mercoledì 20 giugno 2012

Favola metropolitana (capitolo II)

Arrivò a casa un’ora dopo, quando il sole era già alto in cielo. Inserite le chiavi nella toppa, Ashley non riuscì subito ad entrare in casa. “Ma che cazz…” Il corpo di un ragazzo che russava era steso e impediva il passaggio e così, altri quattro ragazzi, occupavano la sala, fra bottiglie di birra vuote e fumi di bonghi quasi esauriti. “Porca puttana, Topo!” Mickey uscì assonnato dalla sua stanza, vestito di soli boxer. “Che cazzo ci fanno questi qui?” “Una piccola festicciola, Ash, dai non te la prendere. Non tornavi più e mi stavo annoiando. Sono amici…”. “Cazzo, Topo, sono parassiti, che si scolano birra sui soldi degli altri “ Ash iniziò a scuotere i ragazzi sul pavimento uno ad uno. “Dai, Ash, lasciali stare” “Vaffanculo!” disse rivolto a Mikey e poi, vedendo che gli altri facevano fatica a mettersi in piedi, li sollevò di forza “Fuori di qui, cazzo!” e senza troppe cerimonie, li buttò uno ad uno fuori dalla porta, sbattendola alle spalle. Qualcuno protestò, ma le sue parole furono interrotte da un conato di vomito. “Ecco, così ora ci ritroviamo con una puzza sul pianerottolo per le prossime tre settimane. Ti ho detto che non li voglio a casa” Il Topo si strinse nelle spalle “Non abbiamo fatto niente di male. Tu te ne sei andato col tuo riccastro e siccome dopo non è passato più nessuno, non sapevano cosa fare, e ci siamo fatti due birre a casa”. Ash prese da terra una bottiglia vuota e la buttò nella spazzatura. “Tu piuttosto, dove sei stato?” chiese Mikey buttandosi sul divano “ Mi stavo quasi preoccupando, non vedendoti più tornare…. Cos’è, il ricco rotto in culo t’ha tenuto occupato tutta sera?” Ash rise, tirando fuori i soldi dalla tasca e sfogliando ad una ad una le dieci banconote. “Merda, cinquecento sterline. E che cazzo hai fatto a ’st’uomo?” Poi il Topo sgranò gli occhi “Non ti sarai fatto scopare senz...” ”Mi prendi per scemo?” tagliò corto Ashely “Un pompino” disse poi, orgoglioso. “Certo, un pompino al principe Carlo, per quella cifra!” “No davvero, lui m’ha chiesto quando volevo per un pompino, e io ho sparato una cifra a caso. Era uno nuovo, di quelli che non s’informano perché si vergognano e allora ci ho provato.” “Cinquecento cazzo di sterline. Ash, è troppo pure per te! Ma poi hai dormito da lui?” “No, siamo stati in macchina, poi sono tornato a piedi” “E ci hai messo 5 ore” Ash sospirò “Sono entrato in una chiesa lì vicino…” Mikey fece una faccia fra l’inorridito e l’incredulo e Ash continuò a spiegare. “Avevo freddo, perché ero bagnato e non sapevo come tornare perché non conoscevo bene la zona. Allora ho pensato di entrare in un luogo asciutto e aspettare l’alba” Ash si appoggiò con la schiena al muro e guardò fuori dalla finestra: la città che si stava risvegliando “E lì mi sono messo a chiacchierare con un prete” Mikey scoppiò a ridere “E di che cazzo hai parlato con un prete?” Ash non rispose subito e si strinse nelle spalle. “Abbiamo parlato del parroco di lì, del Lercio, del mare…” “Eh?” Il topo non stava capendo “Abbiamo parlato di cose… normali...” disse Ash accorgendosi troppo tardi di avere la voce rotta. “Di cose normali…” ripetè cercando, questa volta, di mantenere la voce più salda.. Non guardò in faccia l’amico, ma lo sentì schioccare la lingua, come quando il Topo non capiva qualcosa. Ash entrò nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle e solo allora lasciò andare il respiro, quasi lo stesse trattenendo da troppo tempo. Avevano parlato di cose normali, come una qualunque conversazione in un qualunque momento, eppure Ashley sentigli occhi inumidirsi e dovette strizzarli e darsi del coglione, per non piangere. Ripensò al prete e si rese conto di non averlo mai guardato, se non all’inizio della conversazione. Si ricordava bene i suoi capelli e i suoi occhiali, ma quello che gli vibrava addosso era la sua voce, che l’aveva scaldato dopo la pioggia. Ash guardò il maglione che aveva ancora addosso e lo strinse fra le mani. Si tolse le scarpe e i jeans, prima di mettersi a letto sotto le coperte. Non si tolse però il maglione, che continuava a stringere fra le dita. Chissà come muoveva le mani, quando parlava, chissà che espressione faceva quando ascoltava… chissà. Ash riascoltò la voce del prete prima di riaddormentarsi e solo poco prima di cedere al sonno si accorse che non gli aveva neanche chiesto il nome. Pioveva ancora. Orami era da giorni che non smetteva. Mikey e Ashley erano sempre al solito posto, sotto il lampione e le sua luce al neon. Ash aveva dormito fino al tardo pomeriggio, poi s’era preparato come sapeva sarebbe piaciuto ai clienti: un’ombra di matita sul bordo degli occhi e le ciglia, naturalmente lunghe, pettinate con cura. Troppo trucco gli avrebbe rovinato i lineamenti, che non erano sufficientemente femminili per stare bene colorati. Si mise nella borsa il maglione che gli aveva dato il prete. Non sapeva ancora dove sarebbe finito, quella sera, ma ugualmente se lo portò dietro. “Pensi che il rott’in culo tornerà?” ”Chi?” chiese Ash “quello di ieri? Ha detto che vuole fare festa, ma dubito che venga…” ”Perché scusa? Se ti ha dato cinquecento sterline, evidentemente gli sei piaciuto” “Gliene ho chieste duemila per il servizio completo” Mikey non credette alle sue orecchie “Cazzo, sei impazzito? Duemila! Ce l’hai d’oro?” Ashley rise e s’appoggiò al muro di fianco a Mikey. “Ehi, Topo, stasera niente baldoria, ci servono i soldi” “Con quello che guadagni tu, Ash, siamo al sicuro per mesi” “Sì, con la differenza che non sono tua madre e non ho intenzione di mantenerti” Il Topo roteò gli occhi: “Tanto saremo inchiodati qui ancora per tanto, è giusto darsi una mano a vicenda” “Parla per te, io appena posso me ne voglio andare…” Ashley aveva appena finito la frase, quando ricomparve l’auto del cliente del giorno prima “Cazzo, è tornato davvero” “Te l’ho detto che gli devi essere piaciuto! Certo che non è giusto, avessi una faccia come la tua, porterei anch’io cinquecento sterline a sera a casa…” Ash sorrise all’amico, prima di dirigersi verso la macchina. Il Topo, purtroppo, aveva ragione. Quel muso asimmetrico, il naso troppo grosso per le guance incavate e le orecchie a sventola che gli avevano valso il soprannome, non lo aiutavano di certo a trovarsi clienti. Ma era un tipo affabile e sapeva comunque lavorarsi le persone con le quali aveva a che fare, perciò riusciva a compensare con l’esperienza la sua mancanza di fascino. E poi, come diceva sempre lui, col culo all’insù si è un po’ tutti uguali, quindi alla fine anche il topo aveva la sua parte. Stessa macchina, ma soprattutto, stesso abito costoso del giorno prima. Per pagare un pompino cinquecento sterline quest’uomo doveva essere ricco, ma non sapeva di certo spendere soldi in vestiti. “Allora sei tornato” gli disse dolcemente “Ti aspettavo, ma non ero sicuro mi avresti voluto di nuovo” Il cliente era ancora agitato, forse più del giorno prima. “Dobbiamo andare in albergo” “Se ti agita essere visto con me, possiamo anche andare nel parcheggio. Sono molto…duttile” e lasciò che quelle parole rimanessero sospese in aria, senza che il suo cliente potesse fare niente se non trattenere un piccolo gemito. “No, in albergo. Duemila sterline, ma per tutta la notte. Va bene?” Era il tipico uomo che aveva bisogno di più riprese per durare un periodo soddisfacente. Una cosa che doveva fare più per lui che per l’altro, dato che ad Ashley non interessava assolutamente quanto un cliente durasse. Raramente gli altri si occupavano del suo di piacere quindi, altrettanto raramente, si occupavano di farlo venire. Ci aveva fatto l’abitudine e i clienti non sempre lo notavano. “Non ti preoccupare” disse Ash al suo cliente, appoggiandogli una mano sull’inguine “sono bravissimo a non farmi notare” L’uomo sollevò leggermente il bacino per aumentare la pressione “Spero sia vero…” L’albergo dove andarono era un albergo lussuoso, come Ash se l’era aspettato. Fu estremamente facile per lui introdursi senza essere visto, l’aveva fatto così tante volte che ormai, aveva perso il conto. Quando entrò nella stanza, il suo cliente era già lì, mezzo nudo, senza i pantaloni e con la camicia semi sbottonata. Ashley camminò verso di lui con passo felino. “Sei bellissimo” mentì così bene che il suo cliente gli credette immediatamente, ma non ebbe tempo di dire nulla perché la bocca di Ash succhio via qualunque parola di risposta. Venne subito, gridando, più forte di quanto avesse già fatto in macchina. “Non era…” farfugliò l’uomo ma non riuscì a formulare un pensiero coerente. “Era un piccolo anticipo di quello che ti aspetta, ora però il mio anticipo “ gli disse tendendo la mano. L’uomo gli mise dieci pezzi da cento sul comodino e Ash scosse la testa. “La cifra è duemila” “Ma…” protestò il cliente” “Duemila, o me ne vado con quei mille che mi pagano quello che ho già fatto” L’uomo sospirò e Ashley si sarebbe messo a ridere, ma non si può ridere del cliente. Non di fronte al cliente stesso. Duemila sterline vennero appoggiate sul comodino. Una scopata per duemila sterline, e quando gli ricapitava? “Duemila” disse titubante l’uomo “Ma ti voglio leccare e ti voglio fottere tutte le volte che voglio. Ti ho tutta notte” Per lo meno, pensò Ash, il suo cliente iniziava a mettere da parte le sue inibizioni e chiedeva esattamente quello che voleva. Anche se era chiaro che non sapeva che cosa l’avrebbe aspettato. Ash era terribilmente annoiato, lasciò che l’uomo lo spogliasse fingendo interesse, ma non vedeva l’ora che tutto finisse. Il solo spogliarlo, provocò al cliente una nuova erezione che si consumò in un istante, appena Ash iniziò a strofinare il proprio membro con quello dell’altro. “No, niente giochetti erotici. Per quelli c’è già mia moglie” disse il cliente ansimando “Voglio venirti dentro” Ashley