sabato 9 luglio 2011

"Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente": l'altra faccia della Luna.


“Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente” : l’altra faccia della Luna.

“Ho cercato di far uscire le favole da se stesse.
Perché ogni storia contiene il suo contrario.
Perché niente è come appare: le favole sono alibi.
E perché niente, infine, appare com’è: gli alibi generano altre favole.”


Un “cantastorie” raccoglie intorno a sé i bambini desiderosi di ascoltare favole, tuttavia prima di incominciare a narrare chiede se loro credano alle favole.

“E fate male- replica- le favole non dicono sempre la verità: e sapete perché? Perché il primo che racconta una favola, la racconta come vuole lui ed allora nessuno osa più cambiarla. Tante, tante volte i fatti si sono svolti in un altro modo, la vera storia è diversa: ma quando quella storia diventa favola, ecco che i poveracci si ritrovano principi, le servette regine, i banditi eroi, ma soprattutto i cattivi vengono scambiati con i buoni e i buoni con i cattivi”.

Ed ecco che Cappuccetto Rosso non è più una povera fanciulla che va dalla nonna malata ma diventa un’avida cacciatrice del tesoro del lupo, la principessa abbandona il suo status di dolce donzelletta diventando una forzuta contadina, il brutto anatroccolo è solo un corvo, Robin Hood è un nobile decaduto, il principe di Biancaneve è innamorato del suo amico, la piccola fiammiferaia dà in regalo al re una bomba, Grimilde è la più bella e nulla vale l’amore, la bellezza supera ogni valore e soprattutto il Gatto con gli stivali non è che uno scalatore sociale.

Dietro alle mirabili e fantastiche favole si cela la crudele verità che si cerca di trasformare in qualche cosa di non- vero, in un sogno giustificatore.


Il seguente apologo è nato nel clima della monarchia assoluta precedente la Rivoluzione Francese, tuttavia sembra essere valido in ogni tempo.
La Verità, la quale nel momento in cui si presenta col suo volto disadorno è mortificata e respinta, travestita coi panni della favola, riesce a rendere accettato agli uomini il suo insegnamento morale:

“La Verità, dicono, se ne va nuda e abita in fondo a un pozzo. Un giorno, forse annoiata di quella sua profonda solitudine, uscì dal pozzo e si avviò tra la gente. Bella idea! Sùbito i primi che la videro se la diedero a gambe. La Verità provò a bussare a qualche casa: le sbatterono la porta in faccia. Nessuno voleva accoglierla. La povera Verità, umiliata e intirizzita, prese una strada di campagna.
Ed ecco venirle incontro una bella signora tutta vestita di trine e di sete, impiumata come uno struzzo, ricoperta di gioielli, falsi i più, ma sfavillanti: era la Favola.

- Oh, buon giorno! – disse la Favola, cordiale. – Ma che diavolo fai così sola soletta per questo stradone?
- Lo vedi – rispose malinconicamente la Verità – sto morendo di freddo. Non c’è un cane che voglia sapere di me. Scappano tutti appena mi avvicino.

- Eppure – replicò la Favola – eppure tu e io siamo parenti strette, e io, dove vado, sono assai bene accolta. Però capisco – soggiunse ridendo. – Tu hai torto: ti presenti troppo poco vestita…
No, no! Sai che faremo? Riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme, da buone sorelle. Vedrai, converrà a tutte e due. I savi accoglieranno me in grazia della verità che nascondo e i pazzi faranno festa a te perché sarai frusciante delle mie sete e luccicante de’ miei gioielli.”

( Jean Pierre Claris De Florian )

La verità e la favola, dunque, vanno di pari passo, anzi la seconda riesce a nascondere amabilmente la prima, troppo acre per essere comunicata senza veli. Perché mai avviene questo? I bambini non hanno bisogno di metafore, esattamente: i bambini. Le favole, infatti, non sono state originariamente indirizzate ai bambini, ma questo è un acquisto della modernità; come afferma J.R. R. Tolkien "la connessione istituita tra bambini e fiabe non è che un accidente della nostra storia. Le fiabe, nel moderno mondo alfabetizzato, sono state relegate alla stanza dei bambini, così come mobili sciupati o fuori moda vengono relegati nella stanza dei giochi, soprattutto perché gli adulti non vogliono più vederseli d’attorno e non si preoccupano se vengono maltrattati."

Per risalire a tale connessione bisogna percorrere la storia della favola.


