sabato 23 gennaio 2010

Alexandros (capitolo 14, parte II)


Uccidermi? O grande Zeus, cosa mi è saltato in mente? Devo sopportare, devo soltanto metterci una pietra sopra. Non voglio combattere, non voglio ammazzare, non voglio… non voglio!
E se ora chiudo gli occhi lo vedo. E’ bello. Un bellissimo dio della morte.
Cosi splendente nella propria armatura, cosi maestoso con quel mantello rosso, cosi imponente con il corpo allenato. Cosi sfolgorante col volto illuminato dal sole crudele che assiste ogni giorno allo scempio di cui lui ne è l’autore.
Lui è sempre in mezzo alla battaglia, conduce in prima persona i suoi soldati, le sue legioni. Non esiste di certo un comandante migliore di lui. Ora non mi posso lamentare, sono stato io a volerlo seguire. Marcus mi ha affrancato, mi voleva lasciar andare, tornare in Macedonia se lo avessi voluto, e io… non ho resistito neanche al pensiero di dovermi allontanare da lui, come una stupida donna gli sono corso dietro, ho mentito dicendogli di non poter tornare a casa per non avere i soldi per il viaggio e naturalmente non ho accettato neanche quelli che mi aveva offerto. Volevo guadagnarmeli da solo. Di fatti, sono rimasto il suo schiavo. Non più legalmente, ma spiritualmente lo sono tuttora. Sono schiavo del suo amore.
E sento di non poterne vivere senza.
Vorrei tanto che quest’acqua gelida mi facesse tornare la ragione, di certo questi sentimenti mi offuscano la mente. Sento come un peso sul petto. O dei che siete in cielo! E’ inutile che mi agiti in questo modo, che vaghi di notte per il campo. Non posso più cambiare la situazione e se sento di stare per impazzire è solo e soltanto colpa mia!
Potevo andarmene! Perché non me ne sono andato?
Sono uno stupido.
Uno stupido innamorato.
Questo coltello… è stato lui a regalarmelo…
E se lo premo qui, sul mio petto… sicuramente tutti questi odiosi sentimenti se ne andrebbero, già, perché non lo faccio?Perché non riconquisto la mia libertà senza più essere schiavo del suo amore?
“Maledetti sentimenti!” grido… mi fermo e sento l’eco di questo urlo disperato.
Non posso uccidermi.
Non lo posso fare, sono tanto vigliacco da non averne il coraggio. Non ho semplicemente il coraggio di morire senza averlo visto un’altra volta.
Meglio se mi avvio. Lui di certo mi starà aspettando e se non vado non riuscirà a dormire e domani…
Domani sarà una lunga giornata.

Alexandros entrò nella tenda del proprio superiore facendo il minor rumore possibile; un soldato che stava di guardia gli augurò la buonanotte.
Il giovane sospirò ricambiando e mettendosi sul proprio giaciglio, lontano da quello di Marcus.
Si girò su un fianco e aprì gli occhi. Non riusciva a prender sonno.
Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva quegli uomini che venivano uccisi. Quello che lui stesso uccideva. Quelli che Marcus uccideva.
Vedeva sangue e ossa e carne.
Un conato di vomito lo fece alzare e correre nuovamente fuori. Dopodiché liberò lo stomaco si risciacquò la bocca e tornò nella tenda.
Trasalì nel vedere Marcus in piedi, fermo davanti a lui con un’espressione che non riusciva a cogliere a causa della penombra.
“Scusami se ti ho svegliato” disse stancamente.
“Sai che non dormivo” ribatté l’uomo fissandolo con occhi di ghiaccio.
“Invece dovresti farlo, ne hai bisogno”.
“Anche tu ne avresti bisogno” commentò Marcus ma Alexandros rise amaramente.
“Io non sono indispensabile agli altri uomini, tu lo sei. Io sono solo un… greculo” concluse quasi con odio.
Marcus soffiò fra i denti.
Con un rapido movimento lo afferrò per un braccio e lo trascinò nella parte dove dormiva lui. Lo buttò sul letto e gli tolse con violenza i vestiti.
“Che fai?!” ruggì cercando di sollevarsi, però fu fermato dalle forti mani dell’altro.
“Guardati! Sei dimagrito da far pietà! Andando di questo passo non arriverai lontano” lo guardava quasi con ribrezzo, cosa che fece sentire Alexandros infastidito e umiliato.
“Non sono affari tuoi! E se muoio non è meglio? Almeno non sarò più un peso per te!”.
Marcus alzò un sopracciglio.
“Un peso?” disse sottovoce “Un peso?!” urlò lasciandolo andare, si alzò e cominciò a vagare per la tenda come un animale rinchiuso in una gabbia “Un peso! Lui dice di essere un peso per me!” esclamò con veemenza, poi gli si avvicinò tanto da riuscire quasi a toccare il proprio naso con quello del ragazzo “Almeno la tua mente tanto intelligente si rende conto di quello che fa uscire da questa bocca? Tu non sei un peso!” disse con voce roca afferrandogli la testa e obbligandolo a guardarlo negli occhi. Il ragazzo deglutì non capendo quell’attacco d’ira.
“Come puoi dire di essere un peso per me se ogni momento ti desidero?!”.
Alexandros boccheggiò non credendo a quello che aveva appena detto.
“Esattamente, anche in battaglia non faccio altro che pensare a te! Ti guardo mentre combatti e ti ammiro, e penso solo a quanto vorrei scoparti! Tu… mi fai impazzire Alexandros!” finì quasi stancamente e gli si sedette accanto.
Le mani del ragazzo si mossero di volontà propria.
Presero la testa di Marcus e avvicinò le labbra.
Le toccò con le sue.
Questa fu la piccola scintilla che accese un incendio.
Marcus gli salì sopra baciandolo con passione, con violenza, con fretta.
Alexandros rispondeva a quei baci nello stesso modo.
Lo desiderava anche lui!
Lo voleva avere! Voleva unirsi ancora a lui! Essere suo in quel modo totale.
Lo aiutò a svestirsi e subito lo invitò all’amplesso tanto atteso.
Marcus non si fece certamente aspettare.

sabato 16 gennaio 2010

Ancora scuse...

Salve, per prima cosa auguro un buon anno a tutti e mi scuso per non essermi fatta sentire per niente; purtroppo in questo periodo sono impegnatissima,soprattutto con la scuola, e veramente non ho un pò di tempo, neanche per respirare. Quindi riprenderò a postare a febbraio.
A presto, Jivri'l.