che non erano sufficientemente femminili per stare bene colorati. Si mise nella borsa il maglione che gli aveva dato il prete. Non sapeva ancora dove sarebbe finito, quella sera, ma ugualmente se lo portò dietro. “Pensi che il rott’in culo tornerà?” ”Chi?” chiese Ash “quello di ieri? Ha detto che vuole fare festa, ma dubito che venga…” ”Perché scusa? Se ti ha dato cinquecento sterline, evidentemente gli sei piaciuto” “Gliene ho chieste duemila per il servizio completo” Mikey non credette alle sue orecchie “Cazzo, sei impazzito? Duemila! Ce l’hai d’oro?” Ashley rise e s’appoggiò al muro di fianco a Mikey. “Ehi, Topo, stasera niente baldoria, ci servono i soldi” “Con quello che guadagni tu, Ash, siamo al sicuro per mesi” “Sì, con la differenza che non sono tua madre e non ho intenzione di mantenerti” Il Topo roteò gli occhi: “Tanto saremo inchiodati qui ancora per tanto, è giusto darsi una mano a vicenda” “Parla per te, io appena posso me ne voglio andare…” Ashley aveva appena finito la frase, quando ricomparve l’auto del cliente del giorno prima “Cazzo, è tornato davvero” “Te l’ho detto che gli devi essere piaciuto! Certo che non è giusto, avessi una faccia come la tua, porterei anch’io cinquecento sterline a sera a casa…” Ash sorrise all’amico, prima di dirigersi verso la macchina. Il Topo, purtroppo, aveva ragione. Quel muso asimmetrico, il naso troppo grosso per le guance incavate e le orecchie a sventola che gli avevano valso il soprannome, non lo aiutavano di certo a trovarsi clienti. Ma era un tipo affabile e sapeva comunque lavorarsi le persone con le quali aveva a che fare, perciò riusciva a compensare con l’esperienza la sua mancanza di fascino. E poi, come diceva sempre lui, col culo all’insù si è un po’ tutti uguali, quindi alla fine anche il topo aveva la sua parte. Stessa macchina, ma soprattutto, stesso abito costoso del giorno prima. Per pagare un pompino cinquecento sterline quest’uomo doveva essere ricco, ma non sapeva di certo spendere soldi in vestiti. “Allora sei tornato” gli disse dolcemente “Ti aspettavo, ma non ero sicuro mi avresti voluto di nuovo” Il cliente era ancora agitato, forse più del giorno prima. “Dobbiamo andare in albergo” “Se ti agita essere visto con me, possiamo anche andare nel parcheggio. Sono molto…duttile” e lasciò che quelle parole rimanessero sospese in aria, senza che il suo cliente potesse fare niente se non trattenere un piccolo gemito. “No, in albergo. Duemila sterline, ma per tutta la notte. Va bene?” Era il tipico uomo che aveva bisogno di più riprese per durare un periodo soddisfacente. Una cosa che doveva fare più per lui che per l’altro, dato che ad Ashley non interessava assolutamente quanto un cliente durasse. Raramente gli altri si occupavano del suo di piacere quindi, altrettanto raramente, si occupavano di farlo venire. Ci aveva fatto l’abitudine e i clienti non sempre lo notavano. “Non ti preoccupare” disse Ash al suo cliente, appoggiandogli una mano sull’inguine “sono bravissimo a non farmi notare” L’uomo sollevò leggermente il bacino per aumentare la pressione “Spero sia vero…” L’albergo dove andarono era un albergo lussuoso, come Ash se l’era aspettato. Fu estremamente facile per lui introdursi senza essere visto, l’aveva fatto così tante volte che ormai, aveva perso il conto. Quando entrò nella stanza, il suo cliente era già lì, mezzo nudo, senza i pantaloni e con la camicia semi sbottonata. Ashley camminò verso di lui con passo felino. “Sei bellissimo” mentì così bene che il suo cliente gli credette