Il termine “favola” (dal gr. “muzos”, traducibile letteralmente con “mito”) viene coniato per la prima volta in Francia con “Conte de fée” nel diciottesimo secolo; spesso è usata come sinonimo di “fiaba” sebbene siano due generi diversi poiché la prima ha uno stile breve, essenziale, presenta come protagonisti per lo più animali che rappresentano uno stereotipo umano e, molto importante, hanno una morale; la seconda, invece, è più lunga ed elaborata e oltre ai personaggi umani, vede come aiutanti o antagonisti esseri magici come fate, streghe, orchi, animali fatati e non sempre presenta una morale.

La favola, pertanto, è presente dagli albori dell’umanità, narrata oralmente principalmente dalle donne, le vere detentrici delle tradizioni. Sembra che sia nata dai riti che i giovani facevano per entrare nell’età adulta; pian piano, però, tali riti di iniziazione vennero meno e rimasero le favole.
L’inventore delle favole, benché già esistessero nell’antica Grecia le fabulae milesiae, ufficialmente, è ritenuto essere Esopo (VI sec. a. C. ) il quale, tramite gli animali, evidenzia i pregi e i difetti degli uomini con un’intenzione educativa e bonariamente satirica.
A Roma, invece, questo genero fu ripreso da Fedro che avverte fin da subito che il suo libro “muove il riso e consiglia saggiamente per la vita”.
Il mondo creato da Fedro è quello della sua realtà, gli animali rappresentano le caratteristiche degli uomini:

“gli animali di Fedro non agiscono come animali, ma soltanto come uomini; pertanto gli uomini che si presentano in talune composizioni potrebbero benissimo essere chiamati con nomi di animali. Non cambierebbe nulla” ( F. Solinas).

La volpe è astuta e ipocrita, ma anche quella che sa riconoscere i propri limiti:

“Fame coacta vulpes alta in vinea
Uvam adpetebat summis saliens viribus.
Quam tangere ut non potuit, discendens ait:
<< Nondum matura est; nolo acerbam sumere>>”.

Il lupo rappresenta l’ingordigia infida e la prepotenza, come ben è manifesto nella favola “Lupus et agnus” nella quale egli cerca un motivo vano pur di uccidere il povero innocente: è la parte dell’oppressore.
Il leone, similmente al lupo, è la forza e l’aggressività, poiché, in fin dei conti, è il re degli animali; le rane sono la folla, mai soddisfatta, descritta nella sua irrazionalità e nelle sue sventure; il cane, invece, è l’animale più simile all’uomo che indica la fedeltà, l’ingordigia, il servilismo.

Sicuramente queste favole sono allegorie della società contemporanea a Fedro e dell’atmosfera politica in cui egli vive.
Sono critiche mascherate del potere politico oppressivo e della mancanza di libertà, dei vizi umani come nella “Vulpus et corvus” in cui il narcisismo del corvo viene punito. Affiora il pessimismo di Fedro: la sopraffazione e l’ingiustizia governano il mondo, e i deboli sono destinati al silenzio.

Se Esopo riesce a originare un mondo fantastico in cui si avverte la magia della favola, Fedro descrive in modo cosi asciutto e breve che sembra avvicinarsi più alla satira che all’apologo, simile, per esempio, all’inizio della satira II di Orazio in cui egli, descrivendo la vita tranquilla del topo di campagna e quella mortale del topo di città, asserisce che si debba preferire la seconda e disdegnare gli sfarzi dell’eccesso.

La favola arriva al Medioevo, momento in cui incontriamo l’epopea animalesca del “Roman de Renard” del quale si conosce solo il presunto autore delle prime due “branches” che è Pierre de Saint- Cloud. Tale raccolta di favole, che vede come protagonisti l’astuta e intelligente volpe, Renard, e il prepotente ma sempre ingannato lupo Ysengrin, è la parodia della società medioevale: critica le istituzioni, la giustizia, la religione, le superstizioni, il potere abusivo dei politici, e persino la letteratura trobadorica. Gli animali vengono adoperati come modelli degli uomini quasi a voler far indietreggiare gli umani al regno animale, tanto che la fame perpetua degli animali indica l’avidità dell’uomo.

Similmente alle favole di Fedro, vengono impiegati gli animali come protagonisti e come mezzi di denuncia sociale per evitare sia una qualche persecuzione politica sia per superare la censura.

