venerdì 17 febbraio 2012

Favola metropolitana (capitolo I)

AVVERTENZA!!!

Come alcuni di voi sanno, sono ormai circa due anni che non mi avvicino alla scrittura; non ho né l'ispirazione né il tempo, qualche cosa, però l'ho scritta, ma attendo di migliorare ciò che è stato fatto. Nel frattempo ho pensato di farvi leggere altre cose, che non sono farina del mio sacco. Questo racconto, che si articola in sei capitoli, è stato realizzato da una bravissima autrice, che ha il nick di Dicembre. Purtroppo non le ho potuto chiedere il permesso di postare il suo racconto, poichè è scomparsa da più di due anni. Tuttavia, se ci fosse da reclamare, la mia mail ce l'avete. Infine, vi auguro una buona lettura (lei è bravissima).

Jivri'l.































Pioveva a dirotto quel giorno. Faceva freddo.

Ashley si accese l’ultimo mozzicone di sigaretta che aveva e guardò il cielo, mentre con la punta del naso cercava di evitare le gocce che gli cadevano addosso.

“Che cazzo fai, si può sapere?”
”Tengo il naso asciutto” rispose senza smettere di stare col naso all’insù

“Tu sei tutto scemo” Mikey – o come lo chiamavano gli altri Mikey il Topo – si schiacciò contro il palazzo, sperando che la grondaia lo riparasse dalla pioggia battente.

“Tanto il culo dovrai bagnartelo per forza, meglio farlo subito”

Passò una macchina facendo schizzare acqua e fango tutt’intorno.

Il tentativo di Mikey di rimanere asciutto si rivelò subito del tutto vano. Ashley rise e s’accanì, per l’ultima volta, sulla sigaretta fra le sue dita che non aveva più nulla da dare.

Una seconda macchina passò di lì, con più calma. E si fermò, sull’altro lato della strada.

“Vai tu? Vado io?”

“Quello vuole te Ash, sarà uno di quei ricchi rotti in culo che vogliono i faccini delicati”

Il ragazzo mostrò il dito medio all’amico: “Ci vediamo qui dopo?”
”Se tutto va bene, ci vediamo qui domani”

Ash annuì, dirigendosi verso la macchina che lo aspettava col motore accesso.

Mikey aveva ragione, l’uomo all’interno della macchina era davvero uno di quei riccastri rotti in culo che si vedono sulle copertine dei settimanali. Ash mascherò il disgusto con un sorriso che sapeva gli avrebbe aperto i pantaloni e soprattutto il portafogli del tizio alla guida.

Appena entrato in macchina, l’uomo ingranò la marcia e sgommò via.

Probabilmente, pensò Ash, era la prima volta che faceva una cosa del genere.

Sapeva di dover parlare per primo, doveva mettere il cliente a proprio agio, ma per un istante si limitò a guardarlo. I pochi capelli che aveva sulla testa gli cadevano ordinatamente sulla fronte, quasi avesse speso ore dedicandosi ad uno ad uno dei pochi superstiti in un campo di battaglia semi-deserto.

Più capelli di certo non ne avrebbero fatto un adone. Gli occhiali troppo spessi, tondi, si appoggiavano sul naso un po’ storto che sembrava facesse fatica a respirare.

Evidentemente era agitato.

“Hai finito di squadrarmi?” chiese lui, con aria stizzita.

“Guardavo i tuoi occhiali. Ho sempre avuto un debole per le montature demodé”

“Li ha scelti mia moglie”
”Quindi immagino non si stia andando a casa tua” gli chiese Ash lascivo, appoggiando una mano sulla coscia dell’uomo.

“Sono qua per lavoro…Non ho una casa, sono in hotel” disse fermando la macchina “ma non andiamo in albergo da me. Non voglio che ti vedano”
”Qui?” Ash si guardò intorno. Erano nel parcheggio di un supermercato. Era chiuso e non si vedeva anima viva in giro.

“Quanto vuoi per un pompino?”

“Vai subito al dunque… hai fretta?” chiese Ash mettendo una mano sull’inguine dell’uomo e premendoli sull’erezione. L’uomo gemette.

“Quanto?”

“200”

“200 per un pompino? Senza guanto, mi auguro”

“Te lo scordi, amico”

“200 sterline per succhiare del lattice? 500, ma senza niente”

Ricco rotto in culo.

“500, le tue sigarette e te lo succhio senza preservativo, ma non mi vieni in bocca, mi avvisi prima”

L’uomo annuì, con gli occhi di qualcuno che sta quasi venendo nei pantaloni. Che tristezza.
Ash sapeva bene che l’uomo non l’avrebbe mai avvertito prima di venire, ma fece comunque finta di credere alle parole del suo cliente.

Tese la mano, aspettandosi i soldi.

“E se poi ti do i soldi e scappi? O se non mi piace?”

Ash non roteò gli occhi perché sapeva che sarebbe stato controproducente, ma questo davanti a lui era davvero un coglione.

“Dove vuoi che me ne vada, qui in mezzo al niente? A piedi poi. Prima il dovere” disse prendendosi il pacchetto di sigarette dal cruscotto “ poi il piacere” disse aumentando la pressione sull’inguine dell’uomo

“Va bene, va bene! Però fai in fretta”. Gli diede dieci pezzi da cinquanta freschi, appena usciti dalla banca. Ash sorrise e se li mise in tasca. Probabilmente, pensò, avrebbe potuto chiedere ancora di più.

Ma si mise a lavorare.

Le mutande bianche dell’uomo erano già umide e quando Ash gliele abbassò, lasciò che il pene dell’uomo, finalmente libero, gli sbattesse in faccia. L’uomo gemette. Sì, avrebbe fatto davvero in fretta.

Difatti ci volle pochissimo perché l’uomo afferrasse i capelli di Ash e iniziasse a rantolare, muovendo su e giù le anche cercando di prendere lui il controllo.

Ash non glielo lasciò fare, nonostante ciò l’uomo venne dopo pochissimo.

