mercoledì 29 aprile 2009

Noi due ( capitolo 5)



Sbarrò gli occhi sentendo qualcuno accanto a sé.
Una cameriera fece un balzo indietro per lo spavento, allora il ragazzo la guardò sorpreso chiedendole spiegazioni con lo sguardo.
“Buongiorno signore, mi scusi se l’ho svegliata” bofonchiò la ragazza timidamente.
Gabriel si portò una mano dietro la nuca cercando di accelerare il suo intorpidimento dovuto al sonno.
“Ah, non ti preoccupare…” mormorò ricordandosi cosa fosse successo quella notte e immediatamente si sentì crescere dentro una rabbia inimmaginabile. Come aveva osato il pervertito prenderlo in quel modo? Come una puttana?
“Bene signore, ecco la colazione che il signor Hesediel mi ha ordinato di portarle, spero sia di suo gradimento”.
“No, penso proprio che mi andrà di traverso” commentò acido, poi aggiunse “E a proposito di quello stronzo, sa dov’è andato?” domandò coprendosi con le lenzuola dopo aver constatato di essere quasi del tutto scoperto.
Situazione abbastanza imbarazzante.
“Non lo so, signore, è uscito circa un’ora fa” rispose stupita da quel ragazzo irritato cosi di prima mattina.
“Meno male” disse sottovoce.
“Signore, se non vuole null’altro, chiedo congedo”.
“Si, certo vai pure” permise distrattamente, mentre il suo sguardo cadde sulla frutta, i biscotti, il latte, la spremuta che la donna gli aveva portato “E grazie…” abbozzò un sorriso.
Dopo che la cameriera uscì, Gabriel saltò su dal letto diretto verso il bagno, dove si ritrovò davanti il suo volto. Si avvicinò allo specchio esaminandosi con attenzione.
“Dio, pare che si veda sulla mia faccia cosa abbia fatto!” si toccò il naso, le labbra gonfie, il mento “E questo? Oh, sono le orme delle dita del pervertito! Ma cosa voleva fare? Spezzarmi?! Non gli è bastato rompermi il… ah! Che rabbia che mi fa! Mi ha violentato, quello stronzo! E io ero troppo stanco e stordito per ribellarmi come si deve!” si portò una mano fra le natiche e arrossì “Fa ancora male! Gliela farò pagare, la pagherà!” bofonchiava cosi tra sé e sé mettendosi sotto il caldo getto della doccia. Chiuse gli occhi restando immobile sotto l’acqua che gli scorreva lungo il corpo offeso. Voleva pulirsi, lavarsi, far sparire ogni traccia di quell’uomo dalla propria pelle. Inaspettatamente, tuttavia, gli tornò alla mente l’immagine di Hesediel sopra di sé, il bel volto concentrato sul proprio piacere, il suo odore aspro e gradevole, le mani grandi che lo toccavano, lo stringevano, lo carezzavano. Per un attimo il suo cuore ebbe un sussulto e sentì il bisogno di appoggiarsi con la schiena al muro. Le sue mani.
Le mani di Hesediel lo avevano fatto venire!
Si era dimenticato di quel particolare, dopo che l’uomo era andato a farsi una doccia, lui si era addormentato stanco sia per la serata che per l’amplesso e solo in quel momento si ricordò che anche lui aveva provato piacere. Cristo, come era potuto succedere? Cosa gli faceva quello? Lo aveva visto solo due volte e già ci era pure andato a letto, per di più godendo!
Uscì frettolosamente dal suo appartamento sperando di non incontrarlo; giunse al pianterreno alla reception, dove si prendevano prenotazioni sia per i biglietti per la discoteca e i pub sia per l’albergo che, aveva scoperto a sue spese, si trovava al quarto e quinto piano.
Un uomo sulla mezza età lo salutò chiedendogli se fosse lui l’ospite dell’eccellentissimo signor van Haff, il ragazzo aggrottò le sopracciglia. Beh, poteva prendersi subito una piccola rivincita.
“No, si sbaglia” lo contraddisse sorridendogli torvo.
“Come? Mi scusi, ma lei non è Gabriel Belleirs?” domandò l’uomo incredulo. Il ragazzo meravigliato, prese nota mentalmente di quel dettaglio: Hesediel sapeva il suo nome completo, sebbene lui non glielo avesse mai detto e per di più si era curato di informare la reception che lui si trovasse nella sua suite e di ordinare pure la colazione.
“Certo, sono io, ma volevo assicurare che non sono ospitato dal signor van Haff” parlò piano, con tono di confidenza.
“Mi perdoni signore, ma non capisco” rispose l’uomo confuso e accanto a lui venne un altro più giovane che parlava con la cameriera che gli aveva portato la colazione. Il ragazzo quasi sorrise, ma si trattenne nel frattempo che rivolgeva ai tre un’occhiata complice.
“Hesediel vuole che non lo sappia nessuno, perché c’è di mezzo l’opinione della gente, sapete com’è una relazione fra due uomini per il secolo” iniziò a dire con fare furtivo, i due più giovani annuirono piano, invece quello più grande cercò di dare un contegno alla propria curiosità e affermò “Signore, ancora non comprendo di cosa lei stia parlando”.
“Vedete, io sono…” abbassò la voce avvicinandosi verso di loro attraverso il bancone “…sono suo MARITO” confessò sottolineando quell’ultima parola. I tre rimasero interdetti.
“Per questo stamattina…” affermò la ragazza con fare alludente.
“Si, ma non lo dite in giro” disse alzando le spalle mentre spiava le reazioni che aveva suscitato.
“Ma com’è possibile? Qui non ci sono leggi che permettono…” s’intromise l’uomo più giovane.
“Ci siamo sposati in Spagna, già, bel paese la Spagna. In ogni modo volevo confessarvelo solo perché sapeste che non sono un OSPITE, come sono molti altri che passano nel suo letto” parlò con voce triste. Loro si guardarono e decisero silenziosamente di lasciare la parola alla donna.
“Cosa dice? Il signore non la tradisce…” cercò di calmarlo, pensando, la poverina, che stesse sul punto di scoppiare in lacrime.
“No, grazie per il suo gentile tentativo di tirarmi su, ma so benissimo che mi mette le corna; sa quanti bei ragazzi e belle ragazze ci sono in giro? E poi con uno come lui chi non ci andrebbe?” recitò la parte del maritino ferito.
La ragazza gli si avvicinò e gli sfiorò il braccio con la mano in un gesto di conforto.
“Oh, non sai come soffro! Lo amo cosi tanto da non poterlo lasciare sapendo che mi fa tutto questo! Cosa devo fare?” chiese retoricamente portandosi una mano alla fronte.
“Lo so, è difficile, ma se continua cosi… lei soffrirà soltanto, deve indurlo a fare una scelta” affermò lei decisa. I due uomini annuivano piano.
“No, ancora non lo posso fare, lo amo troppo… io me ne vado, non potrò vederlo stasera, quando tornerà da chissà quale sua nuova fiamma. Arrivederci e grazie di tutto” si congedò sentendo di non farcela più a trattenersi dallo sbottare a ridere.
Quelli salutarono con volti contriti e partecipi alla sua sofferenza d’amore.
Una volta uscito fuori rise piano per non attirare l’attenzione. Cavolo! Avrebbe dovuto fare l’attore melodrammatico! Quei creduloni se l’erano bevuta tutta. Sorrise soddisfatto. In un’ora al massimo tutti gli adetti avrebbero saputo dell’amore infelice del “marito” di Hesediel, di cui aveva dato un ritratto alquanto calunniatore. Beh, se lo meritava.
“E adesso vediamo come te la cavi con i pettegolezzi della gente, stronzo”.

Nel momento in cui entrò nel collegio del Frejus, Gabriel capì che si trovava in un mare di guai.
Davanti a lui c’erano il suo professore- istruttore Kasim di combattimenti notturni e di tattiche fermo in piedi che lo osservava con sguardo severo, accanto Mistero Orso, ovvero il preside Federick Bear e la professoressa Violante, una delle insegnanti della parte femminile del collegio.
Il ragazzo si immobilizzò nel vedere tutte e tre le autorità più insigni della scuola ad aspettarlo.
Si mise sull’attenti salutando e aspettando che prendessero la parola. Mentalmente maledì il proprio abbigliamento, ma almeno aveva il cappotto lungo bianco che lo faceva sembrare meno osceno ai loro occhi.
“Soldato Belleirs, chi le ha dato l’ordine di lasciare la scuola?” domandò duramente il professor Kasim.
“Nessuno, signore” rispose cercando di trattenere il tremito della voce.
“Ha chiesto il permesso di abbandonare la scuola?”.
“No, signore”.
“Ha abbandonato la scuola senza essere stato autorizzato?”.
“Signorsì, signore”.
“Perché soldato?” lo interrogò avvicinandosi, il ragazzo pensò rapidamente alla risposta da dare, se avrebbe detto la verità gli sarebbe toccata una punizione che sarebbe durata buona parte dell’anno, inorridiva soltanto a pensarlo, però se avevano colto i gemelli in fallo lo sapevano e quindi, nel caso in cui avrebbe detto una bugia, sarebbe andata molto peggio. In una frazione di secondo decise di tentare di dire il falso, ma quando aprì la bocca per parlare, l’altro lo interruppe.
“Glielo dico io il perché, soldato: perché voleva scopare la sua ragazza, non è forse cosi?” disse facendo trasalire tutti per aver usato quel verbo volgare, però pronunciato in quel modo gli diede un’accezione negativa all’inverosimile. Subito il cervello di Gabriel collegò quell’affermazione ai gemelli. Di sicuro erano stati interrogati anche loro e, per cercare di difenderlo, avevano rivelato che fosse andato via per incontrarsi con una fantomatica ragazza.
“Signorsì, signore”.
“Bene soldato, sarai ascoltato dal preside Bear che deciderà la sua punizione. Consegna di Rigore. Sceglietevi un difensore, se volete” enunciò in fretta facendolo trasalire.
Consegna di Rigore.
“Non sceglierò nessun difensore, signore” lo informò cercando di controllarsi.
“No? Meglio, almeno mostra dignità, soldato. Bene, vada subito in ufficio del preside, dopo torni alle mie lezioni. Penso che la terranno occupato a lungo, soldato Belleirs” commentò con una punta di soddisfazione nella voce.
“Signorsì, signore”.
Il professor Kasim andò dalla parte opposta alla sua e agli altri due che lo precedevano.
Si passò una mano fra i capelli. Cosa accidenti aveva fatto? Consegna di Rigore.
Come avrebbe spiegato questo al padre? Lui, che non gli aveva mai dato un grattacapo, ora si beccava una maledetta, fottutissima consegna di Rigore.
Una delle punizioni che sarebbe rimasta nel foglio matricolare. Dio, perché erano stati cosi duri? Chiuse i pugni, serrò la mascella fino allo spasimo. Aveva sbagliato e ora doveva pagarne le conseguenze, tutto qui, e lui non era di certo un codardo.
Una volta nell’ufficio del preside, si mise di fronte alla grande scrivania dove sedeva Mister Orso che lo fissava assorto, accanto a lui c’era la professoressa Violante. La cagna, pensò con astio.
“Soldato Belleirs, perché non ha avvertito? Fino ad ora è stato uno studente modello” disse il preside guardando dei registri, dove evidentemente erano annotate le sue rendite scolastiche.
“Volevo uscire, signore, e non c’era più nessuno a cui avrei potuto chiedere l’autorizzazione di lasciare la scuola” parlò con sguardo fisso davanti a sé, cercò di non far trasparire nessuna incrinatura dalla voce.
“Capisco, i giovani d’oggi sono molto inquieti, vero soldato?”.
“Signorsì, signore”.
“Cosa ne pensa, professoressa Violante?” domandò allora alla donna passandole un foglio verde, quella lo esaminò velocemente, poi lo osservò in silenzio.
“Affermo che il professor Kasim abbia avuto ragione a dargli la consegna di Rigore, tuttavia, in base ai meriti precedenti, ritengo che la cosa si possa risolvere in privato, cosa ne dice preside?” domandò la donna all’altro senza, però, togliere lo sguardo dal ragazzo nel cui cuore risuscitò un barlume di speranza.
L’uomo meditò su quella opzione, infine assentì.
“Si, non le daremo la consegna di Rigore, tuttavia sarà indispensabile avvertire suo padre dell’accaduto e avrà sette giorni di punizione. Soldato, è stato davvero imprudente a combinarne una del genere proprio ora che sta ancora male, sa che il professor Kasim ci andrà pesante, vero?”.
“Signorsì, signore, la ringrazio per…” ringraziò non trovando le parole. Voleva quasi sospirare di sollievo. Sapeva che l’ira del padre sarebbe stata enorme, ma almeno si era risparmiato la consegna di Rigore nel foglio di matricolazione.
“Non mi ringrazi, soldato, la sua colpa la pagherà lo stesso” lo avvertì prendendo a scrivere frettolosamente su un foglio “Tenga, porti questo al professor Kasim e si vada a riposare, ne avrà bisogno” disse congedandolo, il ragazzo li salutò e girò sui tacchi.
Non avrebbe mai pensato che Mister Orso, sempre cosi duro, avrebbe chiuso un occhio per una punizione, per di più senza rimproverarlo come faceva sempre.
Sorrise leggermente, poi si ricordò del foglio e lo guardò: era indirizzato verso il professor Kasim, lo informava di quello che era successo nell’ufficio dal quale era uscito poco prima e della modalità di punizione, che lui non capì dato che era in codice, ed infine, gli chiedeva di lasciarlo libero quel giorno per riposarsi.
Trovò il suo professore in uno dei cortili che usavano per l’addestramento, lo salutò e gli passò il foglio, quello gli diede una rapida occhiata.
“Se l’è cavata soldato Belleirs, per stavolta, ma da domani non si aspetti nessuno sconto da parte mia. Ora vada e non esca dalla sua stanza” lo avvertì dandogli le spalle e andando a interferire sugli studenti.

