martedì 29 settembre 2009

Noi due (capitolo 13, parte prima)


Il bambino dai capelli scuri gli prese la mano, mentre gli diceva di non lamentarsi poiché non si era fatto male.
“Gabriel! Hegyron!” strillò una voce femminile avvicinandosi ai due bimbi.
Gabriel alzò lo sguardo verso il suo amico.
Hegyron?
Quello era Hegyron?
La madre di Gabriel si inginocchiò e gli diede un veloce bacio sulla fronte.
“Tutto bene tesoro?” domandò studiando il ginocchio sbucciato. Gabriel annuì cercando di trattenere le lacrime. La donna gli sorrise dolcemente e prese lui e Hegyron per mano e si avviarono verso casa.
Un tunnel nero. Correva. Guardava velocemente indietro, sentiva di essere inseguito. Aveva il fiato corto. Non ce la faceva più. Udiva altri passi dietro di lui. Una voce maschile lo stava chiamando.
Si fermò stanco.
Conosceva quella voce.
“Tutto bene?” gli chiese un giovane uomo inginocchiandosi accanto a lui. Gabriel lo fissava incredulo. Non poteva sbagliarsi!
Aveva i capelli più lunghi, il corpo era più esile e i tratti del viso non erano cosi severi, ma quello era Hesediel!
“Cosa… io…?” balbettò confuso.
Hesediel lo prese in braccio e lo mise su un letto. Gabriel chiuse gli occhi. Cosa stava facendo? Lo voleva?!
“Ti fa cosi male? Eppure l’altezza dalla quale sei caduto non era cosi grande…” osservò Hesediel controllandogli le caviglie. Gabriel riaprì gli occhi guardandolo nuovamente.
“Hesediel?” sussurrò, il giovane si sedette sul bordo del letto esaminandogli i polsi.
“Si?” aveva una voce che non gli aveva mai sentito. Era dolce.
“Sei proprio tu?” chiese accarezzandogli una guancia.
“Gabriel sicuro di stare bene? Sei più strano del solito” constatò, Gabriel volle dire qualcosa, però la porta si aprì ed entrò una ragazzina appena adolescente, forse sua coetanea. Aveva i capelli lunghi biondi. Si fermò e li osservò, poi saltò sul letto accanto a Gabriel.
“Mi ha detto Hegy che sei caduto dall’albero! Ti sei fatto male?” pronunciò la ragazza prendendogli una mano. Gabriel la analizzò. Chi era? Era sicuro di non conoscerla, tuttavia a quanto pareva lei lo conosceva benissimo.
“Io… si, ma tu… chi sei?” domandò. La ragazza impietrì e spostò gli occhi verso Hesediel.
“Mi ha dimenticata…” scoppiò in singhiozzi. Hesediel gli lanciò uno sguardo duro.
“Non piangere sorellina, ha dimenticato anche me”.
Gabriel riaprì gli occhi e si ritrovò circondato da fiamme roventi.
Cominciò a gridare.
La sua voce, tuttavia, era sovrastata dal fuoco che bruciava tutto ciò che incontrava davanti al suo cammino.
Cercò di farsi spazio fra le pareti della stanza, sentiva di non poter più respirare, faceva troppo caldo, sentiva la pelle bruciargli. Vide l’uscita, corse verso di essa, però una trave di legno gli cadde addosso.
Perse i sensi.
Una voce maschile famigliare e amata lo stava chiamando disperatamente.

