venerdì 12 novembre 2010

P.S. Ricordarsi di vivere (capitolo IV)




Nei giorni seguenti andò nel club e si comportò in modo davvero impeccabile, ormai era diventato la star del locale, con grande soddisfazione da parte di Viktor e grande odio da parte di Cindy.

Con Rosalie era riuscito a fare amicizia, in fondo lei era un fiore in mezzo al letame, era come una boccata di aria fresca. Gli piaceva ballare con lei, parlare dopo il lavoro, si erano scambiati anche i numeri di telefono e spesso si telefonavano. Viktor approvava l’amicizia con quella ragazza per la quale aveva un debole.

Erano ormai tre settimane che Erast non andava più a letto con sconosciuti, ma non gli mancava per niente fare sesso, invece gli mancava un’altra cosa che non riusciva a procurarsi e spesso gli causava quei maledetti sbalzi di umore o si sentiva addirittura depresso.

Cercava di assumere altre sostanze sostitutive, ma non avevano lo stesso effetto e anzi, alcuni miscugli che ingurgitava erano persino più pericolosi della droga.

Viktor si rese conto di un certo nervosismo da parte sua, ciononostante cercò di non darci peso, forse era dovuto alla sua emotività e alla sua esuberanza, l’ultima delle cose che voleva fare era litigare con lui.

Dopo quella sera in bagno non si erano più baciati, se non qualche volta quando si salutavano la sera, prima di andare a dormire. E anche quel gesto sapeva di familiarità, ma anziché infastidirlo, a Viktor piaceva. Era sempre stato solo e da quando aveva in casa quella peste di Erast doveva ammettere che stava meglio.

Spesso non tornava la notte, rimaneva con Cindy o altre donne, ma il sapere che c’era lui, in qualche modo, gli faceva gonfiare il cuore di contentezza.

Durante le serate, mentre il ragazzo toccava i clienti, li baciava, li seduceva, non scostava mai gli occhi dai suoi.

I giochi di sguardi, i gesti che capivano soltanto loro, i sorrisi rubati furono ben presto percepiti da Rosalie che cominciò ad osservali attentamente e quando li vedeva insieme discutere o stare tranquillamente l’uno accanto all’altro, scuoteva leggermente il capo, avendo intuito lo strano sentimento che li legava.

Una sera, intanto che Erast ballava seducentemente davanti a un gruppo di uomini che si era riunito intorno a lui, Viktor notò Cindy nascosta dietro una pesante tenda che osserva la scena tremando di rabbia. Non l’aveva mai vista così sconvolta. Le si avvicinò con le mani nelle tasche del completo gessato.

“Se non la pianti di agitarti così ti verranno le rughe prima del dovuto” la avvertì senza espressione nella voce.

La ragazza si voltò sorpresa. E dopo averlo fulminato a dovere con lo sguardo, camminò decisa verso un lungo tavolo ricoperto da una tovaglia bianca e vi posò il bicchiere con rabbia; Viktor intanto l’aveva raggiunta tranquillamente.

“Quel ragazzino mi da sui nervi!” sbottò con occhi fiammeggianti.

“Perchè? Ti ha fatto qualcosa?” domandò senza interesse.

“E’ altezzoso, arrogante, impertinente!” gli fece presente lei aggirandosi come un leone chiuso in gabbia.

“Lo so” disse fissandolo oltre il muro di vetro. Il ragazzo, quasi sentendo il suo sguardo su di sé, alzò gli occhi e per un secondo si fissarono come se fosse la prima volta.

“Guardalo” tuonò la donna mettendosi fra loro “in poco tempo è riuscito ad ottenere l’attenzione e il desiderio di tutti qua dentro” si morse un labbro dalla rabbia.

“Sei invidiosa?” chiese divertito spostando lentamente lo sguardo dal ragazzo sulla donna. Quella sera era particolarmente attraente, con quel abito da sera che lasciava ben poco all’immaginazione.

“Non fare l’indifferente! Ha ottenuto anche la tua attenzione e soprattutto la tua!” dopo questa accusa diretta seguì un lungo silenzio.

“Cindy, è solo un ragazzo” sospirò l’uomo passandosi una mano fra i capelli, l’ultima cosa che voleva era litigare con lei.

“Credi che non mi accorga di come lo guardi? Di come lo brami? Potrai fingere con gli altri ma non con me” esclamò e rise istericamente.

“Sei impossibile! Non ho intenzione di stare qui a discutere con te di queste scemenze” sibilò sentendo di cominciare a irritarsi.

“Ammettilo che ti piace!” lo incolpò puntandogli un dito contro.

“E con questo? Non ero forse nel tuo letto la scorsa notte? E poi sai benissimo che non ti sono mai stato fedele. Non capisco il perché di questa sceneggiata, quello che c’è tra noi è solo sesso, te lo sei forse dimenticata?” ringhiò sedendosi.

Cindy strinse i pugni conficcandosi le unghie nei palmi. Come poteva dirgli che per lei non era solo una questione di sesso? Come poteva dirgli che provava per lui un amore morboso e folle? Chiuse gli occhi, abbassò la testa sogghignando e riprese in mano il suo bicchiere di vino rosso.

“Non sono abituata a perdere, Viktor, specialmente non di fronte a quella puttanella appena arrivata”.

La donna di diresse a passo deciso verso il gruppo di uomini di ogni età che fischiavano e quasi sbavavano dalla libidine che li corrodeva. Se Viktor non avesse ordinato espressamente loro di non andare oltre con quel piccolo angelo demoniaco, lo avrebbero addirittura preso con la forza.

Cindy entrò nella folla e si fermò soltanto nel momento in cui si trovò davanti il giovane, che si era fermato per guardarla sospettoso. Cindy lo guardò negli occhi, un sorriso diabolico si dipinse sulle sue labbra, dopodichè gli gettò il contenuto del bicchiere in faccia, scioccandolo, lasciandolo senza parole. La bionda rise di gusto.

“Ahahah!, eccolo il vostro bambino bagnato! Ti sta bene il vino tra i capelli! Vino rosso come la tua chioma: rossa come il sangue!” e continuò a ridere fuori di sé.

Viktor si avvicinò velocemente alla scena, prese Cindy per un braccio e la trascinò via, dopo aver fatto un cenno ai presenti per rassicurarli che non fosse successo niente. Gli uomini mormoravano tra loro, qualcuno incitava Erast a continuare la sensuale danza. Egli, dopo aver guardato alcuni momenti in direzione dei due, incurante dei capelli e della camicia bagnata riprese a ballare mettendoci più impegno e sensualità del normale. Sorrise fra sé, se la guerra voleva, l’avrebbe accontentata. E il premio in palio sapevano entrambi qual era.

Viktor.

sabato 9 ottobre 2010

P.S. Ricordarsi di vivere ( capitolo III)



Erano ormai le quattro passate quando Erast rincasò insieme a Viktor.

Anche se non lo voleva ammettere, era stanchissimo. Stare lì ed essere gentile con i clienti lo aveva spossato del tutto, almeno Viktor non lo aveva lasciato andare con quell’uomo giacché, in verità, non ne aveva alcuna voglia.

Una volta dentro l’appartamento, il ragazzo si buttò sul letto affondando il viso nel cuscino. Non seppe quanto tempo passò, ma improvvisamente una mano lo scosse.

“Mmh?” domandò con gli occhi chiusi.

“Vai a farti un bagno prima di dormire, puzzi” disse la voce del bruno.

“Chi se ne… la faccio quando mi sveglio” grugnì voltando il capo dalla parte opposta.

“Ma tu guarda, pensavo fossi più resistente” tuonò sarcastico “ come facevi quando ti trombavi più uomini in una notte?” domandò tagliente.

“Vuoi provare?” lo provocò non muovendosi.

Dopo alcuni secondi sentì le mani di Viktor afferrarlo alla vita e girarlo. Sorrise di soddisfazione.

“Ah, quindi lo vuoi” constatò portando una mano su un gluteo dell’uomo che gli stava sopra.

“Te lo dico per l’ultima volta: vai a farti il bagno” lo avvertì.

“Non ci vado, ora non ne ho voglia!” lo contrariò, subito dopo si sentì sollevare dal letto e si ritrovò su una spalla dell’altro.

“Ehi! Che fai?! Lasciami!” gridò quasi spaventato, che aveva in mente quel pazzo?! Scalciava e dava pugni “Mettimi giù!”.

E Viktor obbedì.

Erast cadde nell’immensa vasca da bagno con addosso tutti i vestiti.

Si aggrappò disperatamente ai margini, come se avesse temuto di annegare. Viktor soffocò una risata e infatti la scena che gli si presentava davanti era alquanto divertente: Erast spaventato e assonnato che lo guardava in cagnesco immerso fino al collo nell’acqua quasi bollente con i vestiti gonfi.

“Tu sei pazzo! Sei mai andato dallo psicologo?!” gracidò imprecando sottovoce.

“Si, ci sono andato, e mi dispiace deluderti, ma sono perfettamente sano” rispose avvicinandosi alla vasca e togliendosi la camicia che buttò sul pavimento. Erast seguì i suoi movimenti con gli occhi sgranati. Si stava spogliando!

Questo significava che… che lo voleva! Ora capiva perché aveva insistito che si lavasse, perché voleva fare sesso con lui!

Cercò di sorridere in modo ironico.

“Comprendo ora” sibilò alzandosi e cercando goffamente di togliersi la camicia.

“Cosa?” domandò l’altro aiutandolo a sbottonare l’indumento. Il ragazzo rabbrividì nel momento in cui sentì quelle dita fredde sulla propria pelle accaldata.

“Che volevi che facessi il bagno per questo…” gli rispose provocante, portando la mano alla sua cintura e slacciandola.

“Ah si?” fece lui con nonchalance, tirò giù i pantaloni di Erast con gli slip, gli prese e li scaraventò vicino alla propria camicia, si avvicinò al suo orecchio e aggiunse “Pensi che io voglia questo tuo bel corpicino?”.

“Non è cosi?” domandò il ragazzo sorridendo trionfante, ma vedendo che l’altro non rispondeva fu preso dai dubbi. Cosa voleva?! Lui proprio non capiva cosa desiderasse da lui.

Viktor si tolse gli ultimi vestiti rimanendo completamente nudo.

Senza nemmeno rendersi conto Erast si imbambolò davanti a lui.

Si sentì la gola asciutta.

In vita sua non aveva mai visto un tipo come lui.

Dal petto muscoloso scendeva una linea in mezzo agli addominali ben evidenziati e si fermava un po’ sopra l’inguine. Aveva una pelle dorata. Le gambe muscolose erano snelle. Non aveva il coraggio di guardarlo lì, si sentiva un’idiota. Aveva visto un sacco di uomini nudi, cosa cavolo c’era di diverso in lui?! Prese coraggio e diede, con sua enorme emozione, un’occhiata ai genitali, però subito spostò lo sguardo arrossendo.

Dio com’era!

Oh, no, no! Ora si emozionava anche a vedere un misero pene?! Lo riguardò. Beh, di misero aveva ben poco, era cosi…

“Hai finito di guardarmi in quel modo?” Viktor interruppe i suoi pensieri con il solito tono sarcastico avvicinandosi.

“Ma chi ti guardava!” sbuffò immergendosi nella vasca.

“Certo…” sorrise mettendo un piede nell’acqua.

“Che fai?! Mica vorrai farlo qui!”.

“E anche se fosse? In acqua è anche più facile, per te, intendo”.

“Si, ma tu hai già fatto il bagno” disse inghiottendo a vuoto. Si sentiva le guance in fiamme.

Viktor alzò un sopracciglio.

“Hai paura?” chiese serio.

“No, certo che no! Di cosa dovrei avere paura?! Sai quanti ne ho visto di quei… cosi!” rispose voltando il capo e nascondendo il viso in una mano. Che figura pietosa stava facendo!

Viktor sospirò sedendosi alle spalle del ragazzo che mise fra le proprie gambe. Erast era teso. Non sapeva che fare, non sapeva cosa volesse, quindi… oddio! Lo stava facendo impazzire, perché non diceva semplicemente che lo voleva scopare e basta?!

“Rilassati” gli sussurrò l’uomo prendendolo per una spalle e facendolo appoggiare al proprio petto. Il ragazzo era rigido, ma alla fine cedette e cercò di stare tranquillo, senza rendersi conto chiuse gli occhi e li riaprì solo quando sentì l’acqua calda scorrere sopra il proprio collo, lungo il petto e sull’addome. Era una sensazione che non aveva mai provato prima, stare tranquillamente accanto a qualcuno, in silenzio e fare il bagno. Era… come dire? Piacevole. E imbarazzante.

Viktor prese una spugna con del bagnoschiuma e glielo passò sul collo, sulle braccia, sulla pancia.

Il ragazzo, suo malgrado, stava ansimando. Non capiva cosa gli stesse succedendo.

Quando sentì il tocco della lingua calda dell’altro sul lobo dell’orecchio si morse un labbro per non gemere mentre una mano gli esplorava gli addominali appena accentuati, per poi risalire con un solo dito lungo il solco in mezzo alla pancia che lui ritrasse per l’emozione, andò vicino ad un capezzolo e fece dei disegni concentrici, senza, però, toccarlo in quel punto sensibile.

