domenica 31 maggio 2009

Noi due (capitolo 7)


Hesediel attraversò rapidamente la hall dell’albergo, tuttavia non poté non notare gli sguardi incuriositi di alcuni sottoposti.
Al suo passaggio una cameriera sussurrò qualcosa all’orecchio di un’altra che arrossì osservandolo.
Si passò stancamente una mano fra i capelli fermandosi al bancone della reception.
"Brunetti!" chiamò impaziente. L’uomo sulla quarantina apparve all’istante come se fosse stato un’invocazione.
"Bentornato signore, desidera?" chiese con tono cordiale.
Hesediel socchiuse gli occhi serrando le labbra. Sul volto dell’altro leggeva disagio, era successo qualcosa che non voleva dirgli. Gli si avvicinò di un centimetro.
"Sapere cos’è accaduto in mia assenza" rispose freddo.
"Nulla al di fuori dell’ordinario signore; i suoi collaboratori hanno lasciato dei messaggi, alcuni clienti sono stati piuttosto scontrosi e hanno rotto delle luci nella discoteca a ovest, una cameriera è in ospedale…ah! Il signor Lucas mi ha detto di riferirle che deve parlarle con urgenza e anche il signor…" l’uomo fu interrotto dall’altro che fece un gesto stizzito.
"Non m’interessano queste sciocchezze, dimmi perché tutti mi guardano cosi".
"Cosi come, signore? La guardano come sempre…".
"Strano, fino a qualche minuto fa capivi benissimo la mia lingua… forse devo…?" lo minacciò sibilando.
"Parlano di suo marito, signore" rivelò infine, un lieve rossore accoglievano quelle guance mature.
Hesediel alzò un sopracciglio.
"Mio…marito? E chi sarebbe?" volle sapere, anche se mezza idea di colui il quale avrebbe avuto il coraggio di fargli uno scherzo di cattivo gusto come quello ce l’aveva. In fondo era l’unico che non sapeva di cosa fosse capace se gli avrebbero fatto un torto.
"E’ ehm… quel giovane, mi sembra si chiamasse Gabriel" lo informò.
"Capisco, va bene, provvedi di dire a tutti di farsi gli affari propri e che la mia vita coniugale non li riguarda. Per il resto, voglio riposare, quindi non ci sono per nessuno, tranne per mio…marito" disse con espressione divertita.
Se Gabriel voleva giocare, lo avrebbe accontentato.
Andò nella sua suite e gettò la giacca del completo sopra un divano, si accese una sigaretta e prese il telefono.
Dopo alcuni squilli gli rispose una voce maschile, il suo tono era sorpreso, arrabbiato, pieno di risentimento.
Hesediel ascoltò in silenzio tutte le sue accuse diffamatorie, sorrise impercettibilmente. Ma quant’era ragazzino? Alla domanda perché lo avesse chiamato, allargò il sorriso in modo quasi crudele.
Glielo disse.
Dall’altra parte silenzio.
Poi insulti.
Hesediel chiuse la chiamata e si alzò.
Aveva giusto il tempo di farsi una doccia. Ma senza alcuna fretta.
Uscì soltanto con un asciugamano attorno ai fianchi, guardò fuori da una finestra. Strano, non era ancora arrivato, ma improvvisamente gli venne in mente un piccolo dettaglio, prese il telefono.
Questa volta colui che gli rispose gli mostrò il massimo rispetto. La chiamata fu di breve durata, dopodiché chiese al ristorante di portargli dello champagne e della frutta. Si mise una vestaglia di seta nera e si stese sul grande divano bianco sorseggiando un bicchiere di whisky.