Gabriel spalancò gli occhi pieni di lacrime.
Si sedette con le guance brucianti e il fiato corto.
Cosa era stato quel sogno? Quel bambino dei suoi ricordi era Hegyron? E Hesediel? E la ragazza?
Dio, cosa stava succedendo?
“Tutto bene?” domandò Hesediel entrando nella stanza.
Gabriel alzò verso di lui uno sguardo terrorizzato.
“Ehi, cos’hai?” insistette avvicinandosi, ma il ragazzo non si lasciò toccare.
“Non, tu… sei reale?” chiese confuso. L’uomo sospirò allontanandosi.
“Ragazzino, non ti hanno mai spiegato che la droga fa male?” sbottò sarcastico spostando le tende e facendo entrare nella stanza una violenta luce che turbò gli occhi gonfi di Gabriel.
“Simpatico… è colpa del sogno” mormorò alzandosi e constatando che era tutto un dolore.
“Mi hai sognato? Quale onore” commentò acido.
“Si, almeno nel sogno non eri vecchio” ribatté.
“Vecchio?” ripeté divertito, ma Gabriel gli lanciò un’occhiataccia.
“Piuttosto… cosa ci fai TU qui?” chiese cercando di camminare seppur barcollando per il dolore alle cosce e alle ginocchia.
“Mi preoccupo per te”.
“Si certo, se vuoi qualcosa di fisico, ti avverto che non sono proprio nelle condizioni adatte” e per sottolineare le parole fece una mezza piroetta.
Hesediel sorrise divertito e gli mise una mano sulla schiena inducendolo ad andare in cucina.
“Stai tranquillo, da te non voglio solo sesso, per ora” lo fece sedere e gli mise davanti una minestra.
Gabriel alzò un sopracciglio.
“Cos’è? Mi vuoi avvelenare?” domandò sospettoso studiando la pietanza.
“L’idea mi era pure passata per la mente, però poi ho deciso che sei più utile da vivo. Mangia”.
“Ma l’hai fatto tu?!”.
“Chi altrimenti?”.
Gabriel l’annusò, nel frattempo Hesediel si avvicinò alla finestra e si accese una sigaretta.
“Ti avviso: devi mangiarla tutta”.
“E se è cattiva?” si lagnò il ragazzo prendendo il cucchiaio.
“Il problema non si pone, assaggia”.
Gabriel cominciò piano a mangiare scoprendo che Hesediel aveva avuto ragione; fin da piccolo aveva adorato la minestra, quindi non aveva problemi a mangiarla. Finì e fissò l’uomo che stava guardando fuori della finestra.
“Ammettilo che l’hai comprata” disse sorridendo serenamente.
“L’ho comprato”.
“Davvero?”.
“No”.
Gabriel si alzò e si avviò verso il bagno; fece una doccia e si mise addosso il completo della scuola; quando andò nel salone Hesediel stava parlando al telefono. Aspettò che finisse la chiamata studiandolo.
Quell’uomo… possibile che si fossero già conosciuti? Non si ricordava nulla di lui.
Era come al solito in un completo nero con nessuno capello fuori posto. Quasi riusciva a sentire il suo profumo aspro e piacevole.
Sorrise amaramente scuotendo il capo.
Era proprio il colmo. Si era innamorato di lui.
“Vai a scuola?” domandò facendolo sussultare. Annuì.
Hesediel lo spinse fuori dall’appartamento e lo mise sulla sua automobile lussuosa.
Era la prima volta che lo vedeva guidare lui stesso. Sospirò cercando di non fissarlo e di rivolgere i propri pensieri altrove. A quello che era successo, per esempio.
Possibile che Hegyron, proprio lui, il suo migliore amico, gli avesse fatto questo? Scosse la testa, non erano più amici. Un amico non ripudia un altro amico soltanto per i suoi gusti sessuali.
La macchina si fermò davanti all’accademia. Rimasero in silenzio. Gabriel infine volle scendere, ma Hesediel lo prese per una mano e lo attirò verso di sé. Lo baciò. Un bacio che in confronto agli altri era il più possibile casto.

lunedì 14 settembre 2009

Noi due (capitolo 12)