I muscoli dell’addome si contrassero e le gambe si strinsero intorno alla mano che gli stava accarezzando i testicoli. Ash tolse la bocca dal glande dell’uomo e lo toccò con la mano, quando questo venne, gridando.

Un grido acuto.

Per poco Ashly non scoppiò a ridere.

Non aspettò che l’uomo si riprendesse del tutto e aprì la portiera quando questi stava ancora tremando:

“M’avevi detto” cercò di dire lui “ che non potevi tornare a piedi da qui…” con la bocca secca, faticava a parlare fluidamente.

“E tu m’avevi detto che m’avresti avvertito prima di venire”

“Ah” l’uomo lo guardò colpevole. Con le mutande ancora calate e il pene flaccido, ma lucido di saliva e sperma, Ash provò un lieve disgusto.

“Au revoir”
”Aspetta!” disse l’uomo cercando di fermarlo “Quanto….” Deglutì “ Quanto per farti scopare?”

Ash sorrise “Sei un vecchio vizioso” gli sussurrò, alzando due dita.

“Due…Duemila?”

“E non c’è l’opzione senza guanto”

“E dove ti trovo?”

“Stesso posto, stesso bar” disse Ashley allontanandosi “a domani”.

La macchina non partì subito, ma Ash non si voltò indietro quando sentì il motore accendersi. Aveva già dimenticato tutto, altrimenti non sarebbe sopravvissuto.

Continuava a cadere una pioggia scrosciante e ormai il cielo era completamente nero.

Ash aprì la bocca, per fare entrare la pioggia e togliersi il sapore pastoso dell’ultimo cliente. E rimase lì, sotto un lampione, a faccia in su con la bocca aperta, per lavarsi un po’.

Non aveva esattamente idea di dove si trovasse. Sapeva di aver già visto la zona, ma probabilmente l’avrebbe riconosciuta di giorno. Lì, al buio, poteva essere ovunque. Iniziava a fare davvero freddo , la giacca zuppa era diventata inutile e Ash si guardò intorno per vedere se c’era un posto dove scaldarsi un po’.

Il portone di una casa, una banca, due negozi, chiusi e una chiesa, in fondo alla strada. Probabilmente anche lei era chiusa, ma tanto valeva andare a controllare. Non aveva voglia di litigare con i padroni della casa del portone, quando questi l’avrebbero trovato seduto ad insozzare il loro pianerottolo.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto appena guadagnato. Che stupido, pensò, 500 sterline per un pompino… Mikey non ci avrebbe mai creduto. I suoi prezzi erano alti, ma l’aveva proprio sparata quando aveva detto 200. Aveva visto uno ricco, evidentemente alle sue prime volte e aveva detto una cifra qualunque. Mai avrebbe pensato che questi gli avrebbe offerto di più.

Quella sera se la meritava al chiuso.

Entrò nella chiesa e si guardò in giro: era deserta. Qualche candela bruciava vicino all’altare e la poca luce che emanava si sfumava in quella elettrica, ma altrettanto debole, sull’altare. Si sedette su una delle panche in fondo e si strinse nelle spalle, Lì dentro non faceva così freddo, ma non sufficientemente caldo da riscaldarlo. Si alzò subito e decise di andare vicino alle candele dove, forse, avrebbe fatto più caldo. Camminò dritto in piedi, sul corridoio centrale,senza un gesto devoto nei confronti di quel crocifisso che, da dietro l’altare, sembrava incombere su di lui.

Ash non lo guardò neanche, ma anzi, gli diede le spalle sedendosi vicino alle candele dove, effettivamente, l’aria era più calda.

C’era un silenzio assoluto, all’interno della chiesa. Ashley sentiva solo il suo respiro e una goccia d’acqua, che, di tanto in tanto, cadeva dai suoi capelli.

Portò le ginocchia al petto per scaldarsi ulteriormente. Non aveva voglia di andare a casa, Mikey probabilmente non era ancora tornato e l’idea di rivedere Ian e Patrick a quell’ora di notte, probabilmente strafatti, non era certo delle più allettanti. Si ricordò del pacchetto nuovo che aveva in tasca e prese una sigaretta, accendendola con una delle candele lì di fianco a lui.

“Lo sai che ci sono persone che credono che quelle candele illumino la via dei loro cari verso il Paradiso…”

Ash sussultò e quasi cadde dalla panca su cui era seduto.

“Cazzo, non ti avevo sentito arrivare”

“E fumare in chiesa, inoltre, è proibito” disse l’uomo appena arrivato, togliendo dalle labbra di Ash la sigaretta e strappandone via la brace all’estremità.

“Sei uno che non si ustiona facilmente” commentò sarcastico Ash, ma poi guardò stupito l’uomo che gli stava porgendo il resto della sigaretta, spento.

“Dal sorriso che hai fatto quando l’hai presa, penso che tu la ritenga un bene prezioso. Sarebbe sciocco buttarla via tutta, no?”

Ash annuì, esterrefatto e riprese la sigaretta.

Guardò l’uomo davanti a sé. Era un prete giovane, poteva avere trenta, trentatrè anni non di più. I capelli lisci erano ben ordinati sulla nuca e sulla fronte, solo intorno alle orecchie ricadevano a ciocche sparse, quasi si ribellassero a quel taglio austero. La luce delle candele non permetteva ad Ashley di capire di che colore fossero. Castani? Biondo scuro forse?

Portava occhiali piccoli e ovali; minimalisti ma ricercati. Una montatura che ti saresti aspettato più su un cartellone pubblicitario, piuttosto che su un prete.

“Devo andarmene?”

“No” rispose il prete “ma ho pensato ti avrebbe fatto piacere del tè caldo” Disse porgendogli un bicchiere di cartone fumante “E’ da quando sei entrato qui che tremi. Ti ho portato anche questo” aggiunse appoggiando un maglione di fianco ad Ash “così ti riscaldi meglio”

“Non proprio all’ultima moda” disse con fare impertinente Ash che, comunque, si affrettò a togliersi la propria giacca. Non vedeva l’ora di avere addosso qualcosa di asciutto.

