domenica 26 aprile 2009

Chase for love (capitolo 3)


Serafine valutò velocemente la situazione e le possibili vie che avrebbe potuto percorrere per raggiungere il suo signore.
Spronò il cavallo bianco inducendolo a galoppare più veloce, l’animale emise un verso contrariato, tuttavia obbedì al comando. Il ragazzo si chinò stendendosi quasi completamente sul suo dorso per permettergli di correre più celermente.
Improvvisamente vide davanti a sé un sentiero che si addentrava nel bosco, era in salita, a malapena si ricordò di quella viuzza, l’aveva percorsa anni addietro, quando, a causa di una frana, la strada principale era stata bloccata. Senza pensarci due volte la imboccò, fece alcuni giri a vuoto in un posto dove il sentiero era stato occupato dalla foresta, ma presto riuscì a ritrovare la sua continuazione.
Era allarmato, conosceva bene Samael e sapeva che quando si mostrava eccessivamente silenzioso era segno che stesse bollendo di rabbia.
Strinse le briglie fino a conficcarsi le unghie nei palmi abbassando la testa per non essere graffiato dai rami che scendevano fino a creare quasi una lunghissima volta sopra di lui, offuscando la luce calda del sole.
Dopo un tempo che gli parve un’infinità sbucò nuovamente nella strada principale. Si fermò guardandosi attorno. Non sapeva se era già passato oppure se era riuscito ad arrivare prima di lui. Attese alcuni minuti, oltre i quale decise di riprendere il suo inseguimento, però inaspettatamente udì dei veloci galoppi, un sussurro.
Sorrise trionfante mettendosi in mezzo alla strada.
Da una curva uscì lo stallone nero con il suo cavaliere.
Sembrava un dio con i suoi capelli scuri lasciati alle voglie del vento, con il corpo che seguiva i movimenti del forte animale, il viso corrugato.
Samael, vedendolo, intimò al cavallo di fermarsi. L’animale fece un giro completo attorno a Serafine che alzò un sopracciglio infastidito, non gli piaceva quando Samael mostrava la sua superiorità.
“Serafine, non ti intromettere” gli sibilò duramente.
“Non posso obbedirvi, mio signore. Non posso lasciarvi uccidere un uomo senza che questo abbia potuto ammettere le sue colpe ed espiato le sue pene. Dio ne sarebbe contrariato” ribatté l’uomo dai capelli chiari guardandolo con occhi ardenti.
“Serafine, non m’importa un bel niente del tuo Dio! Non intralciarmi la strada!” sbraitò minaccioso.
“Non lo fate. Ve ne pentirete, non potrete assassinare un uomo a sangue freddo” lo avvertì Serafine mettendosi davanti al suo cavallo e facendolo irritare.
“Tu non mi conosci, non sai di cosa sia capace” gli sibilò nervoso.
“Si, invece, vi conosco e dico che non farete fuori vostro zio”.
“Basta!” gridò superandolo, ma l’altro gli bloccò nuovamente la strada.
“Non INTROMETTERTI!”.
“Prima dovrete passare sul mio cadavere!” lo sfidò.
Si fissarono negli occhi, nel frattempo che con i cavalli si muovevano in cerchio. Si stavano studiando.
Era la prima volta che succedeva questo fra loro. Non si erano mai minacciati, mai confrontati in modo violento, mai rivolti parole dure.
Fin da adolescenti Samael era stato quello dall’animo inquieto, lunatico e impetuoso, invece Serafine era colui che impersonava il freno alle passioni dell’amico, che lo seguiva come un’ombra e lo calmava.
Ora, invece, non erano amici, erano due uomini che si osservavano prima di combattere e il risultato fu sorprendente; Samael, il forte e invincibile principe e cavaliere, non sapeva se avrebbe vinto o meno. Non aveva mai visto l’amico combattere, forse neanche lo sapeva fare, tuttavia pareva forte sotto quella moltitudine di vestiti, sotto quel viso reso sereno da chissà quali consapevolezze ultraterrene.
Saltarono nello stesso momento dai rispettivi cavalli sguainando le spade e incrociandole.
Serafine aveva degli ottimi riflessi, constatò Samael che cominciava ad eccitarsi.
Fece peso sulle ginocchia abbassandosi, cercò di colpirlo alle costole, ma l’altro si sottrasse all’attacco e a sua volta tentò l’offesa, ma fu respinto.
“Non sapevo fossi tanto bravo!” esclamò il principe saltando indietro per non essere colpito dalla spada dell’altro.
“Non gliene mai interessato saperlo” ribatté Serafine osservandosi rapidamente intorno e facendo il punto della situazione. Ancora un po’ e poteva intrappolare il suo adorato signore.
“Pensavo che per te esistesse solo il tuo Dio” gridò roco, aveva la gola secca, ma gli piaceva un mondo duellare con Serafine, era molto più bravo persino di Louis.
“Accanto a Lui, esistono anche altre cose! In guardia!” urlò dandogli un colpo in ridoppio con il quale lo ferì leggermente ad un braccio, soltanto allora Samael si rese conto che Serafine stava facendo sul serio. Per un attimo si sentì perso, la sua dolce guida spirituale lo stava veramente ferendo!
Questa consapevolezza gli fece male e reagì attaccandolo a sua volta, infatti fece uno sgualembro, colpendogli un ginocchio.
“Maledetto” mormorò Serafine constatando che Samael si addentrava nel bosco, quindi partì al suo inseguimento.
