venerdì 19 giugno 2009

Una triste storia d'amore

Attenzione: questa storia autoconclusiva l'ho composta sulla base della novella di G. Boccaccio, "Elisabetta da Messina"(Decameron, giornata IV, novella 5); la quarta giornata, durante la quale viene narrata tale novella, è dedicata agli amori infelici: "si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine".
“Bene, ormai è l’ora del tramonto, uhm…” disse piano una ragazza dai lunghi capelli rossi osservando i propri amici pensierosa, poi, con un gesto repentino, puntò l’indice su un ragazzo i cui capelli corvini rendeva il viso pallido come l’avorio, e aggiunse “Marco, tocca a te raccontare una storia”.
I componenti della piccola combriccola sorrisero, alcuni batterono le mani, altri fischiarono piano.
Due ragazze si misero sedute su dei preziosi cuscini orientali, invece tre ragazzi si accomodarono su dei divani, e gli altri si misero comodi, in attesa di quello che avrebbero sentito di lì a poco tempo.
Il giovane sospirò piano fra i denti.
“Cosa vuoi sentire, Sephira?” le domandò con voce gentile, la ragazza guardò curiosa l’espressione triste del ragazzo. Restò qualche minuto in silenzio, pensando quale tipologia di racconto si sarebbe meglio adattato al suo animo inquieto. Sorrise piano posandogli una mano sul braccio.
“Raccontami una storia di amore” mormorò piano.
“Una storia d’amore?” ripeté lui scettico.
“Si, come vuoi tu, come la detta il tuo cuore”, il silenzio era rotto soltanto dai respiri dei presenti.
Marco sospirò e chiuse gli occhi adagiandosi con le spalle contro un divano.
“Come vuoi, allora preparatevi a sentire la storia triste di due giovani che hanno sofferto per il loro amore proibito”.
“Proibito?” intervenne una ragazza dagli occhi blu.
“Vittoria, lo capirai in seguito, ascolta” affermò un ragazzo posandole la mano sulla spalla, lei annuì e rivolse nuovamente la propria attenzione a Marco.
“Ebbene, c’erano dunque in Messina quattro fratelli, di cui tre erano commercianti e il più piccolo era un guerriero, o meglio stava addestrandosi per diventare tale, perciò dalla mattina alla sera era insieme al proprio maestro…”.