“E’ del parroco di questa chiesa, ha settant’anni, non puoi pretendere molto” rise il prete.

“Non sei tu il parroco di qui?” Il primo sorso di tè irradiò così tanto calore dall’interno che Ash sospirò di piacere.

“Ti sembro così vecchio?” lo rimproverò il prete “No, io sono qui per aiutare il parroco e per intraprendere la via che mi porterà a Dio”

“Io ne conosco ben altre di vie che ti portano a Dio” commentò Ash fra sé e sé, ma tenendo sotto controllo la reazione del prete. Reazione che non arrivò. “ E quindi mandi tu avanti baracca e burattini quando il vecchio dorme?”

“Il reverendo Paul” lo corresse il prete “non sta molto bene in questi giorni, per cui si ritira presto la sera e io mi occupo delle preghiere serali e di chiudere la chiesa, quando è ora”
”Ma stasera l’hai lasciata aperta”

“C’è sempre qualcuno che potrebbe aver bisogno di ospitalità nella casa del Signore”

“E’ incredibile che ci sia gente che crede davvero a queste cazzate. Io avevo solo freddo”

“Per qualunque motivo sia, sei entrato e questo per me è sufficiente”

“Anche se ho acceso una sigaretta con una candela?”

“Anche se hai acceso una sigaretta con una candela” gli sorrise il prete.

Aveva un bellissimo sorriso, così caldo e rassicurante che Ash si ritrovò a sorridere anche lui. Forse, anche se erano tutte cazzate le storie raccontate dai preti, rendevano più dolci le persone che ci credevano.

“Bevi sempre il tè senza niente? Neanche con un goccio di latte?”

“Il tè va bevuto senza nulla, altrimenti perdi tutto il suo sapore”

“Sarà, ma io l’avrei preferito con un po’ di latte”

“Fai anche il pignolo su come ti viene servito il tè?” lo prese in giro il prete.

“E’ quello che mi diceva sempre il Lercio, quando mi offriva i panini…”

“Il Lercio?”

“Sì, l’omino che aveva un baracchino di hotdog all’angolo a Becontree. Faceva i migliori panini di Londra. Non riusciva mai ad azzeccare il panino che doveva farmi, penso perché alla fine, non mi ascoltava neanche” Ash si strinse nelle spalle, sorridendo al ricordo “Perciò è naturale che mi lamentassi, quando mi dava il panino sbagliato.”

“Ma non hai detto che te lo offriva?”

“E che c’entra? Anche offerto, era il panino sbagliato”

“Ne parli al passato…”

Ash sospirò e guardò il prete negli occhi “E’ morto. O almeno, così dicono. E’ scomparso, al posto suo c’è un altro che fa panini, ma niente a che vedere con quelli del Lercio”

“Non sai cosa gli sia successo?” chiese il prete.

“Sai come vanno queste cose, uno chiede in giro…magari un po’ qua e un po’ là, ma nessuno ha notizie certe. Per un certo periodo è anche girata voce che il Lercio avesse avuto problemi con dei tizi ed un debito da saldare, ma non penso sia vero. Non era da Lercio fare debiti…Pensa che una volta” spiegò Ash “m’ha prestato un libro. Ha precisato però, che non me lo prestava, ma che me lo regalava e che io gliel’avrei regalato a sua volta, quando l’avrei finito. Diceva sempre che non voleva crediti, né debiti con nessuno. E’ inverosimile che uno così abbia dei debiti, non credi?”

Il prete guardò Ash e annuì “Che libro era?”

“Era un libro di viaggi, sull’Italia e il Mediterraneo”

“Vorresti andarci?”

“Da impazzire, se avessi qualche soldo, partirei domani. Ma sai, per ora è troppo caro lasciare l’Inghilterra”

“Non sei mai andato all’estero?”

Ash si strinse nelle spalle “Il Galles conta?” e poi rise, divertito.

“L’Italia è molto bella, ti auguro davvero di poterla visitare un giorno”

“Ci sei stato?” chiese entusiasta Ash, ma poi riportò la voce al tono di sempre “Sì, ci andrò un giorno… Vorrei vedere il mare…caldo”

“Il mare caldo?”
Ashley annuì e il prete rise.

“E’ divertente?”

“No, è che di solito, se qualcuno vuole visitare l’Italia è per andare a vedere Roma, Firenze o Venezia… E non per vedere il mare caldo…”

“Vorrei andare anche a Roma, Firenze e Venezia, ovviamente. Ma soprattutto, vorrei stare in riva al mare e che questo sia caldo e brillante, come in quelle foto del libro del Lercio. Poi la sera potrei andare in giro per città , ma di giorno…” Ash non concluse la frase, perso fra quelle immagini che aveva visto mille volte, su un libro che non aveva mai più restituito.

Riusciva sempre a controllare le sue reazioni, dosare le parole e i gesti, ma quando si lasciava andare, il suo labbro inferiore sfuggiva al suo controllo e tremava, a volte impercettibilmente, altre volte più marcatamente. Da sempre era qualcosa che non riusciva a controllare e che lo infastidiva a dismisura.

Anche in quel momento, fra il ricordo del Lercio e di un possibile futuro, il suo labbro tremò, sopraffatto da una malinconia improvvisa.

Suonarono le campane.

“Cazzo” scattò in piedi Ash “Mi sa che s’è fatto tardi”. Si girò verso il prete per salutarlo, ma gli mancarono le parole. Gli sorrise semplicemente e l’altro fece lo stesso.