“Signor Belleirs, sarebbe cosi gentile da accordare la sua attenzione alla mia noiosa lezione?” domandò un uomo sulla cinquantina fermandosi vicino a Gabriel che alzò lo sguardo annoiato.
“Certo signore, mi scusi” disse semplicemente e tornò a guardare fuori dalla finestra.
“Signor Belleirs! E’ la terza volta che la riprendo in poco meno di mezz’ora, se proprio non le interessa potrebbe gentilmente uscire fuori?” riprese il professore dopo alcuni minuti.
Il ragazzo si alzò, prese i libri e uscì. Non si sognava nemmeno di rimanere nel corridoio, quindi andò nel cortile dove si sedette su una panca e aprì un libro che cominciò a leggere distrattamente. Le parole scorrevano veloci sotto i suoi occhi ma non capiva il loro significato, lesse una pagina tre volte, però non afferrò nulla, perciò decise di chiudere il libro. Il problema era che pensava soltanto a Hesediel.
La sera dopo la festa lo aveva chiamato e gli aveva ricordato che sarebbe partito in un viaggio di affari in California, probabilmente con Nathalie.
Si rodeva dentro, sapeva che non era di certo giusto andare a letto con un uomo sposato, però quando Hesediel lo prendeva fra le braccia si lasciava semplicemente andare. E fra le sue braccia aveva scoperto il sesso fra uomini. Dio, cosa stava nuovamente pensando?!
Si passò una mano fra i capelli nervosamente e senza volere ascoltò quello che un gruppetto di ragazzi stava dicendo.
Si voltò e vide Hegyron che gli diede le spalle quando lo vide, ma i suoi quattro amici continuarono a fissarlo e uno di loro si prese il pacco fra le mani ammiccando. I quattro gli si avvicinarono e lo chiamarono ‘gay’ usando anche altre sinonimi molto volgari. Il ragazzo sospirò e agguantò un polso di un bruno, gli tirò un pugno che lo fece barcollare; un biondo lo prese sulla mascella, però Gabriel non demorse e tirò un calcio alle gambe di un altro. I quattro si avventarono su di lui.
Uno lo colpì violentemente allo stomaco facendolo piegare in due e un altro gli diede un calcio nell’incavo delle ginocchia buttandolo a terra, dove gli sferrarono altri calci all’addome, ma il ragazzo si riprese e con un colpo di gambe fece cadere il biondo che si lamentò di avergli rotto le caviglie. Si rialzò e continuò a picchiarsi. Era allo stremo, era quasi deciso di lasciarsi picchiare nel momento in cui intervenne Hegyron che comandò ai suoi amici di lasciarlo stare. Gabriel si appoggiò alla panca cercando di pulirsi il rivolo di sangue che gli sgorgava dal labbro sporcandogli tutto il mento.
“Vattene Gabriel” gli disse soltanto.
Si fissarono.
“Sei diventato forte” aggiunse Hegyron constatando che i suoi quattro amici erano piuttosto malridotti.
“Grazie a te” rispose il ragazzo sarcastico. Prese i suoi libri e gli passò accanto.
In quell’attimo il suo cuore si chiuse per sempre per Hegyron.
Barcollando come se fosse ubriaco riuscì a mettersi sulla sua moto. Guidando piano riuscì anche a giungere al suo appartamento senza alcun incidente.
Una volta chiusa la porta alle proprie spalle si lasciò scivolare sul pavimento e si prese il volto fra le mani.
Non si era picchiato perché era stato insultato, in verità non gliene fregava molto, anche se ancora non era abituato all’idea di trovare attraente anche un uomo; si era arrabbiato perché aveva sentito come se le loro parole fossero rivolte alla sua relazione con Hesediel.
Quel tardo pomeriggio aveva scoperto che in qualche modo ci teneva a lui.
Avrebbe combattuto per quell’uomo con le unghie e con i denti.

Un bussare che diventava sempre più insistente lo destò. Si rese conto di trovarsi ancora sul pavimento. Sanguinante, dolorante e triste.
Si rialzò in piedi a fatica e aprì.
Hesediel inarcò un sopracciglio vedendolo in quello stato, tuttavia quando la luce rischiarò il buio della stanza la sua espressione divenne glaciale.
“Cos’hai fatto?” gli domandò osservando il volto tumefatto, i lividi sul petto, la camicia sporca di sangue, i pantaloni rotti.
“A botte” rispose pungente.
“Non immaginavo che ti piacesse fare queste cose” commentò levandosi la giacca e posandola sul divano.
“Certo, poi mi piace anche drogarmi, violentare le fanciulle, rubare…” ironizzò, ma si zittì quando l’uomo lo prese violentemente per un braccio e lo fece sedere sul divano.
“Dove tieni il disinfettante?”.
“Oh, vuoi fare la crocerossina?” domandò Gabriel sarcastico.
“Ragazzino, la mia pazienza ha un limite” lo avvertì. Gabriel alzò una spalla e gli indicò il bagno. Hesediel tornò poco dopo con il disinfettante e alcune fasce e garze.
Gli fece togliere la camicia e i pantaloni. Gli disinfettò prima i graffi sul volto, poi sul petto e sulle gambe, quindi gli fasciò una gamba e alcune ferite. Su altri lividi mise della pomata. Gli portò un accappatoio con il quale lo avvolse e gli fece bere un caffè caldo.
Gabriel era silenzioso.
Non si era aspettato un simile comportamento da parte dell’amante.
Questo lo rendeva ancora più triste. Non sapeva darsene un motivo, ma il fatto che si prendesse cura di lui gli faceva paura. Perché cosi faceva soltanto in modo che gli si affezionasse ancora di più.
Ormai da parte sua non c’era più solo sesso.
Sospirò accoccolandosi al suo petto sul divano. Era stato un gesto spontaneo, però nel momento in cui sentì Hesediel irrigidirsi volle scostarsi, tuttavia l’uomo lo strinse a sé e lo lasciò piangere in pace.
Poco dopo perse i sensi e Hesediel lo portò a letto.