“Vicendithas!”gridò Dante attirandosi la sua attenzione. L’uomo si distrasse e guardò nella sua direzione, tuttavia scansò facilmente il colpo che il giovane aveva cercato di scoccargli con la spada, con un rapido movimento si trovò alle spalle del ragazzo e lo bloccò.
“E’ sleale attaccare alle spalle” gli sussurrò all’orecchio. Augusto, rosso in volto, si divincolò dalla stretta.
“In guerra non conta l’onore!” gli urlò contro e scappò salutando a malapena il fratello che inarcò un sopracciglio.
Vicendithas si avvicinò a Dante serio nel volto.
“Volevate?” domandò con voce fredda.
“Ah, si, abbiamo bisogno che tu ci accompagni per tre giorni a Napoli, dobbiamo trasportare delle merci molto preziose e voglio che tu sia a capo delle guardie” gli comunicò, poi si voltò nella parte nella quale era scomparso il fratello e si portò una mano al mento pensieroso “Che ha?” volle sapere.
Vicen sospirò fra i denti.
“Non lo so”.
“Si comporta stranamente nell’ultimo periodo, con gli allenamenti come va?” s’interessò tornando a guardarlo.
“Bene, come sempre, anche se pare un po’ più nervoso del solito”.
Dante alzò le spalle allontanandosi “Mah, sarà innamorato!” esclamò ridendo.
Vicen invece non aveva alcuna voglia di ridere.
Nel pomeriggio prese Augusto e andarono a cavallo, il giovane, preso dall’euforia, propose di fare una gara, e chi fosse arrivato per primo al fiume, avrebbe vinto. Vicen non volle cimentarsi in cose cosi infantili, ma dovette andare dietro al suo esuberante allievo, e con una spronata all’ultimo attimo, lo superò vincendo la gara.
“Non vale!” esclamò Augusto mettendo il broncio.
“Vale, certo che vale, non mi pare di essere stato sleale” commentò il maestro ironico porgendogli la mano per aiutarlo a scendere, però il ragazzo saltò giù ignorando l’ausilio.
“Non sono una donna” sibilò prendendo il cavallo che legò ad un albero e lasciò libero di pascolare, Vicen lo imitò.
“Cosa ti è preso oggi?” domandò l’uomo sedendosi all’ombra di una quercia. Il ragazzo lo osservò a lungo. I suoi occhi sostarono un po’ troppo sul suo corpo longilineo e muscoloso, sulle labbra rosse, sui lunghi capelli neri tenuti raccolti e cadenti su una spalla, gli occhi verde smeraldo.
Si voltò improvvisamente.
“Non capisco di cosa tu stia parlando” arrossi leggermente per la bugia.
“Ah, no? Oggi hai infranto una delle prime regole che ti ho insegnato, sai bene che…”.
“Si, l’onore! Lo so, lo so! Non bisogna essere sleali e tutto il resto!” ribatté alzando gli occhi al cielo.
“Allora perché lo hai fatto?” lo interrogò strappando un filo di erba.
“Non lo capisci? Volevo almeno toccarti! Tu sei irraggiungibile, non riesco mai neanche a sfiorarti, ti muovi sempre cosi velocemente… e non ce la faccio più, è logorante questa cosa, mi sembra di non andare avanti, ehi! Che c’è da ridere?!” si voltò verso il bruno con occhi fiammeggianti.
“Nulla, non ridevo di te” lo assicurò osservando il filo d’erba.
“Menti” sussurrò minaccioso andandogli vicino.
“Io non mento mai, ridevo soltanto perché ti stai agitando inutilmente, infatti tu stai facendo davvero degli immensi progressi”.
“E allora perché non riesco neanche a sfiorarti?”.
“E’ normale, io sono un guerriero, ho combattuto tutta la vita, mentre tu… tu sei solo un ragazzino” rispose divertito.
“Ragazzino!” ripeté con voce infervorata e si alzò “Ragazzino! Certo, in fondo che mi aspettavo, a diciotto anni per lui sono un ragazzino! Ma dove l’ha imparata l’educazione e…” continuò a sproloquiare fra sé e sé, nel frattempo che Vicen portò alle labbra il filo d’erba e cominciò a muovere le labbra dando vita a un dolce suono.
Il giovane si allontanò continuando a parlare e imprecare sottovoce, dopo un po’ anche l’uomo smise e chiuse gli occhi godendo dei rumori della natura.
Augusto tornò sui propri passi lentamente e gli venne quasi un colpo vedendolo dormire. Si avvicinò cercando di non far rumore. Gli osservò a lungo il bel viso, le labbra chiuse severamente, l’espressione rilassata.
“Macchè ragazzino…” sussurrò, e senza rendersi conto, si ritrovò vicino a lui, piano posò le proprie labbra su quelle deliziose di Vicen.
Sapeva che non poteva baciarlo normalmente, che lo avrebbe disgustato e lo avrebbe allontanato da sé, forse punito, poi se avesse detto ai suoi fratelli che era innamorato di lui… no, si era approfittato, lo aveva baciato cogliendolo nel sonno. Improvvisamente spalancò gli occhi poiché si specchiò in quelli di Vicen.
“Quindi era questo…” sussurrò l’uomo scostando un po’ la bocca. Augusto cadde all’indietro per lo spavento.
