sabato 25 settembre 2010

Alexandros ( capitolo 15, parte I)





Intorno c’era una strana quiete.
Un vento leggero soffiava fra le fronde degli alberi, qualche animale si sentiva fra l’erba alta, un profumo di fiori gli invadeva le narici.
Alexandros cercava di concentrarsi, tuttavia si sentiva fin troppo debole.
Il suono dei passi, le armi metalliche, le strida si facevano sempre più vicine.
Oh dei, non ce l’avrebbe fatta.
Questa volta sarebbe morto. Era troppo debole.
Aprì gli occhi e barcollò a causa di un capogiro, un soldato lo guardò con attenzione, poi distolse lo sguardo.
Era chiaro a tutti che fosse l’amasio del comandante.
Recuperò il controllo sul proprio corpo e alzò lo sguardo davanti a sé.
Sul suo cavallo nero era stupendo.
Stava facendo un lungo discorso.
I soldati avrebbero dovuto difendere la patria, affermare il potere di Roma, tornare dalle loro famiglie.
Era l’ultima faticosa battaglia e la dovevano vincere. In fondo chi era più forte e coraggioso di un soldato romano?
Di certo non un barbaro.
Alexandros lo osservava attentamente mentre attorno a lui cresceva l’eccitazione dei soldati.
Marcus “cavalcò da solo in testa alle truppe schierate. Poi all’improvviso gettò via il mantello e protese il braccio destro.
La sua armatura mandò un riflesso accecante, i pennacchi bianchi dell’elmo si stagliarono abbacinanti: fu come se fosse apparso un dio”.
Alexandros strinse la spada, ma trasalì quando una mano gli si posò sulla spalla.
Si voltò e vide il sorriso calmo di Filippos.
“Cosa ci fai tu qui?” domandò il ragazzo sorpreso.
“Cerco la morte, invece tu a cosa stai pensando?” chiese a sua volta guardandosi attorno e arricciando il naso aquilino.
“Al futuro che per me non esisterà più”.
“Basta pensare Alexis, rende fiacchi e tu non hai di certo bisogno di diventare tale. La tua sola preoccupazione dovrebbe essere quella di non morire, almeno fallo per lui, non voglio perdere un comandante” commentò sinceramente.
“Grazie di preoccuparti per me” affermò acido il ragazzo sorridendo sornione “Invece, quanto pensi che durerà? Un’ora, due, tre?” e qui la sua voce diventò preoccupata.
“Non durerà tanto, prima di mezzogiorno sarà finita” dicendo cosi tolse la mano, strizzò l’occhio e si dileguò.
La battaglia ebbe inizio in un lampo.
L’ala destra avanzò contro i nemici con movimenti silenziosi. Il primo scontro sembrò far tremare tutta la terra.
Si udivano improvvisamente le urla, i lamenti, le ultime parole prima di morire.
E davanti agli occhi solo rosso.
Era il sangue che colava dalle braccia, dalle gambe, dai visi.
Era lo stesso sangue umano che li macchiava per l’eternità, che dipingeva un nuovo paesaggio.
I fiori erano irrimediabilmente rossi, idem l’erba e i fiumiciattoli.
Sul campo si scontravano il suono delle lance, la paura degli uomini, le ingiurie degli dei.
Alexandros ferì l’ennesimo nemico, ma inciampò in un cadavere e si rialzò a fatica. Continuò ad avanzare. Davanti a sé vedeva Marcus a cavallo.
Marcus che uccideva senza pietà, che si difendeva da ogni parte, che respingeva gli attacchi.
Il ragazzo continuò a camminare. Le forze lo stavano abbandonando. Era stato ferito ad una gamba e alla spalla, stranamente sentiva il liquido caldo colargli fra i lunghi capelli.
Voleva dirgli… ridicolo!
Quanto era ridicolo!
Anche in quel momento era cosi maledettamente sentimentale. Gli uomini prima di morire sogliono dire alle persone care un qualche cosa, una parola che esprimi ciò che provano o fare un ultimo gesto.
Non voleva pensare alla morte, nemmeno quando sentì che qualcuno si avvicinava a lui, certamente per colpirlo.
Non gli interessava.
In quel momento era soltanto felice poiché lo sguardo di Marcus si era incrociato con il suo.
Tutto sembrò fermarsi.
Andava tutto al rallentatore, i suoni erano appiattiti, la foga dell’odio estinta, le parole non esistevano più.
Alexandros sorrise verso Marcus che aprì le belle labbra e gridò qualcosa, ciononostante il fracasso delle armi gli impedirono di udire.
Sentì un forte colpo alla nuca, poi lacerare le carni della schiena.
Il sorriso si trasformò piano in una smorfia di dolore, la vista gli si annebbiò.
Dov’era Marcus?
E cadde.
Lentamente il suo corpo si distese al suolo. Fra due cadaveri.
La sua mano toccò qualcosa di morbido, ebbe ancora la forza di guardare. Era un fiore.
Dunque una possibilità di raggiungere la pace c’era ancora.
Sentì una leggera brezza sul viso e una canzone proveniente da terre straniere.
Sentì odori che aveva dimenticato.
In quel momento si sentì più vivo che mai.

sabato 4 settembre 2010

P.S. Ricordarsi di vivere (capitolo II)




Si svegliò scosso da un brivido che gli percorse la schiena.