gli sorrise, tirando fuori un preservativo dalla tasca dei jeans buttati per terra. Il cliente spalancò gli occhi. “Mica ti sarai dimenticato del nostro amico, vero?” Ma per l’ennesima volta, l’uomo non fu in grado di parlare perso fra i suoi gemiti e rantoli, col sesso di nuovo semi eretto. “Sei così bello…Devo… Io devo scoparti” “Ma certo” gli sussurrò all’orecchio Ash “Preparami” gli disse poi versando sulle mani del cliente della vaselina. Durò tutto pochi minuti, poi di nuovo il cliente venne, rantolando, in un orgasmo che sembrava non avere pari. Ash guardò l’addome gelatinoso dell’uomo e si sfilò da lui, accarezzandoglielo. Lo guardò in volto: aveva un’espressione felice e soddisfatta, quella di chi ha finalmente dato voce ad un desiderio inespresso da anni. Si addormentò lì, nudo, senza prendersi la briga di mettersi sotto le coperte. Ashley pensò che fosse il caso di godersi un po’ la stanza e si preparò l’acqua del bagno. Si guardò le mani , unte di lubrificante e le tuffò nell’acqua bollente, scoppiando a ridere, in una di quelle risate isteriche a cui raramente si abbandonava, ma così liberatorie che lì, in quell’albergo a cinque stelle, con un uomo che russava dall’altra parte della porta, sembrava l’unica cosa possibile da fare. Rimase in acqua almeno due ore, continuando a farne uscire di calda, mentre quella all’interno della vasca si raffreddava. Che ore erano? Forse le cinque. Si poteva considerare conclusa la nottata? Lì, fuori dall’acqua, zuppo dalla testa ai piedi, un pensiero lo folgorò: forse la chiesa sarebbe stata aperta, forse poteva andare lì e per bere un’altra tazza di tè. Si asciugò in fretta: c’era una certa agitazione nei suoi movimenti, fin troppa aspettativa. Non aveva neanche idea di dove si trovava… Stupido. Si sgridò, ma ugualmente si rivestì in tutta fretta, mettendosi in tasca i soldi. Uscì dalla stanza dopo pochi minuti: sì, le cinque potevano considerarsi mattina. L’albergo, si rese conto, era piuttosto lontano dalla chiesa, ma ugualmente distante da casa sua, quindi tanto valeva incamminarsi. Pur con duemila sterline in tasca, Ashley non prese in considerazione l’idea di prendere un taxi. Li aveva sempre considerati soldi buttati. Passò un autobus sul quale salì al semaforo. Gli avrebbe se non altro, risparmiato un po’ di strada. Arrivò di fronte a Tesco un’ora dopo e si fermò per un istante a guardare il supermercato. Il quartiere si stava risvegliando, le luci dei negozi si stavano accendendo e Tesco, un monolite in mezzo al parcheggio, seguiva la corrente e, anche lui, alzava le tapparelle. Ashley si ritrovò a sorridere, pensando che nello stesso parcheggio in cui si trovava in quel momento, due sere prima aveva fatto un pompino per cinquecento sterline ad uno sconosciuto. Ma questo Tesco non poteva saperlo. Il ragazzo si girò nella direzione della chiesa, ma non si incamminò subito. La guardò, immobile sotto la pioggia cercando di metterla a fuoco. C’era qualcosa di orribilmente brutto nella sua architettura, di osceno, quasi, nel suo grigiore e Ash si chiese se, per caso, agli occhi degli altri anche lui non apparisse così. Imbruttito dal suo lavoro e osceno, nella completa indifferenza nei confronti del mondo che lo circondava. Non un apatico, quello no, perché il calcio la domenica o due risate con gli amici smuovevano sempre l’umore, per dieci minuti. Ma qualunque cosa gli capitasse, gli scivolava addosso senza lasciare traccia e spesso, senza lasciare alcun ricordo di sé. Ash alzò le spalle, per allontanare quel pensiero inutile. Del resto, non gli interessava poi molto. Qualcuno avrebbe potuto obiettare che Ashley poteva essere osceno, ma sicuramente non era brutto. Ma anche questo pensiero venne accantonato e lasciato cadere, lontano. Anche quella chiesa, probabilmente, poteva diventare graziosa, a Natale, se addobbata di lucine e ghirlande. Questo comunque non ne avrebbe modificato la bruttezza essenziale. Il portone della chiesa era chiuso. Ash si guardò in torno, per vedere se ci fossero entrate secondarie aperte. “Ehi, che ci fai qui?” gli chiese un vecchietto con una scopa in mano. “Non vedi che la chiesa è chiusa?” Ash alzò il sopracciglio. Aveva scambiato il vecchio per qualcuno che faceva le pulizie, mentre si rese conto – dall’abbigliamento – che era il parroco. “La chiesa non dovrebbe essere sempre aperta per i bisognosi?” Chiese facendo un po’ il verso a ciò che gli aveva detto il suo prete, due sere prima. “A quest’ora i bisognosi dormono! Vattene a casa ragazzo!” “Volevo parlare con…” Ashley si fermò un istante in cerca delle parole adatte “Col prete giovane, quello che era qui un paio di giorni fa…” “Padre Joshua?” “Se avessi saputo il suo nome, te l’avrei detto” rispose asciutto il ragazzo. Gli occhi del vecchio divennero due fessure, se c’era qualcosa che davvero non sopportava, erano questi giovani impudenti: “Brutto impertinente, vattene di qui!” “Ma sono venuto a trovare qualcuno, non voglio andarmene” “Sei venuto qui per prenderti gioco della chiesa, io conosco i ragazzini come te!” “Ragazzini… Ho già due volte dieci anni, più qualche anno, non più un ragazzino” Il parroco aggrottò la fronte, cercando di fare i conti e capire cosa avesse appena detto Ashley, ma s’irritò ancora di più . “Mi prendi in giro?” “Ti avessi offerto una scopata capirei questa tua irritazione…” Il vecchio divenne rosso in faccia: “Ma tu lo sai con chi stai parlando?” gridò “e lo sai che questa è la casa di Dio?” “Se ci ospita, per me va bene anche farlo a casa sua, non è un problema” suggerì Ash stringendosi nelle spalle. Il vecchio tremò e brandì la scopa: “Brutto schifoso! Vattene via, che insozzi il mio sagrato! Prega e che Dio perdoni la tua lingua biforcuta!” Gli inveì contro, cercando di colpirlo con la scopa. Ashley si scansò per evitare il prete e tirò fuori il maglione dalla borsa: ”In realtà, volevo restituirgli questo, anche se penso sia tuo” “Che ci fai col mio maglione? Dammelo!” Il vecchio lo afferrò, ma Ash non lasciò andare la presa “Lo vorrei restituire a chi me l’ha prestato. Padre Joshua o chi per lui…” “E’ mio, dammelo, brutto ladro!” S’intestardì il prete, tirando la maglia a sé, ma il ragazzo la strinse più forte. “Ho detto che la voglio riconsegnare a chi me l’ha prestata” e così dicendo, fece un passo indietro per riprendersi la maglia. Tirata da entrambe le parti, però, questa si scucì nel mezzo. “Ecco, guarda cos’hai fatto! L’hai rotta, e ora, prima che me ne venga spedita un’altra, ci vorranno giorni e io morirò di freddo. Come farò? Come farò adesso?” Poi il vecchio riprese la sua scopa in mano e guardò il maglione ormai rotto: “Vattene via, che qui crei solo problemi” Ash rimase fermo immobile, con il maglione ancora stretto in una mano. Lo fissava, con le sopracciglia corrugate, lì, slabbrato e scucito, in parte stretto nella sua mano e in parte buttato a terra. Si piegò, per prenderlo dall’altra manica e sollevarlo, avendo paura che se l’avesse sollevato con la mano che già era stretta intorno alla lana, il maglione si sarebbe rotto ancora di più. Lo guardò per un istante, per poi piegarlo con cura e rimetterlo nella sua tracolla. C’era lentezza nei suoi movimenti, quasi sacralità per un oggetto che l’aveva riscaldato per una notte intera. Il maglione era inutilizzabile. “E ora, cosa porto a padre Joshua?” chiese, con voce strozzata. “Cosa?” chiese il vecchio interrompendo nuovamente la sua attività e gracchiando. Ash alzò lentamente gli occhi sul prete, con l’espressione di chi vede una persona per la prima volta “E ora” ripetè cercando di non far tremare quel labbro maledetto che minacciava di farlo sempre sembrare troppo debole “Che cosa restituisco a Padre Joshua?” “Ah Padre Joshua, certo! Lui il suo maglione ce l’ha, sono io che ora ne ho uno in meno! Gli dirò io come sono andate le cose e la prossima volta, starà più attento a non dare a dei delinquenti come te le mie cose!” Ash sospirò, e rimase immobile, lì sul sagrato, finché il vecchio non rientrò nella chiesa dalla porticina sul lato, lasciando che questa sbattesse così violentemente che il ragazzo sussultò. Guardò di nuovo la sua borsa e si avvicinò alla bacheca della chiesa, per leggerne gli orari. Giovedì, venerdì… C’era messa tutti i giorni. Prese il foglio e lo strappò dalla puntina che lo teneva attaccato al sughero. “Qualcun altro potrebbe aver bisogno di leggere gli orari della messa” Ash si spaventò e si girò di scatto. “Cazzo! Se ogni volta sbuchi dal nulla così, muoio d’infarto nel giro di due giorni” disse rivolto al prete che aveva incontrato due sere prima. Si mise il foglio in tasca, piegandolo in malo modo e poi abbassò lo sguardo. Non era certo del motivo per cui fosse tornato lì. Per restituire il maglione, è vero, ma ora che il maglione era stato strappato, non sapeva esattamente come giustificare la sua presenza lì… Probabilmente sarebbe stato meglio andarsene via. “No, rimani” gli disse il prete, vedendolo fare un passo indietro “vieni con me, fa troppo freddo per rimanere qui fuori senza essere ben coperto” “Dove stiamo andando?” “Non avrai paura di seguire un prete, no?” No, non l’aveva. O meglio, non era il tipo di paura alla quale il prete si riferiva, era un altro tipo di agitazione, più profonda. Era paura del silenzio che si sarebbe per forza di cose venuto a creare, dell’inutilità della sua presenza lì. “E’ meglio che vada” disse. Il prete lo guardò, attraverso i suoi occhiali piccoli. “Vieni prima a riscaldarti un po’. Metterò del latte nel tè, questa volta” Ash sorrise e la sua gamba agì per lui, facendo un passo verso quell’uomo. Entrarono in una piccola casetta a lato della chiesa. “E’ piuttosto spoglio” spiegò il prete “Ma funzionale per quel che è” “E che cos’è?” “Una casetta” Ash sorrise: “A cosa serve?” si corresse “E’ una delle casette intorno all’oratorio” iniziò