Affermare che fosse arrabbiato era cosa da poco.
Era furioso.
Fermò la macchina davanti al Frejus e si fiondò nella stanza di Hegyron. Prese il ragazzo che era sorpreso dalla sua inaspettata visita per il colletto della maglietta e lo sbatté al muro.
“Ehi!” gridò lui fissandolo.
“Fratellino, ora fai il bravo e dimmi chi cazzo ha picchiato Gabriel” sibilò Hesediel.
“Gabriel? E che ne so io”.
“Ma come? Non sei il suo migliore amico?” gli domandò ironico.
“Non più, a me non piacciono i froci” rispose il ragazzo con aria di superiorità, però subito dopo si lamentò per il pugno che Hesediel gli sferrò nello stomaco.
“Rimangia quello che hai detto” ringhiò l’uomo, Hegyron strinse le labbra.
“Quindi è lui la tua puttana” osservò.
Hesediel gli sferrò un altro pugno nello stomaco.
“Hegyron, forse hai dimenticato che stai parlando con me, misura le parole. Dimmi chi lo ha picchiato” gli chiese nuovamente.
Hegyron resistette.
Un altro pugno.
Infine cedette.
Hesediel uscì e andò a cercare i quattro ragazzi.
Li trovò in una delle loro camere.
“Chi cazzo sei? Cosa vuoi?” gridò uno di loro quando l’uomo irruppe nella stanza.
Hesediel lo prese per il collo.
“Sapete, trovo che sia davvero eccitante picchiarsi, ma…” parlò freddamente dandogli un pugno all’addome, un altro e un altro fino a quando cadde a terra per il dolore; gli altri tre si alzarono per aiutare l’amico, però Hesediel prese il biondo per la testa e gliela sbatté al muro.
“… dovreste scegliere meglio le vostre vittime, lui è mio!” latrò e gli fece sbattere un’altra volta la testa contro il muro.
“Come avete osato solamente toccarlo?!” gridò lasciando perdere il biondo che aveva ormai perso i sensi. Si occupò degli altri due dopodichè decise di tornare da Gabriel.
Non aveva potuto di certo evitare che il ragazzo fosse picchiato, ma almeno cosi si sentiva meglio. Molto meglio.
Fermò la macchina sotto il palazzo di Gabriel e rimase a lungo dentro l’automobile al buio.
Si passò una mano fra i capelli e si accese una sigaretta. Volle scendere, però il suono del cellulare lo bloccò, era la sua segretaria. Sospirò buttando la sigaretta. Di certo una riunione fuori programma. Si rimise nella vettura e ripartì.

mercoledì 2 settembre 2009

Noi due (capitolo 11, seconda parte)