Dio, non ce la faceva più! Erano tre giorni che suo fratello non si faceva vedere e quell’uomo, Viktor, non gli aveva quasi rivolto parola. Lo aveva portato nella sua casa, un appartamento lussuoso all’ultimo piano di un edificio di vetro; gli aveva dato dei vestiti, tutti di marca aveva osservato, e gli aveva detto di non uscire di casa.

Anche se lo avesse voluto non avrebbe potuto di certo farlo, si trovava almeno al quindicesimo piano e la porta era sempre chiusa.

Si rannicchiò nel letto stringendosi il lenzuolo addosso. Ancora era sconvolto da quello che gli aveva detto Viktor quando lo aveva portato lì.

Haym lo aveva venduto a lui, come un oggetto. Viktor non gli aveva rivelato a cosa gli servissero quei soldi, il perché il fratello avesse fatto un gesto cosi amorale, tuttavia ripresosi un po’ dalla rabbia, gli aveva domandato quanto valeva.

500.000 euro.

Una somma molto più alta di quanto si fosse aspettato, ma Viktor gli disse che se il fratello non avesse voluto venderlo per quella cifra lo avrebbe preso per una cifra anche smisuratamente più alta.

Il discorso si chiuse lì.

Nei due giorni seguenti non lo aveva più visto. Soltanto la mattina quando andava in cucina vedeva la colazione posta sul tavolo insieme al giornale e un biglietto con su scritto cosa c’era nel frigorifero per il pranzo e la cena.

Aveva curiosato in giro. Il salone era grande, ma molto semplice: al centro c’erano due divani a tre posti con un tavolino basso di legno con sopra un vaso dalle strane forme, un camino di vetro nero, dei quadri astratti e un’immensa libreria. Tutta una parete era occupata dal vetro.

La stanza dove stava lui era di colore rosso accesso, con un letto basso come era di moda, con comodini della stessa altezza, un armadio a muro, un immenso specchio e una scrivania con sedia e un laptop.

Invece la camera di Viktor era grigio scuro, sempre con le stesse caratteristiche, ma sembrava molto più inquietante e maestosa.

La cucina era, a suo parere, l’ambiente più famigliare. Era abbastanza piccola e, a differenza della restante parte della casa, ammobiliata in stile classico.

La cosa che lo sorprese fu constatare quanto l’appartamento fosse letteralmente cosparso di lampade, grandi e piccole, dalle forme e colori più svariati. C’erano numerosi quadri e specchi. In quella casa regnava un’atmosfera strana, ma non brutta.

Erast saltò sul letto portandosi la mano alla gola. Non ce la faceva più!

Si alzò tremante.

Il suo corpo ne sentiva la mancanza, dannazione!

Ne aveva bisogno, un disperato bisogno di quella maledizione che gli rendeva la vita più semplice.

Cercò per la sesta volta fra i suoi vecchi vestiti, ma niente.

Non c’era neanche una pasticca.

Andò nel bagno dove abbracciò il water lasciando che rimettesse tutto se stesso.



Si lavò il viso con l’acqua fredda. Era immensamente pallido e sudava.

“Porca troia!” gridò accasciandosi a terra con la testa fra le mani.

Corse nel salone, con dita frementi compose il numero di cellulare del fratello, ma non gli rispose.

Scagliò l’apparecchio per terra.

Cosa poteva fare?!

Andò in bagno a cercare qualcosa, neanche lui sapeva cosa, ma alla fine, aprendo un cassetto, vide delle medicine.

Si leccò le labbra.

Sapeva che non doveva farlo, che era pericoloso, però cosi si sentiva morire.

Prese una medicina e la ingoiò, era un tranquillizzante, erano barbiturici.

Cosa ci facevano quei medicinali lì? Viktor soffriva di ansia o seguiva una psicoterapia?

Non sapeva.

Andò in cucina, dove trovò del vino; lo bevve in una lunga sorsata.

Dopo alcuni minuti si sentì strano. L’ansia era diminuita, ma stranamente non sentiva molto il corpo, esso era indolenzito, come dopo aver fatto una lunga corsa in salita e dei piccoli pizzichi lo attraversavano. Rabbrividì di freddo e andò in salone. Il corpo era come se fosse stanco, però si sentiva bene; barcollò e dovette sostenersi con entrambe le mani sullo schienale del divano altrimenti sarebbe caduto. Non riusciva a pensare a niente, a nient’altro fuorché al sonno che lo stava pian piano assalendo; però era un sonno strano, soverchiante, potente, che costringeva le sue palpebre a chiudersi senza possibilità di resistere. All’improvviso come un’esplosione nello stomaco; si piegò in due. Non capì molto e cadde sul divano.



La luce del sole inondava tutta la stanza e il suo calore gli riscaldava la pelle. Si stiracchiò sotto una coperta.

Coperta?!

Sgranò gli occhi balzando a sedere sul divano. Un violento capogiro lo fece distendere di nuovo e si mise una mano sopra la fronte chiudendo gli occhi.