immediatamente, ma non ebbe tempo di dire nulla perché la bocca di Ash succhio via qualunque parola di risposta. Venne subito, gridando, più forte di quanto avesse già fatto in macchina. “Non era…” farfugliò l’uomo ma non riuscì a formulare un pensiero coerente. “Era un piccolo anticipo di quello che ti aspetta, ora però il mio anticipo “ gli disse tendendo la mano. L’uomo gli mise dieci pezzi da cento sul comodino e Ash scosse la testa. “La cifra è duemila” “Ma…” protestò il cliente” “Duemila, o me ne vado con quei mille che mi pagano quello che ho già fatto” L’uomo sospirò e Ashley si sarebbe messo a ridere, ma non si può ridere del cliente. Non di fronte al cliente stesso. Duemila sterline vennero appoggiate sul comodino. Una scopata per duemila sterline, e quando gli ricapitava? “Duemila” disse titubante l’uomo “Ma ti voglio leccare e ti voglio fottere tutte le volte che voglio. Ti ho tutta notte” Per lo meno, pensò Ash, il suo cliente iniziava a mettere da parte le sue inibizioni e chiedeva esattamente quello che voleva. Anche se era chiaro che non sapeva che cosa l’avrebbe aspettato. Ash era terribilmente annoiato, lasciò che l’uomo lo spogliasse fingendo interesse, ma non vedeva l’ora che tutto finisse. Il solo spogliarlo, provocò al cliente una nuova erezione che si consumò in un istante, appena Ash iniziò a strofinare il proprio membro con quello dell’altro. “No, niente giochetti erotici. Per quelli c’è già mia moglie” disse il cliente ansimando “Voglio venirti dentro” Ashley gli sorrise, tirando fuori un preservativo dalla tasca dei jeans buttati per terra. Il cliente spalancò gli occhi. “Mica ti sarai dimenticato del nostro amico, vero?” Ma per l’ennesima volta, l’uomo non fu in grado di parlare perso fra i suoi gemiti e rantoli, col sesso di nuovo semi eretto. “Sei così bello…Devo… Io devo scoparti” “Ma certo” gli sussurrò all’orecchio Ash “Preparami” gli disse poi versando sulle mani del cliente della vaselina. Durò tutto pochi minuti, poi di nuovo il cliente venne, rantolando, in un orgasmo che sembrava non avere pari. Ash guardò l’addome gelatinoso dell’uomo e si sfilò da lui, accarezzandoglielo. Lo guardò in volto: aveva un’espressione felice e soddisfatta, quella di chi ha finalmente dato voce ad un desiderio inespresso da anni. Si addormentò lì, nudo, senza prendersi la briga di mettersi sotto le coperte. Ashley pensò che fosse il caso di godersi un po’ la stanza e si preparò l’acqua del bagno. Si guardò le mani , unte di lubrificante e le tuffò nell’acqua bollente, scoppiando a ridere, in una di quelle risate isteriche a cui raramente si abbandonava, ma così liberatorie che lì, in quell’albergo a cinque stelle, con un uomo che russava dall’altra parte della porta, sembrava l’unica cosa possibile da fare. Rimase in acqua almeno due ore, continuando a farne uscire di calda, mentre quella all’interno della vasca si raffreddava. Che ore erano? Forse le cinque. Si poteva considerare conclusa la nottata? Lì, fuori dall’acqua, zuppo dalla testa ai piedi, un pensiero lo folgorò: forse la chiesa sarebbe stata aperta, forse poteva andare lì e per bere un’altra tazza di tè. Si asciugò in fretta: c’era una certa agitazione nei suoi movimenti, fin troppa aspettativa. Non aveva neanche idea di dove si trovava… Stupido. Si sgridò, ma ugualmente si rivestì in tutta fretta, mettendosi in tasca i soldi. Uscì dalla stanza dopo pochi minuti: sì, le cinque potevano considerarsi mattina. L’albergo, si rese conto, era piuttosto lontano dalla chiesa, ma ugualmente distante