Quando aprì gli occhi ebbe un piccolo sussulto, del quale, però, il ragazzo che gli stava seduto davanti non se ne accorse.
Gabriel, scuro in volto, sedeva sul divano di fronte al suo e lo osservava con attenzione. Aveva le guance leggermente arrossate, poteva benissimo immaginare a cosa aveva pensato vedendolo dormire.
Indossava un paio di jeans neri e una maglietta bordeaux leggera con collo a V, i suoi capelli scuri si ribellavano al gel e sembravano scompigliati, la sua pelle era diafana e le labbra rosse erano martoriate dai denti. Di certo neanche si rendeva conto di quanto fosse sensuale nonostante quell’aria imbronciata. Gabriel era proprio un ragazzino. Il suo eterno ragazzino.
Sentì un fremito nel cuore quando un ricordo in particolare si affacciò alla sua mente, cercò di scacciarlo nel momento in cui assumeva la sua usuale aria superiore e fredda.
"Ma tu guarda: mi chiami qui e poi ti addormenti" commentò acido Gabriel accavallando le gambe e cercando di acquistare una calma e sicurezza che non gli appartenevano.
"Lavorare stanca animaletto" si tirò su a sedere.
"Non chiamarmi cosi!" sbottò fissandolo negli occhi, però quando i loro sguardi si incrociarono, guardò altrove.
"Va bene, vipera" lo prese in giro.
"Vipera?! Perché?".
"Che voto hai a biologia?".
"Che t’importa?".
"Dovresti sapere che il morso umano è pericoloso come quello di una vipera, ragazzino" lo informò sarcastico toccandosi leggermente il collo nel punto in cui si univa alla spalla.
Il ragazzo portò lo sguardo in quel posto e si morse piano il labbro vedendo un’enorme ematoma lasciatogli dai suoi denti.
"Era il minimo" disse con voce tremante.
"Per cosa? Per averti fatto provare piacere?" chiese ironico. Gabriel balzò su irritato.
"Piacere?! Se non te ne fossi reso conto hai fatto tutto senza il mio consenso, potrei pure denunciarti!" alzò la voce stringendo i pugni dai nervi.
"Certo, denunciarmi…" gli scappò un risolino " Falla finita, sappiamo entrambi che ti è piaciuto".
"Basta! Dammi quello che è mio e non rompere!" urlò arrabbiato. Hesediel socchiuse gli occhi.
"Vieni a prendertelo" lo provocò.
Gabriel lo fissò allarmato.
"Stai scherzando".
"Ti pare?".
"Dammelo" richiese con voce tremante. Tutta la sua ira era sparita, quell’uomo cosi sicuro di sé riusciva a soggiogarlo e questo non gli piaceva affatto. Hesediel si mise seduto meglio e trasse dalla tasca una collana con un medaglione.
"E’ molto bello, devi tenerci per portatelo dietro sempre" commentò esaminando il piccolo gioiello rotondo con delle lettere stilizzate dietro. Gabriel non aveva mai conosciuto il loro particolare significato, Hesediel spostò subito lo sguardo verso il ragazzo, qualcosa gli bruciò nel petto. Evidentemente quel giorno la malinconia tornava a farsi sentire.
"Che t’importa?".
"Vipera non ti conviene essere scontroso, se vuoi indietro il medaglione, naturalmente".
"Tu non…".
"Vogliamo vedere? Ora basta, vieni qui".
Il ragazzo era teso, non sapeva cosa passasse per la mente dell’altro mentre lo osservava cosi seriamente, ma non aveva scelta, ormai più o meno aveva ben capito che tipo di uomo fosse ed era sicuro che non gli avrebbe restituito il medaglione se non avesse fatto quello che voleva. Il problema è che teneva troppo a quel monile, la ragione non la sapeva nemmeno lui. Passandosi una mano fra i capelli, superò il basso tavolino e gli si avvicinò; in meno di un secondo si ritrovò a cavalcioni su Hesediel che gli poggiava le mani sui fianchi con un sorriso soddisfatto.
"Che fai?!" domandò con voce rotta, stava tremando e non capiva se per la paura o per l’eccitazione, tuttavia era sicuro che il proprio corpo aveva sentito la mancanza di quello di Hesediel. Era irritato con se stesso. Cercò di divincolarsi, però l’uomo gli baciò dolcemente il collo nel frattempo che una sua mano si spostava sulla coscia facendolo sussultare.
"Fermati…" lo pregò deglutendo, Hesediel gli obbedì e lo guardò negli occhi.
"Non lo vuoi davvero".
"Non è vero".
"Non è vero cosa? Che non lo vuoi davvero? O che lo vuoi? O che…?".
"Finiscila, non ci capisco niente".
"Ammettilo, sentivi la mancanza delle mie mani su di te" riprese a baciargli e stuzzicargli coi denti il collo, mentre le sue mani gli alzavano la maglietta.
"No" sussurrò, istintivamente gli artigliò i capelli mordendosi le labbra e socchiudendo gli occhi. Sentiva che una passione, che non aveva mai provato prima, lo stava divorando.
"Menti" gli tolse la maglia lasciandolo a seminudo "Voglio farti mio".
"Ho paura" rispose abbandonandosi definitivamente alle sensazioni che stava provando.
Aveva paura, era vero, ma non sapeva di che cosa, se del dolore che avrebbe sentito facendo sesso con lui o paura di sentire che gli piaceva.
"Lo abbiamo già fatto, rilassati" sorrise constatando che il ragazzo aveva desistito dal voler allontanarsi da lui "Andiamo di là?".
"No!" esclamò sgranando gli occhi "Per questa volta… v- va bene, ma non voglio che mi baci o lo facciamo sul letto" affermò arrossendo.
Hesediel alzò un sopracciglio. Non sapeva se sentirsi irritato o ridere. Quanto era romantico! Distingueva il sesso dall’amore.
Al mondo ce n’erano pochi cosi.
Lo mise supino sul divano slacciandogli i pantaloni, poi fece cadere la propria vestaglia esponendo il proprio corpo allo sguardo meravigliato di Gabriel che chiuse gli occhi per non godere della sua vista. Una tenerezza che pensava di non possedere gli invase i gesti e il petto.
Gabriel.
Finalmente lo poteva riavere. Gli prese le gambe e se le mise sui fianchi mentre tradiva la tacita promessa che gli aveva fatto di non baciarlo. Il ragazzo, riluttante all'inizio, lo ricambiò attirandolo verso di sé.


