sabato 12 marzo 2011

Saggio breve





Questo è un saggio breve che riguarda giustizia e legalità, rivisitate un pò attraverso alcuni esempi letterari. Perchè lo posto qui non so, ma se qualcuno avrà l'ardua pazienza di leggerlo sarei contenta di sapere che ne pensate- non sono fatta per i saggi, amo molto di più scrivere liberamente seguendo la mia fantasia-. A presto, Jivri'l.




Le leggi sono norme preposte alla vita sociale perché questa sia ordinata e basata su sistemi giudiziari equi. Discutendo sulle leggi inevitabilmente si parla anche di giustizia.

Legalità e giustizia, sebbene non sinonimi, sono i principi alla base della dignità umana. Ciò rende le persone uguali e dà a ognuno quello che si merita.
In un’immagine di Mario Sironi, “La giustizia fra la legge e la forza”, è rappresentata una donna alias Giustizia con la spada in mano e la bilancia relegata in secondo piano.
E’ interessante osservare che la bilancia, simbolo dell’equità e della stessa giustizia, è seconda, qui, alla spada, strumento che serve per applicare la giustizia, potremmo dire, simbolo delle leggi. Tuttavia la spada è un’arma e come tale può essere usata iniquamente. Immaginiamo allora che la donna che la impugna abbia una benda sugli occhi. Essa non vede chi va a colpire, pur di far rispettare la legge, cionostante se ella spiasse da sotto la benda vedrebbe benissimo su chi andrebbe ad infierire.
Ed ecco che la legge, come afferma derisorio Anacarsi, si può trasformare in una ragnatela nella quale si s’impigliano “i deboli e gli umili” e dalla quale possono uscirne indenni solo “i potenti e i ricchi”.
Solone, tuttavia, non ci crede e pensa che se le leggi siano scritte allora sono meno arbitrarie, ma si sbaglia. Nel discorso fra Alcibiade e Pericle sembra che la legge per essere legale debba essere scritta. Non importa che le leggi siano fatte dalla maggioranza della popolazione, da una minoranza o da un tiranno. L’importante è che siano scritte.
Cosi la pensavano anche i plebei che ottennero le leggi delle XII Tavole; però, alla domanda di Alcibiade che si chiede se le leggi, sebbene siano scritte, siano legali anche se sono frutto di prevaricazione Pericle risponde che egli si stia solo inerpicando fra i labirinti del sofismo.
E’ quindi impossibile fin da principio teorizzare su cosa sia veramente la giustizia e soprattutto come attuarla universalmente.
Le leggi sono lo strumento della giustizia, però, non sono solo quelle scritte ma anche quelle non scritte, quelle che esistono da sempre e che spesso rappresentano un po’ il mos maiorum dei nostri tempi, ovvero quelle leggi morali e religiose che fanno parte del nostro bagaglio culturale e che sono comuni a tutti gli essere umani.
I “Promessi Sposi” sono una denuncia dell’iniquità presente nella società del Seicento, ma quella stessa situazione si può ben riportare ai giorni moderni: spesso i poveri sono oppressi dalle leggi e i potenti e i malandrini coloro che ne scappano. Chiari esempi sono Renzo e Lodovico.
Renzo, a casa dell’avvocato Azzeccagarbugli, viene scambiato per un bravo solo perché aveva voluto conoscere la legge e applicarla a sua difesa e non per opprimere; per questo è allontanato a malo modo. Più tardi si scopre, però, che Azzeccagarbugli è amico di Don Rodrigo, dunque asservito al potere, e la legge ancora una volta gioca a favore del più forte.
Lodovico, invece, è “un protettor degli oppressi e un vendicatore de’ torti” eppure con sconsolata amarezza si rende conto che, pur agendo in nome della giustizia, si deve adeguare alla legge di mercato, cioè al delitto e alla sopraffazione. Dunque egli deve “vivere co’ birboni, per amor della giustizia”.
Il bene e il male diventano, dunque, relativi; tuttavia Manzoni non rappresenta quasi mai il male che agisce, studia soltanto la sua nascita.
E il messaggio che arriva è che l’ingiustizia che le persone operano sono spesso il risultato sull’ingiustizia commessa su loro stessi; per esempio, Gertrude è una monaca singolare, essa è stata obbligata per persuasione a diventare monaca; il padre e i familiari le hanno osato una durissima violenza psicologica pur di difendere l’eredità principale che sarebbe dovuta andare al primogenito.
Pertanto tutti siamo vittime del male e fautori della malvagità stessa. Pure i poveri eludono la legge, come accade con le donne della novella “Don Licciu papa” che lasciano i maiali e le galline in strada quantunque questo sia vietato dalla legge; la loro non è un’ingiustizia perché non fanno male a nessuno, soltanto non osservano una norma e alla fine subiscono una doppia oppressione, la punizione della legge trasgredita e la sottomissione al signorotto che le ha aiutate, siamo nuovamente in presenza, perciò, di una forma di clientelismo perché il signore le ha difese, ma ora è lo stesso a compiere ingiustizia su di loro; la prepotenza qui è però rappresentata dal grido rabbioso di compare Vito “Che giustizia! La Giustizia è fatta per quelli che hanno da spendere!” di fronte al massaro Venerando, ricco, che gli ha pignorato la mula. La legge diventa strumento di arricchimento per chi è già ricco.
Ed è per questo che paradossalmente Pinocchio viene rinchiuso in carcere!
Perché non ha rubato nulla. E’ l’illustrazione della borghesia dell’ Ottocento, tesa solo a conseguire i propri interessi finanziari, proiettati solo alla scalata sociale, sormontando ogni ostacolo, anche la legge. . La giustizia è asservita al malandrino e da ciò nasce l’impossibilità del cittadino comune di difendersi davanti alle ingiustizie.
I malandrini non sono solo i criminali, ma pure tutti coloro che hanno il potere giuridico, economico, politico e intellettuale e che usano tale potere a proprio favore.
Cosi don Abbondio che pure si definisce un “vaso di terracotta” in mezzo a “molti vasi di ferro”, usa il suo latinorum come mezzo di oppressione; le altre persone di potere usano la penna per scrivere “le parole che dice un povero figliolo” e usarle contro di loro; Azzeccagarbugli non capisce che Renzo vuole la giustizia vera e non una sua interpretazione; l’innominato è il grandioso criminale per eccellenza; don Rodrigo usa il suo potere per infierire su Renzo e Lucia.