da casa sua, quindi tanto valeva incamminarsi. Pur con duemila sterline in tasca, Ashley non prese in considerazione l’idea di prendere un taxi. Li aveva sempre considerati soldi buttati. Passò un autobus sul quale salì al semaforo. Gli avrebbe se non altro, risparmiato un po’ di strada. Arrivò di fronte a Tesco un’ora dopo e si fermò per un istante a guardare il supermercato. Il quartiere si stava risvegliando, le luci dei negozi si stavano accendendo e Tesco, un monolite in mezzo al parcheggio, seguiva la corrente e, anche lui, alzava le tapparelle. Ashley si ritrovò a sorridere, pensando che nello stesso parcheggio in cui si trovava in quel momento, due sere prima aveva fatto un pompino per cinquecento sterline ad uno sconosciuto. Ma questo Tesco non poteva saperlo. Il ragazzo si girò nella direzione della chiesa, ma non si incamminò subito. La guardò, immobile sotto la pioggia cercando di metterla a fuoco. C’era qualcosa di orribilmente brutto nella sua architettura, di osceno, quasi, nel suo grigiore e Ash si chiese se, per caso, agli occhi degli altri anche lui non apparisse così. Imbruttito dal suo lavoro e osceno, nella completa indifferenza nei confronti del mondo che lo circondava. Non un apatico, quello no, perché il calcio la domenica o due risate con gli amici smuovevano sempre l’umore, per dieci minuti. Ma qualunque cosa gli capitasse, gli scivolava addosso senza lasciare traccia e spesso, senza lasciare alcun ricordo di sé. Ash alzò le spalle, per allontanare quel pensiero inutile. Del resto, non gli interessava poi molto. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che Ashley poteva essere osceno, ma sicuramente non era brutto. Ma anche questo pensiero venne accantonato e lasciato cadere, lontano. Anche quella chiesa, probabilmente, poteva diventare graziosa, a Natale, se addobbata di lucine e ghirlande. Questo comunque non ne avrebbe modificato la bruttezza essenziale. Il portone della chiesa era chiuso. Ash si guardò in torno, per vedere se ci fossero entrate secondarie aperte. “Ehi, che ci fai qui?” gli chiese un vecchietto con una scopa in mano. “Non vedi che la chiesa è chiusa?” Ash alzò il sopracciglio. Aveva scambiato il vecchio per qualcuno che faceva le pulizie, mentre si rese conto – dall’abbigliamento – che era il parroco. “La chiesa non dovrebbe essere sempre aperta per i bisognosi?” Chiese facendo un po’ il verso a ciò che gli aveva detto il suo prete, due sere prima. “A quest’ora i bisognosi dormono! Vattene a casa ragazzo!” “Volevo parlare con…” Ashley si fermò un istante in cerca delle parole adatte “Col prete giovane, quello che era qui un paio di giorni fa…” “Padre Joshua?” “Se avessi saputo il suo nome, te l’avrei detto” rispose asciutto il ragazzo. Gli occhi del vecchio divennero due fessure, se c’era qualcosa che davvero non sopportava, erano questi giovani impudenti: “Brutto impertinente, vattene di qui!” “Ma sono venuto a trovare qualcuno, non voglio andarmene” “Sei venuto qui per prenderti gioco della chiesa, io conosco i ragazzini come te!” “Ragazzini… Ho già due volte dieci anni, più qualche anno, non più un ragazzino” Il parroco aggrottò la fronte, cercando di fare i conti e capire cosa avesse appena detto Ashley, ma s’irritò ancora di più . “Mi prendi in giro?” “Ti avessi offerto una scopata capirei questa tua irritazione…” Il vecchio divenne rosso in faccia: “Ma tu lo sai con chi stai parlando?” gridò “e lo sai che questa è la casa di Dio?” “Se ci ospita, per me va bene anche farlo a casa sua, non è un