domenica 26 aprile 2009

Chase for love (capitolo 3)


Serafine valutò velocemente la situazione e le possibili vie che avrebbe potuto percorrere per raggiungere il suo signore.
Spronò il cavallo bianco inducendolo a galoppare più veloce, l’animale emise un verso contrariato, tuttavia obbedì al comando. Il ragazzo si chinò stendendosi quasi completamente sul suo dorso per permettergli di correre più celermente.
Improvvisamente vide davanti a sé un sentiero che si addentrava nel bosco, era in salita, a malapena si ricordò di quella viuzza, l’aveva percorsa anni addietro, quando, a causa di una frana, la strada principale era stata bloccata. Senza pensarci due volte la imboccò, fece alcuni giri a vuoto in un posto dove il sentiero era stato occupato dalla foresta, ma presto riuscì a ritrovare la sua continuazione.
Era allarmato, conosceva bene Samael e sapeva che quando si mostrava eccessivamente silenzioso era segno che stesse bollendo di rabbia.
Strinse le briglie fino a conficcarsi le unghie nei palmi abbassando la testa per non essere graffiato dai rami che scendevano fino a creare quasi una lunghissima volta sopra di lui, offuscando la luce calda del sole.
Dopo un tempo che gli parve un’infinità sbucò nuovamente nella strada principale. Si fermò guardandosi attorno. Non sapeva se era già passato oppure se era riuscito ad arrivare prima di lui. Attese alcuni minuti, oltre i quale decise di riprendere il suo inseguimento, però inaspettatamente udì dei veloci galoppi, un sussurro.
Sorrise trionfante mettendosi in mezzo alla strada.
Da una curva uscì lo stallone nero con il suo cavaliere.
Sembrava un dio con i suoi capelli scuri lasciati alle voglie del vento, con il corpo che seguiva i movimenti del forte animale, il viso corrugato.
Samael, vedendolo, intimò al cavallo di fermarsi. L’animale fece un giro completo attorno a Serafine che alzò un sopracciglio infastidito, non gli piaceva quando Samael mostrava la sua superiorità.
“Serafine, non ti intromettere” gli sibilò duramente.
“Non posso obbedirvi, mio signore. Non posso lasciarvi uccidere un uomo senza che questo abbia potuto ammettere le sue colpe ed espiato le sue pene. Dio ne sarebbe contrariato” ribatté l’uomo dai capelli chiari guardandolo con occhi ardenti.
“Serafine, non m’importa un bel niente del tuo Dio! Non intralciarmi la strada!” sbraitò minaccioso.
“Non lo fate. Ve ne pentirete, non potrete assassinare un uomo a sangue freddo” lo avvertì Serafine mettendosi davanti al suo cavallo e facendolo irritare.
“Tu non mi conosci, non sai di cosa sia capace” gli sibilò nervoso.
“Si, invece, vi conosco e dico che non farete fuori vostro zio”.
“Basta!” gridò superandolo, ma l’altro gli bloccò nuovamente la strada.
“Non INTROMETTERTI!”.
“Prima dovrete passare sul mio cadavere!” lo sfidò.
Si fissarono negli occhi, nel frattempo che con i cavalli si muovevano in cerchio. Si stavano studiando.
Era la prima volta che succedeva questo fra loro. Non si erano mai minacciati, mai confrontati in modo violento, mai rivolti parole dure.
Fin da adolescenti Samael era stato quello dall’animo inquieto, lunatico e impetuoso, invece Serafine era colui che impersonava il freno alle passioni dell’amico, che lo seguiva come un’ombra e lo calmava.
Ora, invece, non erano amici, erano due uomini che si osservavano prima di combattere e il risultato fu sorprendente; Samael, il forte e invincibile principe e cavaliere, non sapeva se avrebbe vinto o meno. Non aveva mai visto l’amico combattere, forse neanche lo sapeva fare, tuttavia pareva forte sotto quella moltitudine di vestiti, sotto quel viso reso sereno da chissà quali consapevolezze ultraterrene.
Saltarono nello stesso momento dai rispettivi cavalli sguainando le spade e incrociandole.
Serafine aveva degli ottimi riflessi, constatò Samael che cominciava ad eccitarsi.
Fece peso sulle ginocchia abbassandosi, cercò di colpirlo alle costole, ma l’altro si sottrasse all’attacco e a sua volta tentò l’offesa, ma fu respinto.
“Non sapevo fossi tanto bravo!” esclamò il principe saltando indietro per non essere colpito dalla spada dell’altro.
“Non gliene mai interessato saperlo” ribatté Serafine osservandosi rapidamente intorno e facendo il punto della situazione. Ancora un po’ e poteva intrappolare il suo adorato signore.
“Pensavo che per te esistesse solo il tuo Dio” gridò roco, aveva la gola secca, ma gli piaceva un mondo duellare con Serafine, era molto più bravo persino di Louis.
“Accanto a Lui, esistono anche altre cose! In guardia!” urlò dandogli un colpo in ridoppio con il quale lo ferì leggermente ad un braccio, soltanto allora Samael si rese conto che Serafine stava facendo sul serio. Per un attimo si sentì perso, la sua dolce guida spirituale lo stava veramente ferendo!
Questa consapevolezza gli fece male e reagì attaccandolo a sua volta, infatti fece uno sgualembro, colpendogli un ginocchio.
“Maledetto” mormorò Serafine constatando che Samael si addentrava nel bosco, quindi partì al suo inseguimento.
Samael si nascondeva dietro agli alberi, Serafine gli andava dietro per colpirlo, sembrava una danza, i suoi movimenti erano flessuosi, i passi veloci e felpati, la sua concentrazione non era mai stata cosi alta, l’adrenalina gli scorreva nel sangue.
Disgraziatamente, però, accaddero tre cose che gli fecero commettere un fatale errore: Samael uscì da dietro un albero inaspettatamente, il sole accecò Serafine e lui inciampò in una radice.
Serafine, inciampando, fece perdere l’equilibrio a Samael che cadde a terra mentre la sua spada volò via, lui gli andò addosso e troppo tardi si rese conto che stava impugnando l’arma che era puntata dritto al collo di Samael, in un attimo pensò di voler morire piuttosto che ucciderlo.
Ma Samael, che era rimasto lucido, afferrò rapidamente la lama della spada e impegnò tutta la sua forza per vincere quella di Serafine e della gravità per spostarla. L’arma bianca, infine, si conficcò nel terreno a pochi centimetri dal collo dell’uomo castano che era impallidito.
Si guardarono negli occhi ansimanti, Serafine tremò leggermente morsicandosi un labbro, invece Samael lo guardava severo.
“Volevi uccidermi?!” tuonò afferrandolo per le braccia.
“No!” gridò portandosi una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo “Dio, no!” mormorò poi flebilmente. Come poteva spiegargli il terrore che lo aveva colto nel momento in cui aveva pensato che lo avrebbe ucciso?
Samael lo esaminò; dai suoi occhi di ghiaccio stavano scendendo calde lacrime e gli si poteva leggere benissimo l’orrore che doveva aver provato solo a credere di assassinare un uomo. Il suo dolce Serafine. Non sarebbe mai cambiato, non sarebbe mai diventato un cavaliere impavido e senza cuore. Con la mano gli asciugò una lacrima lasciandogli una scia di sangue. Odiava comportarsi in quel modo, però Serafine era l’unico che tirava fuori la sua parte tenera.
“Ti ho sporcato” sussurrò l’uomo guardandosi i palmi che si era tagliato nel momento in cui aveva spostato la spada di Serafine.
“Non importa” mormorò l’altro cercando di alzarsi, tuttavia Samael lo abbracciò facendolo stendere su di sé.
Restarono a lungo cosi, Serafine ascoltava i battiti del suo signore. Erano regolari, il suo petto era caldo, il suo profumo era dolce.
Uno strano sentimento di intimità gli sconquassò lo stomaco. Le sue mani gli carezzavano i capelli lasciandogli tracce di rosso sangue fra i fili quasi bianchi. Non gli importava essere macchiato in quella maniera, a patto, però, che a sporcarlo fosse il suo sangue.
Qualcosa non andava. Doveva staccarsi al più presto dall’amico, non stava bene per niente che stessero abbracciati in quel modo, tanto più che sentiva una grande agitazione crescergli dentro.
“Ora lasciatemi, due uomini virili non dovrebbero trovare conforto uno nelle braccia dell’altro” parlò piano, la lenta carezza di Samael si fermò, ma non tolse la mano dai suoi capelli.
“Perché? Quando eravamo adolescenti venivi sempre da me per essere confortato, spesso dormivamo anche insieme” gli fece presente con voce falsamente meravigliata.
“Eravamo bambini, mio signore, ora siamo due uomini”.
“E allora?”.
“Io non sono Louis” disse sarcastico.
“Cosa diavolo c’entra Louis adesso?” sbottò Samael.
“Lui può trovare rifugio presso di voi, non io” disse.
“Bene, allora togliti” gli ordinò con voce fredda.
“Eh?”.
“Togliti” ripeté scocciato.
Serafine balzò su e si allontanò di qualche passo. Era irritato. Lo aveva trattato come una prostituta, ma chi credeva d’essere?! Sbuffò offeso, guardandolo sottecchi, lo vide rialzarsi, anche lui era cupo in volto. Gli si avvicinò strappandosi parte della camicia bianca.
“E’ per coprire la ferita” rispose allo sguardo interrogatore dell’altro, gli prese le mani e cominciò a fasciarle senza rendersi conto di Samael che gli fissava l’addome rimasto nudo, poiché la camicia era stata asportata.
“Tu per me non sei come Louis” disse piano “Tu sei molto più importante, sei mio amico, mio fratello, mio compagno, invece lui è…è…” parlò senza trovare le parole giuste.
“Un divertimento perenne?” gli suggerì Serafine finendo di fasciarlo.
“Si! Perché lui non mi contraddice mai e fa quello che voglio, ma tu…”.
“Io sono il solo che non le obbedisce” finì per lui.
Samael annuì sorridendogli.
“Dai torniamo al castello”.
“Come? Non ha più intenzione di uccidere nessuno?” gli domandò beffardo.
“Per oggi mi hai già ucciso abbastanza tu. Torniamo ai cavalli”.
Serafine acconsentì e seguì il suo signore stupendosi di essersi inoltrati cosi tanto nella foresta, ma nella foga nel duello non se n’era reso conto.
Improvvisamente si udì un boato, un mormorio di persone, passi veloci, bestemmie, imprecazioni.
I due si bloccarono.
Non erano arrivati ai cavalli, si trovavano in una piccola discesa, da dietro gli alberi uscirono uomini che indossavano pantaloni scuri, stivali, alcuni erano a petto nudo, altri con una camicia scura, erano armati.
Erano più di quaranta, gli accerchiarono.
Samael e Serafine strinsero forte le spade nelle mani attaccando le loro spalle e concentrandosi sugli indesiderati ospiti.
Gitani.