Corse via, per raggiungere il più in fretta possibile la metropolitana che l’avrebbe portato a casa.

domenica 12 febbraio 2012

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo X)


Rientrare in quella casa gli provocò una piacevole sensazione che mai avrebbe immaginato di provare. Quasi si commosse nel sentire, appena messo piede in casa, quell’inconfondibile odore buono, difficile da classificare. Forse era il caffé che ogni mattina preparava per lui e a volte anche per Viktor oppure lo champagne che il bruno gradiva molto. Non lo sapeva, sapeva solamente che era felice di essere di nuovo lì, a casa sua. Mai nella sua precedente abitazione si era sentito così a proprio agio. Lì non poteva fare il bagno quando voleva o mangiare a tutte le ore. Lì faceva la fame e non poteva nemmeno usare i propri guadagni per comprare cibo o sapone. Chiuse gli occhi. No, non sarebbe più stato così. Entrò nella propria stanza, seguito da Viktor, che l’aveva aiutato con le poche borse.
“Ecco. Rimetti tu tutto in ordine?” chiese il bruno con il suo solito tono di voce controllato.
“Si, non preoccuparti” lo guardò “grazie” disse. L’uomo fece per andarsene ma Erast lo richiamò “non dicevo per i bagagli” il bruno capì, lo guardò negli occhi ed uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Il rossino rimase solo. Si mise a sedere e si tenne la testa con le mani. Non aveva più parlato con l’altro della storia di Raphael. Apparentemente sembrava tutto risolto ma… con Viktor per la maggior parte non si capiva nulla. Era lui che comandava, punto. Sbuffò e si lasciò cadere con le spalle sul letto. Non voleva ammetterlo, ma la storia della ‘notte’ di passione col dottore ancora gli bruciava dentro, un po’ per orgoglio ferito e… sì, un po’ per gelosia. Che c’era di male?
Si girò su un fianco, stringendo il cuscino tra le mani. Ma guarda in che guaio si era cacciato, pensò tra sé e sé. Cosa aveva pensato l’altro di quella scenata da mogliettina tradita? Si diede del deficiente.

Viktor era andato nella propria stanza a mettersi qualcosa di più comodo. Era molto sollevato dal fatto che Erast fosse riuscito a guarire così rapidamente. Però quella nube nei suoi occhi non se n’era ancora andata, dal giorno della ‘discussione’ in ospedale. Era ancora molto giovane, a quell’età si tende a dare un’idea romantica alle cose. Si guardò nello specchio. Raphael aveva risvegliato qualcosa in lui, che credeva morto. Quella notte la passione era stata travolgente e il profumo della persona che un tempo aveva amato lo aveva stregato. Di scatto uscì dalla camera, per dirigersi come una furia in quella del rossino.
Erast sobbalzò quando l’altro entrò, ovviamente senza bussare.
“Bene, certe buone abitudini non si perdono mai, vero?” chiese Erast sarcastico. Il bruno chiuse forte la porta e gli si avvicinò velocemente, spingendolo sul letto e salendogli sopra, torreggiando su di lui. Il rossino era rimasto senza fiato da tanto impeto. “Co-cosa diavolo fai?!” chiese balbettando.
“Sono venuto a riscuotere” disse il bruno semplicemente “non ricordi? Mio ogni notte, fino all’alba” e così iniziò a spogliarlo, gli alzò la maglia e slacciò i pantaloni, mentre l’altro si ribellava debolmente.
“Ma… che fai... non…” tentò di dire senza grinta.
“Ma come? Mi pareva che mi volessi da un periodo a questa parte. Rispondi bene ai miei baci… e poi sei mio, lo sai. Posso fare questo” lo baciò sul collo, prendendo a stuzzicargli violentemente un capezzolo.
L’altro mugolava; era bello avere quelle mani addosso, ma per qualche motivo non si sentiva per niente a proprio agio, non riusciva a rilassarsi come avrebbe voluto. Viktor se ne accorse e interruppe quell’assalto per guardarlo in viso.
“Che hai? Perché sei così rigido?” gli chiese freddo. Erast voltò la testa, senza rispondere; l’uomo sbuffo e si alzò da lui “peggio di una donna!” si risistemò, irritato. Il rossino si rimise a sedere, mortificato. Perché aveva reagito così? Dopotutto era un suo diritto prenderlo, esattamente come tanti avevano fatto. Perché negarsi così palesemente? “preparati, tra un po’ devi andare a lavorare”.
Erast ubbidì e Viktor uscì dalla stanza.

Erast era splendido ogni sera che andava al night e quella notte non fece eccezione. Aveva lasciato perdere quell’impegnativo completo elegante e aveva indossato una lunga maglia morbida, stretta in vita da una fascia e stretti pantaloni di morbida stoffa e pantofole. Non appena Viktor lo vide arrivare, trasalì. Il ragazzo era bellissimo, ma perché era vestito in quella maniera? Lo afferrò per un braccio mentre passava.
“Ehi!”
“Come sei conciato?” gli chiese duro.
“In maniera comoda” rispose tranquillamente “ricorda che sono in convalescenza”.
“Va bene” e lo lasciò andare.
Il rossino si diresse da un gruppo di 5 uomini che lo chiamavano radiosi. Rispose con un gesto delicato della mano e un sorriso. Un uomo, il più intraprendente, lo afferrò per i fianchi, avvicinandoselo. Gli afferrò i capelli e lo fece abbassare, baciandolo sulla bocca.
“Vedete com’è adorabile?” chiese l’uomo agli altri, ridendo malizioso, facendo sedere Erast sulle proprie ginocchia.
Il rossino gli accarezzò il viso, poi lasciò scivolare la mano sul suo collo.
“Le mie labbra sono di vostro gradimento, signore?” chiese il giovane con tono sensuale.
“Oh si, caro” rispose l’altro con voce roca “permetti anche ai miei mici di provarle” e così dicendo l’uomo spinse il rossino tra le braccia di altri due uomini.
Erast si sentiva parecchio infastidito quella sera da quei maniaci; sicuramente era il suo stato d’animo a renderlo così insofferente verso di loro e anche leggermente irritabile.
Viktor osservò le labbra adulte dei cinque uomini che lambivano quelle del ragazzo, le loro mani che afferravano i suoi fianchi, possessivi e tutto questo gli apparve improvvisamente come un obbrobrio. Si avvicinò a grandi falcate al gruppo e sorrise affabile.
“Scusate, cari signori, spero di non disturbare” era davvero sua quella voce? Appariva così remissivo e umile.
“Ma cosa dice signor Van Vachmedin! E’ sempre un piacere averla tra noi. Anzi, vorrei complimentarmi con lei per questo ragazzo” disse sorridendo, passando un braccio intorno alle spalle del rossino “è adorabile, davvero, il migliore che sia mai stato in questo club e io posso dirlo! Sono abituale frequentatore” confessò con orgoglio.
Viktor sorrise di nuovo.
“Mi fa piacere. Però, vi pregherei di non essere troppo… veementi con il mio ragazzo. Sapete, è appena uscito fuori da un periodo di malattia e stanchezza, quindi è abbastanza fragile”.
“Sul serio? Oh, povero piccolo” disse il secondo uomo.
“Saremo gentilissimi. E’ vero che siamo gentili con te giovane…” s’interruppe il terzo, tentando di ricordare il nome dell’altro.
“Erast” completò il rossino.
Viktor si esibì in un breve inchino e si allontanò, scoccando un’ultima occhiata al ragazzo.