Erast non ce la faceva più, quella tortura lo stava uccidendo, non aveva mai pensato di voler fare sesso con un uomo di propria volontà, tuttavia a quel punto si doveva ricredere. Lo desiderava.

Sentì le sue morbide labbra depositarsi in un leggero bacio sul collo, chiuse gli occhi nel frattempo che la mano aperta gli sfregava il capezzolo.

Non sapeva cosa fare, nessuno lo aveva mai sedotto, cercò, allora di muoversi, ma le mani di Viktor gli presero i polsi fermandoli.

“Non ti muovere” mormorò l’uomo che prese fra i palmi dell’acqua che depose sui suoi capelli. Ripeté l’operazione fino a quando non ebbe i capelli bagnati a dovere, quindi prese dello shampoo e iniziò a lavarlo dolcemente. Era piacevole lasciarsi lavare in quel modo, sentire quelle dita cosi forti che si muovevano tanto leggere.

Era a dir poco arrossito. Non si era mai sentito cosi bene. Dopo che fu pronto, Viktor lo risciacquò e lo strinse ancora di più a sé.

Rimasero lì a lungo, Viktor gli dava piccoli baci sull’orecchio, sul collo, sulla spalla, mentre lui carezzava piano una sua coscia. La sua pelle era cosi attraente che non resistette e gliela strizzò piano, poi la sfregò sensuale, portò un dito fino al ginocchio, tornò su, fino al fianco, continuò a provocarlo.

“Ma sei frigido?!” sbottò voltandosi un po’ per guardarlo in viso, sul volto dell’altro si affacciò un sorriso sornione.

“No” rispose con voce seducente che accarezzò il suo udito non abituato a quel genere di suoni.

“Allora perché non ti ecciti? Eppure mi pare che ti piaccia” affermò sinceramente sorpreso.

“Perché mi so controllare, non sono più un ragazzino” lo informò inarcando il sopracciglio.

“Beh, hai ragione, ormai sei vecchio” proruppe mettendo il broncio.

“Impertinente” soffiò e prese il mento di Erast con due dita, il ragazzo non si rese neanche conto di cosa stesse succedendo fino a quando non sentì posare le labbra di Viktor sulle sue in un leggero bacio a fior di labbra. Preso da una strana smania, volle approfondire quel bacio e fu il primo a penetrare nella bocca dell’altro che non oppose resistenza, anzi lo accolse, ma subito assunse la conduzione. Le loro lingue si intrecciarono per alcuni istanti facendo venire il fiatone ad Erast, che continuò a ispezionargli l’incavo di quel dolce baratro, poi si scostò quando Viktor gli prese un labbro e glielo succhiò piano. Lo mordicchiò, riprese a baciarlo.

Dopo quel lungo ed estenuante bacio Viktor si scostò sentendo Erast ridere piano.

“Ebbene?” chiese freddo.

“Sai, pensavo… se ora ci vedesse la bionda mi ucciderebbe!” esclamò divertito, ma Viktor inarcò un sopracciglio.

“ La bionda?”.

“Si, quella che dice di essere la tua donna”.

“Ah, Cindy…” fece lui stancamente “Vedo che hai avuto modo di conoscerla”.

“Mi ha aggredito! Mi ha avvertito che io sono solo un giocattolo per te e che tu sei solo e soltanto suo” imitò la sua voce alzando le mani in forma di resa, rise “Tanto so che sono solo un giocattolo, e non voglio di certo essere altro”.

“Lasciala stare, Erast” disse Viktor scostandosi un po’ dal giovane che si irrigidì.

“Guarda che è stata lei a rompere!”.

“Si, ma lei è una donna e per di più non è…” ma venne interrotto da Erast che si alzò in piedi rosso in viso.

“Che non è una puttana! Lo so benissimo! Ma sti cazzi di voi!” tuonò uscendo dalla vasca. Lo sapeva anche lui cosa era, non c’era bisogno di mortificarlo ogni volta! E se gli dava tanto fastidio, allora perché lo aveva preso?! Volle andarsene nel momento in cui sentì la stretta ferrea di Viktor sul suo braccio.

“Cosa diavolo vuoi?” sibilò cercando di calmarsi.

“Che linguaggio scurrile” osservò l’uomo sarcastico.

“Scusate, vostra Grazia, se non sono stato allevato in una reggia!” rispose ironico facendo un inchino “Ora se me lo concedete, nella vostra immensa magnanimità, desidererei congedarmi”.

“Certamente, ma prima ti devi asciugare” sorrise divertito, quel ragazzo era pieno di sorprese.

In pochi secondi Erast si ritrovò nuovamente ad arrossire; stava in piedi su un tappeto bianco nel bagno e Viktor, inginocchiato, lo asciugava delicatamente sulle cosce. Si passò nervosamente una mano fra i capelli.

“So asciugarmi anche da solo” sussurrò con voce roca, perché cavolo quello stronzo che aveva in mezzo alle gambe non si decideva a calmarsi?

“Sei stato tu a non voler fare il bagno, quindi tocca a me farlo” gli rispose semplicemente.

“Perché fai tutto questo?” domandò sinceramente curioso.

“Tutto questo… cosa?” volle sapere mentre spostava l’asciugamano fra le natiche del ragazzo che sussultò e arrossì se possibile ancora di più.

“Che mi fai il bagno, sei buono e… tutto questo, insomma!” finì facendo riferimento alla casa.

“Non fraintendermi, non lo faccio per qualche cosa che non sia possessione. Tu sei mio e io ci tengo che le mie cose stiano a posto” rispose semplicemente.

Erast non chiese più nulla. Strinse i pugni cercando di combattere quelle maledettissime, fottutissime lacrime che cercavano di uscire dai suoi occhi.







Scritto, immaginato, sognato con Viky.

sabato 25 settembre 2010

Alexandros ( capitolo 15, parte I)





Intorno c’era una strana quiete.
Un vento leggero soffiava fra le fronde degli alberi, qualche animale si sentiva fra l’erba alta, un profumo di fiori gli invadeva le narici.
Alexandros cercava di concentrarsi, tuttavia si sentiva fin troppo debole.
Il suono dei passi, le armi metalliche, le strida si facevano sempre più vicine.
Oh dei, non ce l’avrebbe fatta.
Questa volta sarebbe morto. Era troppo debole.
Aprì gli occhi e barcollò a causa di un capogiro, un soldato lo guardò con attenzione, poi distolse lo sguardo.
Era chiaro a tutti che fosse l’amasio del comandante.
Recuperò il controllo sul proprio corpo e alzò lo sguardo davanti a sé.
Sul suo cavallo nero era stupendo.
Stava facendo un lungo discorso.
I soldati avrebbero dovuto difendere la patria, affermare il potere di Roma, tornare dalle loro famiglie.
Era l’ultima faticosa battaglia e la dovevano vincere. In fondo chi era più forte e coraggioso di un soldato romano?
Di certo non un barbaro.
Alexandros lo osservava attentamente mentre attorno a lui cresceva l’eccitazione dei soldati.
Marcus “cavalcò da solo in testa alle truppe schierate. Poi all’improvviso gettò via il mantello e protese il braccio destro.
La sua armatura mandò un riflesso accecante, i pennacchi bianchi dell’elmo si stagliarono abbacinanti: fu come se fosse apparso un dio”.
Alexandros strinse la spada, ma trasalì quando una mano gli si posò sulla spalla.
Si voltò e vide il sorriso calmo di Filippos.
“Cosa ci fai tu qui?” domandò il ragazzo sorpreso.
“Cerco la morte, invece tu a cosa stai pensando?” chiese a sua volta guardandosi attorno e arricciando il naso aquilino.
“Al futuro che per me non esisterà più”.
“Basta pensare Alexis, rende fiacchi e tu non hai di certo bisogno di diventare tale. La tua sola preoccupazione dovrebbe essere quella di non morire, almeno fallo per lui, non voglio perdere un comandante” commentò sinceramente.
“Grazie di preoccuparti per me” affermò acido il ragazzo sorridendo sornione “Invece, quanto pensi che durerà? Un’ora, due, tre?” e qui la sua voce diventò preoccupata.
“Non durerà tanto, prima di mezzogiorno sarà finita” dicendo cosi tolse la mano, strizzò l’occhio e si dileguò.
La battaglia ebbe inizio in un lampo.
L’ala destra avanzò contro i nemici con movimenti silenziosi. Il primo scontro sembrò far tremare tutta la terra.
Si udivano improvvisamente le urla, i lamenti, le ultime parole prima di morire.
E davanti agli occhi solo rosso.
Era il sangue che colava dalle braccia, dalle gambe, dai visi.
Era lo stesso sangue umano che li macchiava per l’eternità, che dipingeva un nuovo paesaggio.
I fiori erano irrimediabilmente rossi, idem l’erba e i fiumiciattoli.
Sul campo si scontravano il suono delle lance, la paura degli uomini, le ingiurie degli dei.
Alexandros ferì l’ennesimo nemico, ma inciampò in un cadavere e si rialzò a fatica. Continuò ad avanzare. Davanti a sé vedeva Marcus a cavallo.
Marcus che uccideva senza pietà, che si difendeva da ogni parte, che respingeva gli attacchi.
Il ragazzo continuò a camminare. Le forze lo stavano abbandonando. Era stato ferito ad una gamba e alla spalla, stranamente sentiva il liquido caldo colargli fra i lunghi capelli.
Voleva dirgli… ridicolo!
Quanto era ridicolo!
Anche in quel momento era cosi maledettamente sentimentale. Gli uomini prima di morire sogliono dire alle persone care un qualche cosa, una parola che esprimi ciò che provano o fare un ultimo gesto.
Non voleva pensare alla morte, nemmeno quando sentì che qualcuno si avvicinava a lui, certamente per colpirlo.
Non gli interessava.
In quel momento era soltanto felice poiché lo sguardo di Marcus si era incrociato con il suo.
Tutto sembrò fermarsi.
Andava tutto al rallentatore, i suoni erano appiattiti, la foga dell’odio estinta, le parole non esistevano più.
Alexandros sorrise verso Marcus che aprì le belle labbra e gridò qualcosa, ciononostante il fracasso delle armi gli impedirono di udire.
Sentì un forte colpo alla nuca, poi lacerare le carni della schiena.
Il sorriso si trasformò piano in una smorfia di dolore, la vista gli si annebbiò.
Dov’era Marcus?
E cadde.
Lentamente il suo corpo si distese al suolo. Fra due cadaveri.
La sua mano toccò qualcosa di morbido, ebbe ancora la forza di guardare. Era un fiore.
Dunque una possibilità di raggiungere la pace c’era ancora.
Sentì una leggera brezza sul viso e una canzone proveniente da terre straniere.
Sentì odori che aveva dimenticato.
In quel momento si sentì più vivo che mai.

sabato 4 settembre 2010

P.S. Ricordarsi di vivere (capitolo II)




Si svegliò scosso da un brivido che gli percorse la schiena.

Dio, non ce la faceva più! Erano tre giorni che suo fratello non si faceva vedere e quell’uomo, Viktor, non gli aveva quasi rivolto parola. Lo aveva portato nella sua casa, un appartamento lussuoso all’ultimo piano di un edificio di vetro; gli aveva dato dei vestiti, tutti di marca aveva osservato, e gli aveva detto di non uscire di casa.

Anche se lo avesse voluto non avrebbe potuto di certo farlo, si trovava almeno al quindicesimo piano e la porta era sempre chiusa.

Si rannicchiò nel letto stringendosi il lenzuolo addosso. Ancora era sconvolto da quello che gli aveva detto Viktor quando lo aveva portato lì.

Haym lo aveva venduto a lui, come un oggetto. Viktor non gli aveva rivelato a cosa gli servissero quei soldi, il perché il fratello avesse fatto un gesto cosi amorale, tuttavia ripresosi un po’ dalla rabbia, gli aveva domandato quanto valeva.

500.000 euro.

Una somma molto più alta di quanto si fosse aspettato, ma Viktor gli disse che se il fratello non avesse voluto venderlo per quella cifra lo avrebbe preso per una cifra anche smisuratamente più alta.

Il discorso si chiuse lì.

Nei due giorni seguenti non lo aveva più visto. Soltanto la mattina quando andava in cucina vedeva la colazione posta sul tavolo insieme al giornale e un biglietto con su scritto cosa c’era nel frigorifero per il pranzo e la cena.

Aveva curiosato in giro. Il salone era grande, ma molto semplice: al centro c’erano due divani a tre posti con un tavolino basso di legno con sopra un vaso dalle strane forme, un camino di vetro nero, dei quadri astratti e un’immensa libreria. Tutta una parete era occupata dal vetro.

La stanza dove stava lui era di colore rosso accesso, con un letto basso come era di moda, con comodini della stessa altezza, un armadio a muro, un immenso specchio e una scrivania con sedia e un laptop.

Invece la camera di Viktor era grigio scuro, sempre con le stesse caratteristiche, ma sembrava molto più inquietante e maestosa.

La cucina era, a suo parere, l’ambiente più famigliare. Era abbastanza piccola e, a differenza della restante parte della casa, ammobiliata in stile classico.

La cosa che lo sorprese fu constatare quanto l’appartamento fosse letteralmente cosparso di lampade, grandi e piccole, dalle forme e colori più svariati. C’erano numerosi quadri e specchi. In quella casa regnava un’atmosfera strana, ma non brutta.