sabato 25 aprile 2009

Noi due (capitolo 4)


La discoteca più grande della città.
“Che diavolo fate? Lo sapete che in teoria non dovremmo neanche mettere piede qui?!” chiese Gabriel guardandosi intorno. Il locale si estendeva su ben cinque piani e aveva ancora due piani sotterranei; c’erano pub, discoteche, casinò.
“In teoria!” lo apostrofò Arael “Mica in pratica!”.
“Eddai, rilassati, non ci scoprirà nessuno” fece Ariel andando verso il bar.
Gabriel respirò profondamente cercando di calmarsi. In fondo era da tanto che non si divertiva e, se anche lo avessero visto lì, cosa gli poteva fare il preside? Giusto fare una telefonata al padre e sorbirsi tutti i lavaggi del cervello che potessero esistere.
Arael lo prese per mano trascinandolo verso il centro della pista, dove si stava ballando, molti ormai erano quasi a petto nudo, le ragazze erano poco vestite.
Faceva caldo, l’atmosfera era intossicante, si sentivano profumi di ogni tipo, l’odore dell’alcool e della pelle, era tutta una mischia di carne in movimento. Il ragazzo rimase come impietrito, ma Arael se lo avvicinò.
“Non fare quella faccia!” gli gridò all’orecchio per farsi sentire “Stasera sei uno schianto!”.
Gabriel rimase a bocca aperta. Sapeva di fare un certo effetto, però solo dopo le parole dell’amico si rese conto di come gli altri lo guardassero; infatti, i due gemelli lo avevano obbligato ad indossare dei pantaloni di pelle neri e stretti con una canottiera del medesimo colore e sopra un capotto bianco. Ora si era spogliato mettendo in risalto i giovani muscoli, frutto d’anni di allenamento.
Arael lo prese per le mani per indurlo a ballare. Non ci volle molto e lo seguì in quel vortice di musica, di giramento di testa, di pelle, di carne, di pazzia.
Chiuse gli occhi lasciandosi andare completamente. Qualcuno gli si accostò, però non ci badò e continuò a ballare; ballava indistintamente con uomini e con donne. Un uomo stava dietro di lui e una bella ragazza dai lunghi capelli gli si strusciava sul pube. Decise di continuare come se nulla fosse. E continuò. Continuò a ballare per ore che gli sembravano secoli; andò con i gemelli al bar dove bevvero una tequila, poi tornarono in pista; Ariel si era accostato con una ragazza con la quale, dopo un pò, era sparito; invece, nella foga della danza, Arael si era tolto la maglietta rimanendo a torso nudo. Un bel torso nudo.
Gli si avvicinò e cominciarono a danzare insieme. Le loro mani si sfioravano, le gambe si incontravano, si scostavano, si intrecciavano, le pelli si strusciavano; Arael passò una mano dietro alla nuca di Gabriel e se lo accostò; muoveva il proprio corpo flessuosamente, come se fosse un serpente. Il ragazzo arrossì rendendosi finalmente conto di quella situazione, che ormai era andata oltre la confidenza di due amici, tuttavia sentiva di non potersi tirare indietro. Ricambiò i movimenti di Arael, lo toccava dappertutto e si meravigliò nel constatare che non gli faceva schifo carezzare il corpo di un altro uomo, anzi era una cosa eccitante.
Si avvicinarono talmente tanto che le loro labbra quasi si toccavano, molti li osservavano estasiati, erano due ragazzi belli e lo spettacolo doveva essere alquanto provocante.
Gabriel mise una mano sulla spalla dell’amico.
“Torno subito…” parlò e gli leccò il lobo facendogli sfuggire un gemito. Sorrise compiaciuto mentre si faceva spazio fra la folla.
Una volta uscito dalla mischia, cercò i bagni, ma non li trovava, e quindi finì da qualche parte al quinto piano, dove stranamente non c’era nessuno. Dopo un attimo di indugio finalmente, in fondo a un corridoio, vide una targa che indicava da quale parte si trovassero i servizi.
Solo in seguito si rese conto di quanto fosse stanco; ormai era passata l’una, pensò che fosse meglio tornare al dormitorio poiché, nel caso in cui il preside o qualche professore avesse scoperto la loro scappatella, li avrebbe punito severamente, in fondo quella era una scuola militare, nella quale l’obbedienza era fondamentale.
Si passò una mano bagnata fra i capelli osservandosi nello specchio: era leggermente accaldato, i capelli erano scompigliati, nulla a che vedere con la pettinatura alla quale erano sottoposti a scuola, la canottiera gli si era attaccata alla pelle e anche i pantaloni gli davano fastidio.
Già, era sicuramente tempo di tornare indietro, tuttavia, nel momento in cui si avvicinò all’ascensore una mano forte si appoggiò al muro davanti a lui, facendolo restare fra la parete e un corpo alle sue spalle; un dolce alito lo fece rabbrividire.

“Non pensavo fossi il tipo da luoghi del genere” sussurrò una voce profonda in modo sensuale.
Gabriel si voltò e si trovò davanti gli occhi glaciali di Hesediel che lo osservava serio.
“Attento a non rovinarti il viso dalle tante espressioni che manifesti” commentò il ragazzo sarcastico “Dopo potresti avere bisogno di una plastica facciale”.
“E anche divertente…” mormorò l’altro “Non ti preoccupare per la mia faccia, ma hai ragione tu, penso proprio che fra poco avrò bisogno di una plastica” affermò con fare misterioso.
“Bene, conosco un buon chirurgo” fece lui cercando di divincolarsi da quella stretta “E levati”.
“Hey, animaletto… ma non ti hanno insegnato l’educazione? Una volta al Frejus tipi maleducati come te non potevano neanche metterci piede” sussurrò senza scomporsi minimamente e, soprattutto, senza farsi da parte.
“Educato sono con le persone che lo sono con me” ribatté l’altro.
“Uhm… e perché non sarei stato educato? Poiché ti ho preso dal bel mezzo della strada?”.
“Mi hai investito!”.
“Sei stato tu il colpevole”.
“E il tuo autista avrebbe dovuto aprire gli occhi quando guidava!”.
“Quindi ce l’hai con me…” parlò prendendogli il mento con due dita e costringendolo a guardarlo “… per questo” affermò prima di posare le labbra su quelle di Gabriel che gli mise le mani sul petto per allontanarlo da sé.
“Cosa accidenti credi di fare?!” urlò tentando di tirargli un pugno che venne ben intercettato dall’uomo, il quale gli afferrò i polsi delle mani e li portò sopra la testa di Gabriel.
“Mio… farti mio” gli bisbigliò all’orecchio addossandolo al muro.
“Lasciami! Che… che fai?!” gridò con voce roca quando Hesediel gli toccò con la punta delle dita il pube. Si guardarono negli occhi.
“Te l’ho detto, animaletto…” rispose ironico prendendolo di peso su una spalla, inutilmente il ragazzo gli tirava calci e pugni e strillava.
“Risparmia il fiato per dopo, tanto non ti sente nessuno qui…” lo avvertì avviandosi verso la sua suite.
“Lasciami maledetto! Ti ho detto di lasciarmi!” sbraitava continuando a tirare pedate e cazzotti.
“Femminuccia…” lo prese in giro.
“Ehhh?! Come hai detto, pervertito?”.
“Stai zitto”.
“Col cavolo! Quando mi lascerai giù ti riempirò di botte!” gridò ancora, l’uomo alzò il sopracciglio sorridendo sarcastico, mentre apriva una porta blindata.
Fece pochi passi in un ambiente completamento buio e lo buttò su un letto soffice. Il ragazzo, dopo un primo momento di meraviglia, cercò di tirarsi su, ma Hesediel non lo lasciò fare e lo premette sul materasso col proprio corpo.
“Che fai?!” chiese allarmato.
“Ti spoglio”.
“Non voglio!”.
“Se vuoi farlo con i vestiti per me va bene, ma non sarebbe cosi divertente” continuò quello scoprendogli il petto, però il ragazzo era deciso a non lasciargli fare i suoi comodi e cominciò a dibattersi cercando di allontanarlo da sé.
“Buono, animaletto” gli sussurrò con un sorriso truce sciogliendosi la cravatta e con forza gliela strinse attorno ai polsi per farlo stare fermo.
“Ti prego…non farlo” implorò vedendosi ormai in trappola. Hesediel lo osservò un momento, poi, senza una parola, lo baciò. Lo costrinse a rispondergli, nel frattempo gli toglieva i pantaloni e i boxer denudandolo. Il ragazzo sentì un brivido lungo il corpo. Certamente per il freddo, pensò.
La stanza si riempì ben presto dei lamenti di Gabriel che cercava ancora di sciogliersi dall’uomo che, invece, spogliatosi, lo baciò nuovamente nel momento in cui con una mano già iniziava a prepararlo all’atto sessuale.
“Ahi! Fa… fa male! Hese… ah, fermati!” cercò di gridare, ma la sua voce era troppo roca e fioca.
“Perché ti opponi tanto?” gli chiese senza interesse.
“Perché sono un… ah!...ragazzo!”.
“Motivo stupido” mormorò aprendogli le cosce e facendosi spazio in lui.
Gabriel trattenne il fiato con gli occhi sbarrati per il dolore, sentiva di essere stato appena squarciato.
“Ora puoi pure respirare” commentò beffardo Hesediel fissando il suo volto arrossato. Gabriel obbedì constatando che la fitta lacerante di poco si stava trasformando in un dolore più gestibile, tuttavia sentiva di star bruciando, e trattenne l’amante quando volle muoversi.
“Hesediel… fa male, non farlo…” mormorò respirando affannosamente.
“Rilassati, sentirai meno dolore” cominciò a muoversi piano con le mani che scioglievano il nodo della cravatta, era ormai sicuro che il ragazzo non lo avrebbe respinto. Gabriel cercò di affrontare la cosa almeno non lamentandosi come una femminuccia, ciò nonostante non poté far a meno di afferrarsi alle sue spalle mordendosi le labbra.
Si sentivano solo i loro respiri veloci, lo struscio dei corpi, delle lenzuola, i sospiri.
Gabriel aprì gli occhi e si sorprese nel vedere Hesediel nel momento in cui stava raggiungendo l’apice del piacere: il suo viso si era trasformato, aveva gli occhi chiusi e le labbra socchiuse, i capelli gli ricadevano sul volto, il suo corpo prestante era teso.
Chiuse gli occhi cercando di stare zitto.
Lo abbracciò graffiandolo sulla schiena con le unghie, mentre nascose il viso nell’incavo fra il collo e la spalla mordendolo violentemente. Hesediel emise un grido di dolore e di piacere insieme e si accasciò al suo fianco con gli occhi chiusi.

venerdì 24 aprile 2009

Noi due (capitolo 3)