La sera precedente aveva preso quella cosa e Cristo, si era sentito morire e aveva avuto paura. Che cazzata che aveva fatto! Tuttavia non poteva negare che in un certo senso lo aveva fatto sentire meglio.

“Merda” sospirò alzandosi a fatica. Con passo lento si avvicinò alla cucina dove pensava ci fosse la solita colazione, invece senti le ginocchia molli a vedere Viktor seduto al tavolo.

Indossava solo una vestaglia bordeaux di seta che lasciava intravedere le gambe accavallate e il petto muscoloso; i capelli scuri gli ricadevano in alcune ciocche sul viso.

Il suo sguardo glaciale si era spostato dal giornale che teneva in mano nei suoi occhi, un sorriso ironico si dipinse sulle sue labbra pallide.

Erast si dovette reggere allo stipite della porta per non cadere.

Era la cosa più bella che avesse mai visto. L’uomo più bello che gli fosse capitato davanti agli occhi.

“Ah, sei qui” mormorò cercando di fare lo spavaldo.

“E’ casa mia” commentò l’altro con ovvietà.

“Già e io mi sono rotto di starci. Sai che si chiama segregazione di persona?” lo apostrofò il ragazzo incrociando le braccia sul petto e poggiandosi allo stipite.

“Certo, se è per questo ho anche comprato una persona” disse Viktor poggiando sul tavolo il giornale “Ma mi pare che tuo fratello non si facesse molti scrupoli a farti vendere il tuo corpo sulla strada, o sbaglio?” la sua voce era sarcastica e Erast si sentì morire di fronte a quella realtà che l’altro gli aveva sbattuto in faccia.

Era vero, Haym lo aveva fatto prostituire, suo fratello. Ma lo aveva fatto a fin di bene, perché nel loro paese lui sarebbe morto comunque e poi… si passò una mano sul volto. Sapeva benissimo che Haym non aveva scusanti.

“Quello che faccio, lo faccio perché voglio. Non sono affari tuoi”.

“Si è vero, non m’interessa che ti facesse sbattere da tutti” replicò con voce gelida.

“Ma che cazzo vuoi da me?!” strillò Erast perdendo la pazienza “Sei tu che mi hai… comprato! Se vuoi qualcuno a cui rompere le palle vallo a cercare da un’altra parte!”.

“Calmati ragazzino” sibilò l’altro alterato “Non credo che avrei trovato un ventenne migliore di te in giro. Sei il ragazzo più bello che io abbia mai visto”.

“Io ho 18 anni” Specificò il rossino con voce atona.

“18? Mmh, vedo che il tuo fratellino è un bugiardo oltre che un bastardo, mi aveva detto che eri un uomo già fatto e invece sei ancora un ragazzino”.

“Non sono più un ragazzino da molto tempo, smettila di chiamarmi così!” disse l’altro seccato.

Viktor lo guardò per un lungo istante, poi si alzò dalla sedia e in un attimo gli fu accanto, lo prese per i polsi e lo addossò al muro.

Erast ansimava.

“Ah, è questo dunque, anche tu mi vuoi fottere, potevi dirlo subito” sussurrò Erast con voce arrochita mentre si liberava una mano e la portava sul petto dell’altro, sorprendendosi di trovarlo duro come il marmo; chissà com’era là sotto. Arrossì a quel pensiero.

Cosa cazzo gli fregava? Era il suo lavoro!

Nel momento in cui la mano discese sul fianco dell’altro, lo guardò e vide che lo stava osservando con espressione sarcastica e con un ghigno.

Lo respinse, corse nel bagno e si rinchiuse.

Provava una rabbia che gli faceva ribollire il sangue; come si permetteva di dirgli quelle cose? Di ferirlo cosi? Non lo conosceva, cosa poteva saperne lui della sua vita?! Cosa accidenti voleva da lui?!

Con mano tremanti, sebbene avesse giurato a se stesso di non farlo più, prese un’altra pasticca. Dopo un tempo lunghissimo uscì dal bagno e si appoggiò al muro vedendo davanti a sé Viktor che nel frattempo aveva indossato il solito completo griffato e lo osservava serio.

“Ti sei calmato?” domandò veramente preoccupato.

“Non ero arrabbiato” rispose alzando le spalle. L’uomo si passò una mano fra i capelli.

“Non voglio che tu ti prostituisca” gli rivelò.

“Ah, bene e cosa vuoi che faccia? Se mi hai comprato un motivo ci sarà, mio padrone” disse sarcastico.

“Voglio che tu lavori al mio night club”.

“E cosa dovrei fare?”.

“Cosa sai fare?” volle sapere.

“So solo scopare”.

Viktor alzò un sopracciglio. Un sorriso sincero si dipinse sul suo bel volto.

“Bene, almeno lo sai fare… hai mai fatto streaptease?” gli domandò. Il ragazzo lo guardò poco convinto, poi annuì. “Voglio che tu lo faccia”.

“Eh?”.

“Fallo, voglio che tu lo faccia qui e adesso”.

“Ma non posso! Non c’è musica e…” cercò di ribattere, ma in verità si sentiva terribilmente in imbarazzo.