a spiegare l’altro, camminando per un corridoio che conduceva ad un cucinino. “ In quella principale ci dorme il parroco, si tengono le lezioni di catechismo e le lezioni dei cori. In questa e nell’altra casetta ci vivo io, i ragazzi del seminario che vengono qui. E ci sono un paio di stanze per chi non ha un posto dove stare ma non vuole passare la notte al freddo” “I drogati?” “Anche loro” “Io non sono un drogato” rispose asciutto Ash. “Lo so” “Io no…” “So benissimo cosa sei” lo interruppe il prete guardandolo negli occhi “Non mi riferivo a te, rispondevo solo ad una tua domanda” “Hai detto cosa” “Mmm?” il prete aggrottò la fronte “Hai detto ‘cosa sono’” “E’ quello che ho detto” “Non chi sono” ”Perché quello non lo so” Ash guardò il prete davanti a lui, o meglio, lo scrutò. I capelli castano chiari – ora alla luce li vedeva bene – erano davvero indisciplinati sulle orecchie… Ash annuì, pensieroso, accorgendosi solo in un secondo momento di avere la bocca leggermente aperta. Forse era per quello che era completamente secca. “E lo stesso mi fai entrare?” disse con un tono di voce troppo basso, che non riuscì a correggere “Anche tu soffri il freddo, mi sbaglio?” “Mi vuoi qui per scoparmi?” Ash riprese subito il suo solito tono, ma l’altro non ebbe nessuna reazione. “No” gli rispose semplicemente. “Sicuro? Guarda che sono bravissimo” chiese nuovamente, sedendosi sopra la cassettiera . “Non lo metto in dubbio, ma non ti voglio qui per scoparti” Ash guardò di nuovo il prete, i suoi capelli irrequieti ed il suo sorriso sulle labbra, mentre versava le foglie di tè nell’acqua bollente. “Hai un modo , come dire, antico, di fare il tè” “Non mi piacciono gli infusi nella carta” “Sei vizioso” alzò il sopracciglio Ashley. “Sono viziato” lo corresse il prete, al che il ragazzo non trattenne una risata, che presto si trasformò in un’altra e un’altra ancora, fino ad avere le lacrime agli occhi. Anche il prete rise “Sono così buffo?” “No, è solo che…” Ash cercò le parole adatte “Solo che…” ma poi ci rinunciò, scrollando le spalle “Sono molto rilassato, credo. E siccome non capita molto spesso, faccio fatica a…” di nuovo si bloccò. “Ora come ora faccio fatica a parlare” si schermì, arrossendo. Il prete gli porse una tazza di tè con del latte “prendi, quando ti sarai riscaldato sarà tutto più facile” Ashley prese la tazza e se la portò alle labbra, facendosi riscaldare il viso dal vapore, ma non bevendo. Il prete prese la sua tazza fra le mani e iniziò a sorseggiarla. “E’ un quadretto piuttosto carino, non trovi? Di prima mattina, a bere tè. Uno si potrebbe anche aspettare che ora io debba uscire per andare al lavoro e tu pure...” “Se davvero volessimo completare un bel quadretto familiare, dovrei anche offrirti dei biscotti, che non ho” “E’ davvero una casa poco accogliente, questa!” sorrise Ash “Neanche dei biscotti fatti in casa per questo povero figliuolo” “Vige una certa austerità, qui intorno” disse il prete con aria furtiva, indicando con l’indice il perimetro della stanza “e non si sa mai cosa possa dire il vecchio se trovasse un biscottino. La gola del resto, è uno dei peccati capitali!” Ash scoppiò a ridere: “Sì” fece poi una faccia terrorizzata “E il vecchio è uno che non si vuole rincontrare una seconda volta nella stessa giornata!” “Qui tocchi un tasto dolente!” puntualizzò il prete e Ash annuì, pensieroso. “Certo, non ti invidio” disse poi, ridendo di nuovo. Non rideva spesso, ma quella mattina gli sembrava così facile ridere che continuava a farlo “Certo che sei un prete strano tu” disse d’un tratto Ashley “parli male dei tuoi superiori, dici cose come scopare senza arrossire… Non mi cacci, anche se ti faccio perder tempo” “Mi sembra che qualcuno oggi ti abbia già cacciato, e penso che una volta al giorno sia sufficiente, non trovi?” Ash s’irrigidì. “Eri fuori anche tu?” “Ho sentito parte della conversazione” “Quindi…” e di nuovo non riuscì a bloccare quel maledetto labbro che tremò “Il maglione…” “Non fa nulla” “Come non fa nulla, me l’avevi dato, s’è rotto e io…” “Tu niente. S’è strappato. Ho visto cos’è successo, e non fa nulla” Ash alzò lo sguardo che non s’era accorto di aver abbassato. “Scusami” “E di cosa?” “Ho strappato il maglione…” “Ma non è stata colpa tua” Ash si strinse nelle spalle “Neanche del vecchio. Avrei probabilmente dovuto lasciarglielo, era suo, ma…” Ash sospirò “Ma… cazzo” poi sbottò, cercando in questo modo di coprire l’imbarazzo “oggi non riesco a parlare!” Si strizzò gli occhi con le dita, e di nuovo si ritrovò con la bocca secca “Non avrei avuto la scusa per tornare, se gliel’avessi lasciato” Quella confessione stupì così tanto in ragazzo che non notò le mani dell’altro avvicinarsi alle proprie, incapace com’era di mettere un ordine razionale a quell’insieme di pensieri che affollava la sua testa. “Smettila di torturarti le dita, finirai per fartele sanguinare” Appoggiò la tazza a lato di Ash e gli prese le mani con le sue “Non devi avere scuse per passare di qui, puoi venire quando vuoi” Ash si lasciò prendere le mani “Certo” disse “per chiedere poi in giro di quel prete di cui neanche so il nome.” Poi sorrise: “E’ buffo, io non ho mai avuto buoni rapporti coi preti” Il prete gli massaggiò le dita: “Joshua, diceva bene il vecchio” “Ashley” le loro mani si strinsero. “Ma aspetta un attimo…” Ash alzò le sopracciglia e sul suo viso comparve il sorriso di chi ha appena scoperto l’altro fare qualcosa che non doveva “Non eri tu quello che l’altra sera mi ha corretto, quando ho chiamato il vecchio vecchio? Non si doveva chiamare Reverendo Paul? Mi sembra piuttosto irrispettoso da parte tua, riferirti al tuo superiore così” “Beh” padre Joshua si strinse nelle spalle “ vecchio è vecchio e diciamolo, non un buon prete” “Non ti tratta bene?” “Non tratta te bene” “Non è molto importante” Ash scrollò la testa. “E’ molto importante. Un prete non dovrebbe comportarsi come lui ha fatto prima. Esistono già le vecchiette del piano di sotto, oppure gli impiegati in posta che sono acidi e scorbutici.” “E’ per quello che sei diventato prete?” “Per quello cosa?” “Per far sì che non tutti i preti brandissero scope contro i malcapitati?” Padre Josh abbassò un istante gli occhi e guardò le loro mani che erano ancora l’una nell’altra. Le separò, sospirando. L’aria si fece improvvisamente più fredda e Ash cercò di non perdere quel contatto, ma poi fu obbligato a lasciare le mani del prete che continuò a guardare. “Il tè si raffredda” gli disse padre Josh non notando – o forse fingendo di non notare – il tentativo del ragazzo di tenere le sue mani nelle proprie “Sono diventato prete perché vorrei aiutare gli altri…” “Si diventa medico, in quel caso. O si va in Africa. Non si diventa prete e non si finisce in una parrocchia di Londra” Padre Josh sorrise “Non è vero, esiste un certo strato della popolazione…” poi si corresse “ esistono certe persone che non sono malate o che non vivono in Africa, che posso in qualche modo aiutare” “Offrendo tè caldo quando hanno freddo” “Ti consideri una persona che ha bisogno d’aiuto?” Ash guardò padre Josh, attirato ancora dal quei capelli ribelli sulle orecchie, poi scosse la testa “No, non lo sono. Ho un tetto, ho dei soldi che mi danno da mangiare, ho degli amici con cui divertirmi, ho una televisione dove guardare il calcio… Alla fine, chi lavora in ufficio tutto il giorno magari sta peggio di me” Padre Josh sorrise, non ma non lo interruppe. “Magari, anche l’impiegato in banca non ha voglia di tornare a casa e va a bere al pub… Alla fine, l’importante è tirare a fine mese e cercare di stare bene…di essere felici” Di nuovo, quella suo fastidiosa abitudine di dire troppo, di non pensare prima di parlare quando gli argomenti non erano i soliti che trattava… Di nuovo, quel maledettissimo labbro inferiore che non stava fermo. Di nuovo un passo indietro. “Poi vedi, quando incontro persone come te, al lavoro intendo, traggo anch’io il mio beneficio. Mi diverto anch’io e mi piace, non è solo un servizio che faccio a loro, nonostante mi paghino. E’ vero, non sempre va bene, ma uno come te lo scoperei anche per qualche sterlina” Concluse Ash con quel sorriso che sapeva, era perfetto sulle sue labbra. “ma è meglio che vada, devo dormire un po’, altrimenti non rimorchio nessuno stasera, se ho l’aria troppo stanca”. Ashley scese dalla cassettiera dov’era seduto, ma perse l’equilibrio. Obbligato a fare un passo in avanti per mantenere l’equilibrio, si avvicinò troppo a padre Josh. La sua mano agì molto prima che la sua mente potesse capire e andò su quei ciuffi di capelli castani, per sistemarglieli dietro l’orecchio “Sembri poco professionale, altrimenti” si obbligò a dire,misurando parola per parola, per evitare che la sua bocca si seccasse. “Almeno non mi scambiano per il vecchio” “Sei un irrispettoso” sorrise Ash grato che Joshua non avesse detto niente di quella mano fra i capelli. “Sono sincero” puntualizzò l’altro “ e peccherei se dicessi menzogne” “Sono contento di non avere certi problemi” Ashley rise “ Allora, ci vediamo” salutò il prete alzando la mano “e grazie di nuovo per il tè.” D’improvviso aveva la necessità di correre via, di scappare. Si accorse di indietreggiare, ma voleva girarsi e andare via. Padre Josh non glielo permise, e gli afferrò la mano. Ashley fece scorrere il suo sguardo dalla mano al viso e poi agli occhi del prete, ma non riuscì a fare nulla se non guardarlo: troppo dolci per poterlo allontanare. “Torna” gli disse lui “Se vuoi tornare torna, senza una scusa, solo perché vuoi” “Così mi farai del tè?” Padre Joshua sorrise “Se vuoi, oppure se ti va possiamo guardare qualche partita insieme, o anche solo fare due chiacchiere” La pelle sotto la mano di padre Joshua era in fiamme: “Forse” rispose Ash, con gli occhi ancora fissi sull’altro. Il prete lo lasciò andare “Allora ti aspetto”

