martedì 13 settembre 2011

Sangue d'amore


Sto seduto accanto a lei, la osservo tristemente. Ha il capo voltato dall’altra parte, verso la finestra. I capelli scuri le ricadono sul volto e macchiano il cuscino candido. Sembrano dei lunghi serpenti sottili che fuggono in ogni direzione, che si raccolgono, si scontrano e si riposano.

Il suo corpo è nascosto dal lenzuolo. E’ di certo calda, la sento respirare lentamente, in modo cadenzato, a intervalli regolari, chissà se anche il suo cuore è cosi regolare o se si è dimenticato cosa significhi accelerare i battiti.

Distolgo lo sguardo verso la finestra da cui penetrano a fatica i raggi luminosi ostacolati dalla pesante tenda.
Per me il suo cuore ha smesso di battere.
Ho sbagliato troppo e forse è meglio cosi.

Per lei.

Non sopporto, non posso sopportare il dolore che seguirà quando se ne andrà via.
Qualche tempo fa ho scelto di togliermi la vita piuttosto che perderla, ora mi chiedo cosa fare.

Nulla ha più senso. Non senza lei.

Mi ha accerchiato, mi ha soffocato, mi ha dissanguato, mi ha assorbito la linfa vitale. Sono diventato un fantasma della sua ombra. Sono totalmente dipendente da lei.

Le tocco leggermente la guancia.

Si muove piano.

Resto in attesa. Il suo respira diventa irregolare, si ostina a tener chiusi gli occhi.
So che ora è sveglia. Resta cosi alcuni minuti e poi si gira verso di me.

Sorride.

Quel sorriso mi sconvolge, sono anni che non l’ho più visto sulle sue labbra.
Cosi dolce, cosi coinvolgente, avvolgente, caloroso, amorevole.

E’ lei?

E’ la donna che mi amava alla follia? Oppure è ancora quella che mi odia per il male che le ho fatto?

Vorrei prenderla, abbracciarla, baciarla, farla finalmente mia, mia veramente, tuttavia ho paura di spezzare la magia.

Ho le visioni. Lei non è questa, forse pensa di stare a letto col suo amante.

Una gelosia estrema mi sale su dallo stomaco, mi agita, sento una furia animalesca.
Scendo dal letto. Sono nervoso, ho bisogno di una doccia, necessariamente.

Lei mi segue: “Ehi! Dove vai? Non vieni qui?” ride dietro di me.

Ride come una bambina, scherzosamente.

Ride di me? Lo fa sul serio?
Vuole che sia io ad amarla ora? Io?
Non le basta più gli uomini che ha? Mi giro completamente fuori di me.
Lei si arresta, il sorriso meraviglioso scompare.

E’ immobile. Zitta. Impaurita.

E’ un coniglio che ha paura, è una tigre che sa graffiare, è una sanguisuga che mi aspira il lume della ragione.

Mi avvicino. Lei si allontana. Ma con tre passi la prendo per i polsi, la fisso negli occhi.

Lei alza i propri verso di me.
Dimostrano un’innocenza che mi sconcerta, non lo sopporto! Come possono sembrare cosi sinceri pur avendo visto altri uomini ad eccezione del sottoscritto?

Non mi accorgo nemmeno quando la mano si muove e le dà uno schiaffo, cosi forte che le fa perdere l’equilibrio e cadere.

La guardo impietrito.

E’ la prima volta che la colpisco. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? Cosa ho fatto?

La lucidità riviene. Lei si alza. Mi guarda con odio. Non si tocca nemmeno la guancia.

“Vattene al diavolo!” mi sussurra e si va a chiudere dentro al bagno.
La sento singhiozzare. Vorrei dirle qualcosa, che mi dispiace, che non succederà più, che lei è tutto ciò che ho al mondo.
Non lo faccio, mi risponderebbe “parole, parole, parole”.
La lascio là, so che vorrebbe sentirsi dire qualcosa, qualsiasi cosa, nonostante ciò io ormai non la devo più ferire, forse sarebbe meglio per lei se io non fossi mai esistito, se non esistessi più.

Vado in cucina.

La bella cucina dove mille volte abbiamo cucinato assieme, dove usavo abbracciarla mentre lavava i piatti, dove abbiamo fatto l’amore.

Prendo un coltello e una sigaretta.

Accendo quel bisogno vitale. Sarà l’ultima.
Torno alla porta del bagno. Mi siedo.

Sento come la pelle viene tagliata, lacerata. Non fa nemmeno male. Non più.

Voglio morire cosi.

Sentendola piangere.

Sentendola disperarsi per l’amore sfortunato che ancora sente per me.

Sentendola accanto a me, separati da una porta, da un muro invalicabile che mai ci ha
fatto avvicinare veramente.

Troppo diversi, troppa poca fiducia, e tanta, troppa, follia.

So già il suo volto quando aprirà la porta e vedrà il mio sangue dipingere le parole
“Ti amo”.

Troppo tardi amore, perdonami, almeno sappi che ti ho amata sinceramente.

5 commenti:

  1. bello Jivri'l, molto intenso. comunque vedo che è il periodo che butta così, ultimamente ho scritto anch'io due storie che finiscono malissimo.

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  2. ahahahaha, ecco, l'ho detto io che ci somigliamo:D
    eh si, la storia è ispirata un pò da una cosa autobiografica ma ieri sera mi è presa cosi..buttare un pò giù dei sentimenti. kiss

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  3. Io respiro molto catrame ed un po' di amianto in questo tuo racconto , Jivri'l ...

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  4. triste e bellissimo..
    complimenti.
    SdS

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