Un dolce tepore gli accarezzava i sensi, un profumo di lavanda lo stava inebriando. Si mosse piano, ma sentì un certo dolore alla gamba e spalancò gli occhi. Gli era tornato in mente di essere stato investito! Balzò su aspettandosi di ritrovarsi in una stanza d’ospedale, però quello che vide lo sconvolse: stava in un immenso letto in una camera lussuosa, della cui due delle quattro pareti erano costituite soltanto da vetro che lasciavano intravedere tutta la città di notte. Era abbastanza in alto. Si portò una mano alla testa, si sentiva fiacco, come se fosse stato imbottito di sonniferi o calmanti; cercò di scendere giù dal letto, ma ricadde subito indietro, poiché sentì un forte dolore alla gamba. Si lamentò piano, chiedendosi dove diavolo si trovasse e cosa fosse successo. Le risposte arrivarono nel momento in cui rialzò il capo e i suoi occhi si posarono su un uomo che lo fissava sulla soglia della porta.
Si osservarono a lungo; Gabriel non poteva togliere lo sguardo dalla sua figura, gli pareva di averlo già visto, anche se non ricordava dove o chi fosse. L’uomo si accese una sigaretta.
“ Chi sei?” domandò il ragazzo vedendo che quello non proferiva parola.
“Il mio autista ti ha investito” disse semplicemente socchiudendo gli occhi.
“Ah, si? Bene e allora cosa ci faccio qui? Perché non mi hai portato all’ospedale?” latrò irritandosi.
L’uomo si avvicinò e gli si parò davanti. Gabriel rimase impressionato da quanto fosse massiccio, era un uomo davvero ben fatto, indossava un completo nero, i capelli erano pettinati all’indietro. Due occhi di ghiaccio s’impossessarono dei suoi.
“Perché il pronto soccorso era pieno, ora fammi vedere la gamba” gli ordinò, però Gabriel non gli obbedì.
“Sto bene” mentì, ma l’uomo senza tanti complimenti gli prese con forza l’arto e lo esaminò.
“Ehi! Lasciami la gamba!” urlò Gabriel cercando inutilmente di tirarla indietro.
“Fermo, animaletto” sibilò l’uomo tastandogli la caviglia.
“Come mi hai chiamato?!” sbottò il ragazzo facendo una smorfia di dolore.
“Animaletto” ripeté quello torcendogli la caviglia e facendolo urlare dal dolore.
“Aaahhhhhhh! Che…?!” gli si mozzò il fiato in gola. Faceva troppo male, un calore violento gli inondò tutto il piede e la gamba. L’uomo si alzò.
“Ora dovresti stare a posto”.
“Starò a posto quando me ne sarò andato” replicò fissandolo.
“Sei liberissimo di andartene” affermò andando verso la porta.
“E’ quello che farò!” disse rialzandosi e, dolorante, lo raggiunse e andò oltre, ma si bloccò, quando sentì il tono sarcastico con una punta di divertimento nella voce dell’altro.
“Ti conviene vestirti, fuori fa freddo” l’uomo alzò il sopracciglio, segno d’immensa emozione per quel volto impassibile. Allora gli occhi di Gabriel ricaddero sul proprio corpo: indossava solo una vestaglia di seta nera! Arrossì come un ladro dall’imbarazzo.
“Cosa…? Chi..?” balbettò.
“Io, non volevo di certo sporcarmi il letto con i tuoi vestiti bagnati. Valli a prendere, sono di là” fece indicandogli la stanza da letto. Il ragazzo non replicò, con gesto di stizza andò nella camera adiacente e si rivestì, i suoi abiti erano stati lavati e stirati.
Quando fu pronto uscì dall’appartamento salutando piano l’uomo. Giunse al pianterreno e scoprì che quello era l’albergo più lussuoso della città e quella che occupava il suo investitore era la suite reale.
Imbronciato cercò di tornare al dormitorio, che si trovava dalla parte opposta della città; ma chi cavolo era quell’uomo? Stranamente ripensando a lui si sentì avvampare.

Stava camminando per raggiungere la fermata, quando una macchina lo seguì e gli si fermò accanto, Gabriel guardò i vetri scuri della limousine nera dalla quale scese l’uomo di prima, lo prese per un braccio e lo buttò all’interno dell’automobile.
Chiuse lo sportello e diede comando all’autista di andare al collegio del giovane.
“Ehi, cosa fai? Vado da solo!” tuonò il ragazzo, tuttavia l’altro non gli diede importanza, prese a parlare al telefono. Discuteva d’affari, il suo tono era glaciale, non ammetteva repliche, ogni tanto guardava l’orologio. Sembrava essere di fretta. Lui cercò di parlare, ma fu azzittito.
Dopo circa un’ora la limousine si fermò davanti alla scuola e l’uomo chiuse la chiamata rivolgendogli uno sguardo indagatore.
“Siamo arrivati, è questo il tuo collegio?” domandò a bassa voce, il ragazzo annuì piano.
“G- grazie” mormorò imbarazzato, infatti, proprio davanti alla limousine c’era il suo gruppo di amici che fissavano la lussuosa automobile.
L’uomo prese dal taschino del petto un foglietto e si sporse per darglielo, ma quando Gabriel volle prenderlo, l’altro gli passò rapido una mano sotto il mento e lo attirò a sé posando le proprie labbra su quelle del giovane che volle tirarsi indietro, però lui gli mise una mano dietro la nuca obbligandolo a subire il bacio. Piano, con la lingua, gli disegnò il contorno delle labbra, dopodichè lo costrinse a schiuderle e a lasciarlo penetrare al loro interno, ad essere ospitato nella sua bocca. Gabriel gemette, suo malgrado, lasciandosi travolgere in un bacio intenso e mozzafiato. Nel momento in cui le loro bocche si staccarono l’uomo sorrise ironico tornando a poggiare con la schiena al sedile. Il ragazzo gli volle mollare un pugno, però quello non glielo lasciò fare, poiché aprì la portiera rendendolo visibile agli altri, quindi Gabriel, dopo avergli lanciato uno sguardo omicida, uscì fuori sbattendo lo sportello.
Gabriel fu accolto dai suoi amici che gli fecero spazio all’interno del gruppo, dove si trovava Hegyron che lo accolse fra le sue braccia.
L’uomo all’interno della limousine alzò nuovamente un sopracciglio facendo cenno all’autista di tornare all’albergo. Rischiava veramente di battere il proprio record di espressioni emotive sul volto.
“Animaletto selvatico…”.



Hesediel van Haff.
Rigirava il biglietto da visita fra le mani fissando quel nome dorato scritto a caratteri grandi; uno degli uomini d’affari più importanti, deteneva una pregiata multinazionale di catene gioielliere e alberghi di lusso.
Ora sapeva perché quella figura gli fosse sembrata conosciuta. Si mise prono affondando il capo nel cuscino che strinse violentemente arrossendo dalla vergogna. Dio! Era stato baciato da un uomo! E in che modo era stato baciato!
Ancora poteva sentire le sue labbra possenti sulle proprie, la lingua imperiosa che gli violava la bocca.
Sentì degli strani movimenti nello stomaco; si stava eccitando a ripensare a quel bacio! Era vero che aveva diciannove anni e aveva fatto pure delle esperienze, ma quello scambio di saliva gli aveva confuso le idee. Affondò di nuovo la testa fra il cuscino, mentre qualcuno aprì la porta e gli si sedette accanto. Hegyron gli passò la mano fra i capelli; a lui aveva raccontato tutto, omettendo, ovviamente, il fatto di essere stato baciato a tradimento.
“Com’è andata con Mister Orso?” gli chiese riferendosi al loro preside. Il ragazzo fece spallucce.
“Una bella sgridata, mi ha fatto la morale e poi si è preoccupato se stessi bene”.
“Gli hai detto di essere stato investito?”.
“Se no come avrei giustificato la mia mancanza di quasi due giorni? In ogni modo mi ha dato una settimana di assenza dagli allenamenti, quindi dovrai fare a meno di me per un paio di giorni” lo informò, la carezza di Hegyron si fermò alcuni secondi, poi ricominciò.
“Se vuoi cambieremo partner, cosi anche tu ti potrai allenare meglio”, Gabriel girò il capo per guardarlo, l’altro lo fissava morsicandosi il labbro inferiore.
“No, preferisco farlo con te, almeno tu mi insegni molte cose”.
“Va bene, prometto di metterci meno forza”.
“Ma che dici?! Cosi sembra che io sia un pappamolle!” esclamò Gabriel lanciandosi sull’amico e provocando la caduta di entrambi dal letto, cominciarono a tirarsi calci e pugni giocando.
Dopo una decina di minuti, si fermarono stanchi e, in silenzio, osservarono il soffitto fino a quando Hegyron non si voltò dalla parte dell’amico.
“Chi era quello che ti ha accompagnato?” gli domandò con una strana nota nella voce.
“Ah, nessuno di importante” rispose subito cercando di non far trapelare l’imbarazzo che provava. Si diede dello stupido, perché gli nascondeva la verità? In fondo lui non aveva fatto nulla di male, era stato quello a baciarlo! Lo guardò sottecchi; non se la sentiva di dirglielo, la sua reazione sarebbe stata imprevedibile, sapeva bene come guardasse male chi fosse gay. Improvvisamente arrossì, ma lui non era mica gay! Si alzò inaspettatamente, non aveva più voglia di stare in quella stanza con Hegyron, aveva bisogno di aria e di farsi meno pipe mentali.
Una volta uscito, si rese conto di aver il biglietto di Hesediel nella tasca, lo prese e, in un moto di stizza, lo accartocciò e lo volle gettare, tuttavia lo rimise nel posto dove stava prima.
Non oltrepassò ancora il cancello del collegio, quando udì due voci chiamarlo, esasperato si voltò verso i due ragazzoni che gli si avvicinavano. Naturalmente erano i gemelli Arael e Ariel, perennemente insieme. Uno lo prese sottobraccio da una parte e l’altro dall’altra parte.
“Ehi, bello addormentato nel bosco! Che fai tutto solo?” gli chiese Arael.
“Ciao…” mormorò Gabriel osservandoli, erano praticamente come due gocce d’acqua, con l’unica eccezione che Arael era più alto.
“Sai, Arael sostiene che ultimamente sei un po’ giù, soprattutto dopo l’investimento” intervenne Ariel.
“Già, chi è lo stronzo che ha osato investirti?!” chiese Arael scandalizzato.
“Ragazzi, va tutto bene, davvero… e poi è stata colpa mia perché volevo attraversare la strada senza assicurarmi…” mormorò stancamente.
“Secondo me non stai poi tanto bene, dai vieni con noi e vedrai che ti passerà tutto!” esclamò Arael trascinandolo verso il dormitorio.
“Ragazzi! Che state facendo?” gridò Gabriel allarmato, non voleva tornare al dormitorio!
“Ci divertiremo, vedrai” lo tranquillizzò Ariel facendogli l’occhiolino. Chissà perché, invece, il ragazzo non si sentiva per nulla rasserenato dal tono di voce dell’amico.

mercoledì 22 aprile 2009

Piccola, triste, parentesi


Oggi, aprendo il giornale, mi sono trovata sotto il naso una notizia che mi ha fatto accapponare la pelle: un articolo descriveva la punizione inflitta in Iraq agli omosessuali o presunti tali.

Partendo dal sostenere che non ci debbano essere differenze a livello legale rispetto all'orientamento sessuale dei cittadini, in quasi tutti i paesi africani è severamente punita l'omosessualità e ciò accade anche nei paesi asiatici; tuttavia, pure nei cosiddetti paesi "civili", sebbene non ci siano leggi contro l'omosessualità, è presente l'omofobia... perlomeno non prevedono durissime punizioni o la morte per "atti osceni contro natura".