Gabriel sgranò gli occhi dalla sorpresa.
Moglie.
Hesediel aveva una moglie.
Si sentì mancare il pavimento sotto i piedi e, se il padre non gli avesse posato nuovamente una mano sulla spalla, sicuramente sarebbe caduto.
Non sapeva davvero che definizione dare allo strano smarrimento che sentì nell’udire quelle parole, tuttavia cercò di controllarsi.
“Non immaginavo fossi sposato” commentò prendendo la mano della donna e baciandole leggermente e lentamente il dorso. Nathalie arrossì poco sulle guance, ovviamente non si era aspettata un simile comportamento da parte di un ragazzo.
“Beh, ma neanche lo conoscevi fino a poco fa!” intervenne il padre ridendo piano.
Hesediel e Gabriel si scambiarono una lunga occhiata, cosa che non sfuggì a Nathalie che inarcò un sopracciglio curiosa.
“No, hai ragione, ma sembra il tipo troppo pieno di sé per avere qualcuno accanto” rispose sarcastico.
“Gabriel, non essere scortese, Hesediel scusalo” intervenne nuovamente Julius premendo di più le dita sulla sua spalla.
“Figurati, apprezzo chi esprime liberamente il proprio pensiero”.
“Già, ora scusatemi, però, per non essere ulteriormente ‘scortese’, vado a intrattenermi con altre persone” disse solamente “E’ stato un… piacere, conoscervi” e si dileguò in fretta.
Sentiva il disperato bisogno di qualcosa di dolce, forse una fetta di torta o pasticcini a volontà, o solamente del zucchero, qualsiasi cosa pur di comprimere quel fottuto dolore che sentiva al petto.
Si promise che a casa si sarebbe buttato sul barattolo di nutella. Anche se Hesediel di certo non se lo meritava.
Sposato.
Gli faceva in qualche modo male questo fatto, lo aveva parecchio turbato.
Al buffet dei dolci riempì un intero vassoio e si avviò a mangiarli quando una risata femminile lo fermò.
Una ragazza lo guardava e ridacchiava piano. Inarcò le sopracciglia.
“Scusami, è solo che pensavo che ingrasserai una tonnellata se mangerai tutto quello” gli spiegò facendosi avanti. Era meno alta di lui, indossava un abito come quello di Nathalie, solo che era rosso fuoco e aveva i capelli lunghi neri e lisci. Doveva avere all’incirca la sua età.
“Beh, io non mi faccio di questi problemi e neanche tu a quanto vedo” ridacchiò a sua volta fissando il vassoio della ragazza riempito quasi come il suo. La giovane seguì il suo sguardo e gli regalò un sorriso spontaneo e gioioso.
“In effetti…” e risero piano insieme.
Andarono a sedersi per mangiare quei deliziosi dolci, parlarono di quanto la festa fosse noiosa e presero in giro parecchi esponenti di importanti multinazionali.
Quindi si salutarono, ma dopo cinque minuti si ritrovarono insieme, poiché quando lui tornò dai genitori che stavano con Hesediel e Nathalie, la ragazza era lì.
Scoprì che lei era la sorella della moglie di Hesediel e che si chiamava Evrika.
La ragazza gli ammiccò e con suo sommo piacere lo rapì per il resto della serata; capendo che Gabriel non voleva parlare, Evrika gli raccontò della sua scuola, della noia di seguire sempre la sorella in quelle feste, e altre sue sciocchezze che, però, lo fecero almeno sorridere.
Odiava sentire quella inquietudine dentro di sé. Senza volere incontrò gli occhi di Hesediel, per un solo secondo sentì il proprio cuore tacere i suoi battiti impazziti. Distolse lo sguardo.
Si scusò con Evrika dicendole di stare poco bene e uscì fuori per riprendere un po’ di aria.
In verità, stava veramente male!
Stava male non tanto perché lo aveva visto con sua moglie, e perché avesse una moglie, ma perché lo aveva visto come si comportava con lei!
Diventava un altro uomo, sembrava amorevole, premuroso e gentile.
Con lui aveva usato sempre la forza!
Lo odiava.
Si, lo odiava dal profondo del cuore e non importava il sentimento di gelosia che lo stava invadendo.
Sospirò rumorosamente irritato. Che serata di merda!
Peggio non poteva veramente andare.
Si riscosse nel momento in cui sentì l’alito dolce di qualcuno accanto alla propria orecchia. Non ebbe bisogno di voltarsi per vedere di chi si trattasse.
“Cosa vuoi?” gli domandò incordando ogni singolo muscolo del corpo e del volto.
“Sei arrabbiato?” gli chiese mordicchiandogli l’orecchio e facendogli inevitabilmente sentire lo stomaco scombussolato.
“Dovrei esserlo?”.
“No”. Gabriel si voltò con occhi di brace.
“No?! Hai una moglie, benedetto cielo! E non sapevo nulla! E tu… tu la tradisci!” sibilò nervosamente.
“Ehi ragazzino, sarebbe ora che ti svegliassi dal mondo delle favole, solo nei sogni i mariti non tradiscono le mogli e poi a me non pare proprio che a te spiaceva stare tra le mie braccia” commentò sarcastico toccandogli il fondoschiena con la mano attirandolo verso il proprio corpo.
“Brutto figlio di…!” gridò cercando di tirargli un pugno, ma Hesediel gli bloccò prontamente il polso e premette le proprie labbra sulle sue zittendolo.
“Las….” protestò, tuttavia Hesediel non lasciò la stretta sul polso e lo trascinò nella sala, dove fecero pochi passi e imboccarono un corridoio.
Julia li vide e si rabbuiò in volto.
Hesediel chiuse una porta alle loro spalle e lo liberò dalla sua stretta. Gabriel si fermò davanti ad un divano che lo separava dall’uomo che stava accanto ad una finestra e si era acceso una sigaretta.
“Voglio parlare chiaramente con te”.
“Di cosa?” chiese Hesediel beffardo.
“Non so, io non so un cavolo di te, invece tu sai tutto! Non sapevo neanche che tu avessi una moglie e…”.
“Cosa credi? Che giacché sei passato nel mio letto mi spinga a parlarti di me?” lo interruppe versandosi del whisky in un bicchiere.
“Bene, bene! A me non mi frega un cazzo di te! Ma chi ti credi di essere?! Sempre quest’aria superiore e fredda! Sei patetico! Ti odio, non ti avvicinare!” gridò rabbioso, Hesediel lo bloccò nuovamente quando cercò di colpirlo, allora il ragazzo gli diede un calciò che l’uomo incassò stoicamente. Gli ridiede un altro calcio, dopo il quale Hesediel lo buttò sul divano e gli si mise sopra.
“La finisci di fare il ragazzino?”.
“Io?! Ma se sei tu quello che va a letto con tutti quelli che ti capitano a tiro e non mi pare che ti importasse poi tanto che tu avessi una moglie!” rispose con voce rotta da una strana rabbia che lo stava invadendo.
“Ascolta, non è importante il fatto che io sposato, in fondo anche tu a quanto vedo sei occupato, quindi qual è il problema se ci divertiamo a letto insieme?” riprese calmo.
“Eh? Occupato?” domandò sbollendosi all’istante.
“Questo succhiotto non te l’ho lasciato io” e cosi dicendo gli baciò leggermente la parte di collo arrossata.
Arael.
Si era completamente dimenticato di lui. Stavano insieme? Non sapeva. Sapeva solo che quando stava cosi, tra le braccia di Hesediel, non gli importava di nulla e che era geloso da morire.
“Non sono occupato, io”.
“Oh, ma bravo! Solo avventure e poi giudichi me” affermò sarcastico.
“Mi dà solo fastidio che io sarei come… come…” Gabriel arrossì distogliendo lo sguardo.
“Il mio amante?” suggerì l’altro divertito usando proprio la parola che Gabriel aveva cercato di evitare.
“Si” sussurrò.
Hesediel gli si tolse da sopra lasciandolo sedere accanto a lui.
“Ho capito, dunque tu vuoi essere il solo?” gli chiese con espressione indecifrabile.
“Beh, io non… vale a dire…” si nascose il volto terribilmente in imbarazzato.
Hesediel sospirò.
“Dalla prima volta non sono andato a letto con nessun altro, né ho ancora intenzione di farlo, questo ti può consolare?”.
“Davvero?” domandò incredulo. Non aveva mai fatto sesso con nessun altro? Non lo stava mentendo? Ma poi perché mentirlo, in fondo Hesediel era uno che non si faceva di certo scrupoli a dire le cose come stavano.
“Si, ragazzino, vuoi ancora altre rassicurazioni da parte mia?”.
“No, però voglio un’altra cosa se vuoi ancora continuare questa… cosa”.
“Cosa?”.
“Di non forzarmi quando… quando facciamo quelle cose!” gli chiese ormai rosso in volto come un peperone.
“Non mi sembra di averti violentato”.
“Si, ma se non voglio, lasciami stare e un’altra cosa”.
“Dimmi”.
“Non farmi sentire usato”.
“Ti ho fatto sentire cosi?” domandò Hesediel sorpreso.
“Si, sempre”.
“Bene, abbiamo finito con la teoria?” domandò prendendolo per la vita e facendolo mettere a cavalcioni su di sé.
Hesediel lo baciò e fu subitamente ricambiato. Gabriel aveva sentito troppo la mancanza di quelle labbra possenti per resistergli.
L’uomo gli tolse la giacca e gli aprì la camicia, gli carezzò piano il petto, baciandogli i capezzoli; Gabriel gli mordicchiava il lobo dell’orecchio, il collo, gli carezzava il petto che aveva scoperto.
Nella foga di amarsi non si accorsero della porta che era leggermente aperta e che si rinchiuse piano.