Doveva fare lo spogliarello per lui?! Cioè danzare davanti ai suoi occhi glaciali e spogliarsi? E poi spogliarsi di che? Aveva solo il pigiama!

Viktor senza una parola prese un telecomando e dopo pochi secondi si sentì una tipica canzone che andava bene per quel tipo di balli.

L’uomo si sedette sul divano accavallando le gambe, lo sguardo fisso su di lui.

“Allora? Io aspetto” gli fece presente.

La musica riempiva la stanza, ma non in maniera fastidiosa, anzi, essa si diffondeva languida, col suo ritmo lento e irresistibile. Forse fu questo che lo spinse a fare quello che quell’uomo odioso gli aveva ordinato.

Erast iniziò a dondolarsi sulle gambe, piano, portandosi una mano sulla pancia, accarezzandola lentamente; piano piano salì, sfiorandosi il petto in una languida carezza. Nel farlo la maglia del pigiama si alzò leggermente, scoprendo la pancia piatta, la vita sottile… ma quella visione venne interrotta quasi subito. Il giovane guardava fisso negli occhi il suo padrone, sfidandolo, mostrandogli che niente poteva intimorirlo. Fece dondolare di più i fianchi, morbidamente, oscillando, mordendosi le labbra; mentre lo faceva andò a sbottonarsi i bottoni della maglia, uno per uno, lentamente, in un tempo così lungo che avrebbe fatto impazzire chiunque; nel mentre alzò la testa, sfrontato, ribelle, prendendo sempre più sicurezza in quello che stava facendo. Viktor l’osservava attento, senza fiatare, le dita che battevano piano sul bracciolo del divano. Finalmente la maglia fu aperta e il giovane rossino ne scostò i lembi, piano, richiudendoli ogni tanto. Infilò una mano dentro e si accarezzò il petto e tutto il tronco in un’unica carezza. Si decise finalmente a lasciarsi cadere sulle spalle l’indumento, scoprendo un busto bianco e glabro, che sembrava essere stato scolpito da un abile maestro.
Delicato ma vigoroso.

Incrociò le braccia, continuando a toccarsi, oscillando in maniera libidinosa e si voltò, mostrando impudentemente la schiena morbida e sinuosa; alzò le braccia e si passò le mani tra i capelli, lisciandoli, tirandoli su, scoprendo la nuca bianca e invitante, facendo ricadere quei ciuffi di fuoco sulle spalle per poi tirarli nuovamente su. Scosse la testa forte, agitando la chioma; fece scende le mani sul bordo dei pantaloni e ci infilò dentro le dita, poi le mani e si accarezzò il fondoschiena per lunghi istanti. Nello stesso istante in cui la musica fremette, si tirò giù di colpo i pantaloni, mostrando natiche sode nei boxer bianchi. Continuò a scuotere i fianchi e si voltò. Lo sguardo di Viktor lo esaminò tutto, da cima a fondo, soffermandosi fra le sue gambe, sulle sue natiche piccole e rotonde quando si voltava, sulle gambe tornite e lisce. Il padrone sorrise. Era pienamente soddisfatto dalla sua scelta.

Finalmente Erast stava per concludere. Sapeva di essere stato bravo e più che eccitante. Sorrise tra sé e sé. Si tirò giù i boxer. Lentamente. Ma successe qualcosa che mai prima gli era capitato, tranne la prima volta che si era spogliato di fronte ad un uomo. Un turbamento strano s’impadronì di lui e rallentò il ritmo della danza. Si sentì arrossire e non poteva crederci.

Stava arrossendo!

Distolse lo sguardo da quello attento di Viktor che lo stava osservando proprio lì. Guardò per terra e in un gesto molto pudico tentò di coprirsi l’intimità mentre ancora ballava.

“Togli quella mano” la voce dell’altro lo fece sussultare. Obbedì guardando a terra “voltati”. E

si voltò, piegandosi, toccandosi le natiche, passandoci lievemente un dito in mezzo, inginocchiandosi, mettendo in mostra tutto. Se non doveva guardarlo in faccia riusciva meglio ad essere spregiudicato.

Viktor iniziò a sospirare; si portò il pollice alla bocca e iniziò ad accarezzarsi le labbra. Gli era venuta una certa voglia… e accavallò l’altra gamba. Si stava eccitando.

Intanto Erast si rotolava per terra, si muoveva, si inginocchiava e strisciava sensuale, inarcandosi sul pavimento.

“Siediti e apri le gambe”. La voce di Viktor sovrastò la musica.

Il rossino assunse un’espressione arrabbiata e aprì le gambe, offrendo lo spettacolo di tutto ciò che c’era di più intimo in lui; si toccò: il pene semieretto, i testicoli, il fiore segreto tra le natiche. Si leccava le labbra…

La musica terminò.
Erast si riscosse e si alzò in piedi. Era imbarazzato cazzo!

Viktor si alzò languidamente dal divano e gli si avvicinò con un’espressione maliziosa sul volto. Il ragazzo abbassò la testa quando l’altro gli fu a pochi centimetri di distanza.

“I miei complimenti ragazzino. Sei… davvero molto bravo” disse l’uomo lascivamente.
Erast alzò la testa, prendendo tutto il suo coraggio, ma i suoi occhi tradivano il turbamento.