“Per la seconda volta in un giorno infrangi le regole, sei stato sleale ad approfittare mentre dormivo” affermò fissando le sue guance che erano violentemente arrossite.
“Ma sei scemo?! Ti ho appena baciato e tu mi fai la ramanzina sulle regole invece di prendermi a calci e…” gracidò il giovane imbarazzato all’inverosimile.
Vicen sorrise malizioso e in un attimo, senza neanche rendersi conto in quale modo, Augusto si ritrovò a cavalcioni su Vicen che lo stringeva alla vita, i loro visi erano cosi vicini che se avesse mosso solo un po’ il capo avanti i loro nasi si sarebbero toccati.
“Prenderti a calci? E perché mai? Sei proprio sleale, ragazzino…” mormorò avvicinando il viso a quello del giovane. Le labbra morbide di Augusto si donarono pienamente alle sue, lo costrinse ad aprire quel dolce baratro che anche lui aveva bramato da molto, troppo, tempo, incrociò la sua lingua con quella di Augusto che gemette, continuò ad esplorargli la bocca, a nutrirsi del suo nettare. Solo dopo alcuni lunghi istanti Augusto si schiodò ansimante.
“Non riesco a respirare” mormorò.
“Allora non farlo” riprese a baciarlo, il ragazzo gli artigliò i capelli, le mani del più grande si muovevano sicure sulla sua schiena, carezzandolo, pizzicandolo, facendogli venire i brividi di piacere.
Si baciarono a lungo, finché Vicen ritenne più opportuno proseguire in un altro luogo, lì potevano essere visti da chiunque.
Augusto non poteva credere che il suo amore, il suo proibito amore, fosse corrisposto!
Era come se camminasse su una morbida nuvola, con il suo angelo accanto. Lo fissò a lungo e arrossì quando lui gli sorrise gentilmente posandogli un bacio a fior di labbra prima di rientrare a casa.
Rudolfo e Anselmo, gli altri due fratelli maggiori, li salutarono e continuarono a parlare con degli uomini di affari.
Dante, nel frattempo, di ritorno dal mercato, scese da cavallo e, voltandosi, li vide chiacchierare e rimase a lungo a fissarli. Qualche cosa non andava, c’era un’atmosfera troppo famigliare… alzò le spalle, forse avevano fatto pace. Con passo veloce li raggiunse e comunicò a Vicen che sarebbero partiti dopo una settimana, quindi li congedò.
Quella sera Augusto aveva lasciato la finestra aperta di proposito, indossò solo una leggera vestaglia e si mise sotto le coperte. Aspettò trepidante, ma non successe nulla. Piano, colto dal sonno, si addormentò.
Il giovane aprì gli occhi con il cuore a mille, sopra di lui, cavalcioni, c’era la visione più bella che ci potesse essere: Vicen, con addosso soltanto un paio di pantaloni, lo osservava sorridendo.
Si morse un labbro e lo trascinò verso il basso, accanto a lui.
“Ti aspettavo” disse fra un bacio e l’altro.
“Dovevo assicurarmi che stessero tutti dormendo” rispose l’uomo mordicchiandogli il collo e facendolo gemere.
“Amore… oh, amore mio” sussurrò il giovane mentre gli veniva aperta la vestaglia, ritirò la pancia nel momento in cui sentì le mani fredde di Vicen depositarsi sul suo petto ardente.
Gli tolse il nastro lasciando che i lunghi capelli gli inondassero le narici col loro profumo, chiuse gli occhi, passando le dita affusolate fra quei fili di ebano.
Lasciò che il proprio corpo eccitato andasse incontro a quello di Vicen che lo abbracciò improvvisamente a sé. Rimasero a lungo cosi, con le loro erezioni in contatto che li faceva fremere, le gambe intrecciate, i cuori uniti in un solo battito.
“Augusto, sei sicuro?” domandò giocando col lobo del suo orecchio, leccandogli l’interno con la lingua.
“Si… ah, certo…” ansimò sentendo la gola secca.
Si baciarono ancora a lungo, poi Vicen lo prese con dolcezza strappandogli un gridolino. Lo baciò per calmarlo, lo stuzzicò laddove era più sensibile, facendolo eccitare ancora di più, dopo cominciò piano a muovere il bacino in modo circolare.
“Come va?” chiese con voce roca.
“Meglio” il giovane lo baciò ancora e ancora. Lui era un uomo, non c’era alcun bisogno, eppure aveva sempre sentito la mancanza di quel corpo sul proprio, nel proprio e in quel momento si sentì completo. I loro corpi si legavano, le braccia si intrecciavano, i battiti del cuore si confondevano, i respiri si rompevano nei petti, i loro occhi dichiaravano all’altro tutto il loro amore. Erano come fusi, anzi erano fusi. Inaspettatamente arrivò l’estasi di quel loro amore proibito.
Dopo un po’ di coccole Vicen se ne andò lasciandogli nel cuore una pazza felicità, ma anche una brutta sensazione. Che stupido era se avesse ceduto alle sue tragiche illusioni in un momento di cosi tanta gioia!