L’individuo sceglie se compiere un atto d’iniquità relativamente senza influenze date da altre persone, e in questo caso la libertà rappresenta un dono tremendo, un peso troppo grave per subirne le conseguenze, ma nella folla l’uomo si libera di tale fardello. Perde la sua identità.
La folla, se ben diretta da pochi sovvertitori, è pronta a devastare ogni cosa con la sua portata violenta. E’ questo che accade nei “Promessi Sposi”. L’individuo si adegua agli altri.
Da questo emerge un contrasto fra la legge e la giustizia; la giustizia è ideale, essa è ritenuta ingiusta perché non bada al singolo caso e perché essa è sempre cercata al di fuori dell’uomo; la legge invece per esistere ha bisogno di essere applicata dagli uomini, ma diventa spesso strumento di oppressione.
Oltre le leggi scritte, quindi, ci sono le leggi del cuore ben rappresentate nel dramma di Lodovico che entra in contrasto con la sua coscienza poiché pur operando a fin di bene commette il male; è soprattutto visibile in Mitja che si pone di fronte alla vera giustizia che è data da lui stesso. La giustizia non è rappresentata dal tribunale che lo condanna ingiustamente per la morte del padre, bensì dalla sua coscienza perché sa benissimo che avrebbe potuto ucciderlo e perciò la prigione diventa per lui mezzo di espiazione per il solo pensiero omicida che probabilmente lo ha sfiorato. Ma la sua denuncia è forte: “siamo tutti colpevoli”.
Siamo tutti fautori del male, di violenza, di iniquità, sebbene nel nostro piccolo. La nostra è una colpa collettiva. Non parliamo più di classi che usano la giustizia come vogliono, non siamo più patrizi contro plebei o borghesi contro proletari. Siamo uomini.
Uomini imperfetti che vorrebbero realizzare una giustizia perfetta. Questo non sarà mai possibile, ce lo dice lo stesso Machiavelli.
Ciò che possiamo fare è quello che ha compreso Mitja, essere puri nell’animo e nei pensieri , e Antigone, obbedire alle leggi morali.
La giustizia dunque non è data dalle leggi scritte, non è data dagli articoli della Costituzione. Ma è data dalle leggi etiche e religiose.
Se la bilancia e la spada si potessero sovrapporre in un unico disegno con la spada al centro fra le due bilance si potrebbe vedere idealmente una croce.
E’ il tema religioso che appare. E’ la giustizia divina.
Essa è ben illustrata nelle tragedie greche nelle quali l’uomo è ancora in grado di seguire la voce delle regole etiche che, in fondo, sono alla base della legge.
Antigone viene accusata da Creonte per il fatto di avere sepolto il fratello ucciso, andando in questo modo chiaramente contro la legge voluta dal re. Essa riconosce immediatamente la sua “colpa” che non considera tale perchè “le leggi dei Celesti, non scritte, ed incrollabili” non possono “ travalicare un mortale”; esse “eterne vivono” e lei non h fatto altro che seguirle perché il violarle non avrebbe potuto “per timore d’alcun superbo”!
Dichiara che il dovere morale va oltre una legge immorale e che, quindi, sul fratello è stata osata un crudeltà ingiusta.
“Un nemico non è mai amico, neppure da morto!” sibilla Creonte.
Emone esorta il padre a tornare sui propri passi poiché la sua superbia e la sua ragione stanno oltrepassando i limiti umani. Egli, tuttavia, è troppo giovane e troppo sottomesso all’amore di una donna per poter essere degnato di ascolto.
Creonte è il tiranno, il padrone della polis, è il legislatore che ha la pretesa di poter istituire leggi contrarie e/o superiori a quelle divine. E’ l’uomo che infierisce anche sulla sola cosa che veramente accomuna tutti gli uomini: la morte.
Egli pensa di poter oltrepassare la vera Dike, anzi, di poterla controllare infierendo su un cadavere. Ma la Morte non lo perdonerà.
Poiché “presso i torrenti impetuosi, gli alberi che si flettono, intatti i rami serbano: quelli che invece fan contrasto, svelti dalle radici piombano”, Creonte viene travolto in piena dal fiume che gli toglie la famiglia per punizione perché, sebbene dotato del bene più grande che i Numi abbiano dato all’uomo ovvero l’intelletto, non ha saputo farne giusto uso e soprattutto ha osato andare contro la giustizia divina scatenando cosi la hybris.