Erast saltò sul letto portandosi la mano alla gola. Non ce la faceva più!

Si alzò tremante.

Il suo corpo ne sentiva la mancanza, dannazione!

Ne aveva bisogno, un disperato bisogno di quella maledizione che gli rendeva la vita più semplice.

Cercò per la sesta volta fra i suoi vecchi vestiti, ma niente.

Non c’era neanche una pasticca.

Andò nel bagno dove abbracciò il water lasciando che rimettesse tutto se stesso.



Si lavò il viso con l’acqua fredda. Era immensamente pallido e sudava.

“Porca troia!” gridò accasciandosi a terra con la testa fra le mani.

Corse nel salone, con dita frementi compose il numero di cellulare del fratello, ma non gli rispose.

Scagliò l’apparecchio per terra.

Cosa poteva fare?!

Andò in bagno a cercare qualcosa, neanche lui sapeva cosa, ma alla fine, aprendo un cassetto, vide delle medicine.

Si leccò le labbra.

Sapeva che non doveva farlo, che era pericoloso, però cosi si sentiva morire.

Prese una medicina e la ingoiò, era un tranquillizzante, erano barbiturici.

Cosa ci facevano quei medicinali lì? Viktor soffriva di ansia o seguiva una psicoterapia?

Non sapeva.

Andò in cucina, dove trovò del vino; lo bevve in una lunga sorsata.

Dopo alcuni minuti si sentì strano. L’ansia era diminuita, ma stranamente non sentiva molto il corpo, esso era indolenzito, come dopo aver fatto una lunga corsa in salita e dei piccoli pizzichi lo attraversavano. Rabbrividì di freddo e andò in salone. Il corpo era come se fosse stanco, però si sentiva bene; barcollò e dovette sostenersi con entrambe le mani sullo schienale del divano altrimenti sarebbe caduto. Non riusciva a pensare a niente, a nient’altro fuorché al sonno che lo stava pian piano assalendo; però era un sonno strano, soverchiante, potente, che costringeva le sue palpebre a chiudersi senza possibilità di resistere. All’improvviso come un’esplosione nello stomaco; si piegò in due. Non capì molto e cadde sul divano.



La luce del sole inondava tutta la stanza e il suo calore gli riscaldava la pelle. Si stiracchiò sotto una coperta.

Coperta?!

Sgranò gli occhi balzando a sedere sul divano. Un violento capogiro lo fece distendere di nuovo e si mise una mano sopra la fronte chiudendo gli occhi.

La sera precedente aveva preso quella cosa e Cristo, si era sentito morire e aveva avuto paura. Che cazzata che aveva fatto! Tuttavia non poteva negare che in un certo senso lo aveva fatto sentire meglio.

“Merda” sospirò alzandosi a fatica. Con passo lento si avvicinò alla cucina dove pensava ci fosse la solita colazione, invece senti le ginocchia molli a vedere Viktor seduto al tavolo.

Indossava solo una vestaglia bordeaux di seta che lasciava intravedere le gambe accavallate e il petto muscoloso; i capelli scuri gli ricadevano in alcune ciocche sul viso.

Il suo sguardo glaciale si era spostato dal giornale che teneva in mano nei suoi occhi, un sorriso ironico si dipinse sulle sue labbra pallide.

Erast si dovette reggere allo stipite della porta per non cadere.

Era la cosa più bella che avesse mai visto. L’uomo più bello che gli fosse capitato davanti agli occhi.

“Ah, sei qui” mormorò cercando di fare lo spavaldo.

“E’ casa mia” commentò l’altro con ovvietà.

“Già e io mi sono rotto di starci. Sai che si chiama segregazione di persona?” lo apostrofò il ragazzo incrociando le braccia sul petto e poggiandosi allo stipite.

“Certo, se è per questo ho anche comprato una persona” disse Viktor poggiando sul tavolo il giornale “Ma mi pare che tuo fratello non si facesse molti scrupoli a farti vendere il tuo corpo sulla strada, o sbaglio?” la sua voce era sarcastica e Erast si sentì morire di fronte a quella realtà che l’altro gli aveva sbattuto in faccia.

Era vero, Haym lo aveva fatto prostituire, suo fratello. Ma lo aveva fatto a fin di bene, perché nel loro paese lui sarebbe morto comunque e poi… si passò una mano sul volto. Sapeva benissimo che Haym non aveva scusanti.

“Quello che faccio, lo faccio perché voglio. Non sono affari tuoi”.

“Si è vero, non m’interessa che ti facesse sbattere da tutti” replicò con voce gelida.

“Ma che cazzo vuoi da me?!” strillò Erast perdendo la pazienza “Sei tu che mi hai… comprato! Se vuoi qualcuno a cui rompere le palle vallo a cercare da un’altra parte!”.

“Calmati ragazzino” sibilò l’altro alterato “Non credo che avrei trovato un ventenne migliore di te in giro. Sei il ragazzo più bello che io abbia mai visto”.

“Io ho 18 anni” Specificò il rossino con voce atona.

“18? Mmh, vedo che il tuo fratellino è un bugiardo oltre che un bastardo, mi aveva detto che eri un uomo già fatto e invece sei ancora un ragazzino”.

“Non sono più un ragazzino da molto tempo, smettila di chiamarmi così!” disse l’altro seccato.

Viktor lo guardò per un lungo istante, poi si alzò dalla sedia e in un attimo gli fu accanto, lo prese per i polsi e lo addossò al muro.

Erast ansimava.

“Ah, è questo dunque, anche tu mi vuoi fottere, potevi dirlo subito” sussurrò Erast con voce arrochita mentre si liberava una mano e la portava sul petto dell’altro, sorprendendosi di trovarlo duro come il marmo; chissà com’era là sotto. Arrossì a quel pensiero.

Cosa cazzo gli fregava? Era il suo lavoro!

Nel momento in cui la mano discese sul fianco dell’altro, lo guardò e vide che lo stava osservando con espressione sarcastica e con un ghigno.

Lo respinse, corse nel bagno e si rinchiuse.

Provava una rabbia che gli faceva ribollire il sangue; come si permetteva di dirgli quelle cose? Di ferirlo cosi? Non lo conosceva, cosa poteva saperne lui della sua vita?! Cosa accidenti voleva da lui?!

Con mano tremanti, sebbene avesse giurato a se stesso di non farlo più, prese un’altra pasticca. Dopo un tempo lunghissimo uscì dal bagno e si appoggiò al muro vedendo davanti a sé Viktor che nel frattempo aveva indossato il solito completo griffato e lo osservava serio.

“Ti sei calmato?” domandò veramente preoccupato.

“Non ero arrabbiato” rispose alzando le spalle. L’uomo si passò una mano fra i capelli.

“Non voglio che tu ti prostituisca” gli rivelò.

“Ah, bene e cosa vuoi che faccia? Se mi hai comprato un motivo ci sarà, mio padrone” disse sarcastico.

“Voglio che tu lavori al mio night club”.

“E cosa dovrei fare?”.

“Cosa sai fare?” volle sapere.

“So solo scopare”.

Viktor alzò un sopracciglio. Un sorriso sincero si dipinse sul suo bel volto.

“Bene, almeno lo sai fare… hai mai fatto streaptease?” gli domandò. Il ragazzo lo guardò poco convinto, poi annuì. “Voglio che tu lo faccia”.

“Eh?”.

“Fallo, voglio che tu lo faccia qui e adesso”.

“Ma non posso! Non c’è musica e…” cercò di ribattere, ma in verità si sentiva terribilmente in imbarazzo.

Doveva fare lo spogliarello per lui?! Cioè danzare davanti ai suoi occhi glaciali e spogliarsi? E poi spogliarsi di che? Aveva solo il pigiama!

Viktor senza una parola prese un telecomando e dopo pochi secondi si sentì una tipica canzone che andava bene per quel tipo di balli.

L’uomo si sedette sul divano accavallando le gambe, lo sguardo fisso su di lui.

“Allora? Io aspetto” gli fece presente.

La musica riempiva la stanza, ma non in maniera fastidiosa, anzi, essa si diffondeva languida, col suo ritmo lento e irresistibile. Forse fu questo che lo spinse a fare quello che quell’uomo odioso gli aveva ordinato.

Erast iniziò a dondolarsi sulle gambe, piano, portandosi una mano sulla pancia, accarezzandola lentamente; piano piano salì, sfiorandosi il petto in una languida carezza. Nel farlo la maglia del pigiama si alzò leggermente, scoprendo la pancia piatta, la vita sottile… ma quella visione venne interrotta quasi subito. Il giovane guardava fisso negli occhi il suo padrone, sfidandolo, mostrandogli che niente poteva intimorirlo. Fece dondolare di più i fianchi, morbidamente, oscillando, mordendosi le labbra; mentre lo faceva andò a sbottonarsi i bottoni della maglia, uno per uno, lentamente, in un tempo così lungo che avrebbe fatto impazzire chiunque; nel mentre alzò la testa, sfrontato, ribelle, prendendo sempre più sicurezza in quello che stava facendo. Viktor l’osservava attento, senza fiatare, le dita che battevano piano sul bracciolo del divano. Finalmente la maglia fu aperta e il giovane rossino ne scostò i lembi, piano, richiudendoli ogni tanto. Infilò una mano dentro e si accarezzò il petto e tutto il tronco in un’unica carezza. Si decise finalmente a lasciarsi cadere sulle spalle l’indumento, scoprendo un busto bianco e glabro, che sembrava essere stato scolpito da un abile maestro.
Delicato ma vigoroso.

Incrociò le braccia, continuando a toccarsi, oscillando in maniera libidinosa e si voltò, mostrando impudentemente la schiena morbida e sinuosa; alzò le braccia e si passò le mani tra i capelli, lisciandoli, tirandoli su, scoprendo la nuca bianca e invitante, facendo ricadere quei ciuffi di fuoco sulle spalle per poi tirarli nuovamente su. Scosse la testa forte, agitando la chioma; fece scende le mani sul bordo dei pantaloni e ci infilò dentro le dita, poi le mani e si accarezzò il fondoschiena per lunghi istanti. Nello stesso istante in cui la musica fremette, si tirò giù di colpo i pantaloni, mostrando natiche sode nei boxer bianchi. Continuò a scuotere i fianchi e si voltò. Lo sguardo di Viktor lo esaminò tutto, da cima a fondo, soffermandosi fra le sue gambe, sulle sue natiche piccole e rotonde quando si voltava, sulle gambe tornite e lisce. Il padrone sorrise. Era pienamente soddisfatto dalla sua scelta.

Finalmente Erast stava per concludere. Sapeva di essere stato bravo e più che eccitante. Sorrise tra sé e sé. Si tirò giù i boxer. Lentamente. Ma successe qualcosa che mai prima gli era capitato, tranne la prima volta che si era spogliato di fronte ad un uomo. Un turbamento strano s’impadronì di lui e rallentò il ritmo della danza. Si sentì arrossire e non poteva crederci.

Stava arrossendo!

Distolse lo sguardo da quello attento di Viktor che lo stava osservando proprio lì. Guardò per terra e in un gesto molto pudico tentò di coprirsi l’intimità mentre ancora ballava.

“Togli quella mano” la voce dell’altro lo fece sussultare. Obbedì guardando a terra “voltati”. E

si voltò, piegandosi, toccandosi le natiche, passandoci lievemente un dito in mezzo, inginocchiandosi, mettendo in mostra tutto. Se non doveva guardarlo in faccia riusciva meglio ad essere spregiudicato.

Viktor iniziò a sospirare; si portò il pollice alla bocca e iniziò ad accarezzarsi le labbra. Gli era venuta una certa voglia… e accavallò l’altra gamba. Si stava eccitando.

Intanto Erast si rotolava per terra, si muoveva, si inginocchiava e strisciava sensuale, inarcandosi sul pavimento.

“Siediti e apri le gambe”. La voce di Viktor sovrastò la musica.

Il rossino assunse un’espressione arrabbiata e aprì le gambe, offrendo lo spettacolo di tutto ciò che c’era di più intimo in lui; si toccò: il pene semieretto, i testicoli, il fiore segreto tra le natiche. Si leccava le labbra…

La musica terminò.
Erast si riscosse e si alzò in piedi. Era imbarazzato cazzo!

Viktor si alzò languidamente dal divano e gli si avvicinò con un’espressione maliziosa sul volto. Il ragazzo abbassò la testa quando l’altro gli fu a pochi centimetri di distanza.

“I miei complimenti ragazzino. Sei… davvero molto bravo” disse l’uomo lascivamente.
Erast alzò la testa, prendendo tutto il suo coraggio, ma i suoi occhi tradivano il turbamento.

“Lusingato, mio signore” lo sfidava.
L’altro sorrise e gli si avvicinò di più, passandogli un braccio intorno alla schiena nuda, attirandoselo contro. Il rossino sentì sulla gamba l’evidente erezione dell’altro. Arrossì di nuovo e distolse lo sguardo.
”Cosa c’è? Sei in imbarazzo?” sorrise sicuro di aver indovinato.

Il giovane tornò a guardarlo negli occhi. Sorrise anch’egli.

“Non conosco cosa sia l’imbarazzo”.