In questo periodo storico le favole diventano anche fiabe: la critica pungente, la morale spesso esplicita, gli animali vengono sostituiti da un racconto fantastico, fatto di figli e figlie di re, da creature magiche, da boschi e case incantati.

“Il Pentamerone” di Giambattista Basile è una raccolta di fiabe del sedicesimo secolo destinato ad un pubblico colto e adulto; le storie che contenevano erano sensuali, violente, complesse. Nelle più antiche versioni de “La Bella Addormentata”, ad esempio, la principessa non viene risvegliata da un casto bacio ma dai gemelli da lei partoriti dopo che il principe è giunto, ha fornicato col suo corpo addormentato e se ne è andato.
Nel diciassettesimo secolo abbiamo la figura di Perrault che raccoglie molte fiabe e in cui “La Bella Addormentata” diventa più simile alla storia che tutti conosciamo.
Quasi contemporaneamente Jean de la Fontaine riprende le favole esopiche e di Fedro, e cosi anche le funzioni dei vari animali: ecco che la volpe ora muore affamata perché non è riuscita a cogliere l’uva:

“Una volpe, chi dice di Guascogna,
e chi di Normandia,
morta affamata, andando per la via,
in un bel tralcio d’uva s’incontrò,
cosi matura e bella in apparenza,
che damigella subito pensò
di farsene suo pro.
Ma dopo qualche salto,
visto che troppo era la vite in alto,
pensò di farne senza.
E disse: - E’ un’uva acerba, un pasto buono
Per ghiri e per scoiattoli-

Ciò che non posso aver, ecco ti dono”.

Oltre a questi autori favolistici abbiamo i due scrittori contemporanei Carlo Alberto Salustri ( Trilussa), il quale ne “L’elezzione der presidente” denuncia ancora una volta la stoltezza degli uomini che si lasciano ingannare dall’apparenza e il potere politico preso con la menzogna, e Gianni Rodari che scrive favole per lo più a scopo pedagogico e anche qui abbiamo una volpe , la quale, però, a differenza delle precedenti non si arrende:

“Questo è quel pergolato
E questa è quell’uva
Che la volpe della favola
Giudicò poco matura
Perché stava troppo in alto.
Fate un salto,
fatene un altro.
Se non ci arrivate
Riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno
un poco si avvicina
il dolce frutto;
l’allenamento è tutto.”




Dunque, nello stesso secolo, le fiabe vennero riprese dall’avanguardia Francese, soprattutto dalle autrici rifiutate dall’Accademia di Francia le quali arricchirono vecchi racconti popolari con battute, usando le fiabe per criticare velatamente l’aristocrazia e il risulatato di ciò fu “Les Cabinet de fées”. Nel tardo diciottesimo e nel primo diciannovesimo secolo, i romantici tedeschi (Goethe, Tieck, Novalis, de la Motte Fouqué, ecc.) crearono opere ricche di temi mistici ispirati dai miti e dalle fiabe come il celeberrimo “Faust” di Goethe mentre i loro connazionali, i fratelli Grimm, lavoravano al loro famoso volume di racconti popolari tedeschi.
Le opere dei romantici tedeschi furono molto popolari in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, e la prima traduzione inglese della raccolta dei Grimm (del 1832) accese l’interesse vittoriano su tutto ciò che era magico e fatato: questo era in gran parte una conseguenza della rivoluzione industriale e del conseguente scombussolamento sociale. Infatti a partire dal 1850 abbiamo la seconda Rivoluzione Industriale in paesi come Belgio, Francia, Germania e Inghilterra. La prima fase, influenzata dalla tecnologia del ferro e del carbone, lasciò il posto all’energia elettrica che sostituì la forza a vapore. L’aumento della produzione e le invenzioni tecnologiche industriali e civili permisero il rapido miglioramento delle condizioni di vita delle persone sebbene si fosse formato il proletariato, sfruttato, e la ricca borghesia che sembrava non conoscere fine al proprio arricchimento. Tutto questo permise, pertanto, la nascita della società di massa: la maggioranza dei cittadini viveva nei centri urbani, gli uomini entravano quindi in rapporto fra loro con maggiore facilità e frequenza anche tramite la disponibilità di mezzi di trasporto, di comunicazione e di informazione. Tutti erano entrati, come produttori o come consumatori di beni e servizi, nel circolo dell’economia di mercato. In questo clima le fiabe cominciarono a essere spostate dal mondo adulto a quello dei bambini e le cause principali dell’improvvisa produzione di libri fiabeschi dedicati ai bambini furono due: i vittoriani idealizzavano l’infanzia ad un livello mai conosciuto prima e la nascita di una nuova classe borghese che allo stesso tempo era colta e benestante rendevano gli editori avidi di un mercato facile, da alimentare con fiabe riprese da altri paesi, modificandole per i lettori più giovani, e trasformandole secondo i rigidi canoni moralistici dell’epoca: convertire giovani eroine in passive, modeste, sottomesse ragazze vittoriane, e gli eroi in ragazzi virtuosi, ricompensati per le loro virtù cristiane.