Al mattino, Erast rientrò in casa, sospirando. Finalmente era finita, non ne poteva più di quelle carezze dissolute. Entrò in cucina e bevve un bicchiere d’acqua.
“Andato tutto bene?” chiese una voce dietro di lui.
“Si, al solito” rispose il rossino senza voltarsi, sciacquando il bicchiere e rimettendolo a posto.
Solo allora si girò verso l’altro; Viktor gli si stava avvicinando.
“Eri meno vivace del solito”.
“Mah, non saprei, saranno i sedativi che ancora circolano nel mio corpo”.
“Sì, sicuramente” rispose l’altro non staccando gli occhi da lui.
Si era avvicinato così tanto da mettere Erast contro il lavabo.
“Ti serve qualcosa?” chiese il rossino con voce stanca.
L’altro gli fece alzare il viso e lo bacio impetuosamente sulla bocca. Erast non si oppose. Quando l’altro si staccò da lui si guardarono negli occhi.
“Non più” rispose il bruno e se ne andò.

Si preparava per un’altra serata. Stava decisamente meglio e così anche il suo umore. Si stava allacciando la cravatta allo specchio quando riflessa vide anche un’altra figura, quella di Rosalie. Il giovane si voltò.
“Ehi, come sei entrata?” chiese sorpreso.
“Eh eh la porta era aperta. Sono venuto a prenderti” disse la giovane sorridendogli tenera.
“Ah, gentilissima come al solito, ma devo ancora prepararmi. Sua Maestà mi vuole perfetto!” disse scimmiottando Viktor.
Rosalie rise divertita.
“Lo so, lo so mai contraddirlo! Allora ti aspetto al club” gli scoccò un bacio sulla guancia “a tra poco”.
“A tra poco”.

Rosalie uscì dall’appartamento e quasi andò addosso a Viktor, che stava per entrare.
“Buonasera!” esclamò lei.
“’sera”.
“Mmh di poche parole, ok”.
“Rispetto ragazza…”
“Si, si agli ordini” disse la giovane allontanandosi con le braccia dietro le spalle.

Viktor entrò in casa, poi nella camera di Erast. Rimase incantato a guardare il giovane. La sua figura slanciata e magra, il fisico ben proporzionato, le lunghe gambe magre e muscolose, il collo sottile, il profilo affilato, quel nasino dritto e adorabile. Sorrise sotto i baffi e si avvicinò lentamente, così piano che Erast si accorse a malapena del suo arrivo. Si voltò un attimo, poi tornò a guardarsi allo specchio. Quella cravatta si scioglieva sempre ma perché?
“Sei pronto?” gli chiese il bruno a braccia conserte.
“Quasi…” rispose il ragazzo impacciato. L’altro notò la sua difficoltà, allora lo fece voltare e gli allacciò la cravatta come si deve “grazie…”.
“Ti aspetto di sotto” il bruno fece per andarsene ma poi si bloccò “una cosa…” Erast lo guardò in silenzio, attendendo “ evita di baciare tutti quegli uomini. Se rendi la cosa abituale, perde di fascino. Fatti desiderare, sii sfuggente e negati”.
Il rossino non rispose, ma annuì e l’altro uscì di casa.
Perché quella richiesta? La sua fama non diminuiva con i baci, anzi. Forse voleva renderlo più misterioso e sensuale. Ma perché scervellarsi tanto, inutile tentare di capire quell’uomo!