“Lusingato, mio signore” lo sfidava.
L’altro sorrise e gli si avvicinò di più, passandogli un braccio intorno alla schiena nuda, attirandoselo contro. Il rossino sentì sulla gamba l’evidente erezione dell’altro. Arrossì di nuovo e distolse lo sguardo.
”Cosa c’è? Sei in imbarazzo?” sorrise sicuro di aver indovinato.

Il giovane tornò a guardarlo negli occhi. Sorrise anch’egli.

“Non conosco cosa sia l’imbarazzo”.

“Allora suppongo” andò a toccargli la guancia “che quel rossore sul tuo viso sia dovuto alla danza”.

Il rossino non rispose. L’uomo lo lasciò andare e uscì di casa. Erast si lasciò cadere a terra.

Sospirò di sollievo.



Sapeva che era quasi mezzogiorno, ciononostante si alzò e chiuse le pesanti persiane, dopodichè si infilò nuovamente nel letto, rannicchiato come un bambino che ha paura del buio. Non riusciva a togliersi dalla testa ciò che era avvenuto solo un paio d’ore prima.

Ballare per lui l’aveva esaltato. Aveva voluto mostrarsi provocante e senza pudore, tuttavia alla fine aveva vacillato. L’imbarazzo l’aveva colto inaspettatamente nel momento in cui si era ritrovato nudo e aveva sentito gli occhi scrutatori dell’altro che lo avevano suggestionato, allora per un brevissimo istante si era sentito addirittura terrorizzato e infine l’imbarazzo si era impossessato di lui, rendendolo pudico come un ragazzino.
Strinse forte gli occhi. Provava una rabbia che lo faceva tremare e vergognare allo stesso tempo. Strinse le coperte al petto mentre esprimeva silenziosamente il desiderio di tornare a casa, pur sporca e soffocante che fosse.

Un rumore.

Alzò la testa, in ascolto. Senza bussare Viktor entrò nella sua stanza e, notando quel buio,andò con passo deciso verso la finestra per aprire le tende e lasciar passare la luce. Erast si coprì gli occhi infastidito.

“Vieni di là” disse senza troppe cerimonie guardando l’altro negli occhi, a sottolineare con lo sguardo che quello era un ordine e non un invito.

Il giovane si decise ad alzarsi dal letto soltanto quando l’altro fu uscito, infilò le pantofole e si diresse nel salone. L’orologio appeso al muro segnava le 12:35. Cosa voleva ancora da lui? Si sentiva leggermente seccato e sapeva benissimo il perché; doveva contattare al più presto Haym o sarebbe impazzito. Non sapeva quanto ancora sarebbe riuscito ad andare avanti senza quelle maledette pasticche.

Viktor si tolse la giacca rimanendo solo con la camicia, si voltò verso il ragazzo ed incrociò e braccia sul petto.

“Dunque, è ora che ti insegni qualcosa” annunciò con tono serio.

“E cioè?” chiese l’altro assumendo la sua stessa posizione con le braccia.

“Cioè raffinare le tue… tecniche. Ho visto che le capacità non ti mancano, quindi ora ci lavoriamo un po’ su. Sai ballare?” domandò.

“I miei clienti non mi hanno mai chiesto di ballare mentre mi scopavano” rispose tagliente.

Il bruno alzò un sopracciglio.

“Qui te lo chiederanno, perciò dovrai essere preparato. Avvicinati” Viktor aspettò che il ragazzo gli obbedisse, dopodichè prese una mano nella sua e l’altra gliela fece poggiare sulla propria spalla.

“Cosa diavolo…?!” il rossino s’interruppe nel momento in cui l’altro lo attirò di più a sé stringendolo per la vita.

“Ora proviamo. Muoviti al tempo che ti do io” gli raccomandò iniziando a muovere i piedi “E un, due, tre, un due… no, no, mi stai pestando i piedi” gli fece presente.

Erast alzò gli occhi al cielo.

“Scusate vostra maestà” replicò sarcastico.

Viktor sbuffò.

“Metti i piedi sui miei” gli comandò.

“Cosa?” domandò scandalizzato.

“Metti i piedi sui miei. Oh, si tesoro, fai pure con calma, ho tutto il giorno da dedicarti!” lo guardò torvo con un sorriso ironico sulle labbra.

“Piantala” e delicatamente si poggiò sui piedi dell’altro “ va bene così?!” chiese scocciato, ma la stretta di Viktor si fece ferrea lasciandolo quasi senza aria.

“Ora guarda come devi muoverti. Sia che tu debba danzare con un uomo sia con una dama”.

Viktor iniziò a danzare sostenendo il peso dell’altro che si doveva poggiare inevitabilmente a lui; il suo petto contro quello del bruno causò una reazione strana al suo cuore che iniziò a battere più forte. Sentì il caldo del sangue soffondersi sulle proprie guance. E che cavolo! Mica si metteva pure ad arrossire!

“Stai osservando?” volle sapere il bruno impaziente.

“S-si”.

“I piedi si spostano in questo modo. Io metto un piede avanti e il tuo corrispondente indietro e così via… capito? Adesso riproviamo con la musica”.