Tolkien afferma che "Le fiabe, in tal modo bandite, tagliate fuori da un’arte pienamente adulta, finirebbero per guastarsi; e in effetti, nella misura in cui bandite sono state, si sono anche guastate."

Le moderne fiabe sono conosciute tramite la lente di Walt Disney che le ha rese piene di musicalità, smielate in un’atmosfera satura di magia.
Una coseguenza è che, per esempio, “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo abbandona quasi del tutto la sua denuncia sociale e il discorso del poeta sulla funzione della poesia per lasciare spazio a una storia di minore importanza, quasi ridicola e senza fondamento, dell’amore di Quasimondo per la bella Esmeralda.




Le favole, indubbiamente, nascono come genere letterario che ha scopi di critica sociale, politica, moralistica; ma ben presto in esse confluiscono tutte le caratteristiche umane e le aspirazioni degli scrittori che trascrivono queste tradizioni orali in raccolte scritte.

Dietro a ogni favola c’è il bisogno, da un lato, di esprimere il mondo che l’uomo ha dentro di sé; i sogni; i desideri e i fallimenti; e dall’altro di mantenere una certa distanza dalla realtà fatta di sopraffazioni e di evadere in un mondo fantastico.


“ Cosi ho optato per “l’evasione”: trasformando le esperienze in altre forme e simboli…”


“L' Evasione del Prigioniero non va confusa con la Fuga del Disertore” ci dice ancora Tolkien.
Il disertore è colui che diserta da questa dimensione del reale che gli fa ribrezzo, dalla quotidianità soffocante, mai al livello delle aspettative, mai capace di ripagare l’impegno di chi trascina la propria vita nei meandri degli ostacoli che essa produce.
L’evasione ci libera dalla schiavitù delle cose, recuperando la “visione chiara” del mondo e attendendo un’eucatastrofe, un lieto fine che dovrà sempre arrivare.

Inoltre un altro fattore determinante è la fantasia, che permette di riprendere un calderone in cui sono rimasti a maciullare mitologia, storiografia, romance, agiografia, racconti popolari e creazioni letterarie per secoli e di mescolare il tutto creando un nuovo spazio.


“The human mind is capable of forming mental images of things not actually present. The
faculty of conceiving the images is (or was) naturally called Imagination. But in recent times,
in technical not normal language, Imagination has often been held to be something higher
than the mere image-making…; an attempt is thus made to restrict, I should say misapply,
Imagination to “the power of giving to ideal creations the inner consistency of reality.”

“La mente umana è capace di formare immagini mentali di cose che infatti non sono presenti. La facoltà di concernere le immagini è (o è stato) naturalmente chiamata Immaginazione. Ma recentemente, in un linguaggio tecnico non normale, Immaginazione è stata spesso appresa essere qualcosa di superiore che il mero creare immagini.. ; uno sforzo è quello di far restringere, devo dire in modo inappropriato, Immaginazione al “potere di dare alle creazioni ideali l’interiore consistenza del reale”.

La fantasia è la facoltà di immaginare qualcosa di cui non abbiamo mai fatto esperienza: con la memoria immaginiamo il passato, con l’intuizione il presente, con la previsione il futuro. Però esiste un altro regno: quello delle opportunità non realizzate dove dimora tutto ciò che non esiste ma che potrebbe esistere. Con la fantasia si può immaginare e creare parti di quel mondo.

Cosi ogni scrittore cerca di formare un nuovo mondo parallelo, secondario, una fantasia e spera di essere un real- maker che “disegna sulla realtà”; si auspica, inoltre, che tale nuova dimensione abbia le peculiarità idealizzate del vero mondo.