venerdì 17 febbraio 2012

Favola metropolitana (capitolo I)

AVVERTENZA!!!

Come alcuni di voi sanno, sono ormai circa due anni che non mi avvicino alla scrittura; non ho né l'ispirazione né il tempo, qualche cosa, però l'ho scritta, ma attendo di migliorare ciò che è stato fatto. Nel frattempo ho pensato di farvi leggere altre cose, che non sono farina del mio sacco. Questo racconto, che si articola in sei capitoli, è stato realizzato da una bravissima autrice, che ha il nick di Dicembre. Purtroppo non le ho potuto chiedere il permesso di postare il suo racconto, poichè è scomparsa da più di due anni. Tuttavia, se ci fosse da reclamare, la mia mail ce l'avete. Infine, vi auguro una buona lettura (lei è bravissima).

Jivri'l.































Pioveva a dirotto quel giorno. Faceva freddo.

Ashley si accese l’ultimo mozzicone di sigaretta che aveva e guardò il cielo, mentre con la punta del naso cercava di evitare le gocce che gli cadevano addosso.

“Che cazzo fai, si può sapere?”
”Tengo il naso asciutto” rispose senza smettere di stare col naso all’insù

“Tu sei tutto scemo” Mikey – o come lo chiamavano gli altri Mikey il Topo – si schiacciò contro il palazzo, sperando che la grondaia lo riparasse dalla pioggia battente.

“Tanto il culo dovrai bagnartelo per forza, meglio farlo subito”

Passò una macchina facendo schizzare acqua e fango tutt’intorno.

Il tentativo di Mikey di rimanere asciutto si rivelò subito del tutto vano. Ashley rise e s’accanì, per l’ultima volta, sulla sigaretta fra le sue dita che non aveva più nulla da dare.

Una seconda macchina passò di lì, con più calma. E si fermò, sull’altro lato della strada.

“Vai tu? Vado io?”

“Quello vuole te Ash, sarà uno di quei ricchi rotti in culo che vogliono i faccini delicati”

Il ragazzo mostrò il dito medio all’amico: “Ci vediamo qui dopo?”
”Se tutto va bene, ci vediamo qui domani”

Ash annuì, dirigendosi verso la macchina che lo aspettava col motore accesso.

Mikey aveva ragione, l’uomo all’interno della macchina era davvero uno di quei riccastri rotti in culo che si vedono sulle copertine dei settimanali. Ash mascherò il disgusto con un sorriso che sapeva gli avrebbe aperto i pantaloni e soprattutto il portafogli del tizio alla guida.

Appena entrato in macchina, l’uomo ingranò la marcia e sgommò via.

Probabilmente, pensò Ash, era la prima volta che faceva una cosa del genere.

Sapeva di dover parlare per primo, doveva mettere il cliente a proprio agio, ma per un istante si limitò a guardarlo. I pochi capelli che aveva sulla testa gli cadevano ordinatamente sulla fronte, quasi avesse speso ore dedicandosi ad uno ad uno dei pochi superstiti in un campo di battaglia semi-deserto.

Più capelli di certo non ne avrebbero fatto un adone. Gli occhiali troppo spessi, tondi, si appoggiavano sul naso un po’ storto che sembrava facesse fatica a respirare.

Evidentemente era agitato.

“Hai finito di squadrarmi?” chiese lui, con aria stizzita.

“Guardavo i tuoi occhiali. Ho sempre avuto un debole per le montature demodé”

“Li ha scelti mia moglie”
”Quindi immagino non si stia andando a casa tua” gli chiese Ash lascivo, appoggiando una mano sulla coscia dell’uomo.

“Sono qua per lavoro…Non ho una casa, sono in hotel” disse fermando la macchina “ma non andiamo in albergo da me. Non voglio che ti vedano”
”Qui?” Ash si guardò intorno. Erano nel parcheggio di un supermercato. Era chiuso e non si vedeva anima viva in giro.

“Quanto vuoi per un pompino?”

“Vai subito al dunque… hai fretta?” chiese Ash mettendo una mano sull’inguine dell’uomo e premendoli sull’erezione. L’uomo gemette.

“Quanto?”

“200”

“200 per un pompino? Senza guanto, mi auguro”

“Te lo scordi, amico”

“200 sterline per succhiare del lattice? 500, ma senza niente”

Ricco rotto in culo.

“500, le tue sigarette e te lo succhio senza preservativo, ma non mi vieni in bocca, mi avvisi prima”

L’uomo annuì, con gli occhi di qualcuno che sta quasi venendo nei pantaloni. Che tristezza.
Ash sapeva bene che l’uomo non l’avrebbe mai avvertito prima di venire, ma fece comunque finta di credere alle parole del suo cliente.

Tese la mano, aspettandosi i soldi.

“E se poi ti do i soldi e scappi? O se non mi piace?”

Ash non roteò gli occhi perché sapeva che sarebbe stato controproducente, ma questo davanti a lui era davvero un coglione.

“Dove vuoi che me ne vada, qui in mezzo al niente? A piedi poi. Prima il dovere” disse prendendosi il pacchetto di sigarette dal cruscotto “ poi il piacere” disse aumentando la pressione sull’inguine dell’uomo

“Va bene, va bene! Però fai in fretta”. Gli diede dieci pezzi da cinquanta freschi, appena usciti dalla banca. Ash sorrise e se li mise in tasca. Probabilmente, pensò, avrebbe potuto chiedere ancora di più.

Ma si mise a lavorare.

Le mutande bianche dell’uomo erano già umide e quando Ash gliele abbassò, lasciò che il pene dell’uomo, finalmente libero, gli sbattesse in faccia. L’uomo gemette. Sì, avrebbe fatto davvero in fretta.

Difatti ci volle pochissimo perché l’uomo afferrasse i capelli di Ash e iniziasse a rantolare, muovendo su e giù le anche cercando di prendere lui il controllo.

Ash non glielo lasciò fare, nonostante ciò l’uomo venne dopo pochissimo.

I muscoli dell’addome si contrassero e le gambe si strinsero intorno alla mano che gli stava accarezzando i testicoli. Ash tolse la bocca dal glande dell’uomo e lo toccò con la mano, quando questo venne, gridando.

Un grido acuto.

Per poco Ashly non scoppiò a ridere.

Non aspettò che l’uomo si riprendesse del tutto e aprì la portiera quando questi stava ancora tremando:

“M’avevi detto” cercò di dire lui “ che non potevi tornare a piedi da qui…” con la bocca secca, faticava a parlare fluidamente.

“E tu m’avevi detto che m’avresti avvertito prima di venire”

“Ah” l’uomo lo guardò colpevole. Con le mutande ancora calate e il pene flaccido, ma lucido di saliva e sperma, Ash provò un lieve disgusto.

“Au revoir”
”Aspetta!” disse l’uomo cercando di fermarlo “Quanto….” Deglutì “ Quanto per farti scopare?”

Ash sorrise “Sei un vecchio vizioso” gli sussurrò, alzando due dita.

“Due…Duemila?”

“E non c’è l’opzione senza guanto”

“E dove ti trovo?”

“Stesso posto, stesso bar” disse Ashley allontanandosi “a domani”.

La macchina non partì subito, ma Ash non si voltò indietro quando sentì il motore accendersi. Aveva già dimenticato tutto, altrimenti non sarebbe sopravvissuto.

Continuava a cadere una pioggia scrosciante e ormai il cielo era completamente nero.