Era la vigilia di Natale.
La città era stata ricoperta da un candido manto giusto la notte prima. Erast amava la neve, sembrava cancellasse ogni ricordo, ogni negatività e che purificasse tutto, col suo gelo e la sua bianchezza. Era rimasto piacevolmente sorpreso quella mattina, quando alzatosi si era affacciato alla finestra e aveva visto il mondo tutto bianco.
Puro, incontaminato, buono.
Sorrise, teneramente come un ragazzino, dimostrando tutti i suoi diciotto anni. Era ora di pranzo, Viktor non c’era, doveva sbrigare delle faccende. Indossava ancora la lunga veste da notte che aveva usato come pigiama; squillò il telefono.
“Sì, chi parla?”
“Pronto? Viktor…”
“No, non è in casa al momento. Chi parla?”
“Erast? Sono il dottor McRains”.
Al giovane mancò il respiro. Tentò di dire qualcosa, ma si scoprì molto teso e agitato.
“Ah… buonasera dottore”.
“Come stai?”
“Bene… molto meglio, grazie. Mi lascia… mi lascia un messaggio per Viktor?” chiese con voce spenta.
“No beh… si, volevo fargli gli auguri”.
La serratura della porta scattò, Erast si voltò in quella direzione; teneva il telefono con due mani e stava rannicchiato sul divano. Entrò il bruno.
“Con chi parli?” chiese posando le chiavi sul mobiletto di legno.
“… il dottor McRains” disse in un sospiro.
Viktor si avvicinò e gli tolse il telefono dalle mani e gli lanciò uno sguardo che lo invitava a lasciarlo solo. Il giovane lo guardò con un’espressione apparentemente calma e rassegnata ed entrò nella propria camera, socchiudendo la porta, appoggiandosi con la schiena ad essa, le mani intrecciate dietro la schiena. Sapeva che non avrebbe dovuto origliare, ma non poté farne a meno. Il cuore gli batteva all’impazzata. Viktor si sedette sul divano, accavallando le gambe, si accese una sigaretta e iniziò a parlare.
“Raphael”.
“Viktor, ciao. Come va, tutto bene?” chiese il biondo sentendo una strana emozione dentro.
“Si, non c’è male”.
“Gli affari?”
“A meraviglia” rispose calmo.
“Il ragazzo sta bene a quanto pare. Mi fa piacere. Ha più avuto crisi?” chiese il medico sinceramente interessato.
“No, sta bene, è fin troppo vivace”.
Il biondo sorrise.
“Benissimo! Non sono molti i casi di guarigione così veloci. Il tuo non fu così”.
“Già” secco.
Il dottore si leccò le labbra, socchiuse gli occhi, dolcemente.
“In realtà ho chiamato per farti gli auguri. Domani è Natale, non credo tu lavori”.
“No, infatti. La cosa bella del disporre di parecchio denaro è che sono gli altri a lavorare per te all’occorrenza”.
“Che cinico! Non cambi mai” ridacchiò; ci fu un breve momento di silenzio poi Raphael continuò “pensavo… ti andrebbe di vederci domani… non so, andare da qualche parte. Poi possiamo stare a casa mia la sera…” disse timidamente, in un invito più o meno esplicito.
Il bruno spostò lo sguardo sul pavimento. C’erano le pantofole pelose di Erast. Sorrise.
“Mi dispiace Rahael. E’ una proposta allettante… ma io domani sono impegnato”.
“Ah… capisco. Dovevo immaginarlo, scusami. Immagino che starai con quel ragazzo…” disse cercando di non trasmettere all’altro la delusione.
“Raphael, non posso dimenticare la passione che mi ha unito a te per anni” avrebbe voluto dire amore non passione “siamo cambiati entrambi, eppure mi ha travolto di nuovo come fuoco vivo… ma… ”
“Non dire altro. Lo so. Quel giovane ti ha cambiato, il tuo sguardo è più dolce. Anche mentre fai l’amore sei più tenero”.
“Grazie per il tuo invito”.
Il biondo sorrise.
“Passa un buon Natale Viktor”.
“Anche tu”.
E la conversazione terminò.
L’uomo rimase fermo, lasciandosi trasportare dal fiume dei suoi pensieri. Vide la porta della camera di Erast sbattere e poi riaprirsi improvvisamente. Sorrise malizioso e si avvicinò. Aprì la porta, facendola sbattere contro il ragazzo che stava ancora a terra.
“Ahi!”
“Non ti hanno insegnato che non si origliano le conversazioni altrui?”
Il rossino alzò la testa, lo guardò.
“No, non me lo hanno insegnato”.
“Te lo insegno io allora”.
Detto questo il moro lo prese da sotto le ascelle, obbligandolo ad alzarsi.
“Che cazzo fai?!” chiese Erast alzando la voce.
“Passi la giornata con me domani”.
“Cosa? Ma hai detto…”
“Che sono impegnato. Con te”.
Il rossino non sapeva cosa rispondere, non ci capiva più niente. Aveva sentimenti confusi dentro e tristezza e rabbia.

E gelosia.

“Ma Raphael…”
“Ho voglia di passare il Natale con te. Come te lo devo dire, vuoi un telegramma?”
Erast lo guardò con due occhini liquidi che lo addolcirono e lo fecero pentire del tono brusco appena usato.
“Allora non vai da lui domani?”
Si era tradito con questa frase.
“No. Idiota” lo abbracciò, sentendolo arrendevole, piccolo fragile “sei proprio impossibile tu!”
Il rossino ricambiò l’abbraccio.
“Sei indecifrabile. Ma ti voglio bene”.
Viktor sbarrò gli occhi. Cosa avevano detto quelle labbra?!?! Non riusciva a crederci. Lui, così orgoglioso, così testardo, così dispettoso, gli aveva appena detto che…
“Ridillo…”
“No, cazzo!” sbottò il giovane al colmo dell’imbarazzo.
“Non dire parolacce, è Natale, piccolo maleducato”.
Il rosso rimase in silenzio, abbracciandolo, godendosi il momento e la sua piccola vittoria con Raphael.