La necessità di evasione è considerevolmente mostrata nelle atmosfere magiche delle fiabe, nell’immaginarsi esseri fatati e animali parlanti nelle favole; questo libero sfogo permette di oltrepassare i limiti imposti alla mente umana, di creare anche il non senso, come in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll dove viene annullato la dimensione spazio- temporale, le istituzioni non hanno più importanza e nulla sembra essere ciò che è :

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!” ( Alice)

Questo nuovo mondo somiglia, poi, all’evasione che sente Edvard Munch e che traduce ne “L’urlo” nonostante la sua estraniazione sia piena di angoscia e sia una nuova conoscenza che improvvisamente acquista del mondo. E’ simile al terrore che provano i sette capretti quando si rendono conto che quello che hanno lasciato entrare in casa non è la madre ma il lupo affamato.


La letteratura escapista, perciò, non è da ritenere pericolosa perché chiunque si senta imprigionato dalle catene della realtà cerca una via di fuga, una liberazione dalla frustrazione, dall’instabilità, dal vuoto monotono della vita e vuole inseguire un sublime valore di Assoluto.

Il lieto fine è il raggiungimento di questo scopo, la conquista di qualcosa di certo e totale, la conoscenza della vecchia condizione e la serenità di quella nuova.


L’evasione, poi, dal punto di vista filosofico nietzschiano porta a una nuova consapevolezza descritta da Nietzsche nel gioco di Dioniso il quale rappresenterebbe l’innocenza della fanciullezza alla quale deve seguire la formazione alla vita adulta. Il suo straniamento dovuto all’immagine riflessa nello specchio sta nel fatto che egli non è stupito di vedersi riflesso ma vede quello che si trova alle sue spalle, cioè il mondo nella sua molteplicità di infiniti fenomeni, e coglie che tale mondo variopinto è lui stesso- la molteplice apparenza del mondo è la sua stessa immagine e quindi in ogni frammento del mondo è raccolto tutto l’Universo, come in ogni frammento dello specchio.

Il saggio “Su verità e menzogna” inizia con quella che Nietzsche definisce una favola: la favola della conoscenza; con toni che ricordano da vicino le “Operette morali” leopardiane, e in
particolare il “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” egli racconta con toni apocalittici la
marginalità e precarietà della posizione umana nell’universo, descrive l’astro che ospita la nostra specie come un angolo remoto tra gli infiniti sistemi solari: “Vi furono molte eternità in cui esso non
esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole”.
Gli risponde il folletto leopardiano: “Ora che ci sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla (…)e le stelle e i pianeti non mancano di nascer e tramontare”.

La favola rappresenta l’autopercezione dell’uomo-scienziato che ha perso la sua creatività e la
luce negativa in cui è posta la conoscenza è dovuta al suo patetico antropomorfismo, dovuto all’oblio
scientista della marginalità e transitorietà della presenza umana nel cosmo. La conoscenza è allora il
sommo inganno: illusione di controllare il mondo da parte di ciò che non è che un granello
dell’universo. La superbia, la tracotanza, la hybris dell’intelletto sono esercitati all’estremo dal filosofo, che crede che gli occhi dell’universo siano rivolti a lui e che egli sia deputato a decidere le direzioni di sviluppo del mondo. Non solo il filosofo mira a carpire i segreti della natura, ma anche si arroga un’autorità predittiva e prescrittiva rispetto all’organizzazione del mondo intero. L’intelletto sarebbe uno strumento di
autoconservazione concesso agli esseri più infelici, deboli, transitori, con il medesimo scopo per cui
altre specie, più forti dal punto di vista biologico, sono muniti di corna o si difendono con morsi.
Occorre forse allora privare l’inganno e la finzione di etichette morali, interpretando ogni architettura
concettuale come narrazione, sorgente creativa di una visione del mondo.
Come il mondo vero alla fine è diventato favola è anche il titolo assegnato a un capitolo del “Crepuscolo degli idoli” in cui è ripercorsa in sei punti la storia della filosofia. In quel contesto l’espressione mondo vero si riferisce al platonico mondo delle idee, ricondotto al suo carattere favolistico e artificiale dal filosofare nietzschiano:
“Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? … Ma no!
Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!” esclama Nietzsche. Unico è l’atto
distruttivo che trascina con sé i due mondi: la favola, costituitasi tale per una sorta di rimbalzo in
opposizione a ciò che è invece riconosciuto come vero, non si oppone più ad esso, ma ha diritto al
medesimo statuto di verità (o falsità). Se l’incipit è una favola è pur vero che è tale, cioè finzione e
inganno, solo per uno spirito ordinatore che abbia posto una certa soglia di accettabilità dei contenuti
del dire da cui questa narrazione risulta esclusa.