Lo sfortunato re arriva alla conclusione che “principio del viver felice è saggezza” e “non si deve commettere mai empietà verso gli dei”.
Accanto a Creonte, però, ci sono anche Menelao e Agamennone i quali si rifiutano di dare sepoltura al corpo di Aiace. E’ Ulisse, invece, che li convince che non conviene andare contro le leggi etiche. Anche l’eroe,però, usa l’intelletto per prendere ingiustamente le armi di Achille le quali spetterebbero ad Aiace, ancora una volta sarà la morte la vera dispensatrice dei meriti perché farà in modo che lo scudo di Achille sia portato sulla tomba del suo legittimo proprietario.
Nell’ottica cristiana, invece, la legge divina è quella che dà il premio e il castigo nella vita ultraterrena. La somministrazione dell’una o dell’altra è giusta; di questo avviso è Dante che vedendo Paolo e Francesca ne prova pietà ma è un castigo giustificato. Tuttavia essi non sono pentiti e questo è rappresentato non solo dall’eterno abbraccio ma anche dal vento che li trascina impetuosamente nell’Inferno. La loro pena non è veramente meritata poiché la passione ha offuscato la ragione, però essa non ha fatto male a nessuno, loro due in fin dei conti non hanno osato iniquità ad altri.
Castigo meritato è quello di Semiramide, esempio di potere corrotto perché, pur di giustificare il proprio incesto col figlio, ha dato ai cittadini quello che più desideravano, andando in tal modo contro le leggi che esistevano e cercò di controllarle.
E’ evidente che l’obbedienza alle leggi divine deve essere volontaria e che la legge del Signore debba essere “scritta nel cuore degli uomini” perché di fatto queste non sono altro che la morale interna, in un’ottica kantiana possiamo dire che la morale è autonoma dalla religione e che l’uomo è il legislatore della propria condotta mediante la ragione.
Ed ecco che nuovamente la legalità, la moralità e la giustizia sono cose diverse. Se legalità vuol dire una conformità esteriore alla legge, la moralità significa la totale adesione alla legge sentita immediatamente. Se la legge è giusta, si attua finalmente la Giustizia.
Perciò fintantoché aspettiamo il giorno del Giudizio Universale o una Giustizia a scala mondiale nel mondo che sia equa, bisogna che ognuno proviamo a farci sempre il famoso esame di coscienza promulgato da Seneca.
Mitja ha capito questo da molto tempo, egli è colpevole per il solo fatto di aver pensato a commettere un assassinio; Joseph K., arrestato, è convinto di non aver fatto nulla di male, forse egli ha commesso un’illegalità ma fino a quando lui stesso sosterrà che è innocente egli lo sarà; nel mondo ci sono tanti Jean Valjean rinchiusi solo per avere rubato un tozzo di pane per necessità, se la legge condanna chi ruba condannerà anche se a rubare sia un povero che sta morendo di fame ed è proprio qui che per essere giusti e clementi dovrebbe intervenire l’uomo con la sua capacità intellettiva a dispiegare i singoli casi e a fare giustizia. Non accade questo.
Ormai siamo rinchiusi in un mondo che va troppo veloce e in modo troppo superficiale; non siamo più in grado di ascoltare le leggi naturali, ed è per questo che pochi prendono il potere e che infrangono impunemente le leggi. Per questo, anche in una democrazia, ci può essere un tiranno.
Se i poveri si irretiscono nelle ragnatele e i potenti le rompono, bisogna considerare che il ragno è il solo a non impigliarsi veramente nella ragnatela. Che il ragno sia un dittatore, un sovrano, un macchinatore, la fortuna, la sorte o Dio non lo sappiamo ma l’ideale, per attuare una giustizia quanto più possibile giusta, è che ciascuno conservi il proprio decorum e che agisca in modo tale che sulla sua lapide possa essere scritto: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

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