problema” suggerì Ash stringendosi nelle spalle. Il vecchio tremò e brandì la scopa: “Brutto schifoso! Vattene via, che insozzi il mio sagrato! Prega e che Dio perdoni la tua lingua biforcuta!” Gli inveì contro, cercando di colpirlo con la scopa. Ashley si scansò per evitare il prete e tirò fuori il maglione dalla borsa: ”In realtà, volevo restituirgli questo, anche se penso sia tuo” “Che ci fai col mio maglione? Dammelo!” Il vecchio lo afferrò, ma Ash non lasciò andare la presa “Lo vorrei restituire a chi me l’ha prestato. Padre Joshua o chi per lui…” “E’ mio, dammelo, brutto ladro!” S’intestardì il prete, tirando la maglia a sé, ma il ragazzo la strinse più forte. “Ho detto che la voglio riconsegnare a chi me l’ha prestata” e così dicendo, fece un passo indietro per riprendersi la maglia. Tirata da entrambe le parti, però, questa si scucì nel mezzo. “Ecco, guarda cos’hai fatto! L’hai rotta, e ora, prima che me ne venga spedita un’altra, ci vorranno giorni e io morirò di freddo. Come farò? Come farò adesso?” Poi il vecchio riprese la sua scopa in mano e guardò il maglione ormai rotto: “Vattene via, che qui crei solo problemi” Ash rimase fermo immobile, con il maglione ancora stretto in una mano. Lo fissava, con le sopracciglia corrugate, lì, slabbrato e scucito, in parte stretto nella sua mano e in parte buttato a terra. Si piegò, per prenderlo dall’altra manica e sollevarlo, avendo paura che se l’avesse sollevato con la mano che già era stretta intorno alla lana, il maglione si sarebbe rotto ancora di più. Lo guardò per un istante, per poi piegarlo con cura e rimetterlo nella sua tracolla. C’era lentezza nei suoi movimenti, quasi sacralità per un oggetto che l’aveva riscaldato per una notte intera. Il maglione era inutilizzabile. “E ora, cosa porto a padre Joshua?” chiese, con voce strozzata. “Cosa?” chiese il vecchio interrompendo nuovamente la sua attività e gracchiando. Ash alzò lentamente gli occhi sul prete, con l’espressione di chi vede una persona per la prima volta “E ora” ripetè cercando di non far tremare quel labbro maledetto che minacciava di farlo sempre sembrare troppo debole “Che cosa restituisco a Padre Joshua?” “Ah Padre Joshua, certo! Lui il suo maglione ce l’ha, sono io che ora ne ho uno in meno! Gli dirò io come sono andate le cose e la prossima volta, starà più attento a non dare a dei delinquenti come te le mie cose!” Ash sospirò, e rimase immobile, lì sul sagrato, finché il vecchio non rientrò nella chiesa dalla porticina sul lato, lasciando che questa sbattesse così violentemente che il ragazzo sussultò. Guardò di nuovo la sua borsa e si avvicinò alla bacheca della chiesa, per leggerne gli orari. Giovedì, venerdì… C’era messa tutti i giorni. Prese il foglio e lo strappò dalla puntina che lo teneva attaccato al sughero. “Qualcun altro potrebbe aver bisogno di leggere gli orari della messa” Ash si spaventò e si girò di scatto. “Cazzo! Se ogni volta sbuchi dal nulla così, muoio d’infarto nel giro di due giorni” disse rivolto al prete che aveva incontrato due sere prima. Si mise il foglio in tasca, piegandolo in malo modo e poi abbassò lo sguardo. Non era certo del motivo per cui fosse tornato lì. Per restituire il maglione, è vero, ma ora che il maglione era stato strappato, non sapeva esattamente come giustificare la sua presenza lì… Probabilmente sarebbe stato meglio andarsene via. “No, rimani” gli disse il prete, vedendolo fare un passo indietro “vieni con me, fa troppo freddo per rimanere qui fuori senza essere ben coperto” “Dove stiamo andando?” “Non