Ash aprì la bocca, per fare entrare la pioggia e togliersi il sapore pastoso dell’ultimo cliente. E rimase lì, sotto un lampione, a faccia in su con la bocca aperta, per lavarsi un po’.

Non aveva esattamente idea di dove si trovasse. Sapeva di aver già visto la zona, ma probabilmente l’avrebbe riconosciuta di giorno. Lì, al buio, poteva essere ovunque. Iniziava a fare davvero freddo , la giacca zuppa era diventata inutile e Ash si guardò intorno per vedere se c’era un posto dove scaldarsi un po’.

Il portone di una casa, una banca, due negozi, chiusi e una chiesa, in fondo alla strada. Probabilmente anche lei era chiusa, ma tanto valeva andare a controllare. Non aveva voglia di litigare con i padroni della casa del portone, quando questi l’avrebbero trovato seduto ad insozzare il loro pianerottolo.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto appena guadagnato. Che stupido, pensò, 500 sterline per un pompino… Mikey non ci avrebbe mai creduto. I suoi prezzi erano alti, ma l’aveva proprio sparata quando aveva detto 200. Aveva visto uno ricco, evidentemente alle sue prime volte e aveva detto una cifra qualunque. Mai avrebbe pensato che questi gli avrebbe offerto di più.

Quella sera se la meritava al chiuso.

Entrò nella chiesa e si guardò in giro: era deserta. Qualche candela bruciava vicino all’altare e la poca luce che emanava si sfumava in quella elettrica, ma altrettanto debole, sull’altare. Si sedette su una delle panche in fondo e si strinse nelle spalle, Lì dentro non faceva così freddo, ma non sufficientemente caldo da riscaldarlo. Si alzò subito e decise di andare vicino alle candele dove, forse, avrebbe fatto più caldo. Camminò dritto in piedi, sul corridoio centrale,senza un gesto devoto nei confronti di quel crocifisso che, da dietro l’altare, sembrava incombere su di lui.

Ash non lo guardò neanche, ma anzi, gli diede le spalle sedendosi vicino alle candele dove, effettivamente, l’aria era più calda.

C’era un silenzio assoluto, all’interno della chiesa. Ashley sentiva solo il suo respiro e una goccia d’acqua, che, di tanto in tanto, cadeva dai suoi capelli.

Portò le ginocchia al petto per scaldarsi ulteriormente. Non aveva voglia di andare a casa, Mikey probabilmente non era ancora tornato e l’idea di rivedere Ian e Patrick a quell’ora di notte, probabilmente strafatti, non era certo delle più allettanti. Si ricordò del pacchetto nuovo che aveva in tasca e prese una sigaretta, accendendola con una delle candele lì di fianco a lui.

“Lo sai che ci sono persone che credono che quelle candele illumino la via dei loro cari verso il Paradiso…”

Ash sussultò e quasi cadde dalla panca su cui era seduto.

“Cazzo, non ti avevo sentito arrivare”

“E fumare in chiesa, inoltre, è proibito” disse l’uomo appena arrivato, togliendo dalle labbra di Ash la sigaretta e strappandone via la brace all’estremità.

“Sei uno che non si ustiona facilmente” commentò sarcastico Ash, ma poi guardò stupito l’uomo che gli stava porgendo il resto della sigaretta, spento.

“Dal sorriso che hai fatto quando l’hai presa, penso che tu la ritenga un bene prezioso. Sarebbe sciocco buttarla via tutta, no?”

Ash annuì, esterrefatto e riprese la sigaretta.

Guardò l’uomo davanti a sé. Era un prete giovane, poteva avere trenta, trentatrè anni non di più. I capelli lisci erano ben ordinati sulla nuca e sulla fronte, solo intorno alle orecchie ricadevano a ciocche sparse, quasi si ribellassero a quel taglio austero. La luce delle candele non permetteva ad Ashley di capire di che colore fossero. Castani? Biondo scuro forse?

Portava occhiali piccoli e ovali; minimalisti ma ricercati. Una montatura che ti saresti aspettato più su un cartellone pubblicitario, piuttosto che su un prete.

“Devo andarmene?”

“No” rispose il prete “ma ho pensato ti avrebbe fatto piacere del tè caldo” Disse porgendogli un bicchiere di cartone fumante “E’ da quando sei entrato qui che tremi. Ti ho portato anche questo” aggiunse appoggiando un maglione di fianco ad Ash “così ti riscaldi meglio”

“Non proprio all’ultima moda” disse con fare impertinente Ash che, comunque, si affrettò a togliersi la propria giacca. Non vedeva l’ora di avere addosso qualcosa di asciutto.

“E’ del parroco di questa chiesa, ha settant’anni, non puoi pretendere molto” rise il prete.

“Non sei tu il parroco di qui?” Il primo sorso di tè irradiò così tanto calore dall’interno che Ash sospirò di piacere.

“Ti sembro così vecchio?” lo rimproverò il prete “No, io sono qui per aiutare il parroco e per intraprendere la via che mi porterà a Dio”

“Io ne conosco ben altre di vie che ti portano a Dio” commentò Ash fra sé e sé, ma tenendo sotto controllo la reazione del prete. Reazione che non arrivò. “ E quindi mandi tu avanti baracca e burattini quando il vecchio dorme?”

“Il reverendo Paul” lo corresse il prete “non sta molto bene in questi giorni, per cui si ritira presto la sera e io mi occupo delle preghiere serali e di chiudere la chiesa, quando è ora”
”Ma stasera l’hai lasciata aperta”

“C’è sempre qualcuno che potrebbe aver bisogno di ospitalità nella casa del Signore”

“E’ incredibile che ci sia gente che crede davvero a queste cazzate. Io avevo solo freddo”

“Per qualunque motivo sia, sei entrato e questo per me è sufficiente”

“Anche se ho acceso una sigaretta con una candela?”

“Anche se hai acceso una sigaretta con una candela” gli sorrise il prete.

Aveva un bellissimo sorriso, così caldo e rassicurante che Ash si ritrovò a sorridere anche lui. Forse, anche se erano tutte cazzate le storie raccontate dai preti, rendevano più dolci le persone che ci credevano.

“Bevi sempre il tè senza niente? Neanche con un goccio di latte?”

“Il tè va bevuto senza nulla, altrimenti perdi tutto il suo sapore”

“Sarà, ma io l’avrei preferito con un po’ di latte”

“Fai anche il pignolo su come ti viene servito il tè?” lo prese in giro il prete.

“E’ quello che mi diceva sempre il Lercio, quando mi offriva i panini…”

“Il Lercio?”

“Sì, l’omino che aveva un baracchino di hotdog all’angolo a Becontree. Faceva i migliori panini di Londra. Non riusciva mai ad azzeccare il panino che doveva farmi, penso perché alla fine, non mi ascoltava neanche” Ash si strinse nelle spalle, sorridendo al ricordo “Perciò è naturale che mi lamentassi, quando mi dava il panino sbagliato.”

“Ma non hai detto che te lo offriva?”

“E che c’entra? Anche offerto, era il panino sbagliato”

“Ne parli al passato…”

Ash sospirò e guardò il prete negli occhi “E’ morto. O almeno, così dicono. E’ scomparso, al posto suo c’è un altro che fa panini, ma niente a che vedere con quelli del Lercio”

“Non sai cosa gli sia successo?” chiese il prete.

“Sai come vanno queste cose, uno chiede in giro…magari un po’ qua e un po’ là, ma nessuno ha notizie certe. Per un certo periodo è anche girata voce che il Lercio avesse avuto problemi con dei tizi ed un debito da saldare, ma non penso sia vero. Non era da Lercio fare debiti…Pensa che una volta” spiegò Ash “m’ha prestato un libro. Ha precisato però, che non me lo prestava, ma che me lo regalava e che io gliel’avrei regalato a sua volta, quando l’avrei finito. Diceva sempre che non voleva crediti, né debiti con nessuno. E’ inverosimile che uno così abbia dei debiti, non credi?”

Il prete guardò Ash e annuì “Che libro era?”

“Era un libro di viaggi, sull’Italia e il Mediterraneo”

“Vorresti andarci?”

“Da impazzire, se avessi qualche soldo, partirei domani. Ma sai, per ora è troppo caro lasciare l’Inghilterra”

“Non sei mai andato all’estero?”

Ash si strinse nelle spalle “Il Galles conta?” e poi rise, divertito.

“L’Italia è molto bella, ti auguro davvero di poterla visitare un giorno”

“Ci sei stato?” chiese entusiasta Ash, ma poi riportò la voce al tono di sempre “Sì, ci andrò un giorno… Vorrei vedere il mare…caldo”

“Il mare caldo?”
Ashley annuì e il prete rise.

“E’ divertente?”

“No, è che di solito, se qualcuno vuole visitare l’Italia è per andare a vedere Roma, Firenze o Venezia… E non per vedere il mare caldo…”

“Vorrei andare anche a Roma, Firenze e Venezia, ovviamente. Ma soprattutto, vorrei stare in riva al mare e che questo sia caldo e brillante, come in quelle foto del libro del Lercio. Poi la sera potrei andare in giro per città , ma di giorno…” Ash non concluse la frase, perso fra quelle immagini che aveva visto mille volte, su un libro che non aveva mai più restituito.

Riusciva sempre a controllare le sue reazioni, dosare le parole e i gesti, ma quando si lasciava andare, il suo labbro inferiore sfuggiva al suo controllo e tremava, a volte impercettibilmente, altre volte più marcatamente. Da sempre era qualcosa che non riusciva a controllare e che lo infastidiva a dismisura.

Anche in quel momento, fra il ricordo del Lercio e di un possibile futuro, il suo labbro tremò, sopraffatto da una malinconia improvvisa.

Suonarono le campane.

“Cazzo” scattò in piedi Ash “Mi sa che s’è fatto tardi”. Si girò verso il prete per salutarlo, ma gli mancarono le parole. Gli sorrise semplicemente e l’altro fece lo stesso.