Per esporre la mia indignazione, vi racconterò più precisamente cosa io abbia letto: al sospettato omosessuale si somministra un potente lassativo e gli si incolla l'ano con una colla speciale e, pertanto, è fatto morire cosi.

Io non ho parole.

Ho pensato "Cosa siamo? Belve?"; forse sono io ad esagerare, ma molti non si rendono conto della gravità di queste cose. Come può lo Stato, la società intromettersi nella vita privata di un singolo? Parlando di punizioni, un omosessuale può essere imprigionato per più di dieci anni, pagare multe inimmaginabili, essere impiccato, lapidato a morte, condannato ai lavori forzati, frustrato( attenzione: tutte queste punizioni sono previste maggiormente per i maschi, poichè spesso la modalità di punizione per le donne è sconosciuta).

Tutto ciò avviene in quanto sono condannati i rapporti anali (anche con le donne), questa è una proibizione espressamente dettata dal Corano per quanto riguarda gli islamici e qui mi chiedo: "Ha davvero un senso accanirsi tanto contro l'amore, sia esso omosessuale, soltanto perchè si pensa che ci sia un Dio che lo abbia vietato?", no, io non credo assolutamente che si possa ammettere una cosa del genere. Uccidere delle persone( e in che modo!) solo perchè si considera il loro rapporto contro natura( questo non è vero, giacché pure alcuni animali hanno comportamenti omosessuali) non è soltanto un'ingiustizia, ma non è neppure cosa umana.

Per quello che riguarda le altre zone, dove sono presenti altre religioni ci sono ancora leggi contro questo "reato", tuttavia queste stesse religioni, a differenza dell'islamismo, non proibiscono, almeno chiaramente, l'omosessualità, e, anzi, fino alla dominazione britannica lo ammettevano, guardate cosa afferma questa frase induista: riguardo a "tutto ciò che concerne l'amore, ognuno deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie inclinazioni".

Perciò, se sto interpretando bene il testo, sta a significare che ciascuno di noi è libero di amare chi vuole e lo Stato gli deve dare la possibilità di farlo.

Questo non avviene.

La maggior parte degli uomini condanna l'omosessualità. Perchè lo facciano, io, non capisco proprio. Per un loro dio? Per una malsana fede portata in extremis? Per schifo verso queste persone? O perchè loro stessi hanno paura, magari, di riconoscersi in uno di loro? Io una risposta non la so dare, ma ogni giorno che passa mi accorgo di quanto questo mondo sia malato e ipocrita.

E' triste che nel 2009 si debba aprire un giornale e chiedersi se siamo esseri umani o animali.


lunedì 20 aprile 2009

Alexandros (capitolo 8)



Alexandros rabbrividì piano. Guardò davanti a sé; Julius, Cornelius ed Aemilia stavano scrivendo, non c’era nessun altro. Scosse leggermente la testa. Gli era sembrato che ci fosse qualcun altro lì con loro. Tornò a controllare i conti del suo padrone.
Il ragazzo assunse un’espressione malinconica.
Subito dopo quella notte Marcus era dovuto partire in una campagna militare contro un gruppo di ribelli celti; alla partenza lo aveva visto più silenzioso e triste che mai, anche i suoi tre figli non esprimevano la gioia di sempre, Alexandros era certo che qualcosa gli sfuggisse; di norma, essere un generale in una campagna militare era un grandissimo onore per un civis Romanus, invece capì immediatamente che per Marcus fosse solo una seccatura.
Ormai erano passati due mesi da quando era partito, ogni tanto mandava delle lettere ai figli, nelle quali egli era del tutto inesistente. Questo gli faceva quasi male; anche se sapeva che per lui non era che un corpo, avrebbe voluto… alzò gli occhi al cielo, cosa avrebbe voluto? Nulla, non avrebbe voluto un bel niente da Marcus se non la propria libertà.
Bugiardo, pensò scocciato.
Julius lo stava osservando.

“ Ehi, maestro!”Alexandros si voltò sentendosi chiamare, Julius si fermò ansimando dopo la breve corsa.
“ Cosa c’è? Qualcosa che non hai capito a lezione?" cercò di sorridere.
“ No, vorrei parlare con voi, se non vi spiace”Julius era serio, Alexandros inarcò le sopracciglia. Lo fissò, infine annuì.
Normalmente, quando erano a lezione i ragazzi gli davano del lei, tuttavia quando parlavano come amici si davano del tu e lo stesso fece anche Julius che stava seduto sopra una grossa roccia, invece Alexandros sedeva sull’erba.
“ Ti manca Marcus, vero?”Julius arrivò subito al sodo.
Alexandros lo guardò meravigliato rimanendo a bocca aperta, non sapeva cosa dire, era innaturale che il padrone mancasse allo schiavo!
“ Non mi vuoi rispondere. Bene, secondo me ti manca: non ti rendi conto quanto i tuoi sentimenti siano ridicoli?”disse Julius tagliente.
Alexandros assunse un’espressione seria.
“ Finiscila, Julius! A te non deve importare nulla di quello che provo io, e poi non sento nessun sentimento per tuo padre se non stima perché è davvero un gran uomo”sibilò Alexandros, ma il suo alunno scoppiò in una risata ironica.
“ Si, certo! Pure a letto è un gran uomo, vero?”replicò il ragazzo.
Alexandros si voltò verso di lui con un sorrisino sarcastico.
“ Cosa c’è Julius? Sei geloso?”lo fulminò con lo sguardo, l'altro socchiuse gli occhi.
“ Se lo fossi?”.
“ Smettila di dire sciocchezze! Dimmi perché mi volevi parlare e finiamola qui”gli disse sospirando.
“ No, invece parliamo di questo. Tu ami Marcus, guarda che se ne accorgerebbe anche un cieco”.
“ Baggianate! Come puoi pensare che io…”non finì la frase e fece un gesto esasperato con la mano.
“ E’ cosi… da quando lui non c’è tu ti sei come spento, nemmeno quando sei arrivato qui, quando lottavi per accettare la tua condizione di schiavo, non eri cosi triste!”.
“ Julius… ti sbagli, sei troppo giovane, stai scambiando la stima per qualcos’altro”resistette, ma l’altro lo prese per un polso costringendolo a guardarlo in viso.
“ Bugiardo… anche tu sei giovane, ti puoi benissimo innamorare di una persona in cui vedi una specie di modello”lo avvertì.
“ Dimmi un po’ Julius: come mai disprezzi tuo padre?”gli chiese duramente, il ragazzo lasciò la presa scoppiando a ridere " Cosa c’è da ridere tanto?”.
“ Lui non è mio padre, Alexandros”gli svelò infine con voce triste” Non è né di Aemilia né di Cornelius, lui è nostro zio”.
“ Come…?”Alexandros era disorientato, non capiva; perché allora tutti dicevano che erano i suoi figli?
“ I nostri genitori sono stati uccisi da una brigata di celti, da allora lui ci ha cresciuti. Tutto qui”disse con voce incolore.
“ Non lo sapevo, però ciò non toglie che gli devi portare rispetto perché se non avesse tenuto a voi non vi avrebbe preso con sé”lo ammonì il ragazzo.
Julius ridacchiò, lo prese per la spalla sedendosi accanto a lui, Alexandros serrò le mascelle. Il romano gli passò la punta dell’indice sulle labbra, il greco lo fissava attonito.
“ Cosa stai facendo?”ringhiò Alexandros, ma Julius non si degnò di rispondergli, velocemente gli mise una mano dietro la nuca e con la forza avvicinò il suo viso al proprio, premette le proprie labbra su quelle di Alexandros che si divincolò inutilmente, infatti Julius era più forte di lui e lo baciò in un modo del tutto nuovo, furiosamente, con impazienza, pareva quasi una punizione, allora Alexandros volle tirargli un pugno, ma lui lo bloccò portandogli le mani sopra la testa e lo fece distendere allungandoglisi sopra. Il bacio divenne pian piano più calmo fino a quando Julius staccò la sua bocca.
“ Le tue labbra sono proprio come le avevo immaginate”gli sussurrò all’orecchio.
“ Ah si? E come sono?”rispose Alexandros pieno di rabbia.
“ Semplicemente meravigliose, davvero. Se fossi al posto di Marcus ti scoperei ogni notte”commentò ironico stringendo di più le sue mani attorno ai polsi dell'altro.
Alexandros era certo che, anche se a fatica, si sarebbe potuto liberare, ma sapeva anche che se lo avrebbe fatto gli si sarebbe avventato contro e solo gli dei sapevano che sarebbe successo. Respirò a fondo cercando di calmarsi.
“ Ma non sei Marcus e io non sono il tuo schiavo”replicò Alexandros sorridendo sarcastico, Julius inarcò le sopracciglia.
“ Quindi tu ti offri volentieri solo al tuo… ehm… padrone?”.
“ Si”.
“ Io sono suo “figlio””
“ Questo discorso lo abbiamo già fatto e ora levati da sopra”gli ordinò guardandolo negli occhi.
“ No!”gli sorrise teneramente Julius.
“ Mi stai prendendo in giro? Non fare lo scemo, ti sei preso la tua personale vendetta su Marcus, no? Ora puoi anche lasciarmi”la sua voce ormai era esasperata, Julius lo guardò stupito. Alexandros credeva davvero che lo avesse baciato solo per una piccola ripicca nei confronti di Marcus? Quasi gli veniva da ridere, davvero non si era mai accorto di come lo guardava sempre? Scosse piano la testa, Alexandros vedeva solo Marcus e lui per il momento non poteva farci nulla, anche se si era preso una brutta cotta.
Sospirò.
Doveva rivolgere la propria attenzione su qualcun altro, almeno cosi lo avrebbe dimenticato, magari su una donna, tanto per cambiare.
Si fece da parte, lasciando andare Alexandros che balzò su e iniziò a fargli una predica. Julius non se la sentiva neanche di ribattere. In verità non stava nemmeno ascoltando quello che gli diceva. Alexandros stava ritto in piedi davanti a lui e gesticolava con le mani, poi alzò l’indice della mano destra verso l’alto, le sue belle labbra si muovevano, l’espressione degli occhi era ardente, ora inarcava ora rilassava le sopracciglia, i suoi bellissimi capelli erano leggermente mossi dal vento e le sue guance erano rosate.
Julius si portò una mano alla fronte sospirando, che tristezza! Si era innamorato di uno schiavo, di un bellissimo e intelligentissimo schiavo! Si mise la testa fra le mani, allora Alexandros smise di parlare e lo obbligò a guardarlo, ma Julius abbassò lo sguardo.
“ Va bene, dai, non volevo… forse sono stato troppo duro… in fondo sei giovane… vedo che ti sei veramente pentito, su, ora torniamo a casa” balbettò Alexandros che vedendolo con quel aria afflitta, si era calmato all’istante; Julius si alzò scrollandosi di dosso la mano del maestro e se ne andò senza dire una parola.
Alexandros rimase a bocca aperta. Ma cosa gli era preso? Alzò gli occhi al cielo. Vallo a capire, pensò incamminandosi anche lui verso casa.
Lungo la strada ripensò al bacio ricevuto poco prima, era un stato un bacio totalmente diverso da quelli passionali di Marcus. Ruppe un ramoscello da un albero e lo annusò.

Julius gli aveva chiesto se lo amava…
Scosse fortemente la testa, certo che non lo amava.