Osservava Gabriel dormire sfinito, il suo bel viso era sereno se non per un sopracciglio che a volte si contraeva, le labbra socchiuse erano gonfie per i baci che lo aveva obbligato a restituire, i capelli scompigliati gli cadevano sulla fronte sudata, il respiro si era fatto regolare. D’un tratto tremò leggermente. Doveva avere freddo, in fondo era nudo.
Hesediel lo prese fra le braccia e lo portò nella propria stanza da letto, lo mise sotto le coperte e gli baciò leggermente la fronte.
Uscì con passo veloce.

sabato 23 maggio 2009

Noi due (capitolo 6)


Era normale.
Era una cosa perfettamente normale e fisiologica, non era lui che era diventato tutt’ad un tratto gay.
Si passò una mano sopra gli occhi rossi. Il computer con un beep si spense togliendo ogni fonte di luce nella stanza.
Aveva appena scoperto che il sesso anale poteva rivelarsi estremamente piacevole per un maschio penetrato in quanto il pene stimolava la prostata, ritenuto l’organo maschile più erogeno, e la cosa lo aveva preso del tutto di sorpresa.
Guardò l’ora. 5.17 am.
Quel tiranno di Kasim lo aveva in sostanza steso con gli allenamenti di quella notte, e almeno facesse quegli stramaledetti esercizi di giorno! No, lui doveva farli di notte per stressarlo e affaticarlo di più. Il buio, infatti, anche se inconsciamente, lo metteva in agitazione e lo rendeva più debole. Sospirò tra i denti. Si alzò dalla sedia indolenzito, nonostante fossero passati quattro giorni dalla notte in cui era stato sverginato, il fondoschiena ancora ne risentiva del trattamento di Hesediel.
Prese una tuta dal colore scuro e si avviò verso le docce comuni, dove, con stanchezza infinita si spogliò e si mise sotto una doccia mentre gli sfuggiva un gemito per il dolore che sentì lungo la schiena.
Quel maledetto pervertito!
Chiuse gli occhi appoggiandosi al muro, lasciandosi lavare dall’acqua che scorreva veloce sul proprio corpo e, senza neanche accorgersi, si portò la mano sull’addome che si stava pericolosamente spostando nel basso ventre in cerca di un piacere che gli era stato rubato da Hesediel. Sgranò gli occhi togliendo la mano con un gesto stizzito. Cosa stava facendo? Si voleva masturbare pensando a quell’individuo?! Neanche morto!
Spense il rubinetto e si avvolse i fianchi in un asciugamano bianco, anche se il suo amichetto dei piani bassi protestava ad essere rinchiuso in tale modo.
Ringraziò mentalmente quella scuola cosi severa, almeno lo aveva abituato a resistere ai bisogni, o meglio ai capricci, del corpo.
Si vestì rapidamente e tornò nella propria stanza; si mise a letto per riposare, quando gli squillò il telefono, infastidito rispose, ma subito la sua voce cambiò.
“Mamma!” esultò, tutta la stanchezza degli ultimi giorni si era come volatilizzata.
“Amore, come va?” gli chiese soave.
“Bene, un po’ stanco…”rispose mordendosi la lingua, sua madre forse non sapeva dell’accaduto.
“Ah, si per quella storia… mamma mia questi uomini! Non capiscono che voi giovani abbiate bisogno di distrarvi!”.
“Ehm si… piuttosto dimmi: papà si è arrabbiato tanto? Non ha voluto neanche sentirmi…”.
“No, stai tranquillo, non è per niente irato con te, ha assicurato che una volta può anche capitare, basta che non diventi un’abitudine” lo informò e improvvisamente il suo avvilimento scomparì.
Ormai si sentiva come nuovo. Suo padre, il suo severo e rude papà, non era incazzato! Quasi volle fare i salti per la gioia! Si trattenne.
“Ieri sera ho parlato con Hegyron” gli disse piano.
“Hegyron? Perché?”.
“Ti avevo chiamato, ma tu eri agli allenamenti… mi ha ricordato che ultimamente sei strano, e anche con me non parli più moltissimo, sei sicuro vada tutto bene tesoro?” gli domandò con tono preoccupato.
Gabriel restò in silenzio.
Se andava tutto bene?
Aveva la mente che gli giocava brutti tiri, ricordi che non riuscivano a venire a galla, era stato violentato da un uomo che gli turbava i sogni, il professor Kasim gli aveva dichiarato guerra a vita.
Beh, a parte queste piccole, minuscole, microscopiche problematiche che caratterizzano la vita di ogni adolescente, andava tutto bene.
“Ma certo mamma, sono solo stanco, te l’ho detto…”.
“Mmh..” replicò la donna non molto convinta “Va bene amore, allora ti lascio riposare”.
“Ok”.
“E mi raccomando: chiamami!” la sua voce era tornata nuovamente infantile e capricciosa e molto molto dolce. Gabriel sorrise annuendo come se lei avesse potuto vederlo.
Posò il cellulare sul comodino, si volle mettere a letto, però sentì bussare alla porta. Passandosi una mano fra i capelli e sussurrando qualche insulto fra i denti aprì e si ritrovò davanti Arael che gli stava rivolgendo un sorriso solare.
Gabriel lasciò la porta schiusa e gli diede le spalle, il ragazzo lo seguì e si mise sul bordo del letto.
“Ciao, non mi saluti?” gli domandò malizioso.
“Scusami, sono stanco” sussurrò. Arael sorrise e stese la mano verso di lui, Gabriel lo guardò con occhi interrogativi, tuttavia prese la sua mano. Arael, con poca forza, lo attirò verso di sé e lo fece sedere sulle proprie gambe.
“Co- cosa?” fece Gabriel imbarazzato.
“Shhh” gli sussurrò il ragazzo, mentre gli leccava il lobo.
“Arael che… che stai facendo?”.
“Quello che avrei voluto farti quattro giorni fa se tu non fossi sparito con qualcun altro”.
“Eh?” il ragazzo si irrigidì.
“Oppure eri da solo?” gli chiese dubbioso, poi vedendo che non rispondeva, aggiunse “Non importa”.
Gli depose alcuni baci sul collo, mentre lui non sapeva cosa fare. Era come paralizzato, infine trovò la forza di allontanarsi.
“Non si può Arael” sentenziò imbarazzato.
“E perché? A me sembra che ti piaccia quando ti tocco” gli fece presente accavallando le gambe.
“Non è che lo neghi, però noi siamo due uomini, questo non è…” fu interrotto dall’altro che si alzò e gli mise l’indice sulle labbra per zittirlo.
“Stai dicendo un mucchio di sciocchezze, ma sei stanco, sai cosa penso io? Che tu abbia paura della gente, sei sempre stato un solitario e se qualcuno dimostra un qualche interesse per te tu lo respingi. Ma io so essere molto paziente, perciò vieni qui, lasciati coccolare” lo prese per il polso, spostò le coperte e si mise a letto assieme al ragazzo moro che, complice il sonno, non faceva più alcuna resistenza.
Si fece abbracciare da Arael che gli carezzava dolcemente il collo mentre gli sussurrava chissà quali dolci parole all’orecchio.
Se solo Hesediel fosse stato cosi dolce… forse lui si sarebbe potuto anche innamorare…