Gabriel si svegliò in un letto che non era il suo. Di certo lo aveva portato Hesediel la sera precedente dopo che avevano fatto sesso. Era stata la partita di sesso più soddisfacente di tutta la sua vita, aveva completamente perso il controllo, si era lasciato in balia di Hesediel e del piacere. Si stirò e si mise a sedere. Naturalmente l’uomo non aveva dormito accanto a lui. Si oscurò un po’ in viso, ma subito dopo sentì il proprio cuore balzargli nel petto vedendo un bigliettino sul comodino. Lo prese con mano tremante.

“Non mi sono potuto trattenere oltre per ovvi motivi. Stasera di chiamerò.
Abbi cura di te. Hesediel.”

Gli si gonfiò il cuore di piacere. Non aveva mai pensato che quell’uomo fosse capace di scrivere simili cose.
Abbassò il bigliettino rabbuiandosi nuovamente in volto.
Forse anche a sua moglie scriveva cosi. Sospirò. Scemo, era proprio uno scemo. Cosa pretendeva? Non poteva certamente fare ulteriori storie!
Però a ben pensarci, ora fra loro cosa c’era? Una specie di relazione? O era ancora un’avventura?
Si alzò dal letto. Meglio non pensarci.
“Porca…” sospirò portandosi una mano alla schiena. Ancora gli faceva male essere penetrato da lui. Forse col tempo ci avrebbe fatto l’abitudine.
A colazione incontrò i suoi genitori e altre persone che erano rimaste lì la notte.
Il padre era alquanto sereno, invece sua madre stranamente era silenziosa e distratta.
“Hai dormito bene, caro?” gli domandò sorridendo.
“Si, abbastanza, tu?” rispose sedendosi accanto a lei.
“Anche io”.
Dopo poco andarono tutti via e lui tornò nel suo appartamento dopo aver avvertito Mister Orso che per alcune settimane non sarebbe tornato al dormitorio la sera.
Si fece un lungo bagno e si addormentò stanco.