Il mondo è ormai finzione e menzogna, favola e realtà sono la stessa cosa; in un certo senso questo appare vero anche da parte di Freud il quale, interpretando le favole psicoanaliticamente, afferma che queste, non diversamente dai sogni, non sono che proiezioni delle paure e dei desideri dell’uomo.


L’uomo è fatto di “cassetti segreti che solo la psicanalisi è in grado di scoprire” afferma Freud e nella “Giraffa infuocata” di Dalì quei cassetti appaiono pieni delle nostre paure, paranoie, aspirazioni, tabù.

“See, you know: bait off alsehood takes this carp of trut” dichiara Shakespeare nell’Amleto.

Freud asserisce che se un discorso metaforico non ha sufficiente potenza significativa è come una carpa di verità che si può pescare con un’esca di menzogna. Ogni costruzione metaforica, ogni fiaba, è pensata come un’esca senza la quale è vano andare a pescare una verità che non si riesce a vedere, ma di cui si conosce l’esistenza.

“La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia.
Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro vaghezza.
Nel nostro lavoro dobbiamo sempre tenerle d'occhio, senza
peraltro essere sicuri di vederle chiaramente”.

Per Freud la fiaba diventa un campo di ricerca rigoroso, egli si addentra nel mondo dagli oggetti vaghi, dalle atmosfere misteriose e magiche in un lavoro lento e pieno di trabocchetti.
Nell’ “Interpretazione dei sogni” fornisce due esempi di sogni collegati alle favole: il trovarsi nudi in compagnia di altri che indica il desiderio infantile di spogliarsi davanti ai genitori che avrebbe dato vita alla fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” (H. C. Andersen); il sogno della morte di un famigliare amato che Freud collega al smania inconscia del bambino di uccidere il padre per prenderne il posto accanto alla madre, questo sarebbe alle fondamenta dell’eroe che combatte contro l’orco- padre e che è all’origine della tragedia di Edipo.

Bruno Bettelheim sostiene che qualunque fiaba conserva un significato segreto che passa attraverso il conscio, il subconscio e l’inconscio.
Nella fiaba ci sono i processi di: identificazione, trasgressione, immersione e trasformazione.

Una volta identificati con i personaggi della fiaba, il lettore vive tutte le situazioni angosciose e conflittuali fino a liberarsene. La trasgressione è la deviazione dal retto sentiero mostrato dal Super Io; ma egli è ancora debole e viene aggredito dall’Es diventandone preda.

Cosi Pinocchio trasgredisce alle parole del padre.


Tuttavia già nella trasgressione c’è il rimorso dell’Io e l’angoscia dell’Es con un nuovo desiderio di tornare a nuova vita. Questo comporta l’inizio di una immersione nell’inconscio personale, tramite la quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei conflitti interni, in un secondo tempo l’immersione porta verso elementi archetipici dell’inconscio collettivo.

Ad esempio Pinocchio disobbedisce e passa attraverso diverse fasi scendendo progressivamente verso stadi inconsci, prima incontra Mangiafuoco poi viaggia nel Paese dei Balocchi e, infine, viene inghiottito e immerso nel ventre del Pesce-cane.

L’immersione porta a stati d’ansia avvertibili in uno stato d’animo che ha origine dalle situazioni ce vengono vissute come negative per il proprio Io. E’ il momento in cui non bisogna più subire le pressioni dell’Es ma agire in accordo con l’Io.
Questo porta alla Lisi, la trasformazione del protagonista: il brutto anatroccolo diventa cigno, Pinocchio diviene umano.

E’ l’ eucatastrofe.

Finalmente la favola si rivela per quello che è: fantasia, evasione, denuncia, frammentarietà e totalità del mondo, apparenza, realtà.

Non è l’altra faccia della Luna; la favola è lo spleen e l’ideale.

“La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo”.



Tale è la favola. Tale è l’uomo.




La favola è un componimento originale, anzi unico, nel quale la filosofia e la poesia sembrano esser convenute insieme per formar un innesto prezioso di follia e di sapienza, di fole e di verità, per istruire trastullando il gran bamboccio dell’uomo; correggere quella serpe dell’amor proprio senza irritarla; e dar infine la ragione agli animali, per insegnarla a quelli che se ne credono i proprietarj.

(Cesarotti- Saggio sugli Studj)

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