“Allora suppongo” andò a toccargli la guancia “che quel rossore sul tuo viso sia dovuto alla danza”.

Il rossino non rispose. L’uomo lo lasciò andare e uscì di casa. Erast si lasciò cadere a terra.

Sospirò di sollievo.



Sapeva che era quasi mezzogiorno, ciononostante si alzò e chiuse le pesanti persiane, dopodichè si infilò nuovamente nel letto, rannicchiato come un bambino che ha paura del buio. Non riusciva a togliersi dalla testa ciò che era avvenuto solo un paio d’ore prima.

Ballare per lui l’aveva esaltato. Aveva voluto mostrarsi provocante e senza pudore, tuttavia alla fine aveva vacillato. L’imbarazzo l’aveva colto inaspettatamente nel momento in cui si era ritrovato nudo e aveva sentito gli occhi scrutatori dell’altro che lo avevano suggestionato, allora per un brevissimo istante si era sentito addirittura terrorizzato e infine l’imbarazzo si era impossessato di lui, rendendolo pudico come un ragazzino.
Strinse forte gli occhi. Provava una rabbia che lo faceva tremare e vergognare allo stesso tempo. Strinse le coperte al petto mentre esprimeva silenziosamente il desiderio di tornare a casa, pur sporca e soffocante che fosse.

Un rumore.

Alzò la testa, in ascolto. Senza bussare Viktor entrò nella sua stanza e, notando quel buio,andò con passo deciso verso la finestra per aprire le tende e lasciar passare la luce. Erast si coprì gli occhi infastidito.

“Vieni di là” disse senza troppe cerimonie guardando l’altro negli occhi, a sottolineare con lo sguardo che quello era un ordine e non un invito.

Il giovane si decise ad alzarsi dal letto soltanto quando l’altro fu uscito, infilò le pantofole e si diresse nel salone. L’orologio appeso al muro segnava le 12:35. Cosa voleva ancora da lui? Si sentiva leggermente seccato e sapeva benissimo il perché; doveva contattare al più presto Haym o sarebbe impazzito. Non sapeva quanto ancora sarebbe riuscito ad andare avanti senza quelle maledette pasticche.

Viktor si tolse la giacca rimanendo solo con la camicia, si voltò verso il ragazzo ed incrociò e braccia sul petto.

“Dunque, è ora che ti insegni qualcosa” annunciò con tono serio.

“E cioè?” chiese l’altro assumendo la sua stessa posizione con le braccia.

“Cioè raffinare le tue… tecniche. Ho visto che le capacità non ti mancano, quindi ora ci lavoriamo un po’ su. Sai ballare?” domandò.

“I miei clienti non mi hanno mai chiesto di ballare mentre mi scopavano” rispose tagliente.

Il bruno alzò un sopracciglio.

“Qui te lo chiederanno, perciò dovrai essere preparato. Avvicinati” Viktor aspettò che il ragazzo gli obbedisse, dopodichè prese una mano nella sua e l’altra gliela fece poggiare sulla propria spalla.

“Cosa diavolo…?!” il rossino s’interruppe nel momento in cui l’altro lo attirò di più a sé stringendolo per la vita.

“Ora proviamo. Muoviti al tempo che ti do io” gli raccomandò iniziando a muovere i piedi “E un, due, tre, un due… no, no, mi stai pestando i piedi” gli fece presente.

Erast alzò gli occhi al cielo.

“Scusate vostra maestà” replicò sarcastico.

Viktor sbuffò.

“Metti i piedi sui miei” gli comandò.

“Cosa?” domandò scandalizzato.

“Metti i piedi sui miei. Oh, si tesoro, fai pure con calma, ho tutto il giorno da dedicarti!” lo guardò torvo con un sorriso ironico sulle labbra.

“Piantala” e delicatamente si poggiò sui piedi dell’altro “ va bene così?!” chiese scocciato, ma la stretta di Viktor si fece ferrea lasciandolo quasi senza aria.

“Ora guarda come devi muoverti. Sia che tu debba danzare con un uomo sia con una dama”.

Viktor iniziò a danzare sostenendo il peso dell’altro che si doveva poggiare inevitabilmente a lui; il suo petto contro quello del bruno causò una reazione strana al suo cuore che iniziò a battere più forte. Sentì il caldo del sangue soffondersi sulle proprie guance. E che cavolo! Mica si metteva pure ad arrossire!

“Stai osservando?” volle sapere il bruno impaziente.

“S-si”.

“I piedi si spostano in questo modo. Io metto un piede avanti e il tuo corrispondente indietro e così via… capito? Adesso riproviamo con la musica”.

Sulle note di un walzer i due iniziarono a ballare.

Che dolce melodia. Nessun suono gli era mai parso cosi dolce.

“Ch- che canzone è?” domandò Erast senza nemmeno rendersi conto di aver aperto bocca e dato fiato.

Viktor lo guardò sorpreso.

“Blue Danube” lo informò; lo avvicinò “Forza!”.

Erast fece una smorfia e ubbidì. Inciampava ogni tanto, ma ce la mise tutta per tenere il ritmo dell’altro senza fare brutte figure, anche se era un piacere pestargli i piedi e quando capitava sorrideva di nascosto. Ben presto la danza del rossino fu perlomeno accettabile. La musica terminò e i due si fermarono, ancora mano nella mano.

“Non mi piace ballare” affermò il rosso sospirando rumorosamente.

Viktor sorrise.

“Non ci credo. Sei un animo ribelle, come il fuoco, è impossibile che non ti piaccia. Quando balli con i clienti devi lasciarti guidare, con le donne devi essere tu a condurre” lo informò.

“Chiaro, chiaro” fece un gesto spazientito con la mano che poi passò fra i capelli senza rendersi conto dello sguardo del moro.

“Bene. Manderò su qualcuno per prepararti. Ci vediamo stasera” staccò la mano dalla sua; Erast si guardava le dita in silenzio. Poteva ancora sentire il calore di quelle di Viktor, il suo tocco leggero nonostante la grandezza della mano. Si chiese cosa diavolo gli stesse succedendo nel frattempo che si portava la mano alla guancia e chiudeva gli occhi.



Erano le 18 quando entrarono due camerieri. Un ragazzo poco più grande di lui e una donna, i quali insistettero affinché rimanesse venti minuti nella vasca da bagno e non un minuto di più. Lo asciugarono con cura e il ragazzo iniziò a pettinarlo delicatamente, facendo diventare i suoi capelli lisci e morbidi anche grazie al balsamo che egli aveva usato durante il bagno. Dire che era imbarazzante era riduttivo come concetto.

La sua pelle perfetta non aveva bisogno di alcun tipo di trucco, così le sue labbra, deliziosamente rosse. Gli fecero indossare un completo elegante, che mai aveva messo in vita sua; l’abito era blu notte con la giacca aperta sul davanti che lasciava vedere una camicia candida; mise dei mocassini lucidi. Mentre si specchiava e si stupiva del suo aspetto gli vennero legati i capelli in un nastro dello stesso colore del vestito. Si sentiva a disagio in quel completo, tuttavia anch’egli poteva benissimo constatare quanto tutto quel trattamento gli avesse giovato. Si toccò leggermente il viso.

Sembrava quasi un’altra persona. Il viso perlaceo metteva in evidenza gli occhi viola con sfumature blu e le labbra rosse come i capelli.

Bello.

Non si era mai reso conto di essere cosi bello.

“Oddio ora divento anche un narcisista!” sbuffò allontanandosi stizzito dallo specchio. Pochi passi e incontrò lo sguardo di Viktor. L’uomo vedendolo rimase basito.

L’altro lo guardò alzando gli occhi e non ci fu più bisogno di parole.



Venne condotto nello stesso night club che quella sera lo aveva stupito per la sua eleganza. I divanetti rossi accoglievano uomini di ogni età e ragazze vestite in maniera provocante; lo champagne veniva servito in continuazione e un uomo suonava il piano, la cui musica faceva da sottofondo alla scena. Un ragazzo si mise cavalcioni sulle ginocchia di un uomo anziano e questo gli accarezzava la schiena, lascivo.

Non c’era niente di nuovo in fin dei conti. Solo molto più lusso di quanto era abituato, più regole e più perfezione. Sentì la mano di Viktor posarsi sulla sua spalla.

“Agitato?” gli domandò con noncuranza.

“Non troppo…” rispose poco convinto. Non era agitato per quello che doveva fare, ma si sentiva a disagio in un ambiente cosi lussuoso. Tutto qui.

“Ma più precisamente, cos’è che dovrei fare?” chiese portandosi dietro alle orecchio un ciuffo invisibile di capelli.

“Devi fare compagnia ai clienti, sii carino, gentile, sensuale, provocante. Obbedisci a ciò che ti viene chiesto, servi da bere e sorridi; danza se te lo chiedono; però ricorda: non devi mai acconsentire ad andarci a letto… a meno che non sia io espressamente a dirtelo” lo informò prendendo un bicchiere di champagne e facendo cenno di un cin cin con una cliente che sorrise a trentadue denti.

“Come vuoi” alzò le spalle.

“In bocca al lupo allora” rispose concentrandosi sulla figura di una donna bionda che ballava sulla scena in un’altra sala. Tutti quegli ambienti erano separati fra loro da muri di vetro ed erano insonorizzati.

“Crepi!” rispose il rossino facendogli la linguaccia.

Viktor lo guardò allontanarsi sorridendo.

Erast si avvicinò ad un gruppo di uomini, concentrati a vezzeggiare un tipo sui venti anni. Non appena fu loro davanti, i tre lo guardarono, increduli, compiaciuti; sorrisero.

“Ma guarda. Nuovo arrivato?” si fece avanti uno osservandolo dalla testa ai piedi, con sguardo languido.
Erast ricambio il sorriso socchiudendo gli occhi.

“Sembra di si. Posso unirmi a voi?” propose passandosi la lingua sulle labbra.

“Certamente!” acconsentì un altro “Miguel, fai posto al nostro amico”.

Il ragazzo baciò l’uomo sulla guancia, si alzò e se ne andò da un altro gruppo di uomini.
Il rossino si sedette in mezzo al gruppo, accavallando le gambe. Li osservò con lascivia e passò una mano sotto il mento di uno.

Viktor intanto si era seduto al bancone di un elegantissimo bar e lo osservava. In una frazione di secondo i loro sguardi si incontrarono.

“Posso versarle da bere?” chiese il ragazzo a voce bassa tornando a rivolgere la propria attenzione ai clienti.

“Oh, certo” Erast versò lo champagne in un calice di cristallo e lo porse all’uomo su cui si era quasi accoccolato. Egli bevve non staccando gli occhi dai suoi.

“Come mai non ho mai visto in giro una bellezza come te?”.

Il rossino alzò gli occhi al cielo, pensoso. Si trattenne dallo sbuffare. Almeno quando si prostituiva se lo scopavano subito senza tanti giri di parole.

“Chissà, forse mi serbavo per lei, signore” affermò cercando di controllare il tono di voce. Si stava leggermente irritando, tuttavia la consapevolezza che Viktor lo osservava gli faceva andare il sangue al cervello.

“Mmmh, ah si? Chissà…” l’uomo era totalmente attratto dal giovane tanto che ormai il suo unico scopo era quello di averlo; lo aveva soggiogato. Egli posò il calice sul tavolino davanti a lui e portò una mano ad accarezzare il volto dell’altro, che continuava a sorridere in maniera provocante, lanciandogli sguardi libidinosi “Che pelle vellutata che hai…” pronunciò nel frattempo che si riavvicinava per baciarlo.

Erast si morse un labbro e socchiuse gli occhi guardando Viktor che alzò un sopracciglio. Il moro appoggiò il mento alle nocche e gli fece segno di baciarlo. Il ragazzo allora si chinò sull’uomo.
I baffi di quello gli solleticavano il viso mentre si scambiavano un lungo bacio, le sue mani sudate di desiderio lo accarezzavano sul collo. Uno degli altri uomini toccò la spalla del ragazzo che si voltò leggermente.

“Tesorino, lascia che anche io possa bearmi delle tue grazie” e detto ciò gli prese il braccio e, tirata su la manica della giacca, iniziò a leccarlo e a baciarlo. Il terzo uomo intanto accarezzava le cosce del ragazzo. Erast era in balia di tre uomini, come non gli era mai successo, tuttavia era divertente, averli tutti così, in suo pugno. Alzò il capo e si portò un dito in bocca, non distoglieva gli occhi da Viktor, il quale lo osservava a sua volta come incantato.

Quel ragazzo era provocante all’inverosimile! Improvvisamente sentì che la stoffa dei pantaloni si era fatta fin troppo stretta. Bevve un bicchiere di acqua sperando di calmare i bollenti spiriti. Vederlo fra tre uomini era semplicemente eccitante.

“Mmmh quanti anni hai, tesoro?” riprese a parlare uno dei tre con voce roca.

“17 signore” sussurrò con voce innocente.

Viktor sorrise di fronte a una tale menzogna.

“Wow sei così giovane, piccolo? E ti lasciano stare in posto simile?”.

“Non mi vuole, signore?” s’informò staccandosi un momento da lui, guardandolo con occhi liquidi.

“Sono domande da fare, eh?” chiese l’uomo rituffandosi sulla sua bocca, coccolandolo, accarezzandogli la schiena, mentre gli altri due divoravano il suo braccio.