avrai paura di seguire un prete, no?” No, non l’aveva. O meglio, non era il tipo di paura alla quale il prete si riferiva, era un altro tipo di agitazione, più profonda. Era paura del silenzio che si sarebbe per forza di cose venuto a creare, dell’inutilità della sua presenza lì. “E’ meglio che vada” disse. Il prete lo guardò, attraverso i suoi occhiali piccoli. “Vieni prima a riscaldarti un po’. Metterò del latte nel tè, questa volta” Ash sorrise e la sua gamba agì per lui, facendo un passo verso quell’uomo. Entrarono in una piccola casetta a lato della chiesa. “E’ piuttosto spoglio” spiegò il prete “Ma funzionale per quel che è” “E che cos’è?” “Una casetta” Ash sorrise: “A cosa serve?” si corresse “E’ una delle casette intorno all’oratorio” iniziò a spiegare l’altro, camminando per un corridoio che conduceva ad un cucinino. “ In quella principale ci dorme il parroco, si tengono le lezioni di catechismo e le lezioni dei cori. In questa e nell’altra casetta ci vivo io, i ragazzi del seminario che vengono qui. E ci sono un paio di stanze per chi non ha un posto dove stare ma non vuole passare la notte al freddo” “I drogati?” “Anche loro” “Io non sono un drogato” rispose asciutto Ash. “Lo so” “Io no…” “So benissimo cosa sei” lo interruppe il prete guardandolo negli occhi “Non mi riferivo a te, rispondevo solo ad una tua domanda” “Hai detto cosa” “Mmm?” il prete aggrottò la fronte “Hai detto ‘cosa sono’” “E’ quello che ho detto” “Non chi sono” ”Perché quello non lo so” Ash guardò il prete davanti a lui, o meglio, lo scrutò. I capelli castano chiari – ora alla luce li vedeva bene – erano davvero indisciplinati sulle orecchie… Ash annuì, pensieroso, accorgendosi solo in un secondo momento di avere la bocca leggermente aperta. Forse era per quello che era completamente secca. “E lo stesso mi fai entrare?” disse con un tono di voce troppo basso, che non riuscì a correggere “Anche tu soffri il freddo, mi sbaglio?” “Mi vuoi qui per scoparmi?” Ash riprese subito il suo solito tono, ma l’altro non ebbe nessuna reazione. “No” gli rispose semplicemente. “Sicuro? Guarda che sono bravissimo” chiese nuovamente, sedendosi sopra la cassettiera . “Non lo metto in dubbio, ma non ti voglio qui per scoparti” Ash guardò di nuovo il prete, i suoi capelli irrequieti ed il suo sorriso sulle labbra, mentre versava le foglie di tè nell’acqua bollente. “Hai un modo , come dire, antico, di fare il tè” “Non mi piacciono gli infusi nella carta” “Sei vizioso” alzò il sopracciglio Ashley. “Sono viziato” lo corresse il prete, al che il ragazzo non trattenne una risata, che presto si trasformò in un’altra e un’altra ancora, fino ad avere le lacrime agli occhi. Anche il prete rise “Sono così buffo?” “No, è solo che…” Ash cercò le parole adatte “Solo che…” ma poi ci rinunciò, scrollando le spalle “Sono molto rilassato, credo. E siccome non capita molto spesso, faccio fatica a…” di nuovo si bloccò. “Ora come ora faccio fatica a parlare” si schermì, arrossendo. Il prete gli porse una tazza di tè con del latte “prendi, quando ti sarai riscaldato sarà tutto più facile” Ashley prese la tazza e se la portò alle labbra, facendosi riscaldare il viso dal vapore, ma non bevendo. Il prete prese la sua tazza fra le mani e iniziò a sorseggiarla. “E’ un quadretto piuttosto carino, non trovi? Di prima mattina, a bere tè. Uno si potrebbe anche aspettare che ora io debba uscire per andare al lavoro e tu pure...” “Se davvero volessimo completare un bel quadretto familiare, dovrei anche offrirti dei biscotti, che