Sulle note di un walzer i due iniziarono a ballare.

Che dolce melodia. Nessun suono gli era mai parso cosi dolce.

“Ch- che canzone è?” domandò Erast senza nemmeno rendersi conto di aver aperto bocca e dato fiato.

Viktor lo guardò sorpreso.

“Blue Danube” lo informò; lo avvicinò “Forza!”.

Erast fece una smorfia e ubbidì. Inciampava ogni tanto, ma ce la mise tutta per tenere il ritmo dell’altro senza fare brutte figure, anche se era un piacere pestargli i piedi e quando capitava sorrideva di nascosto. Ben presto la danza del rossino fu perlomeno accettabile. La musica terminò e i due si fermarono, ancora mano nella mano.

“Non mi piace ballare” affermò il rosso sospirando rumorosamente.

Viktor sorrise.

“Non ci credo. Sei un animo ribelle, come il fuoco, è impossibile che non ti piaccia. Quando balli con i clienti devi lasciarti guidare, con le donne devi essere tu a condurre” lo informò.

“Chiaro, chiaro” fece un gesto spazientito con la mano che poi passò fra i capelli senza rendersi conto dello sguardo del moro.

“Bene. Manderò su qualcuno per prepararti. Ci vediamo stasera” staccò la mano dalla sua; Erast si guardava le dita in silenzio. Poteva ancora sentire il calore di quelle di Viktor, il suo tocco leggero nonostante la grandezza della mano. Si chiese cosa diavolo gli stesse succedendo nel frattempo che si portava la mano alla guancia e chiudeva gli occhi.



Erano le 18 quando entrarono due camerieri. Un ragazzo poco più grande di lui e una donna, i quali insistettero affinché rimanesse venti minuti nella vasca da bagno e non un minuto di più. Lo asciugarono con cura e il ragazzo iniziò a pettinarlo delicatamente, facendo diventare i suoi capelli lisci e morbidi anche grazie al balsamo che egli aveva usato durante il bagno. Dire che era imbarazzante era riduttivo come concetto.

La sua pelle perfetta non aveva bisogno di alcun tipo di trucco, così le sue labbra, deliziosamente rosse. Gli fecero indossare un completo elegante, che mai aveva messo in vita sua; l’abito era blu notte con la giacca aperta sul davanti che lasciava vedere una camicia candida; mise dei mocassini lucidi. Mentre si specchiava e si stupiva del suo aspetto gli vennero legati i capelli in un nastro dello stesso colore del vestito. Si sentiva a disagio in quel completo, tuttavia anch’egli poteva benissimo constatare quanto tutto quel trattamento gli avesse giovato. Si toccò leggermente il viso.

Sembrava quasi un’altra persona. Il viso perlaceo metteva in evidenza gli occhi viola con sfumature blu e le labbra rosse come i capelli.

Bello.

Non si era mai reso conto di essere cosi bello.

“Oddio ora divento anche un narcisista!” sbuffò allontanandosi stizzito dallo specchio. Pochi passi e incontrò lo sguardo di Viktor. L’uomo vedendolo rimase basito.

L’altro lo guardò alzando gli occhi e non ci fu più bisogno di parole.



Venne condotto nello stesso night club che quella sera lo aveva stupito per la sua eleganza. I divanetti rossi accoglievano uomini di ogni età e ragazze vestite in maniera provocante; lo champagne veniva servito in continuazione e un uomo suonava il piano, la cui musica faceva da sottofondo alla scena. Un ragazzo si mise cavalcioni sulle ginocchia di un uomo anziano e questo gli accarezzava la schiena, lascivo.

Non c’era niente di nuovo in fin dei conti. Solo molto più lusso di quanto era abituato, più regole e più perfezione. Sentì la mano di Viktor posarsi sulla sua spalla.

“Agitato?” gli domandò con noncuranza.

“Non troppo…” rispose poco convinto. Non era agitato per quello che doveva fare, ma si sentiva a disagio in un ambiente cosi lussuoso. Tutto qui.

“Ma più precisamente, cos’è che dovrei fare?” chiese portandosi dietro alle orecchio un ciuffo invisibile di capelli.

“Devi fare compagnia ai clienti, sii carino, gentile, sensuale, provocante. Obbedisci a ciò che ti viene chiesto, servi da bere e sorridi; danza se te lo chiedono; però ricorda: non devi mai acconsentire ad andarci a letto… a meno che non sia io espressamente a dirtelo” lo informò prendendo un bicchiere di champagne e facendo cenno di un cin cin con una cliente che sorrise a trentadue denti.

“Come vuoi” alzò le spalle.

“In bocca al lupo allora” rispose concentrandosi sulla figura di una donna bionda che ballava sulla scena in un’altra sala. Tutti quegli ambienti erano separati fra loro da muri di vetro ed erano insonorizzati.

“Crepi!” rispose il rossino facendogli la linguaccia.

Viktor lo guardò allontanarsi sorridendo.

Erast si avvicinò ad un gruppo di uomini, concentrati a vezzeggiare un tipo sui venti anni. Non appena fu loro davanti, i tre lo guardarono, increduli, compiaciuti; sorrisero.