martedì 1 settembre 2009

Noi due (capitolo 11, prima parte)



Gabriel fissava davanti a sé il buio infinito.
Poggiava con le braccia su una balaustra, la postura e la fermezza del suo volto gli conferivano una sicurezza che non possedeva; in quel momento la sua mente non riusciva a registrare nulla di quello che stava accadendo a quella festa di ricconi, la quale festa era soltanto una maschera per concludere i vari affari personali.
Non riusciva a sentire le voci stridule delle donne, le risa sommesse, i baritoni degli uomini, il tintinnare di qualche bicchiere, i passi sul pavimento. La sua mente era lontana da quel luogo.
Era fissa soltanto a quello che era successo fra lui e Hegyron.
Sospirò.
Aveva sempre saputo che se l’amico fosse venuto alla conoscenza della sua ormai bisessualità non l’avrebbe presa per niente bene, ma mai si era aspettato che avrebbe reagito nel modo in cui aveva fatto pochi giorni prima.
Chiuse gli occhi infastidito e si nascose il volto in un palmo della mano. Ancora stava male.

Gabriel balzò su a sedere sentendosi agghiacciare il sangue nelle vene.
Imprecò sottovoce, aveva completamente scordato che Hegyron gli aveva promesso che quella stessa sera avrebbero parlato.
“Gabriel?” richiamò l’amico.
Il ragazzo e Arael si guardarono, l’amante capì e sospirò facendogli cenno che non poteva fare nulla, si trovavano al quarto piano, non poteva di certo calarsi di sotto!
Gabriel annuì, gli disse soltanto che sarebbe uscito lui.
“Arrivo!” gridò mettendosi un paio di jeans e una maglietta.
Con passi quasi tremanti arrivò alla porta, sospirò piano sentendosi il cuore in gola e aprì uscendo subito, però gli occhi di Hegyron ricaddero sul letto che si era intravisto in due secondi, poi sul volto arrossato dell’amico.
“Co- cosa c’è?” si balbettò cercando di trattenere il tremito della voce.
“Cosa ci fa Arael…?” domandò con mezza voce.
“Arael? Ma cosa dici?” provò di scherzare, tuttavia neanche si accorse quando l’amico lo scostò brutalmente e aprì la porta fermandosi immobile davanti all’amante che si era rimesso i pantaloni ed era ancora a petto nudo.
Impietrì e non poté che assistere inerme nel momento in cui Hegyron si avventò su Arael prendendolo alla gola.
“Cosa ci fa questo bastardo in camera tua mezzo nudo?!” urlò con rabbia.
“Calmati amico” lo avvertì il ragazzo.
“Calma un cazzo! Ti ho ben detto di stare lontano da Gabriel, fottuto frocio!” continuò, ma Arael gli prese i polsi con le mani incominciando a stringere.
Si fissarono a lungo, respirando a fatica.
“Qual è il problema? Avresti voluto scopartelo tu? Beh, arrivi tardi” continuò beffardo, però gli occhi erano freddi e pericolosi.
“Io non sono un frocio, bastardo!” ringhiò scagliandogli un pugno, Arael barcollò portandosi una mano sulla mascella, ma subito dopo ricambiò il favore.
Gabriel si rese conto che la situazione stava veramente precipitando e decise di intervenire, si mise in mezzo ai due.
“Finitela!” gridò.
I due ragazzi lo guardarono straniti, come se si fossero scordati di lui.
“Gabriel…” sussurrò Arael intenerito.
“Puttanella! Allora è vero?!” sbottò Hegyron sottovoce con una tale carica di collera che lo spaventò.
“Hegyron, io te lo volevo dire e…” non ebbe il tempo di finire che l’amico gli mollò un pugno con tanta violenza che lo fece sbattere in braccio ad Arael.
“Tu non sei più mio amico!” sbraitò andandosene, Gabriel si riprese, si divincolò dalla stretta di Arael e gli corse dietro, lo raggiunse in cortile.
“Hegyron! Hegyron! Aspetta! Ti prego, voglio parlarti…” si fermò bruscamente quando vide che l’altro gli aveva obbedito e si era voltato, tuttavia a causa della penombra non riusciva a leggere nessuna espressione sul suo viso.
Silenzio.
“E’ vero?” gli chiese soltanto.
“Si, in altre parole no… non fino in fondo” rispose arrossendo terribilmente in imbarazzo.
Hegyron si passò una mano fra i capelli.
“Mi dispiace per il pugno” disse in un sussurro, Gabriel deglutì, conosceva fin troppo bene quel tono di voce e sapeva che lo usava nel far andare meglio giù la pillola.
“Non è niente, passerà se…” mormorò, ma l’altro lo interruppe.
“Mi dispiace, io non ho nulla a che vedere con i froci, mi fanno schifo. Non rivolgermi più la parola” si voltò e con passo sicuro se ne andò rifugiandosi nel buio della notte.