Samael si nascondeva dietro agli alberi, Serafine gli andava dietro per colpirlo, sembrava una danza, i suoi movimenti erano flessuosi, i passi veloci e felpati, la sua concentrazione non era mai stata cosi alta, l’adrenalina gli scorreva nel sangue.
Disgraziatamente, però, accaddero tre cose che gli fecero commettere un fatale errore: Samael uscì da dietro un albero inaspettatamente, il sole accecò Serafine e lui inciampò in una radice.
Serafine, inciampando, fece perdere l’equilibrio a Samael che cadde a terra mentre la sua spada volò via, lui gli andò addosso e troppo tardi si rese conto che stava impugnando l’arma che era puntata dritto al collo di Samael, in un attimo pensò di voler morire piuttosto che ucciderlo.
Ma Samael, che era rimasto lucido, afferrò rapidamente la lama della spada e impegnò tutta la sua forza per vincere quella di Serafine e della gravità per spostarla. L’arma bianca, infine, si conficcò nel terreno a pochi centimetri dal collo dell’uomo castano che era impallidito.
Si guardarono negli occhi ansimanti, Serafine tremò leggermente morsicandosi un labbro, invece Samael lo guardava severo.
“Volevi uccidermi?!” tuonò afferrandolo per le braccia.
“No!” gridò portandosi una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo “Dio, no!” mormorò poi flebilmente. Come poteva spiegargli il terrore che lo aveva colto nel momento in cui aveva pensato che lo avrebbe ucciso?
Samael lo esaminò; dai suoi occhi di ghiaccio stavano scendendo calde lacrime e gli si poteva leggere benissimo l’orrore che doveva aver provato solo a credere di assassinare un uomo. Il suo dolce Serafine. Non sarebbe mai cambiato, non sarebbe mai diventato un cavaliere impavido e senza cuore. Con la mano gli asciugò una lacrima lasciandogli una scia di sangue. Odiava comportarsi in quel modo, però Serafine era l’unico che tirava fuori la sua parte tenera.
“Ti ho sporcato” sussurrò l’uomo guardandosi i palmi che si era tagliato nel momento in cui aveva spostato la spada di Serafine.
“Non importa” mormorò l’altro cercando di alzarsi, tuttavia Samael lo abbracciò facendolo stendere su di sé.
Restarono a lungo cosi, Serafine ascoltava i battiti del suo signore. Erano regolari, il suo petto era caldo, il suo profumo era dolce.
Uno strano sentimento di intimità gli sconquassò lo stomaco. Le sue mani gli carezzavano i capelli lasciandogli tracce di rosso sangue fra i fili quasi bianchi. Non gli importava essere macchiato in quella maniera, a patto, però, che a sporcarlo fosse il suo sangue.
Qualcosa non andava. Doveva staccarsi al più presto dall’amico, non stava bene per niente che stessero abbracciati in quel modo, tanto più che sentiva una grande agitazione crescergli dentro.
“Ora lasciatemi, due uomini virili non dovrebbero trovare conforto uno nelle braccia dell’altro” parlò piano, la lenta carezza di Samael si fermò, ma non tolse la mano dai suoi capelli.
“Perché? Quando eravamo adolescenti venivi sempre da me per essere confortato, spesso dormivamo anche insieme” gli fece presente con voce falsamente meravigliata.
“Eravamo bambini, mio signore, ora siamo due uomini”.
“E allora?”.
“Io non sono Louis” disse sarcastico.
“Cosa diavolo c’entra Louis adesso?” sbottò Samael.
“Lui può trovare rifugio presso di voi, non io” disse.
“Bene, allora togliti” gli ordinò con voce fredda.
“Eh?”.
“Togliti” ripeté scocciato.
Serafine balzò su e si allontanò di qualche passo. Era irritato. Lo aveva trattato come una prostituta, ma chi credeva d’essere?! Sbuffò offeso, guardandolo sottecchi, lo vide rialzarsi, anche lui era cupo in volto. Gli si avvicinò strappandosi parte della camicia bianca.
“E’ per coprire la ferita” rispose allo sguardo interrogatore dell’altro, gli prese le mani e cominciò a fasciarle senza rendersi conto di Samael che gli fissava l’addome rimasto nudo, poiché la camicia era stata asportata.
“Tu per me non sei come Louis” disse piano “Tu sei molto più importante, sei mio amico, mio fratello, mio compagno, invece lui è…è…” parlò senza trovare le parole giuste.
“Un divertimento perenne?” gli suggerì Serafine finendo di fasciarlo.
“Si! Perché lui non mi contraddice mai e fa quello che voglio, ma tu…”.
“Io sono il solo che non le obbedisce” finì per lui.
Samael annuì sorridendogli.
“Dai torniamo al castello”.
“Come? Non ha più intenzione di uccidere nessuno?” gli domandò beffardo.
“Per oggi mi hai già ucciso abbastanza tu. Torniamo ai cavalli”.
Serafine acconsentì e seguì il suo signore stupendosi di essersi inoltrati cosi tanto nella foresta, ma nella foga nel duello non se n’era reso conto.
Improvvisamente si udì un boato, un mormorio di persone, passi veloci, bestemmie, imprecazioni.
I due si bloccarono.
Non erano arrivati ai cavalli, si trovavano in una piccola discesa, da dietro gli alberi uscirono uomini che indossavano pantaloni scuri, stivali, alcuni erano a petto nudo, altri con una camicia scura, erano armati.
Erano più di quaranta, gli accerchiarono.
Samael e Serafine strinsero forte le spade nelle mani attaccando le loro spalle e concentrandosi sugli indesiderati ospiti.
Gitani.

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