Gabriel osservava la bufera che si stava scatenando fuori. Era annoiato, non aveva alcuna voglia di ascoltare la lezione di biologia. Alzò lo sguardo e vide il proprio professore, un uomo che sembrava il perfetto sosia di Einstein, basso, magrolino, con capelli e barba bianchi, forse un po’ trasandato, che spiegava una curiosità riguardo ad una malattia ereditaria.
Improvvisamente bussarono forte e il professore si interruppe, la porta si aprì ed entrarono due suoi compagni che erano in ritardo di un quarto d’ora.
Arael li guardò scocciato e sorrise malizioso.
“E’ proprio vero che i coglioni girano sempre a due” commentò suscitando le risa generali.
“Ehi, ma come parli?!” il professore si era alzato in piedi rimproverandolo.
“Scusi prof, non è che mi potrebbe sbattere fuori? La sua lezione mi sta veramente annoiando” chiese alzandosi in piedi.
“Vai fuori” disse facendogli cenno di uscire, questa scena si ripeteva quasi ogni venerdì, tant’era che il professore non gli metteva neppure più la nota sul registro, ma in cambio lo faceva andare ad allenamenti supplementari.
Arael lo raggiunse e gli passò una mano sul capo, laddove c’era un’evidente calvizie.
“Prof, sa che è molto sexy senza capelli?” gli domandò ironico.
“Fuori Lestes!” urlò rosso in viso.
Arael alzò le spalle, guardò verso la finestra dove era sicuro che avrebbe incontrato lo sguardo di Gabriel, e fu cosi.
Gabriel si morse un labbro, ma Arael ammiccò e uscì con un sorrisino.
Il professore tornò a sedersi e continuò la spiegazione, mentre lui tornò ad osservare il paesaggio fuori dalla finestra che assomigliava tanto ai sentimenti che covava nel cuore.

venerdì 15 maggio 2009

Alexandros ( capitolo 10)


Finalmente è tornato! Pensavo di morire senza di lui, ma dove cavolo sono finiti tutti? Soprattutto Alexandros chissà dov’è andato a quest’ora… e neanche Julius c’è, speriamo bene, non vorrei che quel deficiente ne combinasse una delle sue. Cornelius non è voluto venire, ha detto che lo incontrerà domani, che non sta bene andare da lui a quest’ora della notte. Ma sai chi se ne frega!
Inizio a correre, ormai sento delle voci, sono forti come gli uomini a cui appartengono, a me hanno sempre fatto un po’ impressione questi generali, sono cosi grandi, muscolosi e potenti, mi pare che se solo mi prendesse uno di loro per mano me la spezzerebbe; che sciocca! Anche papà è un generale, ma lui è molto gentile con noi, non è rude. Oh, per gli dei! Sento il suo profumo, un odore buono e tranquillizzante.
So di stare per fare una figuraccia, però sinceramente non mi importa, quindi, senza pensarci due volte, spalanco la porta dell’exedra ed entro.
Davanti a me ci sono circa sei uomini, forse generali a giudicare dall’armamento, qualche soldato come ho già visto nel cortile, due senatori.
Va bene, ora mi voglio suicidare.
Marcus si volta e mi guarda sorpreso, alza un sopracciglio, lo fisso negli occhi e mi accorgo che non si è arrabbiato: per questa volta me la sono cavata.
Lui si avvicina a grandi passi verso di me che pare mi sia immobilizzata sull’ingresso, mi porta fuori e mi sorride gentilmente, allora io, riprendendo il controllo, gli salto in braccio e lui mi prende al volo.
“Che abbraccio!” esclama piano per non farsi sentire dagli altri. Sorride stancamente.
“Scusa, ma mi mancavi troppo! Se Alexandros sapesse che ho osato venire cosi da te mi ucciderebbe” dico istintivamente pensando alla ferrea educazione che mi imparte, subito dopo desidero tagliarmi la lingua. E’ noto che ce l’ho troppo lunga.
“Alexandros? Allora fa bene il suo mestiere!” afferma ridendo piano, non capisco come mai quando parla di lui i suoi occhi si illuminano e assume un’espressione molto meno stanca di prima.
“Già…” sussurro godendomi quest’abbraccio. Com’è caldo.
“Dov’è Alexandros?” mi chiede d’un tratto. Lo guardo.