Corse via, per raggiungere il più in fretta possibile la metropolitana che l’avrebbe portato a casa.

domenica 12 febbraio 2012

P. S. Ricordarsi di vivere (capitolo X)


Rientrare in quella casa gli provocò una piacevole sensazione che mai avrebbe immaginato di provare. Quasi si commosse nel sentire, appena messo piede in casa, quell’inconfondibile odore buono, difficile da classificare. Forse era il caffé che ogni mattina preparava per lui e a volte anche per Viktor oppure lo champagne che il bruno gradiva molto. Non lo sapeva, sapeva solamente che era felice di essere di nuovo lì, a casa sua. Mai nella sua precedente abitazione si era sentito così a proprio agio. Lì non poteva fare il bagno quando voleva o mangiare a tutte le ore. Lì faceva la fame e non poteva nemmeno usare i propri guadagni per comprare cibo o sapone. Chiuse gli occhi. No, non sarebbe più stato così. Entrò nella propria stanza, seguito da Viktor, che l’aveva aiutato con le poche borse.
“Ecco. Rimetti tu tutto in ordine?” chiese il bruno con il suo solito tono di voce controllato.
“Si, non preoccuparti” lo guardò “grazie” disse. L’uomo fece per andarsene ma Erast lo richiamò “non dicevo per i bagagli” il bruno capì, lo guardò negli occhi ed uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle.
Il rossino rimase solo. Si mise a sedere e si tenne la testa con le mani. Non aveva più parlato con l’altro della storia di Raphael. Apparentemente sembrava tutto risolto ma… con Viktor per la maggior parte non si capiva nulla. Era lui che comandava, punto. Sbuffò e si lasciò cadere con le spalle sul letto. Non voleva ammetterlo, ma la storia della ‘notte’ di passione col dottore ancora gli bruciava dentro, un po’ per orgoglio ferito e… sì, un po’ per gelosia. Che c’era di male?
Si girò su un fianco, stringendo il cuscino tra le mani. Ma guarda in che guaio si era cacciato, pensò tra sé e sé. Cosa aveva pensato l’altro di quella scenata da mogliettina tradita? Si diede del deficiente.

Viktor era andato nella propria stanza a mettersi qualcosa di più comodo. Era molto sollevato dal fatto che Erast fosse riuscito a guarire così rapidamente. Però quella nube nei suoi occhi non se n’era ancora andata, dal giorno della ‘discussione’ in ospedale. Era ancora molto giovane, a quell’età si tende a dare un’idea romantica alle cose. Si guardò nello specchio. Raphael aveva risvegliato qualcosa in lui, che credeva morto. Quella notte la passione era stata travolgente e il profumo della persona che un tempo aveva amato lo aveva stregato. Di scatto uscì dalla camera, per dirigersi come una furia in quella del rossino.
Erast sobbalzò quando l’altro entrò, ovviamente senza bussare.
“Bene, certe buone abitudini non si perdono mai, vero?” chiese Erast sarcastico. Il bruno chiuse forte la porta e gli si avvicinò velocemente, spingendolo sul letto e salendogli sopra, torreggiando su di lui. Il rossino era rimasto senza fiato da tanto impeto. “Co-cosa diavolo fai?!” chiese balbettando.
“Sono venuto a riscuotere” disse il bruno semplicemente “non ricordi? Mio ogni notte, fino all’alba” e così iniziò a spogliarlo, gli alzò la maglia e slacciò i pantaloni, mentre l’altro si ribellava debolmente.
“Ma… che fai... non…” tentò di dire senza grinta.
“Ma come? Mi pareva che mi volessi da un periodo a questa parte. Rispondi bene ai miei baci… e poi sei mio, lo sai. Posso fare questo” lo baciò sul collo, prendendo a stuzzicargli violentemente un capezzolo.
L’altro mugolava; era bello avere quelle mani addosso, ma per qualche motivo non si sentiva per niente a proprio agio, non riusciva a rilassarsi come avrebbe voluto. Viktor se ne accorse e interruppe quell’assalto per guardarlo in viso.
“Che hai? Perché sei così rigido?” gli chiese freddo. Erast voltò la testa, senza rispondere; l’uomo sbuffo e si alzò da lui “peggio di una donna!” si risistemò, irritato. Il rossino si rimise a sedere, mortificato. Perché aveva reagito così? Dopotutto era un suo diritto prenderlo, esattamente come tanti avevano fatto. Perché negarsi così palesemente? “preparati, tra un po’ devi andare a lavorare”.
Erast ubbidì e Viktor uscì dalla stanza.

Erast era splendido ogni sera che andava al night e quella notte non fece eccezione. Aveva lasciato perdere quell’impegnativo completo elegante e aveva indossato una lunga maglia morbida, stretta in vita da una fascia e stretti pantaloni di morbida stoffa e pantofole. Non appena Viktor lo vide arrivare, trasalì. Il ragazzo era bellissimo, ma perché era vestito in quella maniera? Lo afferrò per un braccio mentre passava.
“Ehi!”
“Come sei conciato?” gli chiese duro.
“In maniera comoda” rispose tranquillamente “ricorda che sono in convalescenza”.
“Va bene” e lo lasciò andare.
Il rossino si diresse da un gruppo di 5 uomini che lo chiamavano radiosi. Rispose con un gesto delicato della mano e un sorriso. Un uomo, il più intraprendente, lo afferrò per i fianchi, avvicinandoselo. Gli afferrò i capelli e lo fece abbassare, baciandolo sulla bocca.
“Vedete com’è adorabile?” chiese l’uomo agli altri, ridendo malizioso, facendo sedere Erast sulle proprie ginocchia.
Il rossino gli accarezzò il viso, poi lasciò scivolare la mano sul suo collo.
“Le mie labbra sono di vostro gradimento, signore?” chiese il giovane con tono sensuale.
“Oh si, caro” rispose l’altro con voce roca “permetti anche ai miei mici di provarle” e così dicendo l’uomo spinse il rossino tra le braccia di altri due uomini.
Erast si sentiva parecchio infastidito quella sera da quei maniaci; sicuramente era il suo stato d’animo a renderlo così insofferente verso di loro e anche leggermente irritabile.
Viktor osservò le labbra adulte dei cinque uomini che lambivano quelle del ragazzo, le loro mani che afferravano i suoi fianchi, possessivi e tutto questo gli apparve improvvisamente come un obbrobrio. Si avvicinò a grandi falcate al gruppo e sorrise affabile.
“Scusate, cari signori, spero di non disturbare” era davvero sua quella voce? Appariva così remissivo e umile.
“Ma cosa dice signor Van Vachmedin! E’ sempre un piacere averla tra noi. Anzi, vorrei complimentarmi con lei per questo ragazzo” disse sorridendo, passando un braccio intorno alle spalle del rossino “è adorabile, davvero, il migliore che sia mai stato in questo club e io posso dirlo! Sono abituale frequentatore” confessò con orgoglio.
Viktor sorrise di nuovo.
“Mi fa piacere. Però, vi pregherei di non essere troppo… veementi con il mio ragazzo. Sapete, è appena uscito fuori da un periodo di malattia e stanchezza, quindi è abbastanza fragile”.
“Sul serio? Oh, povero piccolo” disse il secondo uomo.
“Saremo gentilissimi. E’ vero che siamo gentili con te giovane…” s’interruppe il terzo, tentando di ricordare il nome dell’altro.
“Erast” completò il rossino.
Viktor si esibì in un breve inchino e si allontanò, scoccando un’ultima occhiata al ragazzo.

Al mattino, Erast rientrò in casa, sospirando. Finalmente era finita, non ne poteva più di quelle carezze dissolute. Entrò in cucina e bevve un bicchiere d’acqua.
“Andato tutto bene?” chiese una voce dietro di lui.
“Si, al solito” rispose il rossino senza voltarsi, sciacquando il bicchiere e rimettendolo a posto.
Solo allora si girò verso l’altro; Viktor gli si stava avvicinando.
“Eri meno vivace del solito”.
“Mah, non saprei, saranno i sedativi che ancora circolano nel mio corpo”.
“Sì, sicuramente” rispose l’altro non staccando gli occhi da lui.
Si era avvicinato così tanto da mettere Erast contro il lavabo.
“Ti serve qualcosa?” chiese il rossino con voce stanca.
L’altro gli fece alzare il viso e lo bacio impetuosamente sulla bocca. Erast non si oppose. Quando l’altro si staccò da lui si guardarono negli occhi.
“Non più” rispose il bruno e se ne andò.

Si preparava per un’altra serata. Stava decisamente meglio e così anche il suo umore. Si stava allacciando la cravatta allo specchio quando riflessa vide anche un’altra figura, quella di Rosalie. Il giovane si voltò.
“Ehi, come sei entrata?” chiese sorpreso.
“Eh eh la porta era aperta. Sono venuto a prenderti” disse la giovane sorridendogli tenera.
“Ah, gentilissima come al solito, ma devo ancora prepararmi. Sua Maestà mi vuole perfetto!” disse scimmiottando Viktor.
Rosalie rise divertita.
“Lo so, lo so mai contraddirlo! Allora ti aspetto al club” gli scoccò un bacio sulla guancia “a tra poco”.
“A tra poco”.

Rosalie uscì dall’appartamento e quasi andò addosso a Viktor, che stava per entrare.
“Buonasera!” esclamò lei.
“’sera”.
“Mmh di poche parole, ok”.
“Rispetto ragazza…”
“Si, si agli ordini” disse la giovane allontanandosi con le braccia dietro le spalle.