“Ma guarda. Nuovo arrivato?” si fece avanti uno osservandolo dalla testa ai piedi, con sguardo languido.
Erast ricambio il sorriso socchiudendo gli occhi.

“Sembra di si. Posso unirmi a voi?” propose passandosi la lingua sulle labbra.

“Certamente!” acconsentì un altro “Miguel, fai posto al nostro amico”.

Il ragazzo baciò l’uomo sulla guancia, si alzò e se ne andò da un altro gruppo di uomini.
Il rossino si sedette in mezzo al gruppo, accavallando le gambe. Li osservò con lascivia e passò una mano sotto il mento di uno.

Viktor intanto si era seduto al bancone di un elegantissimo bar e lo osservava. In una frazione di secondo i loro sguardi si incontrarono.

“Posso versarle da bere?” chiese il ragazzo a voce bassa tornando a rivolgere la propria attenzione ai clienti.

“Oh, certo” Erast versò lo champagne in un calice di cristallo e lo porse all’uomo su cui si era quasi accoccolato. Egli bevve non staccando gli occhi dai suoi.

“Come mai non ho mai visto in giro una bellezza come te?”.

Il rossino alzò gli occhi al cielo, pensoso. Si trattenne dallo sbuffare. Almeno quando si prostituiva se lo scopavano subito senza tanti giri di parole.

“Chissà, forse mi serbavo per lei, signore” affermò cercando di controllare il tono di voce. Si stava leggermente irritando, tuttavia la consapevolezza che Viktor lo osservava gli faceva andare il sangue al cervello.

“Mmmh, ah si? Chissà…” l’uomo era totalmente attratto dal giovane tanto che ormai il suo unico scopo era quello di averlo; lo aveva soggiogato. Egli posò il calice sul tavolino davanti a lui e portò una mano ad accarezzare il volto dell’altro, che continuava a sorridere in maniera provocante, lanciandogli sguardi libidinosi “Che pelle vellutata che hai…” pronunciò nel frattempo che si riavvicinava per baciarlo.

Erast si morse un labbro e socchiuse gli occhi guardando Viktor che alzò un sopracciglio. Il moro appoggiò il mento alle nocche e gli fece segno di baciarlo. Il ragazzo allora si chinò sull’uomo.
I baffi di quello gli solleticavano il viso mentre si scambiavano un lungo bacio, le sue mani sudate di desiderio lo accarezzavano sul collo. Uno degli altri uomini toccò la spalla del ragazzo che si voltò leggermente.

“Tesorino, lascia che anche io possa bearmi delle tue grazie” e detto ciò gli prese il braccio e, tirata su la manica della giacca, iniziò a leccarlo e a baciarlo. Il terzo uomo intanto accarezzava le cosce del ragazzo. Erast era in balia di tre uomini, come non gli era mai successo, tuttavia era divertente, averli tutti così, in suo pugno. Alzò il capo e si portò un dito in bocca, non distoglieva gli occhi da Viktor, il quale lo osservava a sua volta come incantato.

Quel ragazzo era provocante all’inverosimile! Improvvisamente sentì che la stoffa dei pantaloni si era fatta fin troppo stretta. Bevve un bicchiere di acqua sperando di calmare i bollenti spiriti. Vederlo fra tre uomini era semplicemente eccitante.

“Mmmh quanti anni hai, tesoro?” riprese a parlare uno dei tre con voce roca.

“17 signore” sussurrò con voce innocente.

Viktor sorrise di fronte a una tale menzogna.

“Wow sei così giovane, piccolo? E ti lasciano stare in posto simile?”.

“Non mi vuole, signore?” s’informò staccandosi un momento da lui, guardandolo con occhi liquidi.

“Sono domande da fare, eh?” chiese l’uomo rituffandosi sulla sua bocca, coccolandolo, accarezzandogli la schiena, mentre gli altri due divoravano il suo braccio.

“Balla per noi, piccolo”.

“Oh, si, balla per noi. Rosalie, vieni qui”.

A quel richiamo una ragazza si avvicinò al gruppo. Indossava un lungo abito da sera nero, che brillava come un cielo stellato. Aveva lunghi capelli castano chiaro e un fiocco sulla testa che li teneva in ordine. I suoi occhi verdi erano seducenti, il viso pulito e cordiale.

“Cosa fate a questo povero ragazzo, bricconi?” domandò ridacchiando.

“Non mi pare che a lui dispiacesse” spiegò uno togliendo il nastro dai capelli di Erast, portandoselo al naso e aspirandone il profumo “fallo ballare, vogliamo vedere… come si muove”.

La giovane tese una mano al rossino che la prese. Le luci si abbassarono e i due iniziarono a ballare.

Viktor ora osservava attentamente il suo pupillo. Lo vedeva concentratissimo, intento a non sbagliare i passi, con l’espressione assorta sul bel volto, la delicatezza che usava con la ragazza.

In verità Erast era tentato di sbagliare volutamente i passi, ma non lo fece per suo orgoglio.

La ragazza piroettava tra le sue braccia, il vestito svolazzava morbido, i suoi seni perfetti erano premuti contro il petto del giovane, che appariva in quel momento come un principe delle favole. Nel frattempo che gli uomini in sala si gustavano lo spettacolo di quei corpi in movimento, la giovane iniziò a parlare.