Allarme!
“Ehm… vedi, non so, cioè nella sua stanza non c’è e neppure in giro…” rispondo deglutendo. Il viso di papà si rabbuia notevolmente.
“Come non sai dov’è? E Julius?” domanda con una certa urgenza nella voce. Non capisco, tuttavia il mio corpo comincia piano a tremare. Non mi piace per niente l’espressione dura del suo volto, il tono vagamente minaccioso. Alzo le spalle.
“Sparito… ho sentito che litigava con Corne…” non finisco la frase che l’attenzione di Marcus viene rapita proprio dal mio caro fratello.
“Papà… non c’è” lo informa, lui mi appoggia a terra, eh no! Che colpa ne ho io se qui si litiga? Voglio ancora l’abbraccio! Inutile. Non mi guarda neanche. Uff, mi devo ricordare di uccidere un po’ Cornelius e Julius, Alexandros lo risparmio solo perché è il mio maestro e l’uomo più bello che conosca, tranne papà, ovvio.
“Dov’è andato?”.
“Non so di certo, mi ha detto che vuole distrarsi e ho detto ad Alexandros che ero preoccupato per questo fatto”.
“E’ andato a cercarlo?!” proruppe teso, Cornelius acconsente con la testa.
Papà non dice più nulla, torna nell’exedra, sento che sta congedando tutti, prende Cornelius per un braccio e se lo trascina dietro.
E io rimango come una trota in mezzo al corridoio! Ma io dico: grazie di volermi cosi bene! Pure io ve ne voglio!
Mah, gli uomini! Non li capirò mai!

Papà mi tiene stretto, tuttavia anche se gli dicessi che mi sta facendo male al braccio non lascerebbe la presa. E’ teso, concentrato, accigliato, arrabbiato forse.
Non capisco.
Mi passo una mano fra i miei bei capelli chiari. Mi lascio trascinare da lui. Uno strano sentimento di calore mi riempie il petto quando lui mi è vicino e lo stesso succede anche ad Aemilia. Non so, ma è come se sentissi che lui è l’unica persona in grado di volerci bene in questo modo totale. Poverino! Per cosi tanto tempo ci ha fatto da zio, da padre, da madre, da amico, da fratello.
E quell’irriconoscente di Julius gli procura solo grattacapi! Se fosse stato un altro ci avrebbe lasciati, abbandonati al nostro destino, invece lui… lo so che sotto strati di indifferenza e freddezza nasconde un cuore gentile e buono.
Il mio sguardo si posa sul suo avambraccio, una lunga cicatrice gli solca la pelle. Improvvisamente alla mia mente si affaccia solo sangue, corpi seminudi distesi in modo osceno per terra tagliati, con le interiora in bella mostra, dissanguati, sento suoni metallici, urla, pianti, odoro un sapore dolciastro, fumo.
Quanto tempo sarà passato? Otto anni, penso. Ero piccolo eppure ricordo, ricordo ancora cos’è successo, ricordo ancora come queste mani forti e rudi abbiano ucciso centinaia di persone.
Il terrore.
Lo ricordo bene.
Aemilia è rimasta in un cosi profondo stato di shock che si è scordata tutto, per fortuna, invece Julius non ne fa minimamente parola.
Forse è per questo che lo odia cosi tanto.
Non saprei.
E ora ci si mette fra loro pure la contesa per Alexandros.
Oh, com’è bello Alexandros! Il mio cuore si divide fra invidia e ammirazione, magari anche un po’ di ostilità. Non lo so. E non capisco come mai Julius si è innamorato di lui. E’ uno schiavo, e per di più un uomo, non si accetta questo tipo di amore. Non posso accettarlo da parte di mio fratello.
Mi metto la mano sulla fronte.
Questo non è normale.
Sono malato. Malato. Assolutamente, maledettamente stramalato. La devo smettere di pensarci, di torturarmi in questo modo! Se solo qualcuno lo venisse a sapere… no, non dovrà mai succedere!
Guardo Marcus. Neanche tu lo saprai mai, se solo… se solo questo che porto nel cuore verrà fuori dovrò lavare l’onta della vergogna col sangue. Il mio.
Inaspettatamente mi ferma.
“E’ venuto da questa parte?” gli chiedo guardandomi intorno.
“Non lo so, però è possibile conoscendolo” mi risponde ispezionando la strada. Tre schiavi reggono le luci per illuminare la buia notte.
“Eh?”.
“Non è stupido, sa che non può allontanarsi molto dalla via principale altrimenti se qualcuno lo vedesse penserebbe che stia scappando. Ormai è tanto che camminiamo, andiamo ancora avanti, se non lo troveremo torneremo indietro” mi informa e ricomincia a camminare.
“Perché ti preoccupi tanto per lui? Voglio dire, sembra che Alexandros ti stia più a cuore di Julius” sbotto senza pensarci. Quando posa su di me i suoi occhi di ghiaccio vorrei sprofondare e seppellirmi, possibilmente non incontrare più il suo sguardo che pare voglia incenerirmi all’istante.
“Julius se l’è cercata, Cornelius, e se è vero ciò che hai detto di certo è insieme a quei suoi amici. Alexandros, invece, potrebbe finire molto male e sinceramente mi è costato come quattro schiavi messi insieme, e per di più mi è di grandissimo aiuto” risponde freddo.
Calcolatore e pragmatico.
Non riesco ad associare a questa figura che mi stringe il braccio altri aggettivi.
Riesce a sacrificare ciò che gli è caro per quello che serve davvero.