non ho” “E’ davvero una casa poco accogliente, questa!” sorrise Ash “Neanche dei biscotti fatti in casa per questo povero figliuolo” “Vige una certa austerità, qui intorno” disse il prete con aria furtiva, indicando con l’indice il perimetro della stanza “e non si sa mai cosa possa dire il vecchio se trovasse un biscottino. La gola del resto, è uno dei peccati capitali!” Ash scoppiò a ridere: “Sì” fece poi una faccia terrorizzata “E il vecchio è uno che non si vuole rincontrare una seconda volta nella stessa giornata!” “Qui tocchi un tasto dolente!” puntualizzò il prete e Ash annuì, pensieroso. “Certo, non ti invidio” disse poi, ridendo di nuovo. Non rideva spesso, ma quella mattina gli sembrava così facile ridere che continuava a farlo “Certo che sei un prete strano tu” disse d’un tratto Ashley “parli male dei tuoi superiori, dici cose come scopare senza arrossire… Non mi cacci, anche se ti faccio perder tempo” “Mi sembra che qualcuno oggi ti abbia già cacciato, e penso che una volta al giorno sia sufficiente, non trovi?” Ash s’irrigidì. “Eri fuori anche tu?” “Ho sentito parte della conversazione” “Quindi…” e di nuovo non riuscì a bloccare quel maledetto labbro che tremò “Il maglione…” “Non fa nulla” “Come non fa nulla, me l’avevi dato, s’è rotto e io…” “Tu niente. S’è strappato. Ho visto cos’è successo, e non fa nulla” Ash alzò lo sguardo che non s’era accorto di aver abbassato. “Scusami” “E di cosa?” “Ho strappato il maglione…” “Ma non è stata colpa tua” Ash si strinse nelle spalle “Neanche del vecchio. Avrei probabilmente dovuto lasciarglielo, era suo, ma…” Ash sospirò “Ma… cazzo” poi sbottò, cercando in questo modo di coprire l’imbarazzo “oggi non riesco a parlare!” Si strizzò gli occhi con le dita, e di nuovo si ritrovò con la bocca secca “Non avrei avuto la scusa per tornare, se gliel’avessi lasciato” Quella confessione stupì così tanto in ragazzo che non notò le mani dell’altro avvicinarsi alle proprie, incapace com’era di mettere un ordine razionale a quell’insieme di pensieri che affollava la sua testa. “Smettila di torturarti le dita, finirai per fartele sanguinare” Appoggiò la tazza a lato di Ash e gli prese le mani con le sue “Non devi avere scuse per passare di qui, puoi venire quando vuoi” Ash si lasciò prendere le mani “Certo” disse “per chiedere poi in giro di quel prete di cui neanche so il nome.” Poi sorrise: “E’ buffo, io non ho mai avuto buoni rapporti coi preti” Il prete gli massaggiò le dita: “Joshua, diceva bene il vecchio” “Ashley” le loro mani si strinsero. “Ma aspetta un attimo…” Ash alzò le sopracciglia e sul suo viso comparve il sorriso di chi ha appena scoperto l’altro fare qualcosa che non doveva “Non eri tu quello che l’altra sera mi ha corretto, quando ho chiamato il vecchio vecchio? Non si doveva chiamare Reverendo Paul? Mi sembra piuttosto irrispettoso da parte tua, riferirti al tuo superiore così” “Beh” padre Joshua si strinse nelle spalle “ vecchio è vecchio e diciamolo, non un buon prete” “Non ti tratta bene?” “Non tratta te bene” “Non è molto importante” Ash scrollò la testa. “E’ molto importante. Un prete non dovrebbe comportarsi come lui ha fatto prima. Esistono già le vecchiette del piano di sotto, oppure gli impiegati in posta che sono acidi e scorbutici.” “E’ per quello che sei diventato prete?” “Per quello cosa?” “Per far sì che non tutti i preti brandissero scope contro i malcapitati?” Padre Josh abbassò un istante gli occhi e guardò le loro mani che erano ancora l’una nell’altra. Le separò, sospirando. L’aria si fece