“Balla per noi, piccolo”.

“Oh, si, balla per noi. Rosalie, vieni qui”.

A quel richiamo una ragazza si avvicinò al gruppo. Indossava un lungo abito da sera nero, che brillava come un cielo stellato. Aveva lunghi capelli castano chiaro e un fiocco sulla testa che li teneva in ordine. I suoi occhi verdi erano seducenti, il viso pulito e cordiale.

“Cosa fate a questo povero ragazzo, bricconi?” domandò ridacchiando.

“Non mi pare che a lui dispiacesse” spiegò uno togliendo il nastro dai capelli di Erast, portandoselo al naso e aspirandone il profumo “fallo ballare, vogliamo vedere… come si muove”.

La giovane tese una mano al rossino che la prese. Le luci si abbassarono e i due iniziarono a ballare.

Viktor ora osservava attentamente il suo pupillo. Lo vedeva concentratissimo, intento a non sbagliare i passi, con l’espressione assorta sul bel volto, la delicatezza che usava con la ragazza.

In verità Erast era tentato di sbagliare volutamente i passi, ma non lo fece per suo orgoglio.

La ragazza piroettava tra le sue braccia, il vestito svolazzava morbido, i suoi seni perfetti erano premuti contro il petto del giovane, che appariva in quel momento come un principe delle favole. Nel frattempo che gli uomini in sala si gustavano lo spettacolo di quei corpi in movimento, la giovane iniziò a parlare.

“Sei quello nuovo, vero? Io sono Rosalie e tu?”si presentò sorridendo sinceramente.

“Mi chiamo Erast”.

“Erast, che bel nome. Sei straniero?” volle sapere.

“Si, sono *****” rispose sorprendendosi a sorridere suo malgrado. Stranamente si sentiva a proprio agio con lei.

“Fantastico! Sei molto bello, qui avrai un mucchio di successo, te lo garantisco”.

“Beh immagino che anche tu ne avrai. Successo intendo” borbottò lui osservando attentamente il suo volto cosi pulito e luminoso. Collegò quel volto a quello delle bambine.

La giovane abbassò la testa, come colta da timidezza.

“Beh si. E credo addirittura che qui dentro mi vogliano bene. Nonostante mi limiti a servire da bere e ballare”.

“Vuoi dire che non…” suggerì.

“Eh, no. Non li bacio nemmeno. Il signor Van Vachmedin dice che non posso svendermi così. Mi consiglia di mantenere la mia purezza per quando incontrerò l’uomo giusto per me. Quindi potendo scegliere, preferisco restare casta” arrossì “Oh, che vado dicendo! Raccontare queste cose a qualcuno appena conosciuto!” sorrise raggiante “Penso di essere una privilegiata, tutti qui dentro si concedono ogni sera. Per quanto riguarda te?” la sua voce era curiosa.

“Io non…” venne interrotto dalla musica che cessò.

Sospirò mentre due uomini li raggiunsero.
”Bravi, bravissimi! Come hai detto che ti chiami, ragazzo?” domandò quello più anziano.

“Non l’ho detto… Erast” rispose quasi scocciato, tuttavia la sua voce risultò molto sensuale.

“Caro” gli passò un braccio intorno alle spalle; gli respirò sul collo “spero che vorrai essere mio questa notte, che ne dici? Solo io e te”.

Il rossino si divincolò gentilmente dall’abbraccio e fece un breve inchino.

“Mi spiace signore, ma temo che dovrà chiedere il permesso al mio padrone” si accarezzò i capelli in un gesto fintamente nervoso “non vorrei essere punito” un sorriso torvo si affacciò sulle sue belle labbra.

“Povero, piccolo caro. Il signor Van Vachmedin non dev’essere tenero con un novellino come te… allora chiederò a lui. L’ho visto poco fa, ma sembra sparito” e si allontanò per cercare chi poteva concedergli quel bocconcino dalla chioma rossa.

Rosalie ridacchiò.

“Cosa c’è da ridere?” chiese sorpreso dall’udire quella risata cristallina.

“Credo che tu sia il suo protetto. Nessuno prima d’ora è mai dovuto andare da lui per chiedergli il permesso di avere un suo dipendente. Vedo che anche tu puoi ritenerti fortunato”.

“Pare di si”.

Si sorrisero. Quella ragazza gli era simpatica. Era un bene avere un’amica pulita in quel mondo sconosciuto e corrotto.

“Oh, mi cercano. Vado. So che ci rivedremo” gli disse prendendogli per un secondo una mano fra le sue.

“Certo” e la ragazza si allontanò.

Erast si guardò attorno, inconsciamente cercando Viktor. Si mise a camminare, ma venne fermato da una mano decisa; si voltò. Era una donna formosa, con una quinta di seno assolutamente non naturale, con una massa di mossi capelli biondi che gli cadevano sulla schiena e grandi occhi castani, esaltati dall’eye liner. La stretta minigonna stringeva le sue cosce mettendole ancor più in risalto, la scollatura la rendeva ancora più provocante.

“Sei tu quello che ora vive con Viktor vero?” chiese la tipa con rabbia.

“Si, hai qualche problema?” domandò con fare provocatorio, ma questa volta nel suo atteggiamento non c’era nulla di sensuale.

“Sono la donna di Viktor. Non vorrei che ti montassi la testa solo perché vivi sotto il suo stesso tetto, lui è MIO, chiaro carino? Con i ragazzini come te ci gioca e basta, mi hai capito? Non credere di essere speciale solo perché ti tiene sotto la sua ala ora” gli spiattellò tutto in faccia e sorrise trionfante.

“Credo che ti sbagli, non penso nulla del genere. Sono un suo dipendente, lavoro per lui. Non c’è nient’altro” rispose Erast piuttosto seccato da quella sfuriata “E poi… è evidente che preferirebbe uno come me, piuttosto a una rifatta. Sono molto più bello di te, tesoro” gli fece presente esibendo il suo miglior sorriso da vampiro.
”Come ti permetti razza di…?!” gridò e volle dargli uno schiaffo che Erast intercettò e le fece togliere la mano dal suo braccio.

“Vedi di non rompere, a me non frega un cazzo del tuo uomo” disse con voce dura. Quella si voltò nervosa e se ne andò con passo veloce non prima di averlo fulminato con lo sguardo.

Erast sospirò. Si sistemò la manica della giacca.
Perfetto ci mancava l’amante gelosa!

Il ragazzo tornò sui suoi passi cercando la fonte di tutti i suoi problemi.





Scritto, immaginato, sognato assieme a Viky.

sabato 7 agosto 2010

P.S. Ricordarsi di vivere (capitolo I)



Il suono dei passi risuonava piano nell’aria spezzata dal rumore della pioggia che cadeva velocemente al suolo, il vento con la sua carezza rubava agli alberi le ultime foglie e le depositava a terra. L’atmosfera decadente si abbinava perfettamente alla sua anima, grigia come quel cielo d’inverno.
La figura che a quell’ora della notte si aggirava per la città si strinse nel cappotto rabbrividendo.
Faceva un freddo cane.
Ormai la pioggia si era ridotta a delle rare gocce di perle invisibili che scendevano dal cielo nero, perciò il ragazzo uscì da sotto la tettoia di una casa e si incamminò sul marciapiede, lungo una strada quasi deserta.
Scalciò una lattina di coca cola e si aprì leggermente il cappotto, andò con le mani alla propria nuca, tolse un nastro nero liberando cosi la massa di capelli che si posarono dolcemente sulle sue spalle.
Dopo alcuni secondi, una macchina accostò un po’ più avanti da dove si trovava, quindi accelerò e andò ad aprire la portiera per entrare.
Un secondo.
In un solo secondo vide la propria immagine riflettersi nel vetro del finestrino.
I capelli ricci a causa dell’umidità gli incorniciavano il bel volto perlaceo, gli occhi chiari, che spesso si confondevano fra il blu e il viola, erano grandi e limpidi, le labbra erano storte in una smorfia di freddo.
Fece forza nella mano, nel corpo e soprattutto nel cuore per aprire la portiera di quell’ennesima automobile.
Con movimento leggero, sensuale, sovrumano, si sedette accanto ad un uomo sconosciuto.
Un altro.

Niente di diverso, nulla di nuovo, sempre la solita nausea.
Chiuse gli occhi mentre si avvicinava al sesso dell’uomo, glielo accarezzò con la punta delle dita, con fare provocante, quello ansimò diventando duro.
Gli calò i boxer, il membro dell’uomo svettò alto e gli sbatté sulle labbra.
Ebbe l’impulso di ritrarsi, ma non lo fece. In fondo quello era il suo lavoro, il mestiere più antico al mondo.
La puttana.
Lo carezzò, lo baciò, poi lo fece affondare nella propria bocca.
L’uomo chiuse gli occhi cominciando a gemere.
Invocò il nome di una donna, forse sua moglie. Quasi gli scappò un sorriso. Era strano pensare a una donna mentre si stava scopando un maschio. Mah, la mente umana era troppo complessa o forse troppo stupida per essere compresa. Si alzò languido e denudò interamente l’altro, lo prese per mano e lo fece mettere supino nel letto.
Giocò ancora con lui, sapeva che facendo cosi si conquistava i clienti che lo reputavano il più abile in assoluto a letto.
Si morse un labbro e leccò il capezzolo turgido dell’altro, mentre si occupava del suo pene; gli fece allargare le gambe e si accucciò al loro interno, accolse nuovamente il suo sesso fra le labbra e con un dito gli violò l’interno.
L’uomo si irrigidì e lo fermò.
“Cosa cazzo credi di fare?!” gli chiese con voce arrochita dal piacere e dalla rabbia di quel gesto.
Erast si leccò le labbra e si avvicinò al suo orecchio.
“Hai paura? Tranquillo, non farò nulla che a te non piace, ma penso che gradirai, lasciami fare, in fondo mi paghi per questo no?” gli rispose e gli infilò la lingua nell’orecchio.
Senza indugiare oltre tornò a fare il lavoro di prima e in breve portò l’uomo a un orgasmo che lo lasciò senza fiato.
Sorrise compiaciuto nel frattempo che gli si mise cavalcioni e cominciò a baciarlo, a dargli piccoli morsichi, a leccarlo.
Lo faceva impazzire. Lo sapeva.
Ben presto l’altro si eccitò nuovamente, quindi si calò su di lui, penetrandosi.
Il dolore era sempre presente, quel deprecabile dolore ma non poteva mostrare sul proprio viso il male, l’umiliazione, lo schifo che provava.
Si muoveva alternando affondi profondi con quelli che lo erano meno, lo baciava, lo stava facendo uscire fuori di senno.
Si sorprendeva sempre nel constatare quanto gli uomini fossero deboli di fronte al piacere, di come si facessero trascinare, di quanto soffrivano per raggiungerlo.
Nella stanza, ormai, si sentivano solo gemiti fino a quando l’uomo non venne copiosamente con un grido e si lasciò andare sul materasso come un corpo senza vita.
Erast gli si mise accanto aspettando che il respiro gli tornasse regolare.
“Nessuno…” disse quello con voce rotta; Erast lo guardò incuriosito “…nessuno mi ha mai fatto godere cosi tanto” gli confessò.
Il ragazzo sentì qualcosa muoversi nello stomaco, si alzò dal letto con un balzo.
“Scusami, potrei farmi una doccia?” domandò con urgenza.
“Certo” sussurrò l’altro chiudendo gli occhi. Gustava ancora il piacere che aveva provato e si disse che aveva fatto un’ottima scelta quella sera.
Erast corse verso il bagno e si accasciò sul pavimento dopo aver chiuso la porta; avevo a stento trattenuto un conato di vomito.
Ansimò dolente mettendosi sotto la doccia.
L’acqua non avrebbe mai potuto lavare dal suo corpo deturpato il sesso degli altri uomini, il loro sudore, il loro seme. Non avrebbe mai potuto togliere la sporcizia del suo corpo né della sua anima. Rise piano, amaramente. E pensare che aveva soltanto diciotto anni!
Se avesse continuato cosi sarebbe giunto o alla pazzia o qualcuno lo avrebbe presto trovato con una fune attorno al collo.
Uscì da sotto il caldo getto dell’acqua e rabbrividì, si asciugò in fretta e tornò nella camera accanto dove si rivestì e prese i soldi che gli spettavano e anche una considerevole somma in surplus, regalo per essere stato cosi bravo. Baciò l’uomo sulle labbra e uscì.
Si guardò un po’ intorno.
Ormai era l’alba, l’oscurità del cielo era spaccata dalla luce arancione del sole che lottava per sorgere e allontanare la notte fredda.
Davanti a lui si stagliava l’autostrada e si rese conto di trovarsi in un motel dove dormiva chi era in viaggio o chi voleva farsi una scopata in santa pace.
Si appoggiò al muro e chiuse gli occhi, mentre sentiva che tutto attorno a lui girava come un vortice del quale non avrebbe mai trovato l’uscita.
Istintivamente portò la mano nella tasca dei pantaloni.
Si maledisse per essere stato cosi idiota, eppure sapeva che non ce l’avrebbe fatta a resistere psicologicamente, quindi prese un piccolo pacchetto verde, lo aprì e ne trasse fuori una piccola pasticca bianca.
Con mano tremante se la portò alle labbra, le dischiuse con un misto di impazienza e di paura e la lasciò disperdere nella bocca. Sapeva che solo quello avrebbe potuto farlo star meglio, solo quello avrebbe potuto dissipare i suoi oscuri pensieri, la sua tristezza e il disgusto per sé stesso. Iniziava già a sentire gli effetti di quella piccola magia…
Ora poteva tornare a casa e affrontare anche suo fratello.