Lo odio.
Non posso sopportare che lui voglia più Alexandros di Julius.
Maledizione!
Ma in che lingua lo devo dire che Alexandros è solo un fottuto schiavo!
Perché, per gli dei, perché tutti gli vogliono cosi bene?! Perché non smettono di parlare di lui, di preoccuparsi di lui, di…?
Scuoto leggermente la testa.
Sono geloso, sono geloso marcio.
Non ce l’ho con lui, so benissimo che è bravo eccetera, però non accetto che per questo Julius…
Mi passo una mano sugli occhi stanchi, ora devo smetterla.
D'un tratto sento delle risa, uno strillo, questa è la voce di Julius!
Guardo allarmato Marcus che si è trasformato in un pezzo di pietra.
Lo sguardo attento, l'udito acuto, il corpo teso.
Sembra un animale feroce che sta per balzare sulla propria preda.
Lascia la stretta ferrea e velocemente va in quella direzione. Non so che fare, ma non ho molta scelta mi pare. Lo seguo.

Sono agitato. La stanchezza per il lungo viaggio preme su di me, però ormai non importa, mi interessa solo sapere che lui stia bene, che Julius non gli abbia fatto nulla.
Prima di partire gli ho detto esplicitamente di lasciare in pace Alexandros, ho ben intuito il sentimento che è nato nel suo cuore e per il suo bene- ed il mio- gli ho ordinato di stargli alla larga.
Invece mi pare che non mi abbia obbedito. Non sopporto che qualcuno non faccia cosi come dico io. La mia mente... torna al passato, neanche quella volta i miei mi obbedirono e morirono.
No, non devo pensarci, non mi posso far divorare dai sensi di colpa, non ancora. Accelero i passi, svolto e spero di non arrivare troppo tardi.
Devo vederlo. Alexandros mi è mancato troppo, mi è difficile ammetterlo, ma è cosi, lui con il suo essere mi riempie, il suo corpo profumato mi martoria le membra, la sua mente mi è compagna, la sua anima è come la mia.
Lui è mio.
Julius non capisci che non potrai mai portarmi via ciò che è mio? Oppure vuoi vendicarti perchè io ti ho sottratto ciò che è tuo?
Ma lasciatemi Alexandros.
Il mio cuore si ferma.
Davanti a me uno spettacolo che mi fa ribollire il sangue.
Ora li ammazzo tutti.

domenica 10 maggio 2009

Alexandros ( capitolo 9)