Viktor entrò in casa, poi nella camera di Erast. Rimase incantato a guardare il giovane. La sua figura slanciata e magra, il fisico ben proporzionato, le lunghe gambe magre e muscolose, il collo sottile, il profilo affilato, quel nasino dritto e adorabile. Sorrise sotto i baffi e si avvicinò lentamente, così piano che Erast si accorse a malapena del suo arrivo. Si voltò un attimo, poi tornò a guardarsi allo specchio. Quella cravatta si scioglieva sempre ma perché?
“Sei pronto?” gli chiese il bruno a braccia conserte.
“Quasi…” rispose il ragazzo impacciato. L’altro notò la sua difficoltà, allora lo fece voltare e gli allacciò la cravatta come si deve “grazie…”.
“Ti aspetto di sotto” il bruno fece per andarsene ma poi si bloccò “una cosa…” Erast lo guardò in silenzio, attendendo “ evita di baciare tutti quegli uomini. Se rendi la cosa abituale, perde di fascino. Fatti desiderare, sii sfuggente e negati”.
Il rossino non rispose, ma annuì e l’altro uscì di casa.
Perché quella richiesta? La sua fama non diminuiva con i baci, anzi. Forse voleva renderlo più misterioso e sensuale. Ma perché scervellarsi tanto, inutile tentare di capire quell’uomo!

Era la vigilia di Natale.
La città era stata ricoperta da un candido manto giusto la notte prima. Erast amava la neve, sembrava cancellasse ogni ricordo, ogni negatività e che purificasse tutto, col suo gelo e la sua bianchezza. Era rimasto piacevolmente sorpreso quella mattina, quando alzatosi si era affacciato alla finestra e aveva visto il mondo tutto bianco.
Puro, incontaminato, buono.
Sorrise, teneramente come un ragazzino, dimostrando tutti i suoi diciotto anni. Era ora di pranzo, Viktor non c’era, doveva sbrigare delle faccende. Indossava ancora la lunga veste da notte che aveva usato come pigiama; squillò il telefono.
“Sì, chi parla?”
“Pronto? Viktor…”
“No, non è in casa al momento. Chi parla?”
“Erast? Sono il dottor McRains”.
Al giovane mancò il respiro. Tentò di dire qualcosa, ma si scoprì molto teso e agitato.
“Ah… buonasera dottore”.
“Come stai?”
“Bene… molto meglio, grazie. Mi lascia… mi lascia un messaggio per Viktor?” chiese con voce spenta.
“No beh… si, volevo fargli gli auguri”.
La serratura della porta scattò, Erast si voltò in quella direzione; teneva il telefono con due mani e stava rannicchiato sul divano. Entrò il bruno.
“Con chi parli?” chiese posando le chiavi sul mobiletto di legno.
“… il dottor McRains” disse in un sospiro.
Viktor si avvicinò e gli tolse il telefono dalle mani e gli lanciò uno sguardo che lo invitava a lasciarlo solo. Il giovane lo guardò con un’espressione apparentemente calma e rassegnata ed entrò nella propria camera, socchiudendo la porta, appoggiandosi con la schiena ad essa, le mani intrecciate dietro la schiena. Sapeva che non avrebbe dovuto origliare, ma non poté farne a meno. Il cuore gli batteva all’impazzata. Viktor si sedette sul divano, accavallando le gambe, si accese una sigaretta e iniziò a parlare.
“Raphael”.
“Viktor, ciao. Come va, tutto bene?” chiese il biondo sentendo una strana emozione dentro.
“Si, non c’è male”.
“Gli affari?”
“A meraviglia” rispose calmo.
“Il ragazzo sta bene a quanto pare. Mi fa piacere. Ha più avuto crisi?” chiese il medico sinceramente interessato.
“No, sta bene, è fin troppo vivace”.
Il biondo sorrise.
“Benissimo! Non sono molti i casi di guarigione così veloci. Il tuo non fu così”.
“Già” secco.
Il dottore si leccò le labbra, socchiuse gli occhi, dolcemente.
“In realtà ho chiamato per farti gli auguri. Domani è Natale, non credo tu lavori”.
“No, infatti. La cosa bella del disporre di parecchio denaro è che sono gli altri a lavorare per te all’occorrenza”.
“Che cinico! Non cambi mai” ridacchiò; ci fu un breve momento di silenzio poi Raphael continuò “pensavo… ti andrebbe di vederci domani… non so, andare da qualche parte. Poi possiamo stare a casa mia la sera…” disse timidamente, in un invito più o meno esplicito.
Il bruno spostò lo sguardo sul pavimento. C’erano le pantofole pelose di Erast. Sorrise.
“Mi dispiace Rahael. E’ una proposta allettante… ma io domani sono impegnato”.
“Ah… capisco. Dovevo immaginarlo, scusami. Immagino che starai con quel ragazzo…” disse cercando di non trasmettere all’altro la delusione.
“Raphael, non posso dimenticare la passione che mi ha unito a te per anni” avrebbe voluto dire amore non passione “siamo cambiati entrambi, eppure mi ha travolto di nuovo come fuoco vivo… ma… ”
“Non dire altro. Lo so. Quel giovane ti ha cambiato, il tuo sguardo è più dolce. Anche mentre fai l’amore sei più tenero”.
“Grazie per il tuo invito”.
Il biondo sorrise.
“Passa un buon Natale Viktor”.
“Anche tu”.
E la conversazione terminò.
L’uomo rimase fermo, lasciandosi trasportare dal fiume dei suoi pensieri. Vide la porta della camera di Erast sbattere e poi riaprirsi improvvisamente. Sorrise malizioso e si avvicinò. Aprì la porta, facendola sbattere contro il ragazzo che stava ancora a terra.
“Ahi!”
“Non ti hanno insegnato che non si origliano le conversazioni altrui?”
Il rossino alzò la testa, lo guardò.
“No, non me lo hanno insegnato”.
“Te lo insegno io allora”.
Detto questo il moro lo prese da sotto le ascelle, obbligandolo ad alzarsi.
“Che cazzo fai?!” chiese Erast alzando la voce.
“Passi la giornata con me domani”.
“Cosa? Ma hai detto…”
“Che sono impegnato. Con te”.
Il rossino non sapeva cosa rispondere, non ci capiva più niente. Aveva sentimenti confusi dentro e tristezza e rabbia.

E gelosia.

“Ma Raphael…”
“Ho voglia di passare il Natale con te. Come te lo devo dire, vuoi un telegramma?”
Erast lo guardò con due occhini liquidi che lo addolcirono e lo fecero pentire del tono brusco appena usato.
“Allora non vai da lui domani?”
Si era tradito con questa frase.
“No. Idiota” lo abbracciò, sentendolo arrendevole, piccolo fragile “sei proprio impossibile tu!”
Il rossino ricambiò l’abbraccio.
“Sei indecifrabile. Ma ti voglio bene”.
Viktor sbarrò gli occhi. Cosa avevano detto quelle labbra?!?! Non riusciva a crederci. Lui, così orgoglioso, così testardo, così dispettoso, gli aveva appena detto che…
“Ridillo…”
“No, cazzo!” sbottò il giovane al colmo dell’imbarazzo.
“Non dire parolacce, è Natale, piccolo maleducato”.
Il rosso rimase in silenzio, abbracciandolo, godendosi il momento e la sua piccola vittoria con Raphael.