I loro giorni trascorrevano felici, fra baci e incontri clandestini, fino all’ultima notte prima del viaggio.
Vicen, come ormai tutte le notti, si intrufolò nella sua stanza. Chiuse la finestra e andò immediatamente ad amarlo, senza essersi accorto di essere stato seguito.
Dante, nascosto da un tronco di albero, osservava attonito quello che stava succedendo. Meditò in silenzio il da farsi, possibilmente senza suscitare scandali.
Quella notte, dopo aver fatto l’amore, Augusto non si accontentò delle coccole, volle dormire insieme a Vicen e l’uomo, di fronte le sue insistenze, lo accontentò. Lo prese fra le braccia e si addormentarono.
Il giorno seguente i due si salutarono in privato.
“Promettimi che tornerai presto” gli chiese il giovane stretto a lui.
“Certo, amore, il prima possibile, te lo prometto. Mi mancherai terribilmente” sospirò dandogli un bacio a fior di labbra.
“Io morirò senza di te” rispose.
Non sapeva quanto quelle parole fossero vere.
Dopo alcuni giorni i tre fratelli tornarono a casa senza Vicen. Il ragazzo chiese cosa fosse successo.
“Gli abbiamo affidato un altro incarico” gli rispose evasivo Dante e se ne andò.
Augusto passava le giornate aspettando e aspettando.
Era ormai un mese che non lo vedeva. Cercò di essere forte, si allenava ogni giorno, leggeva, cavalcava immaginando di avere al proprio fianco Vicen.
Vicen non tornava.
Chiese ancora cosa gli fosse accaduto, la sola risposta che ottenne fu che il suo domandare sempre di lui poteva far sorgere sospetti sulla natura dei loro rapporti e che fosse meglio se se lo sarebbe dimenticato poiché aveva comunicato che andava in un’altra città a prestare il suo servizio.
Augusto pianse lacrime amare, ogni notte piangeva fino allo sfinimento. Non poteva essere vero che Vicen, il suo Vicen, lo avesse abbandonato!
Una sera andò nella stanza dell’amato.
La osservò a lungo: il letto come lo aveva lasciato, le spade posate con cura, i vestiti.
Prese una sua camicia e la annusò, ancora portava il suo profumo! La abbracciò e si addormentò con lei immaginando che al suo posto ci fosse l’amato.
Stava dormendo, quando inaspettatamente gli si presentò davanti un banco di nebbia dalla quale uscì la figura slanciata ed elegante di Vicen.
“Vicen!” gridò ancora piangendo, l’uomo gli si avvicinò e gli toccò piano la guancia.
“Amore, è inutile il tuo richiamo, io non posso più tornare da te, i tuoi fratelli mi hanno ucciso a tradimento” sussurrò e la sua voce sembrava lontana, lontanissima.
“Cosa stai dicendo?! Amore, amore! Non andartene! Vicen! Dimmi dove sei, ti prego!” urlò vedendo che si stava allontanando, allora lui si fermò, tornò indietro.
“Il mio corpo si trova nel bosco vicino alla fontana dove ci siamo conosciuti” lo osservò, se avesse potuto, avrebbe pianto, gli sfiorò piano le labbra con le proprie “Ti amerò in eterno” e svanì.
Il ragazzo si svegliò con un grido e con la camicia inondata dalle lacrime.
Senza perdere tempo uscì fuori dalla stanza, prese un cavallo e cavalcò giorno e notte fino a quando giunse nel posto indicatogli nel sogno. Si inginocchiò e cominciò a scavare con le unghie, dopo molto tempo riuscì a vedere il volto dell’amato. Scoppiò a singhiozzare, si abbassò sul suo corpo e pianse fino a svenire. Dopodiché si risvegliò lo osservò ancora a lungo, sapeva di non potergli dare degna sepoltura e perciò gli tagliò la testa. Era un gesto orribile, ciononostante non poteva sopportare di lasciarlo lì. Lo avvolse in un prezioso velluto e lo portò a casa dove pianse ancora, guardandolo e baciando quelle labbra ormai fredde per sempre.
Non usciva più, non si allenava più, non parlava, non mangiava.
Nascose la testa di Vicen in una stoffa pregiata e la sotterrò in un vaso dove mise una pianta di rose la quale cresceva ogni giorno più bella e profumata grazie al nutrimento della carne di Vicen e alle lacrime di Augusto.
I fratelli del ragazzo, sempre più preoccupati, presero il vaso odoroso affinché il giovane non potesse più piangere sul fiore, però di fronte alle insistenze di ridarglielo, curiosi, vollero guardare cosa ci fosse dentro e cosi scoprirono la testa dell’uomo che uccisero.
Spaventati da ciò e capendo che il giovane sapeva che loro erano gli assassini di Vicen, per non essere denunciati e, di conseguenza uccisi, presero tutte le loro cose e si trasferirono a Napoli lasciando Augusto lì.
Rimasto senza nessuno, se non con il dolore per la morte di Vicen, Augusto affogò nelle proprie lacrime fino a morire con l’animo straziato.
E nelle strade si sentiva un certo ritornello:

Qual esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta… *

Le ragazze piangevano silenziose, e i ragazzi cercavano di mostrarsi forti, ma i loro occhi erano lucidi.
“Che storia triste” commentò Vittoria.
“Si…” sospirò Marco alzandosi.
Nessuno aggiunse altro, il ragazzo uscì fuori dove fu accolto da un cielo sereno. Sorrise felice vedendo davanti a sé un uomo che lo aspettava.
“Vicen, sei già arrivato” gli corse incontro e gli gettò le braccia al collo.
“Hai pianto” osservò l’uomo dandogli un bacio veloce.
“Sai, ho raccontato loro quella vecchia storia…”.
“Amore, basta rivangare sul passato, ora siamo di nuovo insieme” gli carezzò i capelli.
“Si, ma promettimi che non mi lascerai mai più solo”.
“E tu promettimi che non mi taglierai mai più la testa, fa impressione”.
“Stupido…” sussurrò coinvolgendolo in un lungo bacio.


*"Chi fu mai quell'uomo malvagio che mi rubò il vaso...".

4 commenti:

  1. Stupenda questa storia, ma che triste! Mi ha commosso. Adoro il tuo modo di scrivere, continua così.

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  2. Eheh, grazieeeeeeeeeeeee! Sei tanto cara^__^

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  3. O _ O io lacrime sigh....
    Oddio che bella... ma ma... non puoi farmi questo XD mi sa che non scriverò più storie tristi ihih.
    Fantastica complimenti... un amore proibito... un amore ucciso...

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  4. Ahah,cosi impari a farmi piangere!però io almeno ho dato una speranza, infatti finisce che i due i reincarnano, hai visto?^^
    Grazie, sei tesoro.

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