Alexandros stese le gambe perlacee e chiuse gli occhi. Un leggero venticello gli accarezzava il viso esposto al sole di fine estate. La sola toga gli dava alquanto fastidio per il caldo, anche se era di lino. Si passò una mano fra i capelli sospirando. Si alzò guardandosi intorno.
Non c’era nessuno al di fuori di Tia* che chiamò. La donna si voltò e gli sorrise aspettandolo, quando lui la raggiunse le prese dalle mani un secchio d’acqua. Lei lo ringraziò per la gentilezza che le dimostrava sempre.
“Figurati” rispose il ragazzo avviandosi con Tia verso le cucine.
“Quanto fa caldo! Oggi non hai lezione con i figli del padrone?” gli chiese accendendo il fuoco.
“No, oggi erano stanchi e li ho lasciati riposare, ma ho detto loro di leggere alcune poesie di Menandro” la informò cominciando a tagliare delle cipolle.
“Che fai? Cosi piangerai” lo rimproverò scherzosa.
“Non ti preoccupare, invece tuo figlio come sta? Ultimamente l’ho visto un po’ pallido” affermò, mentre l’acido solforico della cipolla faceva il suo effetto sugli occhi del giovane.
Alexandros si riferiva a Gavriil, un ragazzo più o meno della sua età che faceva il giardiniere, si occupava delle piante che, grazie alle sue mani, erano rigogliose e sane. Era un vero asso nel suo lavoro e Marcus apprezzava molto ciò; tuttavia recentemente lo aveva visto piuttosto giù di morale e anche debole, respirava con affanno e non si poteva concentrare per molto.
“Non so, non me ne vuole parlare, ora è andato a riposare un po’” la sua voce era preoccupata.
Alexandros annuì.
“Se vuoi dopo che finisco qui andrò da lui, forse riuscirò a vedere cos’ha” propose, la donna lo guardò pensierosa, quindi gli tolse coltello e cipolla dalle mani suscitando le sue proteste.
“Questo è un lavoro da donne, tu vai a vedere cosa fa Gavriil” Alexandros la osservò serio, Tia doveva essere molto in pensiero per il figlio. Alzò le spalle e le diede un buffetto d’affetto sulla guancia, poi andò verso la camera del ragazzo.
Bussò piano, ma non ottenendo risposta entrò.
La prima cosa che lo colpì fu la luce soffusa della stanza, il profumo di fiori e il ragazzo che sembrava dormire.
Gavriil stava supino con le mani dietro alla testa, era a petto scoperto e solo un panno bianco gli copriva l’inguine, i capelli neri erano corti e ricci, il volto era regolare e le labbra increspate a causa di chissà quale sogno.
Alexandros si avvicinò e si sedette sul bordo del letto, lo scosse piano, ma giacché quello non si svegliava sospirò decidendo di aspettare un po’. Gli passò una mano sulla fronte, era piuttosto caldo nonostante fosse bianco come un lenzuolo, sudava anche freddo. Aveva la febbre.
Gli prese il polso e constatò che i battiti si sentivano appena, però erano molto veloci, malgrado stesse dormendo.
Si alzò per andarsene, ma una stretta ferrea lo bloccò.
Gavriil lo scrutava grave, quasi furente.
“Che ci fai qui?” gli chiese piano. Alexandros cercò inutilmente di liberarsi.
“Lasciami il polso Gavriil” gli ordinò, ma l’altro si mise a sedere e lo trascinò sul letto accanto a sé.
“Sto bene, Alexis**” sussurrò fissandolo con i suoi occhi neri.
“Non stai bene, hai la febbre e il tuo cuore non funziona normalmente”.
“Oh, ora sei anche medico?” lo beffeggiò, il ragazzo si liberò dalla mano di Gavriil e si alzò.
“Non lo faccio per te, ma per tua madre”, Alexandros lo osservò con la coda dell’occhio. Non capiva cosa gli prendesse, normalmente Gavriil era sempre stato molto gentile con lui, seppure non si parlassero molto, infatti si vedevano soltanto nelle rare volte in cui Alexandros stava nel giardino con i figli di Marcus o quando lui passeggiava lì e Gavriil era ogni volta intento a potare piante, innaffiare, prendersi cura di quelle che sembravano essere la ragione della sua vita.
“Certo…” si passò una mano fra i capelli, poi aggiunse “Non dirle niente, va bene? Non voglio che si preoccupi, ho solo un piccolo raffreddore”.
“Non le dirò nulla a patto che tu prenda quello che ti darò”.
Gavriil lo guardò sospettoso, si alzò anche lui dal letto sovrastandolo per altezza di circa dieci centimetri.
“Cosa mi darai?”.
“Nel giardino hai della malva e del biancospino?” gli chiese sorridendo.
“Si, vieni” disse mettendosi una tonaca leggera.
Nell’orto trovarono quello che cercavano, dopodichè Alexandros tornò nelle cucine dove lavorò le piante sotto gli occhi ammiranti di Tia che gli era intimamente molto grata di quello che stava facendo per il figlio.
Gavriil non oppose resistenza quando il ragazzo gli diede da bere l’infuso, si mise nel letto e cercò di dormire.
Alexandros gli augurò la buonanotte e uscì dalla sua stanza, tuttavia, non appena chiuse gli occhi, alla sua mente si affacciò il viso di Alexis, il suo bel corpo, i suoi capelli fluenti.
Era molto bello… si mise prono cercando di scacciare quelle immagini dalla mente.
Alexandros nel momento in cui si chiuse alle spalle la porta della stanza di Gavriil fu raggiunto da un Cornelius agitato che aveva il fiatone per aver corso.
“Cosa c’è?” gli chiese vedendolo in quello stato.