Che domanda stupida.

domenica 19 aprile 2009

Alexandros (capitolo 7)


Cornelius e Aemilia lo seguirono durante la lezione e gli fecero tante domande, invece Julius era molto più silenzioso del solito.
Parlando dell’Iliade il giovane gli rifilò una domanda alquanto alludente .
“ Maestro?”lo chiamò Julius.
“ Dimmi”rispose gentilmente.
“ Achille e Patroclo erano davvero amici?”volle sapere.
“ Certo”
“ Solo amici?”insistette lui e Alexandros capì dove voleva andare a parare.
“ Ah, Julius non so se tua sorella…”cominciò lui.
“ Non si preoccupi per me! Tanto con questi due attorno si può ben immaginare cosa mi tocchi sentire…!”intervenne lei alzando gli occhi al cielo.
“ Bene… se la mettete cosi” borbottò sottovoce, “… a quanto pare i due erano molto… ehm… affettuosi fra loro; nell’Iliade, Omero non rivela con certezza il vero rapporto fra i due, ma ci sono diversi riferimenti che fanno pensare a ciò che sostengono oggi molti intellettuali, cioè che passavano parecchie notti insieme; Cornelius non ti scandalizzare, era una cosa normale, anche ora, dopo tanti secoli, lo è, sia qui sia in Grecia e in altre parti, presso quei popoli che chiamiamo barbari”disse sedendosi davanti a loro. Sapeva che i ragazzi per il resto della giornata gli avrebbero fatto un sacco di domande a sfondo sessuale e si era arreso, non ce la faceva a rimandare oltre, ormai erano abbastanza grandi da sapere come funzionavano le cose.
“ Vuol sostenere che sono numerosi gli uomini che… sono “affettuosi” fra loro?”domandò Aemilia posando il mento sulle mani.
“ Si, ci sono donne che amano altre donne, uomini che amano le donne e uomini che amano altri uomini, ma non c’è nulla di riprovevole in tutto questo fino a quando non si trascurano i propri doveri. E poi la pederastia pare essere stata molto utilizzata dai cretesi per ovviare alla sovrappopolazione della loro isola, oppure dai Celti; naturalmente non c’è nulla di indecoroso come ritengono alcune persone o deplorevole o innaturale”
“ Perché ritiene che non sia innaturale? Voglio dire… gli uomini sono fatti per… dare i figli alle donne, agli altri uomini non fa nulla…”si intromise Aemilia. Cornelius e Julius scoppiarono in una risata sonora e Julius le accarezzò la testa come ad un cagnolino.
“ Poverina”commentò compiaciuto, Aemilia si scrollò via la mano del fratello dal capo. Anche Alexandros sorrise.
“ Se è cosi, Aemilia, allora dimmi: cosa c’è di più innaturale che tagliarsi la barba? Arricciarsi i capelli? Tagliarsi le unghie? Costruire le case? Una casa non esiste in natura, perciò è innaturale. Capisci? Oltre al motivo della procreazione, per la nostra specie pare necessaria anche la sensazione del piacere carnale, che può essere provata sia grazie ad una donna sia grazie a un uomo”fece Alexandros sorridendo piano.
“ Ma fra due uomini ci può essere… amore?”volle sapere Cornelius. Tutti e quattro si azzittirono.
Immediatamente gli venne in mente Marcus, allora lui cercò di allontanare la sua immagine arrossendo leggermente.
Julius era attento, cosi come pure la sorella.
“ Non te lo so dire per esperienza personale, ma a testimonianza degli altri pare che sia possibile, e che, anzi, si può amare un uomo più di una donna. Pensate alle testimonianze lasciateci riguardo ad Alessandro Magno ed Efestione, oppure ad altri uomini famosi come Socrate e Alcibiade; Platone parla dell’amore, delle creature divise a metà da Zeus per indebolirle e, quindi, afferma che nel mondo, per ognuno di noi, ci sia davvero solo una metà, ma cosa ne sappiamo se sia donna o uomo? Non lo sappiamo. Platone, inoltre, sostiene che l'amore fra due maschi sia superiore e più puro dell'amore fra un uomo e una donna. E anche Aristotele parla sia dell’amore che della amicizia. C’è quella improntata sull’interesse, sulla passione temporanea, sul bene dell’altro. Tutto qui, sta a voi interpretare i fatti e la storia, sta a voi condividere certe cose o meno”concluse lui con un sospirò. Aemilia era arrossita, Cornelius non mostrava l’aria annoiata che esternava spesso, invece Julius era molto interessato e soprappensiero.
Qualcuno dei tre volle dire qualche cosa, ma si bloccò nell’udire i passi rapidi del padre. Ed, infatti, dopo pochi secondi apparve la maestosa figura di Marcus vestito con la toga praetexta.
Disse ai figli che era ora di andare a mangiare, quelli obbedirono e dopo averli salutati se ne andarono.
Invece Alexandros restò in piedi davanti a lui; Marcus gli ordinò di seguirlo e lo fece entrare nella prima stanza che trovò. Lo addossò al muro e lo baciò sulle labbra. Il ragazzo aprì immediatamente la bocca per ricambiarlo, ma la sua era passione mista a impazienza, rabbia, desiderio. Dopo quel lungo bacio si sentì esausto, invece Marcus proseguì a baciarlo sul collo.
“ Pensi davvero che l’amore fra due uomini possa esistere?”domandò l’uomo portandosi una gamba di Alexandros sul proprio fianco.
“ Avete ascoltato…?!”.
“ Rispondimi”.
“ Si”.
Marcus affondò la propria lingua nella bocca del ragazzo, mentre lo stringeva a sé. Alexandros si lasciò baciare, morsicare leggermente le labbra.
La mano di Marcus scese sul suo fondoschiena e lo accarezzò a lungo, dopodichè si spostò sul pube facendogli emettere un gemito. L’uomo sorrise compiaciuto. Piano gli mordicchiava i capezzoli, intanto che gli faceva cadere a terra la tunica, quindi lo prese di peso e lo buttò sul letto, a questo punto gli si mise sopra iniziando a baciarlo sempre più appassionatamente e con maggiore bramosia.
Alexandros, a un certo punto, gli si ritrovò sopra e ne approfittò per togliergli la toga che buttò per terra. Sorrise maligno. Marcus parve divertito. Il giovane gli si allungò sopra, sotto di sé sentiva il corpo possente e ben levigato dell’altro che respirava impaziente. Piano, lo baciò sul petto, sul collo e sui lobi delle orecchie. Marcus sorrise e lo rigirò in modo da trovarsi sopra di lui, si baciarono ancora a lungo, poi con una leggera pressione sulle ginocchia gli aprì le gambe e, sentendosi al massimo dell’erezione, entrò piano dentro di lui.
“ Ah!”si lasciò sfuggire il ragazzo preso alla sprovvista; una volta entrato, Marcus si bloccò, dopo cominciò a muoversi piano.
“ Va meglio?”gli chiese con voce roca, Alexandros annuì attirandolo a sé, nonostante una lacrima gli solcasse la guancia, gli cinse i fianchi lasciandolo entrare completamente e, stranamente, con un po’ di dolore provava anche gioia. Doveva essere matto.
L’amplesso durò un po’, Marcus tuttavia non pensava solo a sé, bensì lo baciava di continuo, lo accarezzava, gli sussurrava frasi che il ragazzo non riusciva a capire, erano in una lingua a lui sconosciuta. Entrambi ansimavano, l’uomo ormai era vicino all’estasi. I suoi movimenti si fecero più veloci e ogni spinta provocava ad entrambi un’ ondata di piacere; quando Marcus prese a toccargli il membro, poi a masturbarlo, Alexandros perse definitivamente il controllo. Marcus prese il viso di Alexandros fra le mani e lo fissò a lungo, lo baciò e, mentre le loro lingue si incontrarono per l’ennesima volta, Alexandros sentì un liquido caldo fra le natiche e capì che Marcus era venuto, subito dopo anche lui provò un piacere nuovo che lo sconvolse.
L’uomo gli si posò accanto, erano entrambi sudati; Marcus lo prese fra le braccia e si addormentarono stanchi.

Noi due (capitolo 2)


Il grande edificio di marmo si stagliava alto contro il cielo plumbeo, come se fosse un’unica grande colonna che voleva andare oltre i limiti umani, e, del resto, quella scuola rappresentava proprio ciò: continuo sforzo e perseveranza per giungere oltre i traguardi della gente normale; non bastava essere colti e forti, ma bisognava aspirare a cose superiori, si doveva essere geni e invincibili, si doveva diventare perfetti.
“Mens sana in corpora sana”.
Era questo il motto del Frejus, collegio militare per giovani gentiluomini; studiare e combattere, essere intelligenti e difendersi, amare e odiare, rispettare gli amici e piegare i nemici: diventare un leader.
Gabriel si passò una mano fra i capelli che recentemente aveva tinto di castano osservando una delle grandi finestre della scuola. Quel giorno era venerdì, il che equivaleva a dover scegliere fra seguire le lezioni per un giorno intero oppure andare in palestra e combattere. Non voleva fare nessuna delle due cose.
Studiare lo annoiava e ormai sapeva gli argomenti che stavano trattando quasi a memoria, per quanto gli aveva ripetuti, ma, dall'altra parte, non voleva allenarsi in quanto, poi, la sera sarebbe tornato con un mucchio di lividi, inferti dall’amico Hegyron, un ragazzo maggiore di un anno e anche più muscoloso che in quella scuola era uno dei più temuti, ma anche dei più ambiti.
Sbuffò; giacché erano amici poteva benissimo evitare d’essere tanto duro con lui! Non che fosse debole, ma semplicemente non era al suo livello.
Un colpo secco sulla spalla lo fece voltare e incontrò i denti bianchissimi di Hegyron che gli sorrideva con aria maliziosa.
“Lupus in fabula” commentò il ragazzo dandogli nuovamente le spalle e incamminandosi verso la scuola.
“Si? Stavi pensando a me? Ne sono commosso” ribatté l’altro seguendolo.
“Che vuoi?” tagliò corto Gabriel continuando a camminare.
“Ehi! Che hai? Sembri di malumore!” notò trattenendolo per un braccio.
“Lo sono, infatti”.
“E perché?”.
“Perché non mi va di andare a lezione, né di allenarmi: mi faresti diventare tutto un dolore, come succede sempre” parlò sinceramente mettendo il broncio, invece Hegyron si accigliò.
“Davvero?”.
“Si”.
Lo sguardo di Hegyron divenne cupo e gli lasciò andare il braccio girandosi verso la palestra che si trovava nell’ala destra della costruzione della scuola.
“Perciò, in pratica, mi stai dicendo che ti rendo la scuola un incubo” concluse a bassa voce.
“Ma no! Solo che tu sei troppo forte… e ti sfoghi con me” sbottò cercando un contatto con l’amico, sapeva, infatti, di averlo offeso dicendogli quelle parole, ma lui non gli lasciò fare e si scostò.
“Potevi dirmelo prima, no? Ti saresti potuto cercare un compagno… meno forte!” sibilò allontanandosi velocemente.
“Hegyron!” lo richiamò allora Gabriel, ma quello non si voltò “Hegyron! Fermati!” lo supplicò andandogli dietro e, quando lo raggiunse, gli tirò la tuta blu che usavano durante i combattimenti. “Gabriel! Falla finita! Lasciami solo” gli ordinò liberandosi dalla mano dell’amico stupefatto da quel suo tono.
Quando si fu allontanato abbastanza, si portò una mano sul petto, aveva il fiatone. Perché si era arrabbiato? Era vero che negli incontri corpo a corpo usava tutta la forza senza riserve, ma aveva sempre pensato che Gabriel non ne soffrisse, almeno cosi gli avrebbe dimostrato che non si tratteneva e, quindi, non lo stava sottovalutando.
Si passò una mano fra i capelli chiari entrando in palestra. Più tardi gli avrebbe chiesto scusa per il proprio comportamento irascibile.