Era sera. Si trovavano nella villa in campagna di Viktor, la stessa dove l’aveva portato quando era in preda alla crisi d’astinenza. Amava quel verde ora divenuto bianco, quegli alberi che sembravano poter raccontare mille storie e conoscere altrettanti segreti e le stelle che sembravano essere più numerose e brillanti che in città. Erast stava fuori casa, a guardare quel cielo trapuntato di stelle, vestito con cappotto pesante e una sciarpa enorme, regalatagli da Rosalie, che l’aveva fatta apposta per lui. Si sentiva bene, come mai gli era accaduto in vita sua. Stava col naso all’insù e un lieve, involontario sorriso sulle labbra rosse.
“Aspetti Babbo Natale?” chiese Viktor che era appena uscito dalla villetta, indossando il suo cappotto nero stretto in vita.
Il rossino si voltò. La sua vista gli mozzò il respiro. Era così attraente.
“Spiritoso” disse tornando a guardare il cielo.
“Non vuoi un cappello?”
“Non mi piacciono i cappelli”.
“Vanitoso. Non vuoi coprire i tuoi capelli”.
Il bruno gli si avvicinò, abbracciandolo da dietro, mettendogli le braccia intorno alla vita e attirandolo a sé, come se fosse una piuma. Stare contro quel corpo forte esaltò Erast, dandogli un lieve rossore sulle guance, cosa che poteva nascondere, incolpando il freddo.
Il più grande poggiò il mento sulla sua spalla facendolo rabbrividire e lui si accoccolò ad egli, rilassandosi.
“Freddo?”
“Eh?” chiese il rossino come cadendo dalle nuvole.
“Sei rabbrividito”.
“Ah… no, sto bene. Cioè si! Che freddo”.
Viktor rise.
“Ok, ti lascio un po’ di tempo per decidere se hai freddo o meno” disse ironico.
“Ah, ah divertente!” esclamò ironico “Sto bene… ora sto bene” proferì il rossino a bassa voce, chiudendo gli occhi, alludendo alla vicinanza dell’altro.
Una musica lontana…
“Un walzer?” chiese Erast curioso.
“Dev’essere la famiglia della villa affianco” spiegò il bruno.
“Blue Danube”.
“L’hai mai ballato a parte con me quella volta?”
“No.”
L’uomo sciolse l’abbraccio per pararglisi davanti.
“Balla con me”.
“Come?!” chiese incredulo.
“Su” lo afferrò per la vita, l’altro si aggrappò alle sue spalle; il bruno prese una mano nella sua. Fu lui il primo a muoversi e Erast lo seguì, non perdendo nemmeno un passo. Iniziarono a volteggiare, leggeri e silenziosi sul manto di neve. Erast era imbarazzato ma felicissimo. Mai aveva provato una gioia simile a quella. C’era la neve ed era tra le braccia di Viktor, niente poteva essere più perfetto. Se pensava a quanto lo aveva odiato nei primi tempi. Qualcosa sul suo naso. Un fiocco di neve? Guardò in alto, la neve ricominciava a cadere, morbida e abbandonante. Anche Viktor guardò su, poi tornò a guardare l’altro, entrambi senza smettere di danzare “sei molto meglio della prima volta, quando tentavo di insegnartelo”.
Erast tornò a guardarlo e sorrise.
“Imparo in fretta”.
“Ti piace la neve non è così?”.
“Tantissimo” disse in un soffio il ragazzo.
Si poggiò con la testa sull’ampio petto dell’altro e continuarono il loro ballo. Viktor sorrise pieno di una dolcezza infinita. Avrebbe voluto rimanere per sempre lì, stringendo tra le braccia quel ragazzo tanto scontroso ma che gioiva delle piccole cose, semplice e sincero. Non gli aveva mai visto quell’espressione rilassata sul viso. Ok, ora lo sapeva. Aveva perso la testa per lui. Lo strinse di più a sé. Nel finale del walzer la musica impazzì, velocizzandosi e lui fece fare al ragazzo un caschè che lo fece impazzire. La musica finì e lui lo fece rialzare e si guardarono negli occhi. Ormai avevano addosso la neve caduta; Viktor pulì delicatamente i capelli dell’altro con la mano e gli sorrise in modo che sciolse Erast. Il giovane lo guardava con sguardo supplichevole, rapito. Ormai dipendeva totalmente da lui, che cosa gli aveva fatto? Si sentiva debole. Si appoggiò con la fronte al petto dell'altro, stringendo il suo cappotto nelle mani.
“Viktor io ti a…”
Non poté finire la frase perché l’altro gli strappò un bacio appassionato, tappandogli totalmente la bocca, facendogli morire in gola ogni parola. Lo strinse a sé e l’altro ricambiò, spalmandosi contro di lui, desiderando di sentirlo di più, di più…
Entrarono in casa, senza smettere di baciarsi. Al buio urtarono parecchie cose, ma niente li fermava. Si diressero a tastoni in camera da letto e Viktor lo buttò sul letto, andandolo a sovrastare, senza smettere un attimo di baciarlo. Si spogliarono a vicenda, togliendosi con foga la sciarpa, i cappotti, le maglie e continuando a baciarsi, ovunque. Il bruno lo inchiodò coi polsi al letto e prese a baciarlo sul collo, sul petto, strappandogli gemiti incontrollati. Erast voleva liberarsi le mani, voleva toccarlo. Il bruno glielo permise e il giovane gli accarezzo i pettorali, i muscoli del ventre e andò a slacciargli i pantaloni, velocemente, con mani tremanti. Intanto Viktor gi tolse i jeans, lasciandolo nudo, prendendo ad accarezzargli le gambe, il sedere, il membro caldo ed eretto tra le gambe. Il rossino gemeva, gli leccava il collo, lo baciava, lo stringeva a sé, accarezzandogli la schiena con impetuosità. Ormai nel silenzio vivevano solo i loro respiri pesanti, i loro gemiti, i loro ansiti incontrollati. Viktor sembrava emettere ringhi, talmente era la voglia che lo divorava. Sembrava un altro dal solito uomo controllato, ora era un vero concentrato di passione. Erast era un amante caloroso ed esperto, ma sentiva chiaramente il peso dell’altro su di lui, la sua forza, il suo impeto e si sentiva in qualche modo prigioniero.
E la cosa non gli dispiaceva per niente, anzi lo eccitava di più!
Il rossino succhiava con furia il collo di Viktor, facendolo gemere di piacere, ma questo gli prese il viso con una mano, staccandolo da lì e gli infilò la lingua in bocca, lasciandolo senza respiro, infatti Erast si stacco ansimante, cercando aria. Il bruno iniziò a lasciargli una scia di baci, dal collo verso il basso, passando sul petto, sulla pancia, ignorando il suo membro teso e succhiandogli e leccandogli l’interno coscia.
“Aaaaaaah, Viktor!” Erast non si tratteneva più ormai, era diventato un gattino eccitato bisognoso di attenzioni, che l‘altro era ben lieto di dargli.
Il bruno gli fece alzare una gamba e inaspettatamente andò a leccargli il buchino segreto tra le natiche e Erast si strinse alle lenzuola, urlando, quando quella lingua fantastica che poco prima aveva avuto nella bocca, prese a stuzzicare il suo orifizio, entrandoci persino dentro, facendogli raggiungere l’estasi. Venne copiosamente sul viso dell’altro. Trasalì.
“Che impeto…” disse l’altro tranquillo, pulendosi con la mano.
“Cazzo scusami. Non sono riuscito a controllarmi!”
Viktor sorrise vittorioso.
“Magnifico, allora apprezzi”.
Erast si inginocchiò davanti a lui, prendendo il sesso dell’altro tra le mani. Era così grande e tutto in tiro, la punta già bagnata. Ne godette segretamente. Si abbassò su quella punta meravigliosa e ci posò un bacio, poi due. Infine prese in bocca tutta la cappella, che quasi gli riempì la bocca; la succhiò forte, masturbandolo intanto con una mano, l’altra ad accarezzargli i testicoli gonfi. Viktor si morse le labbra ma non per trattenere i gemiti, solamente per non impazzire sotto il gioco spietato di quella lingua. Il rossino prese tutto il suo membro nella bocca, portandoselo fuori e poi dentro, fuori e dentro, continuando così per qualche minuto fino a che Viktor non lo staccò da lui. Si guardarono negli occhi, lucidi di eccitazione, brillanti nella notte. Il bruno lo spinse con la schiena sul letto, mettendosi tra le sue gambe, alzandogliele. Erast sapeva cosa stava per accadere. Oh, si, presto l’avrebbe avuto dentro, come da tempo ormai sognava, ma anche come temeva. Iniziò a tremare, i battiti del cuore aumentarono e mentre l’altro lo baciava sotto l’orecchio, sentì la sua punta strofinarsi contro il suo buchino. Strinse le spalle di Viktor.
“Ho paura…” disse in un sussurro appena udibile “non l’ho mai fatto…”
“Cosa non hai mai fatto?” chiese l’altro con voce arrochita dal piacere dirompente, che sentiva lo stava sommergendo ad ampie ondate.
Erast alzò lo sguardo per fissare lo sguardo nei suoi occhi, l’espressione dolce e intimorita.
“…l’amore.”
Il bruno impazzì a quella frase. Lo abbracciò, passandogli le braccia dietro la schiena fragile e calda, mettendo la sua guancia contro quella dell’altro, infondendogli calore, affetto e protezione.
Viktor entrò in lui, piano, strappandogli un prolungato sospiro di breve dolore, seguito da piacere. Il rossino lo accoglieva bene, perfettamente e lui gli scivolava dentro, a fondo, con tutto il suo sesso. Chiuse gli occhi mentre si fermò in lui. Fermi, l’uno dentro l’altro, tremanti come bambini timorosi, come amanti che si ritrovano dopo una vita. Erast si leccò le labbra e si aggrappò alle sue spalle; l’altro iniziò a muoversi piano, poi sempre più deciso.
“Viktor… aaaaah”.
“Erast…” lo chiamò il bruno sospirando, avvolto dal calore e dal piacere, da quel legame nato in maniera così poco ortodossa, che lo univa a quel ragazzino così dolce che si stava fidando totalmente di lui, facendo l’amore con lui non come una puttana ma come un ragazzo bisognoso d’amore e di dolcezza, dopo una vita vissuta nella violenza e nel dolore. Sentiva le gambe dell’altro cingere la sua vita per accoglierlo meglio, quella totale concessione di lui lo commossero nel profondo. Si mosse più forte in lui, Erast mugolò più forte e vennero insieme, gemendo l’uno il nome dell’altro; voci che si persero nel silenzio.
Il bruno crollò dolcemente sull’altro, lievemente sudato, respirando profondamente; Erast anche ansimava, gli occhi chiusi, il corpo tremante, il sesso e il seme di Viktor in lui. Aprì gli occhi. Sorrise.

Felice.

Il cinguettio degli uccelli svegliò il rossino. Il sole danzava nella stanza visto che la sera prima si erano dimenticati di chiudere tende e persiane. E come avrebbero potuto ricordarsene, era stati colti dalla follia. Guardò l’altro che aveva gli occhi chiusi, il viso rilassato, i capelli dolcemente scompigliati. Sorrise tenero. Com’era bello. Fece per alzarsi, voleva preparagli la colazione, ma la stretta di Viktor sul proprio braccio lo fermò e si voltò incontrando due occhi azzurri come il cielo, limpidi, privi di nubi e di astio, solo due occhi sorridenti e dolcemente maliziosi.
“Buongiorno”
Dio che voce roca, mamma mia! Pensò Erast.
“B-buongiorno…” riuscì a rispondere imbarazzato.
L’altro sorrise. Per poco il rossino non svenne.
“Dove stavi andando?” gli chiese il bruno.
“A… preparare la colazione”.
“No, no, no…” disse l’altro mugolando, abbracciandolo e attirandolo a sé, sul suo petto.
Erast ridacchiò; si sentiva un altro.
“Ma come, non vuoi del caffé?” gli chiese con le guance arrossate, accarezzandogli il petto e i favolosi addominali con le dita.
“Dopo ci vado io a farlo, ora fatti fare un po’ di coccole”.
Erast chiuse gli occhi felice. Si sentiva coccolato, viziato… nessuno l’aveva mai fatto sentire così; trattenne a stento lacrime di commozione. L’altro lo baciò sulla bocca, e lo ributtò sul letto, facendoglisi sopra, mettendo una gamba tra le sue, travolgendolo di nuovo con quella dolcezza e con quella passione che gli aveva fatto provare la notte precedente.
“Viktor… ti amo” disse Erast nel piacere.
Il bruno si fermò per guardarlo. Era così bello ed era suo.
“Stai arrossendo”.
“Ma cazzo!!”
Viktor rise e si rigettò su quelle labbra, illuminandosi di una gioia e di una soddisfazione che forse non aveva mai provato

Si svegliò… dov’era l’altro? Sul comodino un vassoio con del caffé e del latte e un fiore di campo viola. Erast si mise a sedere, si grattò la testa e lo prese tra le mani, sorridendo.
Quel cretino.



FINE.



Scritto, sognato, immaginato assieme a Viky. Merci ma chère.