Inserì la chiave nella toppa. Aprì la porta e come al solito venne investito dall’odore di chiuso e di sigaretta. Il fumo aleggiava nell’aria, creando una sorta di nebbiolina nella minuscola stanza.
“Erast?” chiamò una voce sgradita all’udito.
“Si” rispose stancamente.
Dal piccolo divano si alzò un ragazzo dal fisico asciutto, anche troppo ossuto e ciò era accentuato dalla sua notevole altezza. Aveva i capelli biondi, tagliati corti, come chi non ha voglia di starli a pettinare, gli occhi celesti, quasi vitrei, per niente belli o profondi e una lieve barbetta di qualche giorno. Tra le labbra teneva una cicca di sigaretta, guardava il fratello con un sorrisetto sardonico.
“Gli affari come vanno?”.
“Bene, ho guadagnato un bel gruzzoletto stanotte”.
“Perfetto! Fa vedere…” ordinò allungando la mano.
Erast esitò un istante, poi estrasse dalla tasca dei jeans i soldi guadagnati con tanto disgusto; li guardò un attimo prima che il fratello glieli strappasse quasi dalle mani. Si mise a contarli. Proruppe in un fischio prolungato.
“Caspita! Vedo che hai guadagnato più del solito” constatò guardandolo con occhi languidi.
“Ridammeli Haym, quelli me li ha dati in più il cliente, sono miei!”.
“Non agitarti, li prendo in custodia io” disse suo fratello avvicinandosi e posandogli una mano sulla testa, accarezzandogli i capelli con vigore “Davvero bravo, continua così”.
Haym lo guardò meglio: il giovane aveva gli occhi socchiusi e spenti, le labbra secche e il respiro pesante.
“L’hai fatto di nuovo, vero?”.
Erast abbassò la testa, ormai totalmente schiavo degli effetti dell’ecstasy. I capelli rossi scesero scomposti a coprirgli il viso, lievemente arruffati. Suo fratello ridacchiò. A lui faceva comodo quella dipendenza dalla droga… e non solo, il rossino dipendeva totalmente anche da lui.
“Ri… vogl…” sussurrò a fatica.
“Mh? Che hai detto?”.
“... i soldi”.
“Ma quanto sei noioso! Mi servono per permetterci questa casa, lo sai” disse allontanandosi di qualche passo, prese una bottiglia di birra e ne bevve una lunga sorsata.
“Non mentire, lo so benissimo che Jan è venuto più volte a chiederci l’affitto questo mese, credi che non lo sappia?!” ribatté il giovane.
Un giramento di testa; il mondo era diventato improvvisamente blu e dopo era tornato normale in un istante. Si mise una mano sulla fronte, si avvicinò al muro e vi si poggiò contro sospirando. Haym gli si avvicinò, le mani nelle tasche dei jeans strappati.
“Egoista. Chi è che ti ha salvato quando eravamo in ****** ? Quando nostro padre si indebitò al punto di fuggire con quella puttana, lasciandoti solo, in balia di quei lestofanti che volevano vendicarsi sulla tua giovane pelle? Chi è che si è preso cura di te per tutto questo tempo? Che ti ha portato via da quel paese di merda? Sono IO che ho avuto la possibilità di permetterci questa casa, sono IO che ti ho trovato un modo per non morire di fame!”.
Certo, e solo per quest’ultimo motivo a volte lo odiava fino al punto di volerlo uccidere. Gli chiedeva se aveva mangiato per mantenerlo bello e non farlo dimagrire troppo, altrimenti non l’avrebbe più voluto nessuno. Non si possono fare marchette se si è malati. Si, il suo fratellone puntava tutto su di lui, visto che egli era bruttino e troppo poco attraente per poter fare la puttana, tuttavia era bravissimo a procurarsi la droga. Quel ragazzo, però, il figlio dell’amante di suo padre, era l’unica persona che avesse al mondo e si sentiva legato a lui, nel bene e nel male.
“Lo so Haym…”.
“Bene, vedo che non hai perso la memoria. E ora…” il biondo prese dalla tasca delle pastiglie. Una la ingoio egli stesso, l’altra la infilò tra le labbra del fratello “prendine un’altra, devi essere stanco, questa ti farà stare molto meglio fratellino” e gli diede un bacio a fior di labbra.
Erast iniziava a sudare. La stanza vorticava intorno a lui. Si sentiva leggero, come se si trovasse fra le nuvole. Sorrise; mugolò qualcosa e si lasciò cadere a terra. Rise in maniera quasi isterica e si portò le mani alla pancia. Si sentiva bene, privo di qualunque problema; voleva restare per sempre in quello stato, in quell’atmosfera azzurrina, in mezzo a quelle nuvole che lo alleggerivano dal peso di vivere. Sentiva rimbombare la voce di suo fratello nella testa, poi più nulla. Anche il più grande si era lasciato sedurre dalla droga, si era seduto a tavola, con le mani che gli tremavano e un’espressione beata sul viso. Erast lo guardò rovesciando la testa all’indietro. Provò un forte amore per quel suo fratello bastardo ed egoista e sentiva che avrebbe fatto sempre qualunque cosa l’altro gli avesse chiesto. Solo lui poteva dargli ordini. Lui e tutti i suoi innumerevoli clienti.

Una notte uscirono insieme di casa. Haym aveva insistito affinché Erast si curasse molto quella sera. Si era pettinato i capelli ribelli, lisciandoli e stringendoli in una coda bassa. Si era limato le unghie e vestito di tutto punto. Indossava un paio di jeans neri, stretti, un maglione bianco che cadeva morbido e il suo cappotto caldo, che indossava sempre nelle serate così fredde.
Non sapeva dove stessero andando, ma suo fratello era raggiante. Inoltre gli aveva proibito di prendere “lo sballo”, il che lo rendeva irritabile, ma anche più bello: gli occhi brillavano più delle stelle, le labbra erano piacevolmente umide, la pelle vellutata.
Fecero parecchia strada sulla moto di Haym fino a quando arrivarono di fronte a quello che sembrava essere un locale di lusso. Dalla vetrata si vedevano camerieri eleganti, luci potenti, luccichii… un ristorante? No, l’insegna smentì subito quell’ingenua idea: Club Van Vachmedin.
Il nome non gli diceva nulla. Non era mai stato in quella zona e non aveva mai visto neppure il locale. Che tipo di club era?
Haym gli fece cenno di seguirlo e lui obbedì senza discutere. Entrarono nell’atrio dove li accolse un cameriere che chiese i loro nomi, ma dopo che il fratello farfugliò qualche cosa li lasciò oltrepassare; camminanrono su un morbido tappeto rosso che attutiva il rumore dei passi. Si guardò attorno meravigliato, non aveva mai visto tanto lusso prima di quel momento; quel soffice profumo di vaniglia lo incantava. Suo fratello parlò con qualcuno vestito di nero che poi se ne andò velocemente. Il biondo tornò da lui sorridendo.
“Schiena dritta, su” gli raccomandò.
Erast non capiva.
D’improvviso la voce bassa, ma potente di un sconosciuto.
“Eccoti qui dunque” il tono leggermente ironico.
“Viktor! E’ un piacere rivederla!” disse suo fratello con voce falsa.
“Chiamami Van Vachmedin” lo sconosciuto mise subito le dovute distanze fra loro.
Erast si piegò di lato per vedere l’uomo nascosto dal corpo di suo fratello. Il tizio era almeno una spanna più alto di Haym e aveva ampie spalle che indossavano impeccabilmente un elegante abito nero. Gli occhi dell’uomo erano azzurro chiaro, così gelidi da far venire i brividi, eppure c’era profondità in quello sguardo tagliente e un’espressione sarcastica gli dipingeva il bel volto. I capelli erano bruni, perfettamente pettinati all’indietro lasciando scoperta l’ampia fronte denotante intelligenza. Davvero un bell’uomo, più grande sia di lui che del fratello, ma non riusciva a calcolarne l’età. La persona in questione si piegò nella stessa direzione di Erast che sussultò.
“E’ lui?” domandò con una nota di curiosità nella voce.
“Si. Vieni” disse il biondo spingendo il fratello in avanti.
Il giovane si trovava ora davanti all’altro, guardandolo dal basso, con la testa china e gli occhi alzati, con la tipica espressione di chi si fida poco. Quel tipo non gli piaceva per niente.
“Tuo fratello non ha fatto che parlarmi di te” spiegò l’uomo con poco interesse.
“Ah si?” Erast volle mostrarsi sicuro di sé, ma la voce gli tremava.
L’uomo sorrise e gli si avvicinò. Erast si sforzò di non indietreggiare. Il bruno gli afferrò il viso con una mano, saldamente, senza però fargli male e gli fece alzare la testa. Lo scrutò.
“In effetti è di una bellezza straordinaria” disse come se parlasse fra sé e sé.
“Cosa le dicevo? Non troverà di meglio in giro” rispose Haym come se si trattasse di una preziosissima merce.
Il rossino iniziava a capire qualcosa. Quel tipo era forse un nuovo cliente?
L’uomo afferrò l’elastico nero che teneva legati i capelli del giovane e lo tirò via, osservò compiaciuto i morbidi capelli dell’altro scivolargli dolcemente lungo il collo e sulle spalle. Indietreggiò per guardarlo interamente.
“Si, mi piace. Allora affare fatto” concluse serio.
“Perfetto!”.
“Ti farò avere i tuoi soldi” replicò l’uomo non distogliendo lo sguardo da Erast che si sentì bruciare da quegli occhi glaciali.
Non aveva mai pensato che il freddo potesse dare cosi tanto calore.
“Bene. Allora a presto” parlò Haym avviandosi verso l’uscita.
“Ma cosa…? Haym!” gridò Erast e quasi lo volle seguire.
Il fratello si voltò a guardare il rossino e gli sorrise.
“Ubbidisci a lui. Sarà il tuo padrone d’ora in poi. Ci si vede Erast”.
“Ma… “ corse incontro ad Haym” non puoi…! Perché?!” urlò sconcertato.
Cosa diavolo stava succedendo? Il suo padrone? Cosa voleva dire?
Doveva essere uno scherzo, lui non aveva padroni! Lui non era un oggetto! Si ricordò di ciò che faceva, strinse i pugni; non voleva dire nulla, lui non era una merce!
L’uomo lo raggiunse e gli afferrò un polso.
“Vai Haym. D’ora in poi tu non vedrai più questo ragazzo. Siamo intesi?”.
Il biondo rimase in silenzio per un po’ poi annuì e uscì dal locale.
Erast rimase a guardare l’uscita con la bocca aperta.
Com’era potuto accadere tutto ciò?
Non aveva mai pensato che l’abbandono di una persona potesse fare cosi male, anche se lo odiava, amava il fratello e non poteva farne a meno. Si sentì come un cane abbandonato in mezzo a una strada, abbandonato completamente a sé stesso e alle intemperanze della vita.
No, non era solo. Aveva un padrone… ben più rude del primo.