“Ju… Julius…” sussurrò con voce interrotta.
“Julius? Che ha fatto?” domandò aggrottando le sopracciglia.
“E’ andato via”.
“Dove?!”.
“Non me l’ha detto, era arrabbiato”.
“Perché? Con chi?”.
“Beh con te… ha ricordato che non capisci niente e… poi se n’è andato da solo verso il foro” lo informò con sguardo impaurito.
Il cuore di Alexandros cominciò a battere all’impazzata.
Era buio. Julius era da solo per le strade romane piene di gente poco onesta. Era il figlio di un questore e generale. Era in pericolo. Julius era sotto la sua tutela. Se gli fosse capitato qualcosa Marcus… non voleva neanche pensarci.
“Vado a cercarlo” pronunciò infine, ma Cornelius lo seguì.
“Non puoi andare da solo! L’ultima volta stavi…”.
“Non ti preoccupare, torno subito e con quell’incosciente di Julius! Chi altro sa che è uscito?”.
“Nessuno”.
“Bene, allora fai in modo che nessuno lo venga mai a sapere!”.
Cornelius guardò la figura di Alexandros allontanarsi, era impensierito sia per il fratello che per il maestro.
“Stultus” sussurrò riferendosi a Julius, si era innamorato di Alexandros. Quella sera glielo aveva confessato, avevano litigato, Julius era andato in escandescenze e, dopo aver dato un pugno al muro per i nervi ed essersi ferito, uscì dicendo che sarebbe andato in un posto in cui le sue sofferenze sarebbero state alleviate.
Stultus, stultus Julius. Amava Alexandros, un giovane bello, intelligente, gentile, ma pur sempre schiavo.
Alexandros corse per le vie, cercando Julius. Le strade per la maggior parte erano buie. Alcuni ostelli erano aperti, cercò di vedere se dentro c’era il ragazzo ma niente. Si passò una mano sulla fronte. Dannazione!
Marcus non gli aveva messo il ciondolo con scritto “tenemene fucia et revo camaedomnum et viventium in aracallisti”***, ma se qualcuno avesse scoperto che era uno schiavo e che era da solo a quell’ora, avrebbe pensato che fosse fuggito e non voleva di certo essere arrestato.
Ormai doveva essersi fatto parecchio tardi, pensò rallentando il passo, forse era meglio tornare indietro e cercare il giovane con qualcun altro, magari avrebbe potuto chiedere aiuto a Gavriil. Stava per ritornare sui propri passi nel momento in cui vide alcuni ragazzi avvicinarsi e, fra le varie voci, riconobbe quella di Julius.
Quando si trovarono faccia a faccia, Julius si fermò e lo squadrò. Non si reggeva bene in piedi, segno che aveva bevuto un po’ troppo e neanche gli altri giovani che erano con lui non dovevano essere molto lucidi.
“Julius andiamo a casa” gli disse con voce ferma.
Il ragazzo alzò un sopracciglio e rise, anche gli altri sghignazzarono.
Julius fece qualche passo avanti.
“Sei solo uno schiavo, Alexandros, non pensare di poter dare a me ordini!” e cosi dicendo lo schiaffeggiò. Alexandros barcollò, non si era aspettato un comportamento simile.
Strinse i pugni, mentre la guancia gli andava in fiamme.
“Non ho ordinato niente a nessuno, sono venuto solo per riportarti a casa visto che tuo padre ti ha messo sotto la mia tutela” gli fece presente.
“Marcus non è mio padre!” gli urlò e volle dargli un altro schiaffo, ma uno dei suoi compagni lo fermò e guardò Alexandros.
“Non ti sembra di essere troppo arrogante, eh?” gli domandò “Ragazzi, divertiamoci un po’ con il bel schiavetto di Julius” e si riferì all’amico “Possiamo vero?”.
Julius stette in silenzio, dopo si fece da parte.
I quattro ragazzi si avvicinarono, due lo presero per le braccia, intanto che gli altri due gli sferravano calci e pugni.
Alexandros digrignò i denti, non poteva opporsi neanche se lo avesse voluto. Cercò di difendere almeno la sua dignità non lamentandosi.
Nel momento in cui uno gli diede una pugno nello stomaco sentì una lingua nell’orecchio, ringhiò, ma quello che ottenne furono solo delle risa.
Venne buttato per terra, uno gli teneva le mani ferme e un altro le gambe, intanto sentiva le mani di un terzo che gli violavano il corpo, cercò invano di divincolarsi, di gridare. Un altro schiaffo lo colpì al volto. Sentiva del sangue colargli dalle labbra indolenzite.
Finalmente Julius parve riprendersi e si avvicinò.
“Che cazzo state facendo?! Lasciatelo subito” comandò con la mano fra i capelli.
Era arrabbiato con Alexandros poiché lo aveva respinto, quindi aveva voluto vendicarsi un po’, tuttavia la situazione stava veramente degenerando.
“Fermatevi!” gridò vedendo Publius che si era messo in mezzo alle gambe di Alexandros e lo stava per prendere mentre l’altro gli mordeva violentemente le labbra.
Quelli non gli diedero ascolto, allora Julius si scaraventò su Publius che si alzò e gli diede un pugno alla tempia, il ragazzo cadde indietro, si volle rialzare, ma il suo cuore si raggelò non appena sollevò lo sguardo.
Una figura alta, possente, tesa si avvicinò a Publius. Gli altri tre si bloccarono.
Si udirono dei passi felpati e sicuri. Poi un urlo inorridito.
Marcus aveva afferrato per il collo Publius e stringeva con forza.


*Il nome della schiava Cassia è stato cambiato in Tia.

** Alexis è il diminutivo di Alexandros.

*** "arrestatemi se fuggo e riportatemi alla bella casa del mio padrone".