Gabriel bevve il caffè con un’unica sorsata; fuori, nonostante fosse solo il tardo pomeriggio, era già buio, sia a causa della stagione autunnale sia per la tempesta che stava per abbattersi sulla metropoli. Alla fine non era andato a nessuna lezione e sapeva benissimo che il preside non avrebbe tollerato un simile comportamento, poiché non aveva chiesto alcun permesso per esentarsi da scuola.
Sospirò abbattuto. Era stanco e non aveva la concentrazione giusta per affrontare la scuola. Da quando era tornato da casa, quasi due mesi prima, non faceva che provare strane sensazioni di oppressione, come se un sentimento volesse emergere, oppure un ricordo. Non capiva, infatti, come mai sognava sempre tre bambini. Uno dei tre era lui, ne era certo, ma poi c’erano due gemelli, un bambino che lo abbandonava sempre e una bambina che guardandolo piangeva, poi la scena cambiava e giocavano tutti e tre in un giardino primaverile. Sempre, prima del risveglio, vedeva un’ombra alle spalle dei due gemelli e poi più nulla, la sua coscienza prendeva la supremazia.
Stette ancora un po’ lì e poi uscì fuori, sentiva il bisogno di camminare. La città era affollata di gente frettolosa, che cercava di andare a casa, finire le ultime spese della giornata, trovare un rifugio per l’imminente bufera.
Una goccia fredda cadde dal cielo nero sul suo viso, ma cercò di non farci caso e cominciò a passeggiare in un parco deserto; il freddo cominciava a entrargli nei vestiti, ad arrivargli sulla pelle, farlo rabbrividire. Si strinse nel capotto nero. Doveva tornare a casa; no, a casa no, per quella notte sarebbe tornato al dormitorio della scuola, cosi poteva scusarsi con Hegyron.
Finalmente cominciò a piovere, perciò accelerò il passo e infine si mise a correre, ma lo squillo del telefono lo fece rallentare.
“Idiota! Dove cacchio sei? Mister Orso è incazzato nero con te! Ha assicurato che se non ti presenterai entro le otto da lui in ufficio chiamerà tuo padre” la voce di Hegyron era dura e agitata, Gabriel allontanò un po’ il cellulare altrimenti gli avrebbe spaccato il timpano.
“Sai chi se ne frega…” commentò sottovoce.
“Gabriel non fare il bambino e torna al dormitorio” gli chiese abbassando la voce.
“Certo che torno, dove vuoi che vada, imbecille?”.
Hegyron sorrise piano. Avevano fatto pace.
“Va bene, allora sbrigati” gli raccomandò e riattaccò.
Gabriel, invece, volle rimettere il cellulare nella tasca del cappotto, ma un colpo forte lo fece volare a mezz’aria per poi atterrare sull’asfalto. Sentì un dolore atroce al fianco sinistro e vari doloretti dovuti alla caduta. Volle rialzare la testa, ma perse coscienza, mentre gocce fredde di pioggia gli tagliavano la pelle.

lunedì 13 aprile 2009

Vendesi marito (capitolo 2/2)


Il suo sonno fu agitato, sentiva un forte dolore all’altezza del petto; già i sensi di colpa cominciavano a far presa su di lui.
Tormentato, si girò nel grande letto e un colpo di vento lo fece rabbrividire e, quindi, svegliare. Con la mano tastò il posto accanto a lui, ma era vuoto, sgranò gli occhi comprendendo che l’altro non ci fosse. Che fosse stato solo un sogno? No, non era possibile, poiché egli si trovava proprio nel letto del marito di Angelina. Volle rinchiudere gli occhi, quando una voce di uomo lo raggiunse facendolo balzare a sedere.
Raphael, appoggiato al muro, con le braccia conserte, lo osservava con sguardo severo.
“Ti sei svegliato? Bene, vestiti e vieni di sotto” gli ordinò con tono che non ammetteva repliche e, senza neanche guardarlo, uscì di fretta.
Dio cos’aveva fatto? Si mise la mano fra i capelli; era arrabbiato, era normale. Cosa si era aspettato? Che il suo sarebbe stato un dolce risveglio fra le braccia dell’uomo che amava?
Una candida lacrima gli solcò la guancia.
Lo amava.

Raphael si dimostrò talmente freddo che, se nelle vene di Narciso non fosse scorso sangue caldo, gli avrebbe ghiacciato il cuore.
Non parlò, si limitò a pochissime parole. Nel momento in cui il ragazzo era sceso gli gettò sulla tavola di vetro tre fotografie alquanto compromettenti.
“Che significa? Sapevo che Angelina ti aveva chiesto di portarmi a letto- e ti ho dato una mano per rispettare la tua promessa- ma la faccenda delle fotografie me la devi spiegare. Ora” gli comandò sedendosi sul davanzale e accendendosi una sigaretta.
Narciso si morse il labbro inferiore prendendo le fotografie e osservandole; si portò una mano davanti alla bocca arrossendo fino alla punta dei capelli.
“M- ma che accidenti…?!” gridò imbarazzato. Una foto li ritraeva mentre si baciavano, un’altra nel momento in cui Raphael gli stava dando piacere con la mano e la terza- quella più inaccettabile- in un momento in cui stavano facendo sesso.
“E’ quello che mi domando anch’io” replicò sarcastico l’uomo “E non dirmi che tu non ne sapevi nulla. Cosa volete fare con quelle foto? Ricattarmi? Forse sottrarmi soldi?” incalzò spegnendo la sigaretta e accendendone un’altra.
Narciso, invece, lo guardava a bocca aperta, senza neanche rendersi conto gli fu accanto e gli mollò un violento schiaffo. Raphael rimase immobile, però subito dopo gli prese i polsi facendolo rigirare su se stesso e se lo avvicinò.
“Non farlo mai più o te ne pentirai amaramente” sibilò controllandosi a stento.
“Come ti permetti?! Sei uno stronzo!” urlò, invece, Narciso senza neanche curarsi delle parole dell’uomo “Come puoi dire che voglio ricattarti? Che… che voglio i tuoi soldi?! Non sono venuto a letto con te per questo!” gridò tentando inutilmente di liberarsi.
“Ah no? E allora perché sei venuto? Non ci credo che sia stato solo per il mio cazzo! Cosa state tramando tu e Angelina?” continuò incurante delle lacrime del ragazzo che ormai correvano sul suo viso nonostante lui volesse trattenersi, ma era troppo arrabbiato e ferito per farlo.
“Lasciami!”.
“Non sei nelle condizioni di darmi degli ordini. Rispondimi e ti lascio. Allora? Io sto aspettando” fece impaziente.
Narciso fece vari sospiri cercando di calmarsi. Era inutile, in fondo cosa si era aspettato? Sapeva bene che con le sue stupide azioni si sarebbe attirato solo il suo odio.
“Non te lo posso dire. Chiedilo ad Angelina, è lei ad aver architettato tutto” gli rivelò finalmente e l’uomo lo lasciò.
“Va bene, me la vedrò con lei. Adesso vattene” fece dandogli le spalle e versandosi del whisky in un bicchiere.
Narciso avrebbe voluto ribattere, ma ormai non sapeva più cosa dire, come difendersi e si sarebbe ucciso piuttosto di confessargli il proprio amore. Raphael gli avrebbe riso in faccia.
Si avvicinò alla porta e nel momento in cui stata per uscire, Raphael lo richiamò piano.
“E non farti più rivedere”, la sua voce era dura, severa, tagliente.
Quelle parole penetrarono nel suo cuore come lame affilate; gli squarciarono l’anima, gli tolsero il fiato dai polmoni, gli annebbiarono la mente.
Si era sempre chiesto come avrebbe reagito ad un eventuale rifiuto da parte della persona che amava. Ora lo sapeva.

Dopo che Narciso uscì, Raphael prese il bicchiere pieno di whisky e lo scagliò contro il muro facendolo infrangere in mille pezzi. Si sedette sul divano prendendosi la testa fra le mani. Se Angelina fosse entrata in quel momento in casa, come minimo, l’avrebbe sbranata.

Due mesi. Due lunghi mesi durante i quali aveva sofferto terribilmente. Non faceva che pensare a lui, a ricordarsi dei momenti passati insieme quando credeva che fossero semplici amici, a quella notte, al suo bel sorriso, ai capelli morbidi, agli occhi mozzafiato, alla sua pelle inebriante.
La notte era un inferno e il giorno vagava per la casa come uno zombie, neanche la pittura riusciva più a riscuoterlo. Passava le sue giornate sul divano a guardare il vuoto oppure vagabondava per la città senza alcuna meta. Si era ridotto ad uno straccio.
Sospirò piano entrando nel bar- caffè doveva lo stava aspettando Angelina che si alzò per farsi vedere. La salutò con un cenno della testa sedendosi davanti a lei e ordinando un caffè.
“Tesoro, che hai fatto? Dio, sembri un fantasma!” esclamò mettendogli una mano sotto il mento per vederlo in viso. Quello che vide non le piacque: era pallido, gli occhi infossati, un’espressione triste.
“Sei dimagrito, sei solo pelle e ossa! Come hai fatto a ridurti cosi?! E’ per Raphael?” gli chiese dolcemente, lui scosse la testa leggermente.
“Piuttosto dimmi cosa c’è, perché mi hai chiamato qui?”.
“Perché sono secoli che non ti fai più vedere! Non rispondi al telefono e non mi lasci entrare in casa, ero preoccupata, sai?” lo rimproverò.
“Scusami” rispose lui senza dare una minima spiegazione del proprio comportamento.
“Ti volevo dire che ho parlato con Raphael” lo osservò, ma constatando che quello non diceva nulla, continuò “Lui pensava che volessi ricattarlo o qualcosa del genere, ma io gli ho detto che non è cosi e che volevo solo il divorzio. Lui non mi ha creduto, cosi sulle prime, ma poi ha capito che dichiaravo la verità e mi ha rivelato che potevo dirglielo semplicemente senza implicare anche te nell’intera faccenda”.
“Quindi ti ha concesso il divorzio?” le domandò senza interesse sorseggiando il caldo caffè.
“Si, mi ha assicurato che neanche lui mi ama, anche se ci tiene a me, ma solo come una sorella minore, nulla di più. Comunque lui sapeva che io ti avevo chiesto di sedurlo” lo informò morsicandosi le labbra.
“Si? E come?”.
“Mi ha sentito mentre parlavo al telefono con Karl- il mio amore- e per questo si è lasciato ammaliare da te” sorrise piano prendendogli una mano. Il ragazzo dovette combattere contro l’impulso di ritrarla. Da allora non sopportava essere toccato da nessuno.
“E’ stato lui a sedurmi” commentò semplicemente.
“Eh?”.
“Io me ne volevo andare, però lui mi ha chiesto di restare” mormorò guardando la pioggia fuori da una grande finestra.
“Davvero? Oddio, lo dicevo io che ti guardava sempre con troppo interesse! Perciò voi due adesso…?!” insinuò, però si azzittì quando fu raggiunta da uno sguardo omicida di Narciso.
“No! Lui mi odia”.
“Non è vero. Cosa dici? Ti pare che se ti odiava…”.
“Basta! Se hai finito io vado” affermò ritirando la mano e alzandosi. Anche la donna balzò su dalla sedia e lo abbracciò forte.
“Me ne vado. Vado con Karl in Provenza. Non so quando ritornerò, ti prego scrivimi Narciso e non mi dimenticare e, se puoi, non odiarmi per quello che ti ho fatto, ti prego. Sono mortificata, tu stai soffrendo per la mia stupidaggine!” cominciò a piangere piano.
Narciso sospirò e ricambiò finalmente l’abbraccio.
“Stai tranquilla, non sono arrabbiato con te, anzi… voglio solo la tua felicità, scrivimi anche tu. Addio”.