Era sera. Si trovavano nella villa in campagna di Viktor, la stessa dove l’aveva portato quando era in preda alla crisi d’astinenza. Amava quel verde ora divenuto bianco, quegli alberi che sembravano poter raccontare mille storie e conoscere altrettanti segreti e le stelle che sembravano essere più numerose e brillanti che in città. Erast stava fuori casa, a guardare quel cielo trapuntato di stelle, vestito con cappotto pesante e una sciarpa enorme, regalatagli da Rosalie, che l’aveva fatta apposta per lui. Si sentiva bene, come mai gli era accaduto in vita sua. Stava col naso all’insù e un lieve, involontario sorriso sulle labbra rosse.
“Aspetti Babbo Natale?” chiese Viktor che era appena uscito dalla villetta, indossando il suo cappotto nero stretto in vita.
Il rossino si voltò. La sua vista gli mozzò il respiro. Era così attraente.
“Spiritoso” disse tornando a guardare il cielo.
“Non vuoi un cappello?”
“Non mi piacciono i cappelli”.
“Vanitoso. Non vuoi coprire i tuoi capelli”.
Il bruno gli si avvicinò, abbracciandolo da dietro, mettendogli le braccia intorno alla vita e attirandolo a sé, come se fosse una piuma. Stare contro quel corpo forte esaltò Erast, dandogli un lieve rossore sulle guance, cosa che poteva nascondere, incolpando il freddo.
Il più grande poggiò il mento sulla sua spalla facendolo rabbrividire e lui si accoccolò ad egli, rilassandosi.
“Freddo?”
“Eh?” chiese il rossino come cadendo dalle nuvole.
“Sei rabbrividito”.
“Ah… no, sto bene. Cioè si! Che freddo”.
Viktor rise.
“Ok, ti lascio un po’ di tempo per decidere se hai freddo o meno” disse ironico.
“Ah, ah divertente!” esclamò ironico “Sto bene… ora sto bene” proferì il rossino a bassa voce, chiudendo gli occhi, alludendo alla vicinanza dell’altro.
Una musica lontana…
“Un walzer?” chiese Erast curioso.
“Dev’essere la famiglia della villa affianco” spiegò il bruno.
“Blue Danube”.
“L’hai mai ballato a parte con me quella volta?”
“No.”
L’uomo sciolse l’abbraccio per pararglisi davanti.
“Balla con me”.
“Come?!” chiese incredulo.
“Su” lo afferrò per la vita, l’altro si aggrappò alle sue spalle; il bruno prese una mano nella sua. Fu lui il primo a muoversi e Erast lo seguì, non perdendo nemmeno un passo. Iniziarono a volteggiare, leggeri e silenziosi sul manto di neve. Erast era imbarazzato ma felicissimo. Mai aveva provato una gioia simile a quella. C’era la neve ed era tra le braccia di Viktor, niente poteva essere più perfetto. Se pensava a quanto lo aveva odiato nei primi tempi. Qualcosa sul suo naso. Un fiocco di neve? Guardò in alto, la neve ricominciava a cadere, morbida e abbandonante. Anche Viktor guardò su, poi tornò a guardare l’altro, entrambi senza smettere di danzare “sei molto meglio della prima volta, quando tentavo di insegnartelo”.
Erast tornò a guardarlo e sorrise.
“Imparo in fretta”.
“Ti piace la neve non è così?”.
“Tantissimo” disse in un soffio il ragazzo.
Si poggiò con la testa sull’ampio petto dell’altro e continuarono il loro ballo. Viktor sorrise pieno di una dolcezza infinita. Avrebbe voluto rimanere per sempre lì, stringendo tra le braccia quel ragazzo tanto scontroso ma che gioiva delle piccole cose, semplice e sincero. Non gli aveva mai visto quell’espressione rilassata sul viso. Ok, ora lo sapeva. Aveva perso la testa per lui. Lo strinse di più a sé. Nel finale del walzer la musica impazzì, velocizzandosi e lui fece fare al ragazzo un caschè che lo fece impazzire. La musica finì e lui lo fece rialzare e si guardarono negli occhi. Ormai avevano addosso la neve caduta; Viktor pulì delicatamente i capelli dell’altro con la mano e gli sorrise in modo che sciolse Erast. Il giovane lo guardava con sguardo supplichevole, rapito. Ormai dipendeva totalmente da lui, che cosa gli aveva fatto? Si sentiva debole. Si appoggiò con la fronte al petto dell'altro, stringendo il suo cappotto nelle mani.
“Viktor io ti a…”
Non poté finire la frase perché l’altro gli strappò un bacio appassionato, tappandogli totalmente la bocca, facendogli morire in gola ogni parola. Lo strinse a sé e l’altro ricambiò, spalmandosi contro di lui, desiderando di sentirlo di più, di più…
Entrarono in casa, senza smettere di baciarsi. Al buio urtarono parecchie cose, ma niente li fermava. Si diressero a tastoni in camera da letto e Viktor lo buttò sul letto, andandolo a sovrastare, senza smettere un attimo di baciarlo. Si spogliarono a vicenda, togliendosi con foga la sciarpa, i cappotti, le maglie e continuando a baciarsi, ovunque. Il bruno lo inchiodò coi polsi al letto e prese a baciarlo sul collo, sul petto, strappandogli gemiti incontrollati. Erast voleva liberarsi le mani, voleva toccarlo. Il bruno glielo permise e il giovane gli accarezzo i pettorali, i muscoli del ventre e andò a slacciargli i pantaloni, velocemente, con mani tremanti. Intanto Viktor gi tolse i jeans, lasciandolo nudo, prendendo ad accarezzargli le gambe, il sedere, il membro caldo ed eretto tra le gambe. Il rossino gemeva, gli leccava il collo, lo baciava, lo stringeva a sé, accarezzandogli la schiena con impetuosità. Ormai nel silenzio vivevano solo i loro respiri pesanti, i loro gemiti, i loro ansiti incontrollati. Viktor sembrava emettere ringhi, talmente era la voglia che lo divorava. Sembrava un altro dal solito uomo controllato, ora era un vero concentrato di passione. Erast era un amante caloroso ed esperto, ma sentiva chiaramente il peso dell’altro su di lui, la sua forza, il suo impeto e si sentiva in qualche modo prigioniero.
E la cosa non gli dispiaceva per niente, anzi lo eccitava di più!
Il rossino succhiava con furia il collo di Viktor, facendolo gemere di piacere, ma questo gli prese il viso con una mano, staccandolo da lì e gli infilò la lingua in bocca, lasciandolo senza respiro, infatti Erast si stacco ansimante, cercando aria. Il bruno iniziò a lasciargli una scia di baci, dal collo verso il basso, passando sul petto, sulla pancia, ignorando il suo membro teso e succhiandogli e leccandogli l’interno coscia.
“Aaaaaaah, Viktor!” Erast non si tratteneva più ormai, era diventato un gattino eccitato bisognoso di attenzioni, che l‘altro era ben lieto di dargli.
Il bruno gli fece alzare una gamba e inaspettatamente andò a leccargli il buchino segreto tra le natiche e Erast si strinse alle lenzuola, urlando, quando quella lingua fantastica che poco prima aveva avuto nella bocca, prese a stuzzicare il suo orifizio, entrandoci persino dentro, facendogli raggiungere l’estasi. Venne copiosamente sul viso dell’altro. Trasalì.
“Che impeto…” disse l’altro tranquillo, pulendosi con la mano.
“Cazzo scusami. Non sono riuscito a controllarmi!”
Viktor sorrise vittorioso.
“Magnifico, allora apprezzi”.
Erast si inginocchiò davanti a lui, prendendo il sesso dell’altro tra le mani. Era così grande e tutto in tiro, la punta già bagnata. Ne godette segretamente. Si abbassò su quella punta meravigliosa e ci posò un bacio, poi due. Infine prese in bocca tutta la cappella, che quasi gli riempì la bocca; la succhiò forte, masturbandolo intanto con una mano, l’altra ad accarezzargli i testicoli gonfi. Viktor si morse le labbra ma non per trattenere i gemiti, solamente per non impazzire sotto il gioco spietato di quella lingua. Il rossino prese tutto il suo membro nella bocca, portandoselo fuori e poi dentro, fuori e dentro, continuando così per qualche minuto fino a che Viktor non lo staccò da lui. Si guardarono negli occhi, lucidi di eccitazione, brillanti nella notte. Il bruno lo spinse con la schiena sul letto, mettendosi tra le sue gambe, alzandogliele. Erast sapeva cosa stava per accadere. Oh, si, presto l’avrebbe avuto dentro, come da tempo ormai sognava, ma anche come temeva. Iniziò a tremare, i battiti del cuore aumentarono e mentre l’altro lo baciava sotto l’orecchio, sentì la sua punta strofinarsi contro il suo buchino. Strinse le spalle di Viktor.
“Ho paura…” disse in un sussurro appena udibile “non l’ho mai fatto…”
“Cosa non hai mai fatto?” chiese l’altro con voce arrochita dal piacere dirompente, che sentiva lo stava sommergendo ad ampie ondate.
Erast alzò lo sguardo per fissare lo sguardo nei suoi occhi, l’espressione dolce e intimorita.
“…l’amore.”
Il bruno impazzì a quella frase. Lo abbracciò, passandogli le braccia dietro la schiena fragile e calda, mettendo la sua guancia contro quella dell’altro, infondendogli calore, affetto e protezione.
Viktor entrò in lui, piano, strappandogli un prolungato sospiro di breve dolore, seguito da piacere. Il rossino lo accoglieva bene, perfettamente e lui gli scivolava dentro, a fondo, con tutto il suo sesso. Chiuse gli occhi mentre si fermò in lui. Fermi, l’uno dentro l’altro, tremanti come bambini timorosi, come amanti che si ritrovano dopo una vita. Erast si leccò le labbra e si aggrappò alle sue spalle; l’altro iniziò a muoversi piano, poi sempre più deciso.
“Viktor… aaaaah”.
“Erast…” lo chiamò il bruno sospirando, avvolto dal calore e dal piacere, da quel legame nato in maniera così poco ortodossa, che lo univa a quel ragazzino così dolce che si stava fidando totalmente di lui, facendo l’amore con lui non come una puttana ma come un ragazzo bisognoso d’amore e di dolcezza, dopo una vita vissuta nella violenza e nel dolore. Sentiva le gambe dell’altro cingere la sua vita per accoglierlo meglio, quella totale concessione di lui lo commossero nel profondo. Si mosse più forte in lui, Erast mugolò più forte e vennero insieme, gemendo l’uno il nome dell’altro; voci che si persero nel silenzio.
Il bruno crollò dolcemente sull’altro, lievemente sudato, respirando profondamente; Erast anche ansimava, gli occhi chiusi, il corpo tremante, il sesso e il seme di Viktor in lui. Aprì gli occhi. Sorrise.