“Sei quello nuovo, vero? Io sono Rosalie e tu?”si presentò sorridendo sinceramente.

“Mi chiamo Erast”.

“Erast, che bel nome. Sei straniero?” volle sapere.

“Si, sono *****” rispose sorprendendosi a sorridere suo malgrado. Stranamente si sentiva a proprio agio con lei.

“Fantastico! Sei molto bello, qui avrai un mucchio di successo, te lo garantisco”.

“Beh immagino che anche tu ne avrai. Successo intendo” borbottò lui osservando attentamente il suo volto cosi pulito e luminoso. Collegò quel volto a quello delle bambine.

La giovane abbassò la testa, come colta da timidezza.

“Beh si. E credo addirittura che qui dentro mi vogliano bene. Nonostante mi limiti a servire da bere e ballare”.

“Vuoi dire che non…” suggerì.

“Eh, no. Non li bacio nemmeno. Il signor Van Vachmedin dice che non posso svendermi così. Mi consiglia di mantenere la mia purezza per quando incontrerò l’uomo giusto per me. Quindi potendo scegliere, preferisco restare casta” arrossì “Oh, che vado dicendo! Raccontare queste cose a qualcuno appena conosciuto!” sorrise raggiante “Penso di essere una privilegiata, tutti qui dentro si concedono ogni sera. Per quanto riguarda te?” la sua voce era curiosa.

“Io non…” venne interrotto dalla musica che cessò.

Sospirò mentre due uomini li raggiunsero.
”Bravi, bravissimi! Come hai detto che ti chiami, ragazzo?” domandò quello più anziano.

“Non l’ho detto… Erast” rispose quasi scocciato, tuttavia la sua voce risultò molto sensuale.

“Caro” gli passò un braccio intorno alle spalle; gli respirò sul collo “spero che vorrai essere mio questa notte, che ne dici? Solo io e te”.

Il rossino si divincolò gentilmente dall’abbraccio e fece un breve inchino.

“Mi spiace signore, ma temo che dovrà chiedere il permesso al mio padrone” si accarezzò i capelli in un gesto fintamente nervoso “non vorrei essere punito” un sorriso torvo si affacciò sulle sue belle labbra.

“Povero, piccolo caro. Il signor Van Vachmedin non dev’essere tenero con un novellino come te… allora chiederò a lui. L’ho visto poco fa, ma sembra sparito” e si allontanò per cercare chi poteva concedergli quel bocconcino dalla chioma rossa.

Rosalie ridacchiò.

“Cosa c’è da ridere?” chiese sorpreso dall’udire quella risata cristallina.

“Credo che tu sia il suo protetto. Nessuno prima d’ora è mai dovuto andare da lui per chiedergli il permesso di avere un suo dipendente. Vedo che anche tu puoi ritenerti fortunato”.

“Pare di si”.

Si sorrisero. Quella ragazza gli era simpatica. Era un bene avere un’amica pulita in quel mondo sconosciuto e corrotto.

“Oh, mi cercano. Vado. So che ci rivedremo” gli disse prendendogli per un secondo una mano fra le sue.

“Certo” e la ragazza si allontanò.

Erast si guardò attorno, inconsciamente cercando Viktor. Si mise a camminare, ma venne fermato da una mano decisa; si voltò. Era una donna formosa, con una quinta di seno assolutamente non naturale, con una massa di mossi capelli biondi che gli cadevano sulla schiena e grandi occhi castani, esaltati dall’eye liner. La stretta minigonna stringeva le sue cosce mettendole ancor più in risalto, la scollatura la rendeva ancora più provocante.

“Sei tu quello che ora vive con Viktor vero?” chiese la tipa con rabbia.

“Si, hai qualche problema?” domandò con fare provocatorio, ma questa volta nel suo atteggiamento non c’era nulla di sensuale.

“Sono la donna di Viktor. Non vorrei che ti montassi la testa solo perché vivi sotto il suo stesso tetto, lui è MIO, chiaro carino? Con i ragazzini come te ci gioca e basta, mi hai capito? Non credere di essere speciale solo perché ti tiene sotto la sua ala ora” gli spiattellò tutto in faccia e sorrise trionfante.

“Credo che ti sbagli, non penso nulla del genere. Sono un suo dipendente, lavoro per lui. Non c’è nient’altro” rispose Erast piuttosto seccato da quella sfuriata “E poi… è evidente che preferirebbe uno come me, piuttosto a una rifatta. Sono molto più bello di te, tesoro” gli fece presente esibendo il suo miglior sorriso da vampiro.
”Come ti permetti razza di…?!” gridò e volle dargli uno schiaffo che Erast intercettò e le fece togliere la mano dal suo braccio.

“Vedi di non rompere, a me non frega un cazzo del tuo uomo” disse con voce dura. Quella si voltò nervosa e se ne andò con passo veloce non prima di averlo fulminato con lo sguardo.

Erast sospirò. Si sistemò la manica della giacca.
Perfetto ci mancava l’amante gelosa!

Il ragazzo tornò sui suoi passi cercando la fonte di tutti i suoi problemi.





Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.