Buio.
Era buio come in quel momento. Erano passati cinque giorni più o meno, da tanto non erano più amici. Soffriva, era inutile mentire, ma come gli aveva detto Arael, era meglio perdere che trovare un amico come lui, che non riusciva a capirlo.
Una mano posata sulla sua spalla lo riscosse, si voltò e si immerse negli occhi verdi della madre.
“Caro, vieni, papà vuole presentarti alcune persone” gli disse con dolcezza.
“Mamma, ti prego, non mi va” cercò di protestare.
“Lo so, ma lui ci tiene, fagli questo piccolo piacere, sai che gli piace pavoneggiarsi con un figlio come te” le scappò una piccola risata e s’incamminò verso l’interno dell’edifico, ben sapendo che Gabriel l’avrebbe seguita.
Certo, un figlio come me, peccato che non sappia che razza di figlio si ritrovi, pensò seguendola suo malgrado.
Suo padre si distingueva fra tutti per la sua rara eleganza e rude bellezza. Quando lo vide gli sorrise impercettibilmente e lo presentò a degli uomini, lui cercò di sorridere e incominciò con loro una discussione sulla politica che portò avanti molto bene e dall’espressione soddisfatta del padre capì di aver fatto un buon lavoro.
Dopodichè ebbe finito con quel gruppo, gli toccò conversare con altri due uomini di economia, si passò la mano fra i capelli nervosamente e un po’ scocciato nel momento in cui si voltò verso il padre e gli si fermò il fiato nel petto: Hesediel stava tranquillamente parlando con il genitore che proprio allora lo guardò e gli fece cenno di avvicinarsi.
“Julius, questo è tuo figlio?” gli domandò l’uomo fissandolo con un’espressione sarcastica.
“Si, è cresciuto vero?” chiese Julius mettendogli una mano su una spalla.
“Si, molto, si è fatto davvero un… bel ragazzo” rispose gentilmente e a tutti poteva sembrare un complimento fatto di circostanza, però il modo lascivo con cui lo guardò gli fece capire a cosa esattamente si stava riferendo.
“Scusami papà, credo di non conoscere questo signore” s’intromise lui inarcando un sopracciglio.
“Ah, certo, non ti puoi ricordare di lui, eri piccolo quando se ne andò” rispose il padre e aggiunse “Il suo nome è Hesediel” lo presentò.
Hesediel allungò la mano e Gabriel ricambiò il saluto, ma arrossì quando il medio dell’uomo gli accarezzò il palmo lentamente, quindi cercò di ritirare la mano senza troppa fretta.
Vedendo il suo sorrisetto ironico sentì la strana esigenza di tirargli un pugno in faccia, tuttavia cercò di controllarsi.
“Dunque, signor Hesediel, ci conosciamo già…” esordì lui approfittando della distrazione del padre che aveva iniziato a comunicare con un uomo sulla cinquantina.
“Si, giovanotto” gli rispose bevendo un sorso di champagne “Ah, che schifezza questa roba falsa” inserì facendo una smorfia.
“A che gioco stiamo giocando?” chiese il ragazzo spazientito.
“Cosa ti dice che sia un gioco?” gli domandò passandosi una mano fra i capelli ben pettinati e senza un ciuffo fuori posto.
“Tu già mi conoscevi, perché non me l’hai detto?”.
“Perché vedi…” fu interrotto dall’arrivo di una donna che lo prese sottobraccio e lo fissò sorridendogli.
“Buonasera, spero di non disturbare” parlò la donna con voce calma e quasi dolce.
“Non proprio” rispose Hesediel con calma.
Gabriel la esaminò e decise di considerarla una bella donna alta, con i capelli lunghi rossi ricci e due occhioni verdi su un bel viso perlaceo.
“Hesediel, non ci vuoi presentare?” gli chiese sorridendo leggermente. L’uomo sussultò piano e cercò di sorridere a sua volta. Non ci riuscì.
“Certo, lui è Gabriel, il figlio di Julius Belleirs” e aggiunse rivolto al ragazzo “e lei è Nathalie… mia moglie”.