Racconto scritto, corretto, immaginato con Viky.

venerdì 30 luglio 2010

Noi due ( capitolo 18, parte prima)


Gabriel aprí gli occhi sentendo di non poter piú respirare. Gli ci vollero alcuni secondi per rendersi conto di essere nella propria stanza di motel.
Sospiró piano e adagió il capo sul cuscino.
Stette tranquillo alcuni minuti, poi si volse verso la finestra. Ormai era evidente che era il tempo del crepuscolo.
Prese il cellulare.
Erano le quattro e mezza.
Si alzó. Tanto era sicuro che non sarebbe piú riuscito a riaddormentarsi.
Si mise addosso una tuta leggera e uscí.
Un´aria fresca lo accolse. Cominció a correre sperando di non ripensare al sogno appena fatto.
Impossibile.
Hesediel.
Hesediel.
Hesediel!
Aveva sognato che lui era a capo di quella banda di criminali. Dio, stava impazzendo?
Ora anche al lavoro non gli dava pace.
E come lo aveva immaginato!
Totalmente cambiato, ma con gli stessi occhi magnetici.
Scosse la testa.
Lo spettro di Hesediel fu come dissipato dalla sua mente.
Aveva una missione da compiere, cavolo!
Doveva essere preparato!
Per l´intera mattinata continuó a fare esercizi fisici.
Verso le undici, si mise i jeans e la canottiera bianca e uscí.
Per strada si fermó per prendersi un panino. Chissá quando avrebbe mangiato.
“Ma tu guarda, ti sei svegliato tesoruccio „ commentó la voce di Arael.
“Buongiorno anche a te, dormito bene? „ rispose il ragazzo guidando.
“Si, soprattutto dopo averti sognato per tutta la notte „ .
“Aha… invece di dire stronzate dimmi che cavolo devo fare a quella riunione di criminali „ ringhió Gabriel.
“Uhm, penso che sei piuttosto irritato, hai per caso sognato Hesediel? „.
“Fatti gli affari tuoi „.
“Okay, chiedo umilmente perdono, in fondo non mi interessa „ rispose Arael con tono triste.
“ Si, va bene, dai, dimmi quello che devo sapere „ continuó Gabriel mordendosi le labbra, sapeva fin troppo bene che Arael ancora lo trovava attraente.
“Beh, in effetti non dovrei dirti nulla, ma… tu praticamente devi essere selezionato per portare in varie parti del paese quantitá di droga. Almeno i nostri capi intelligentissimi credono che é cosi che funziona lí, tuttavia nemmeno loro sanno quello che ti aspetta, quindi se vuoi un consiglio da amico… basati sul tuo istinto, fino adesso non ti ha mai tradito „.
“ Che palle Arael! Non mi va! „ gridó con voce capricciosa Gabriel.
“Su su, dai che passerá anche questa „.
“Che dici, ce la faró? „.
“ Me lo chiedi pure? „. Gabriel sapeva che ad Arael scappó un sorriso.
Un sorriso dolce che sarebbe stato in grado di illuminare anche la stanza piú buia.
Quel sorriso che raramente si vedeva sul suo volto e che era esclusivamente per lui.
In quel momento si rese conto di essere geloso.
Terribilmente geloso di Arael.
Non avrebbe mai sopportato che regalasse un sorriso del genere a qualcun´altro.
Acceleró.
Dio!
Un altro spettro da dissipare dalla sua mente.
Stava imapzzendo sul serio?
Calcó ancora di piú l´acceleratore.

martedì 20 luglio 2010

Noi due (capitolo 17)


Gabriel si guardo´ intorno con sospetto. L´Audi parcheggiata accanto alla propria auto non l´aveva mai vista e cio´gli provoco´un subitaneo mal di testa.
Di norma c´erano solo le solite macchine e vedere qualcosa di insolito gli causava sempre un sentimento di inquietudine.
Sospiro´e scese dalla sua nuovissima BMW.
Era la sua adorata. Ormai solo una macchina gli riempiva il cuore.
Mise la mano sulla vernice nera lucida in un gesto che sembrava una carezza o, piuttosto, un disperato bisogno di dimostrare a se stesso di essere ancora capace di toccare qualcosa senza romperlo, senza fargli del male, senza pentirsene il secondo giorno.
Fece una smorfia e si allontano´verso l´edificio quasi invisibile in mezzo a un piccolo bosco e rivestito esternamente solo da specchi cossiche´si mimetizzava perfettamente.
Gabriel passo´ accanto a due guardie vestite di verde ed entro´ in quello che da pochi anni era diventato il suo mondo. Camminando verso la sala riunioni molti lo guardarono, alcuni con ammirazione altri con rancore o forse odio per quel giovane che era riuscito in cosi poco tempo a diventare uno dei piu´ bravi agenti.
E tutto era dovuto solo alla sua estrema acutezza e alla forza acquistata tramite numerosi esercizi fisici che aveva praticato fin dall´infanzia e, soprattutto, all´odio che la fuga di Hesediel aveva provocato in lui.
Fuga.
Perche´ di fuga si trattava. Ora lo sapeva.
Quella di Hesediel era stata una fuga verso la liberta´di fronte a un sentimento che lo aveva spaventato. Lui lo aveva amato fin da quando era un bambino e nel momento in cui anche Gabriel gli aveva confessato di provare gli stessi sentimenti era scappato.
“Maledetto codardo” sussurro´ fra i denti entrando nella sala dov´erano presenti altri cinque agenti fra cui anche Arael e due capi.
Capí che l´Audi era del capo piú giovane.
“Penso di avere le allucinazioni, finalmente l´agente speciale Gabriel ci onora della sua presenza” commentó sarcastico questo.
“Anche per me é un piacere rivedervi” rispose ironico il giovane sedendosi e accavvallando le gambe.
“Bene, possiamo continuare” intervení l´altro capo piú anziano. Tutti acconsentirono con un gesto della testa.
“Dicevamo… che in Russia, precisamente nella Siberia, nelle ultime due settimane sono stati arrestati sei individui che trasportavano quantitá considerabile di droga” spiegó Mark, il piú giovane dei capi.
“Quanta, per la precisione?” intervení Gabriel.
“ Duecento kilogrammi circa” rispose l´altro capo, Raul.
Gabriel si sedette composto. Qualcosa nella mente lo fece stare sull´attenti. Mark sorrise compiaciuto, quando Gabriel si metteva in quella posizione significava che era riuscito ad avere tutta la sua attenzione.
“ Dunque, vi potete domandare cosa ci sia di cosi strano, certo si tratta di una quantitá di droga davvero grande, ma cosa c´é di tanto sospetto da richiedere il nostro intervento? Semplice. Questa droga proviene dal Sudamerica, dal Brasile e no Arael, la loro base operativa non si trova lí come giustamente potresti supporre, bensí si trova proprio in Russia. Infatti il loro capo si sposta fra Russia e Brasile, non ci si e´riusciti ancora a intercettarlo. E´scaltro e intelligente, riesce a far perdere le sue tracce come niente fosse, forse ha addirittura dei sosia. Al momento e´uno dei criminali piú ricercati del mondo” concluse Mark e si sedette quasi esausto.
“Chi é?” volle sapere Gabriel.
Raul lo guardó per un lungo minuto in silenzio.
“Lo scoprirai da solo”.


Se c´era una cosa che veramente odiava era il paracadutismo. Al diavolo! Non potevano lasciarlo a terra, costava loro davvero cosi tanto carburante da obbligarlo a buttarsi dall´aereo? Che palle! Era arrabiato, irritato, nervoso.
Non voleva lanciarsi, odiava farlo. Odiava lanciarsi!
“Cosa c´é Gabry? Hai paura del vuoto?” risuonó la voce canzonatoria di Arael.
“Stai zitto maledetto!” strilló e si buttó.
“Poverino, penso sia l´unica cosa di cui tu abbia veramente paura” commentó ancora e rise.
“Quando ti rivedró di rompo quella bocca” disse ringhiando e cercando di controllare i battiti impazziti del proprio cuore.
“Se é con cosa penso io, non vedo l´ora”.
“Zitto maledetto gay!”.
“Chi parla”.
Gabriel sorrise. Arael era riuscito a rilassarlo del tutto. Ora capiva perché era l´unica persona che non aveva allontanato dalla propria vita.
Aprí il paracadute e dopo pochi minuti cadde nell´oceano. Si liberó dal paracadute e da tutto l´echipaggio e cominció a nuotare.
Le tenebre scesero proprio quando anche lui giunse sulla spiaggia.
“Pesci idioti” mormoró guardandosi alcuni morsi sulla pelle. Si stese per riposarsi. Quell´esperienza lo riempiva di ansia, non sapeva quasi nulla e questo non gli piaceva. Qualcosa gli puzzava.
Dopo un tempo infinito si alzó. Forse si era addormentato, prese lo zaino che aveva portato con sé a nuoto, lo aprí e guardó i vestiti che c´erano dentro.
Si mise addosso un paio di jeans “falso povero” e una canottiera bianca.
Corse fra gli arbusti della foresta, fra i rumori degli animali notturni, con la mano sulla pistola.
Giunse in una radura dove c´era un jeep, come promesso.
Vi salí sopra e partí.

Si guardó allo specchio che aveva nella lurida stanza di un motel.
Alto, muscoloso ma di certo non troppo, con i capelli biondo platino, gli occhi verdi, la pelle troppo abbronzata, i jeans rotti che gli fasciavano le gambe, la canottiera bianca sembrava un altro. Un´altra persona dal Gabriel di pochi anni prima.
Irriconoscibile quasi.
Uscí e partí con la jeep verso il luogo dell´incontro con i seguaci del misterioso capo.
Dopo due ore di guida arrivó davanti ad un casolare. Davanti c´erano macchine parcheggiate e individui dalle facce sospette.
Scese e subito tutti gli occhi erano su di lui.
Lo studiavano.
E lesse dai loro occhi sospetto e disprezzo.
“Cosa c´é? Non vi piacciono gli europei?” sussurró fra sé e sé.
Passo´fra loro e fra il loro silenzio per arrivare al casolare.
Una mano lo trattenne stringendolo sul braccio.
Gabriel si fermó.
“Uno straniero, che bei capelli, sei gay per caso?” domandó un uomo con tono derrisorio. Tutti risero, dire a qualcuno essere gay lí era davvero un complimento!
“Cosa c´é tesoro? Giá mi vuoi scopare?” domandó con voce angelica.
Allora le risa si innalzarono ancora di piú.
L´uomo perse le staffe e gli molló un pugno in pieno viso.
“ Non sai neanche difenderti donnicciola”.
E gli molló altri tre pugni.
Gabriel sospiró.
“E non rompere” ringhió e lo colpí talmente forte col pugno nello stomaco che cadde a terra svenuto.
Un applauso fece congelare tutti.
Tutti guardarono verso il casolare. Un uomo accompagnato da altri due, ovviamente due guardie del corpo, si avvicinó.
“Mi compiaccio di vedere tanta forza e spirito di azione, spero che tutti voi siate cosi signori” disse.
Gabriel si sentí mancare il fiato, sentí le ginocchia molli.
Quella voce.
Quel corpo.
Quegli occhi!
Hesediel.

sabato 26 giugno 2010

Pazienza

Buonasera a tutti voi.
Eggia' e' sera adesso che ho deciso di scrivervi da un posto molto lontano e freddo dalla mia bellissima e caldissima Roma.
Per prima cosa mi dispiace di non aver continuato a postare i miei amati racconti,ma ci sono stati un po' di problemi e non mi voglio assolutamente giustificare, tuttavia penso che vi devo almeno una spiegazione.
I motivi principali sono tre, tra i quali il piu' grave secondo me e' il fatto che qualche intelligentone copia i miei racconti e li posta altrove, probabilmente prendendosi tutti i meriti, ovviamente cio' mi rammarica e allo stesso tempo mi scoccia. Poi... causa scuola e problemi familiari non ho avuto per niente tempo per rivedere e correggere i vari capitoli ed infine ho cambiato due pc perche' la mia fortuna in fatto di affaracci elettronici vedo che mi ha del tutto abbandonata. Per ora, pertanto, mi godro' questa vacanza qui a 10 gradi Celsius, magari invidiata da chi soffre di caldo e continuero' a scrivere. E dopo... si tornera' alla vita quotidiana, sperando che nessuno mi copi piu' i racconti postero' nuovamente. Lo prometto.
Intanto buone vacanze a tutti voi e a presto.
Grazie di seguirmi ancora e di aver pazienza con me,
Jivri'l.

sabato 27 febbraio 2010

Noi due (capitolo 16)


Fu bellissimo. Quella notte nascosi il volto nel cuscino e chiusi gli occhi. Potevo benissimo sentire la sua lingua che entrava nella mia bocca. E sentivo sempre quel vuoto dentro lo stomaco che ti attorciglia anche l’intestino. Ero eccitato, penso.
Ma era stato stupendo.
Quel bacio…
Non lo avrei di certi mai dimenticato.
Il mio compleanno più bello, dissi fra me e me. Sarah e Hegyron mi avevano regalato dei libri di arte, sapevano che ne ero appassionato.
Ora, riflettendoci, non capisco come mai non abbia scelto una scuola di arte, ho sempre amato le sculture e le pitture. Eppure sono entrato in una scuola militare.
In ogni modo, i giorni seguenti mi sembrò di essere nel paradiso. Qualcosa era cambiato, sentivo nell’aria primaverile l’amore. Se amore si può chiamare ciò che provavo per Hesediel.
Di certo ne ero attratto, e affascinato.
Aveva quel non so che di freddo che attirava. Da qualche parte ho letto che se un gatto entra in una stanza dove tutti lo guardano e vogliono accarezzarlo, e se c’è una persona che si tiene lontana perché non ama gli animali, il gatto quasi certamente andrà da quest’ultimo. Il perché non me lo so spiegare, forse perché il gatto intimorito da troppe attenzioni va da quello che gli dà pace e tranquillità.
Forse anche io ero come quel gatto. Avevo bisogno di tranquillità, soprattutto di libertà, innanzitutto volevo essere amato. Non dai miei genitori o dai miei “fratelli adottivi” Sarah e Hegy, ma da lui, da Hesediel.
Desideravo disperatamente il suo affetto.
E lui non me lo dava, o non me lo dimostrava, ora non saprei più distinguere chiaramente le due cose. So solo che dopo quel bacio divenne molto più silenzioso del solito e sembrava che mi evitasse. Ciò mi fece stare male, parecchio. Quella mia felicità, quell’innocente euforia era spezzata dalla sua assurda imperturbabilità.
Lo odiavo.
Passò molto tempo da allora, forse un mese, o due, non me ne rammento. Sarah ed Hegy stavano litigando per qualche cosa, mentre io stavo all’ombra di una grande quercia. E leggevo.
Leggevo Catullo. Il poeta degli amanti.
Ero talmente assorto che non mi accorsi quando qualcuno mi strappò il libro dalle mani, feci un mezzo suono di disapprovazione e mi zittì nel momento in cui alzai lo sguardo e i miei occhi si persero in quelli profondi di Hesediel.

