lunedì 14 settembre 2015

Voglio una vita che splenda (capitolo I- parte 1)





Per un attimo si guardò le mani mentre scriveva, si fermò fissandole pensierosa. 
  
La sua mano era grande e calda; gliela prese a sorpresa, senza chiedere, con arroganza, eppure il suo sguardo era docile, gli occhi erano, però, rossi. 
Aveva bevuto. E certo che aveva bevuto, era un ubriacone. 
"Beh, piacere di rivederti bella" sussurrò incurvando l'angolo della bocca in un sorriso sornione. 
"Si, anche per me, ora scusa, ho da fare" rispose lei stizzita e incantata allo stesso tempo da quelle gemme verdi. Ritrasse la mano, senza riuscire a liberarsi. 
"Allora a presto" aggiunse e piano, senza fretta, lasciò la presa. Allontanandosi. 
Anche Victoria fece qualche passò, poi voltò la testa e si meravigliò nel constatare che anchRaphael fece lo stesso.  
Si girò subitamente, prese l'amica sottobraccio e andò nella direzione opposta.  
  
Si alzò prendendo il bicchiere con il caffè fumante e andò vicino alla finestra. Faceva freddo. Fuori e nel suo cuore. 
Non ricordava di preciso quando si fossero incontrati la seconda o la terza volta. 
E non si ricordava neppure il loro primo bacio. 
Nemmeno il primo appuntamento. 
Strano per una donna, eh? 
Sospirò piano. Quanto tempo era passato da allora? Anni. 
Dieci anni. E ancora le veniva in mente. 
Ora era una donna, non più una ragazzina. Aveva il suo passato, eppure lui entrava con prepotenza nella sua mente. 
Guardò l'immensa distesa di campi dal suolo congelato. 
Iniziava a nevicare. 

I fiocchi cadevano piano. 
Lei lo prese per mano e, in silenzio, attraversarono il parco illuminato dalle luci natalizie. Si sedettero su una panchina, la loro panchina. 
Victoria prese dalla borsa una scatoletta e gliela diede, lui la fissò con sguardo interrogativo. 
"E' il mio regalo per te, cioè per noi, per Natale" sorrise. 
Raphael l'aprì, dentro c'erano due fedine. 
"Sai, ho pensato che sarebbe carino se il nostro legame fosse non so... visibile, penso" arrossì la ragazza. 
"Grazie amore" sussurrò lui e la portò al suo petto "Grazie di tutto". 
Lì, fra le sue braccia, era caldo. 

Una porta sbattè forte. Victoria si intestardì a continuare a guardare fuori. 
Con passi pesanti un uomo entrò nella stanza. Senza bussare, ovviamente. 
"Che stai facendo?" Domandò una voce profonda. 
Silenzio. 
Lui si avvicinò e la fissò. 
"Non parli?" 
"Che devo parlare con te?" Rispose lei con voce roca. 
"Va bene. Non parlare, puttana" sibilò lui. 
Victoria prese un libro che aveva vicino e lo scagliò verso di lui. 
"Puttana è tua madre!"urlò tremando. 
In un attimo lui le fu accanto, le mise la mano al collo attaccandola alla finestra con violenza. 
"Ripeti". 
"Puttana è tua madre e ora levati dai coglioni" fece lei cercando di respingerlo, ma lui la colpì ad un fianco. 
"Un giorno ti romperò l'osso del collo e basta, finirò con te" dicendo cosi, la buttò per terra e uscì dalla camera.  
Victoria respirava affannosamente. Di rabbia.  
Non piangeva più, ormai era abitudine che l'aggredisse fisicamente. 
Ora c'era solo rabbia e odio. Eppure bastava un momento di serenità affinché dimenticasse tutto e tornasse da lui come un cagnolino. 
Si alzò e corse fuori dalla stanza, lo trovò nel salone mentre accendeva la televisione. 
Gli diede un pugno su una spalla. 
"Ma vai a fanculo, hai promesso bastardo, hai promesso che non mi avresti più toccata" strillò sentendo le maledette lacrime agli occhi. 
"Vattene" rispose. 
Lei gli diede un altro pugno. Un altro ed un altro ancora. 
La prese per i polsi. 
"Smettila! Smettila una buona volta!" E la gettò sul divano. 
Le fu subito sopra dominandola con la propria forza.  
"Che pretendi? Mi hai tradito, no? Meriteresti molto di più" alzò la voce mentre, tenendole ferme le mani, la guardava con occhi di ghiaccio. 
"Sei stupido, non ti ho mai tradito" urlò isterica. 
"Menti, ancora continui a mentirmi!" Si arrabbiò e le strinse il viso con una mano facendole male "Se ti scopro ancora con qualcosa ti ammazzo" l'avvertì e la lasciò, prese la giacca da una sedia e uscì.  
Victoria sentì i passi allontanarsi nel silenzio del terreno innevato. 
Le facevano male le mandibole.  
Sputò sangue.

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