improvvisamente più fredda e Ash cercò di non perdere quel contatto, ma poi fu obbligato a lasciare le mani del prete che continuò a guardare. “Il tè si raffredda” gli disse padre Josh non notando – o forse fingendo di non notare – il tentativo del ragazzo di tenere le sue mani nelle proprie “Sono diventato prete perché vorrei aiutare gli altri…” “Si diventa medico, in quel caso. O si va in Africa. Non si diventa prete e non si finisce in una parrocchia di Londra” Padre Josh sorrise “Non è vero, esiste un certo strato della popolazione…” poi si corresse “ esistono certe persone che non sono malate o che non vivono in Africa, che posso in qualche modo aiutare” “Offrendo tè caldo quando hanno freddo” “Ti consideri una persona che ha bisogno d’aiuto?” Ash guardò padre Josh, attirato ancora dal quei capelli ribelli sulle orecchie, poi scosse la testa “No, non lo sono. Ho un tetto, ho dei soldi che mi danno da mangiare, ho degli amici con cui divertirmi, ho una televisione dove guardare il calcio… Alla fine, chi lavora in ufficio tutto il giorno magari sta peggio di me” Padre Josh sorrise, non ma non lo interruppe. “Magari, anche l’impiegato in banca non ha voglia di tornare a casa e va a bere al pub… Alla fine, l’importante è tirare a fine mese e cercare di stare bene…di essere felici” Di nuovo, quella suo fastidiosa abitudine di dire troppo, di non pensare prima di parlare quando gli argomenti non erano i soliti che trattava… Di nuovo, quel maledettissimo labbro inferiore che non stava fermo. Di nuovo un passo indietro. “Poi vedi, quando incontro persone come te, al lavoro intendo, traggo anch’io il mio beneficio. Mi diverto anch’io e mi piace, non è solo un servizio che faccio a loro, nonostante mi paghino. E’ vero, non sempre va bene, ma uno come te lo scoperei anche per qualche sterlina” Concluse Ash con quel sorriso che sapeva, era perfetto sulle sue labbra. “ma è meglio che vada, devo dormire un po’, altrimenti non rimorchio nessuno stasera, se ho l’aria troppo stanca”. Ashley scese dalla cassettiera dov’era seduto, ma perse l’equilibrio. Obbligato a fare un passo in avanti per mantenere l’equilibrio, si avvicinò troppo a padre Josh. La sua mano agì molto prima che la sua mente potesse capire e andò su quei ciuffi di capelli castani, per sistemarglieli dietro l’orecchio “Sembri poco professionale, altrimenti” si obbligò a dire,misurando parola per parola, per evitare che la sua bocca si seccasse. “Almeno non mi scambiano per il vecchio” “Sei un irrispettoso” sorrise Ash grato che Joshua non avesse detto niente di quella mano fra i capelli. “Sono sincero” puntualizzò l’altro “ e peccherei se dicessi menzogne” “Sono contento di non avere certi problemi” Ashley rise “ Allora, ci vediamo” salutò il prete alzando la mano “e grazie di nuovo per il tè.” D’improvviso aveva la necessità di correre via, di scappare. Si accorse di indietreggiare, ma voleva girarsi e andare via. Padre Josh non glielo permise, e gli afferrò la mano. Ashley fece scorrere il suo sguardo dalla mano al viso e poi agli occhi del prete, ma non riuscì a fare nulla se non guardarlo: troppo dolci per poterlo allontanare. “Torna” gli disse lui “Se vuoi tornare torna, senza una scusa, solo perché vuoi” “Così mi farai del tè?” Padre Joshua sorrise “Se vuoi, oppure se ti va possiamo guardare qualche partita insieme, o anche solo fare due chiacchiere” La pelle sotto la mano di padre Joshua era in fiamme: “Forse” rispose Ash, con gli occhi ancora fissi sull’altro. Il prete lo lasciò andare “Allora ti aspetto”