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”*

“Catullo..” mormorò fissando la poesia.
“Già, è molto bella” dissi io arrossendo.
“E’ triste, Gabriel, è tormentata. Non senti la passione che divora l’autore? Non senti l’amore e l’odio che lo rodono? Non vedi la crudeltà di Lesbia che si rifiuta di donarsi a lui anima e corpo? E lui la ama, la ama cosi tanto che sarebbe pronto a rifiutare qualsiasi cosa per lei…” e qui volle aggiungere qualcosa, però tacque e si sedette accanto a me. Chiuse gli occhi volgendo il bel viso verso il cielo e appoggiando il capo al tronco dell’albero.
Scese un silenzio quasi imbarazzante, da parte mia ovviamente.
Lui era tranquillo come sempre, anche se la contrazione delle sue mascelle diceva il contrario. Cercai di sviare il discorso.
“Scusa, ma Hegy e Sarah dove sono?” chiesi, lo sapevo benissimo dov’erano. Che domanda idiota. Lui alzò le spalle.
“Poco fa litigavano per qualche cosa..” e qui gli scappò un sorriso “Sono proprio dei bambini” lo disse quasi con tenerezza, sentii la sua voce inclinarsi, farsi dolce, premurosa.
Fui geloso, credo.
“Anche io sono un bambino!” risi piano, ma lui si voltò verso di me e tacque. Mi osservò, poi, piano, allungò una mano fino a sfiorarmi una guancia. Io trattenni il fiato. Al suo tocco ricordo che rabbrividii. Mi accarezzò la guancia e giunse con il dito fino all’angolo della mia bocca. Sorrise leggermente, forse con espressione triste o tormentata.
“Tu sei molto più maturo di loro, Gabriel” affermò soltanto e tolse la mano come se fosse stato scottato.
Rimasi in silenzio.
“Forse perché amo leggere” suggerii io.
“Sì, probabile, tuttavia sei molto più curioso di loro, ti piace scoprire ogni giorno nuove cose, e poi… sei solo, la solitudine fa maturare molto più in fretta le persone” parlò quasi fra sé e sé.
“Anche per te è valsa la stessa cosa?” domandai io fissandolo. Lui sorrise, si voltò verso di me e mi prese il viso fra le mani fredde come il ghiaccio.
“Chissà” e mi baciò.
Ero timido, non sapevo baciare, mi vergognavo e temevo di fare qualche gaffe.
“Rilassati e apri la bocca” mi sussurrò, gli obbedii tutto tremante. Non perché avevo paura, ma perché ero emozionato. Lo sentii dentro la mia bocca, sentii una sua mano sul mio collo, mi dava i brividi. Non so quando e come, però mi ritrovai avvinghiato a lui e senza respiro. Lo stavo baciando in un modo che mi spaventava e mi piaceva. Dio! Hesediel mi faceva impazzire. Era cosi… perfetto! E’ sempre stato il mio sogno.
Lui mi fermò, visibilmente eccitato.
“Lo sai che per questo mi metterebbero in galera?” mormorò, ciononostante continuò a baciarmi.
I giorni, le settimane che seguirono le ho completamente rimosse dalla memoria, però immagino che si succedettero sempre insieme ad Hesediel. Ormai non ci facevamo più scrupoli a baciarci, anche se lui sembrava sempre molto tormentato da quello che stava facendo. In fondo ero un bambino. Ma non si poteva trattenere, neanche io mi potevo trattenere. E mi vergognavo. Mi vergognavo di desiderare sempre più.
Mi baciava, a volte mi accarezzava il collo o il petto, a volte io lo accarezzavo. tuttavia in quei momenti si scostava. E diventava freddo. Arrabbiato. Allora temevo che si adirasse con me, invece si arrabbiava con lui stesso poiché non sapeva resistere alla carne. Sapevo che mi desiderava. E io… avevo paura, ma lo volevo.
Lo amavo davvero. Chi dice che a tredici anni non ci si possa innamorare veramente? Lo amavo alla follia. Pensavo sempre a lui. Ero matto.
E in quella mia pazzia che causai la morte di Sarah.
Quella sera a casa mia c’era una grande festa. Dovevano venire moltissime persone, forse era il compleanno di mio padre, ma non ne sono sicuro. Io, Hegy e Sarah eravamo stati a quella festa fino a mezzanotte più o meno. I due fratelli, stanchi decisero di andare a dormire e io andai a casa loro.
Durante la notte, forse alle due o tre uscii dalla mia stanza a causa di un rumore. Decisi di andare giù in cucina. Mi fermai come pietrificato.
Hesediel, a torso nudo stava bevendo del latte. Mise il bicchiere sul tavolo e mi guardò. Sorrise leggermente e mi si avvicinò. Mi carezzò sulla guancia.
“Che ci fai qui?” chiese con uno sguardo dolce.
“Sono venuto a dormire da voi perché da me c’è casino” e indicai la mia casa illuminata dalle luci. Dalle finestre aperte si sentiva anche la musica.
“Capisco”.
Compresi che non riusciva a dormire e mi offrii di preparargli una camomilla. Lui accettò volentieri, ma già mi avvinghiò alla vita e mi baciò sulla punta dell’orecchio.
Non so che succedette, mi ritrovai nella sua stanza.
Ci baciavamo. Mi tolse la maglietta. Il suo tocco freddo sulla mia pelle era incandescente. Lo desideravo. Con tutto me stesso.
Gli accarezzai il petto, rosso in viso.
“Rilassati, non faremo niente che tu non voglia” mi rassicurò. Il problema era che io volevo fare tutto!
Ci ritrovammo nudi. Lui… oh, Dio!
Lui mi accarezzò il piccolo sesso. Mi baciò dappertutto. Mi eccitò talmente tanto che mi fece avere il mio primo orgasmo. Fu meraviglioso. Volli ricambiare il favore, mi alzai e mi misi con il capo vicino al suo inguine, sapevo cosa avrei dovuto fare. Avrei imparato. Hesediel mi sembrava incerto se lasciarmi o no, però quando rilassò il capo contro il cuscino capii che voleva che glielo facessi. Non feci in tempo per baciargli il sesso che udimmo un boato, sentii un tremore, come se si fosse trattato di un terremoto.
Hesediel balzò su e si mise i jeans. Si precipitò fuori dalla stanza. Io volli seguirlo, però decisi di vestirmi prima.
Uscii sul corridoio e lo vidi distrutto dal fuoco che avanzava verso di me.
Poi…
Non ricordo nulla se non la voce disperata di Hesediel che mi chiamava.
Ora so tutto quello che accadde; trascinato dalla passione lasciai il gas acceso, Sarah, non riuscendo a dormire era andata in cucina e, accendendo la luce, aveva provocato l’esplosione che l’aveva travolta e uccisa. L’incendio era divampato, arrivando a coprire tutta la casa, una trave mi cadde addosso facendomi perdere la coscienza. Hesediel mi salvò, rischiò la propria vita per la mia. Però io persi la memoria e quando lo vidi pochi anni fa lo odiai. Allora non sapevo quale pazzo amore avevo nutrito nei suoi confronti.
Ora basta. Ho una missione da compiere.


I ricordi è bene che rimangano tali.






*"Odio e amo. Forse mi chiedi perchè io faccia ciò.

Non lo so, ma sento che mi accadde cosi e mi tormento."
(Catullo, carme 85)

sabato 23 gennaio 2010

Alexandros (capitolo 14, parte II)


Uccidermi? O grande Zeus, cosa mi è saltato in mente? Devo sopportare, devo soltanto metterci una pietra sopra. Non voglio combattere, non voglio ammazzare, non voglio… non voglio!
E se ora chiudo gli occhi lo vedo. E’ bello. Un bellissimo dio della morte.
Cosi splendente nella propria armatura, cosi maestoso con quel mantello rosso, cosi imponente con il corpo allenato. Cosi sfolgorante col volto illuminato dal sole crudele che assiste ogni giorno allo scempio di cui lui ne è l’autore.
Lui è sempre in mezzo alla battaglia, conduce in prima persona i suoi soldati, le sue legioni. Non esiste di certo un comandante migliore di lui. Ora non mi posso lamentare, sono stato io a volerlo seguire. Marcus mi ha affrancato, mi voleva lasciar andare, tornare in Macedonia se lo avessi voluto, e io… non ho resistito neanche al pensiero di dovermi allontanare da lui, come una stupida donna gli sono corso dietro, ho mentito dicendogli di non poter tornare a casa per non avere i soldi per il viaggio e naturalmente non ho accettato neanche quelli che mi aveva offerto. Volevo guadagnarmeli da solo. Di fatti, sono rimasto il suo schiavo. Non più legalmente, ma spiritualmente lo sono tuttora. Sono schiavo del suo amore.
E sento di non poterne vivere senza.
Vorrei tanto che quest’acqua gelida mi facesse tornare la ragione, di certo questi sentimenti mi offuscano la mente. Sento come un peso sul petto. O dei che siete in cielo! E’ inutile che mi agiti in questo modo, che vaghi di notte per il campo. Non posso più cambiare la situazione e se sento di stare per impazzire è solo e soltanto colpa mia!
Potevo andarmene! Perché non me ne sono andato?
Sono uno stupido.
Uno stupido innamorato.
Questo coltello… è stato lui a regalarmelo…
E se lo premo qui, sul mio petto… sicuramente tutti questi odiosi sentimenti se ne andrebbero, già, perché non lo faccio?Perché non riconquisto la mia libertà senza più essere schiavo del suo amore?
“Maledetti sentimenti!” grido… mi fermo e sento l’eco di questo urlo disperato.
Non posso uccidermi.
Non lo posso fare, sono tanto vigliacco da non averne il coraggio. Non ho semplicemente il coraggio di morire senza averlo visto un’altra volta.
Meglio se mi avvio. Lui di certo mi starà aspettando e se non vado non riuscirà a dormire e domani…
Domani sarà una lunga giornata.

Alexandros entrò nella tenda del proprio superiore facendo il minor rumore possibile; un soldato che stava di guardia gli augurò la buonanotte.
Il giovane sospirò ricambiando e mettendosi sul proprio giaciglio, lontano da quello di Marcus.
Si girò su un fianco e aprì gli occhi. Non riusciva a prender sonno.
Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva quegli uomini che venivano uccisi. Quello che lui stesso uccideva. Quelli che Marcus uccideva.
Vedeva sangue e ossa e carne.
Un conato di vomito lo fece alzare e correre nuovamente fuori. Dopodiché liberò lo stomaco si risciacquò la bocca e tornò nella tenda.
Trasalì nel vedere Marcus in piedi, fermo davanti a lui con un’espressione che non riusciva a cogliere a causa della penombra.
“Scusami se ti ho svegliato” disse stancamente.
“Sai che non dormivo” ribatté l’uomo fissandolo con occhi di ghiaccio.
“Invece dovresti farlo, ne hai bisogno”.
“Anche tu ne avresti bisogno” commentò Marcus ma Alexandros rise amaramente.
“Io non sono indispensabile agli altri uomini, tu lo sei. Io sono solo un… greculo” concluse quasi con odio.
Marcus soffiò fra i denti.
Con un rapido movimento lo afferrò per un braccio e lo trascinò nella parte dove dormiva lui. Lo buttò sul letto e gli tolse con violenza i vestiti.
“Che fai?!” ruggì cercando di sollevarsi, però fu fermato dalle forti mani dell’altro.
“Guardati! Sei dimagrito da far pietà! Andando di questo passo non arriverai lontano” lo guardava quasi con ribrezzo, cosa che fece sentire Alexandros infastidito e umiliato.
“Non sono affari tuoi! E se muoio non è meglio? Almeno non sarò più un peso per te!”.
Marcus alzò un sopracciglio.
“Un peso?” disse sottovoce “Un peso?!” urlò lasciandolo andare, si alzò e cominciò a vagare per la tenda come un animale rinchiuso in una gabbia “Un peso! Lui dice di essere un peso per me!” esclamò con veemenza, poi gli si avvicinò tanto da riuscire quasi a toccare il proprio naso con quello del ragazzo “Almeno la tua mente tanto intelligente si rende conto di quello che fa uscire da questa bocca? Tu non sei un peso!” disse con voce roca afferrandogli la testa e obbligandolo a guardarlo negli occhi. Il ragazzo deglutì non capendo quell’attacco d’ira.
“Come puoi dire di essere un peso per me se ogni momento ti desidero?!”.
Alexandros boccheggiò non credendo a quello che aveva appena detto.
“Esattamente, anche in battaglia non faccio altro che pensare a te! Ti guardo mentre combatti e ti ammiro, e penso solo a quanto vorrei scoparti! Tu… mi fai impazzire Alexandros!” finì quasi stancamente e gli si sedette accanto.
Le mani del ragazzo si mossero di volontà propria.
Presero la testa di Marcus e avvicinò le labbra.
Le toccò con le sue.
Questa fu la piccola scintilla che accese un incendio.
Marcus gli salì sopra baciandolo con passione, con violenza, con fretta.
Alexandros rispondeva a quei baci nello stesso modo.
Lo desiderava anche lui!
Lo voleva avere! Voleva unirsi ancora a lui! Essere suo in quel modo totale.
Lo aiutò a svestirsi e subito lo invitò all’amplesso tanto atteso.
Marcus non si fece certamente aspettare.