Felice.

Il cinguettio degli uccelli svegliò il rossino. Il sole danzava nella stanza visto che la sera prima si erano dimenticati di chiudere tende e persiane. E come avrebbero potuto ricordarsene, era stati colti dalla follia. Guardò l’altro che aveva gli occhi chiusi, il viso rilassato, i capelli dolcemente scompigliati. Sorrise tenero. Com’era bello. Fece per alzarsi, voleva preparagli la colazione, ma la stretta di Viktor sul proprio braccio lo fermò e si voltò incontrando due occhi azzurri come il cielo, limpidi, privi di nubi e di astio, solo due occhi sorridenti e dolcemente maliziosi.
“Buongiorno”
Dio che voce roca, mamma mia! Pensò Erast.
“B-buongiorno…” riuscì a rispondere imbarazzato.
L’altro sorrise. Per poco il rossino non svenne.
“Dove stavi andando?” gli chiese il bruno.
“A… preparare la colazione”.
“No, no, no…” disse l’altro mugolando, abbracciandolo e attirandolo a sé, sul suo petto.
Erast ridacchiò; si sentiva un altro.
“Ma come, non vuoi del caffé?” gli chiese con le guance arrossate, accarezzandogli il petto e i favolosi addominali con le dita.
“Dopo ci vado io a farlo, ora fatti fare un po’ di coccole”.
Erast chiuse gli occhi felice. Si sentiva coccolato, viziato… nessuno l’aveva mai fatto sentire così; trattenne a stento lacrime di commozione. L’altro lo baciò sulla bocca, e lo ributtò sul letto, facendoglisi sopra, mettendo una gamba tra le sue, travolgendolo di nuovo con quella dolcezza e con quella passione che gli aveva fatto provare la notte precedente.
“Viktor… ti amo” disse Erast nel piacere.
Il bruno si fermò per guardarlo. Era così bello ed era suo.
“Stai arrossendo”.
“Ma cazzo!!”
Viktor rise e si rigettò su quelle labbra, illuminandosi di una gioia e di una soddisfazione che forse non aveva mai provato

Si svegliò… dov’era l’altro? Sul comodino un vassoio con del caffé e del latte e un fiore di campo viola. Erast si mise a sedere, si grattò la testa e lo prese tra le mani, sorridendo.
Quel cretino.



FINE.



Scritto, sognato, immaginato assieme a Viky. Merci ma chère.