Con motto di stizza guardò l’orologio. Chi poteva rompere alle tre di notte?!
Si alzò insonnolito e andò ad aprire, tuttavia dovette sbattere le palpebre diverse volte per rendersi conti di essere sveglio.
Raphael, bagnato dalla testa ai piedi, gli stava sorridendo.
“Non mi fai entrare?” gli chiese quasi sottovoce, perciò lui si scansò facendogli spazio.
Andarono nel salone dove Narciso si fermò a fissarlo senza rendersi conto se stava ancora sognando o se fosse lui in carne e ossa; solo quando Raphael scoppiò in una risata leggera, capì di essere perfettamente sveglio e che quello fosse l’unico uomo che amava.
“Cosa ci fai qui? Non avevi detto di non volermi più vedere?” gli domandò tagliente cercando di controllare il tremito della propria voce.
“Ero arrabbiato” replicò con lo stesso tono facendolo sbuffare, perciò andò in bagno e tornò con una vestaglia e gliela tirò addosso.
“Spogliati altrimenti mi sporchi tutto il pavimento” gli intimò andando in cucina da dove tornò con due bicchieri fumanti “E’ cioccolata calda, non avevo più tè” gli riferì.
Si sedettero e bevvero in silenzio le bevande calde.
Narciso improvvisamente si sentì soffocare, non sapeva se fosse il cioccolato o la presenza di Raphael a sciogliergli il cuore; nonostante ciò doveva dimostrarsi duro.
“Ebbene? Cosa vuoi?”.
“Sei arrabbiato? Hai ragione, ti ho accusato ingiustamente” disse Raphael alzandosi.
“Si, sono a dir poco oltraggiato delle parole che mi hai rivolto, ma ormai non m’importa, dimmi cosa sei venuto a fare qui e vattene” sibilò, ma tutto ciò che ottenne fu un sorriso sornione.
“Sono venuto per vendicarmi”.
“Eh?”.
Raphael gli prese i polsi e lo fece alzare in modo che il ragazzo andò a sbattere contro il suo petto, perciò si volle scostare, ma non gli lasciò fare e lo strinse a sé.
“Mi vendicherò rendendoti la vita un inferno: non ti lascerò stare un attimo, ti starò sempre alle calcagna, farò i capricci, mi comporterò in modo infantile, ti darò un sacco di fastidi, ma non ti lascerò più andare via. Narciso, sposami” gli sussurrò con voce emozionata nell’orecchio.
Narciso ormai era impietrito.
No, di certo stava sognando. E si doveva svegliare.
Non poteva essere, eppure quando gli toccò il viso gli sembrò reale. Era reale!
Si baciarono a lungo. Un bacio emozionante, un bacio d’amore.
“Allora che rispondi? Mi sposi o no?” gli domandò l’uomo impaziente.
“Ehi, ma tu non dovresti darmi un certo anello, mentre sei in ginocchio e mi fai la proposta?!” gli fece presente.
“Dio, non pensavo che dovessi fare una cosa del genere. Sei un uomo! Allora perché non la fai tu a me?” gli chiese ironico.
“Perché sei tu quello che mi fa la proposta” rispose invece lui con voce angelica.
Raphael fece un gesto di arrendevolezza e sfilò dalla giacca bagnata un cofanetto dal quale estrasse una fedina d’oro bianca. Si inginocchiò davanti al suo amato e gli prese la mano.
“Narciso Belleirs mi vuoi sposare rendendo tutti i miei giorni, d’ora in eternità, stracolmi di amore e di felicità?” gli propose.
Narciso si coprì la bocca con la mano scoppiando a piangere per l’emozione. Cadde in ginocchio davanti a Raphael e lo abbracciò con forza.
“A questo punto dovresti dire di si” mormorò Raphael divertito.
“Si, si, si! Lo voglio!” annuì con forza prendendo la sua testa fra le mani e baciandolo con labbra tremanti.
Sapeva che di certo c’entrava lo zampino di Angelina, e gliene era grato; chissà, forse anche Raphael aveva sofferto come lui poiché anche lui sembrava stanco e dimagrito. Con tenerezza gli scostò i capelli, quello mormorò stringendolo a sé con più forza, poi, aprì lentamente gli occhi. Si sorrisero e si baciarono.
“Buongiorno amore” sussurrò Narciso.
“Buongiorno signor Russtej” mormorò l’altro baciandolo con passione.
Il ragazzo sorrise piano.
“Raphael?”.
“Si, amore?”.
“Stavo pensando che…”.
“Ah, tu pensi?!”.
“Ehi! Si, penso! E pensavo, appunto, che è come se Angelina ti avesse venduto a me”.
“Uhm… si, quella è una volpe, ma sono molto più contento di essere tuo marito”.
“E perché?”.
“Perché ti amo”.
“Ti amo anche io”.
“Io di più”.
“Certo, come no…” bofonchiò abbracciando il suo caro marito.
Da quando era diventato il marito di Raphael, tutto era cambiato. Il mondo era più luminoso, le rose profumavano, gli uccelli cantavano, il vento soffiava portando profumi da terre lontane, la felicità si poteva respirare nell’aria. Finalmente aveva compreso cosa significasse la parola legame. Legame stava a indicare amore. Amore per Raphael. Ora e per sempre.
Fine.

domenica 12 aprile 2009

Vendesi marito (capitolo 1/2)


“M- ma almeno ti rendi conto di cosa stai dicendo?!” il ragazzo alzò la voce, era sorpreso, turbato, scandalizzato.
“Si, mi rendo conto, mica sono scema. Ti sto chiedendo di sedurre mio marito” rispose una ragazza bionda accavallando le gambe.
Narciso chiuse gli occhi cercando di non strillare dai nervi. L’unica spiegazione plausibile era che la sua amica o fosse matta o lo stesse prendendo in giro.
“Bene, ora smettila di scherzare, dimmi perché mi hai chiamato qui, ho da lavorare io, al contrario di te che giri tutto il giorno” le disse cercando di sembrare irritato, ma la sua voce tremava. Solo il pensiero del marito di Angelina lo metteva in subbuglio, però cercò subito di scacciare dalla mente quelle immagini e sensazioni riprovevoli: era l’uomo della sua migliore amica!
“Se tu lo chiami lavorare…” commentò lei.
“Si, è la- vo- ra- re!” ribatté il ragazzo con forza. Anche fare il pittore era un lavoro! E che cavolo! Lei non aveva mai guardato di buon occhio l’arte, neanche quando lui aveva vinto un importantissimo premio artistico. Sbuffò cercando di calmarsi.
“Va bene, Angelina, torniamo a noi. Cosa ti salta in mente per farmi una… proposta del genere? Hai di nuovo litigato con lui?” chiese bevendo un sorso di caffè.
“No, assolutamente” rispose lei con aria innocente che lo fece insospettire.
“Ti conosco troppo bene, cosa stai tramando?”.
“Uffa! Non ti posso nascondere nulla… io mi sono stancata di lui, ho trovato un altro uomo con cui voglio stare; si, ok, ok, lui è davvero un bell’uomo, ricco, intelligente e bla bla bla, ma io non lo amo, sai bene che il nostro è stato un matrimonio di interesse, però io non ce la faccio più cosi, non voglio più ingannarlo perché lui è veramente un uomo meraviglioso- anche il sesso con lui è meraviglioso- e merita di più” sputò tutto e poi sfoggiò il suo miglior sorriso da vampira.
Narciso rimase a bocca aperta. Solo dopo alcuni attimi, quando ebbe compreso il significato di quelle parole, arrossì e si mise sulla difensiva.
“Però perché chiedi a me di fare questo?! Lui è un uomo!” la accusò.
“Beh, anche tu lo sei, qual è il problema?”.
“Proprio perché siamo due uomini!”.
“Tu sei gay” fece lei fingendo di non capire.
“Ma lui non lo è! Dio, non posso fare una cosa del genere, sai come mi prende a calci in culo?! E poi è anche mio amico, equivarrebbe a tradire la sua fiducia” cercò di farla ragionare, ma lei sbuffò nuovamente spostandosi con la mano una ciocca invisibile di capelli dal bel viso abbronzato.
“Quanto la fai lunga! Tu seducilo, io scatto una piccola foto per averla nel caso in cui lui neghi di aver fatto sesso con te per non accordarmi il divorzio e la cosa è fatta! Contento tu, che ti porti a letto uno come lui, e contenta io che finalmente sarò libera!” Angelina balzò su e si avvicinò pericolosamente verso di lui allungandosi sul tavolo.
“Angelina…” sibilò il ragazzo.
“Ti prego, ti prego, ti prego” lo implorò esibendo i suoi bellissimi occhioni verdi.

“Ecco! Il solito idiota che fa sempre tutto ciò che vuole quella strega! E ora che faccio? Di sicuro, se solo proverò a baciarlo, sai come mi ammazza di botte! E sia, cosi almeno farò una bella vacanza in ospedale e non mi torturerà più con le sue richieste assurde!” mormorò piano premendo su un pulsante dorato. Si udì un suono all’interno dell’enorme villa, dei passi- il suo cuore era ormai a mille- e, infine, la porta si aprì, e, là, sulla soglia, un dio: Raphael, scalzo, solo con un paio di jeans, a petto nudo ed i capelli bagnati, lo guardava sorpreso.
Il più sorpreso, però, era Narciso che non si era di certo aspettato di trovarlo in quel modo. Lo aveva sempre visto con lo smoking, e raramente, a casa, con dei pantaloni sempre eleganti e polo bianche, ma non si era neanche mai sognato di vederlo cosi!
Dovette arrossire, poiché l’altro alzò un sopracciglio e sorrise facendogli cenno di entrare.
Una volta all’interno si salutarono e Raphael, da perfetto padrone di casa, lo condusse nel vasto salone dove gli disse di mettersi a proprio agio.
“Mi dispiace, ma Angelina non c’è”, lo informò subito porgendogli un bicchiere di succo naturale, infatti sapeva che non beveva alcolici, poi si versò del whisky.
“Ah… ma mi aveva assicurato che l’avrei trovata a quest’ora…” bofonchiò cercando di trattenere il tremito della propria voce.
Che diavolo gli prendeva! Quello era il marito della sua migliore amica! Il marito! MARITO!
Il quale marito, però, lui doveva sedurre. Si passò una mano sugli occhi. Come faceva a fare una cosa del genere, se neanche poteva guardarlo? Cielo, non si era mai accorto di quanto fosse attratto da quell’uomo fino ad allora.
L’uomo si sedette sul divano accanto a lui, che si spostò di un centimetro; Raphael se n’accorse e sorrise sotto i baffi mentre portava alla bocca il bicchiere.
La tentazione di fissarlo, di guardargli le labbra era forte, tuttavia tentò di trattenersi.
“Va tutto bene? Sei pallido” gli disse dopo un po’.
“Certo, scusami…” rispose alzandosi e prendendo la giacca “Allora io vado, tanto non penso che Angelina tornerà presto, è tipico di lei stare fuori per ore” cercò di ridere, ma gli uscì solo un gracidio. Quanto era stupido!
Ecco che se ne andava, non aveva nemmeno provato di fare quello che l’amica gli aveva chiesto, ma come poteva farlo?! Quell’uomo lo paralizzava, aveva paura della sua reazione, non voleva fargli tradire la moglie, non voleva ingannarlo. Non se lo meritava.
Si passò una mano fra i capelli, stava raggiungendo la porta per uscire, quando sentì una forte stretta al polso che lo fece girare su se stesso e trovarsi fra un muro e il corpo forte di Raphael.
Si fissarono a lungo e nel momento in cui l’uomo gli si avvicinò, pensò che volesse baciarlo, ma poi sentì il suo caldo alitò nell’orecchio.
“Resta a farmi un po’ di compagnia” lo pregò, dopo lo guardò negli occhi.
I suoi occhi di ghiaccio non erano freddi, ma, anzi, sembravano fiammeggiare. Il ragazzo si morse il labbro inferiore annuendo piano.
“Bene, allora vado su a prendermi una maglietta, ti va di fare una partita di tennis?” gli chiese salendo sulle scale.
“Si” rispose semplicemente. Tornò nel salone e si mise una mano sul petto, il cuore doveva smettere di rumoreggiare cosi tanto!
Dopo qualche minuto si ritrovò nel giardino immenso dove c’era anche un campo da tennis.
Raphael aveva indossato una canottiera nera che metteva in risalto i muscoli del corpo, i jeans erano tagliati sulle ginocchia e sotto una natica che lasciava intravedere i boxer neri, i capelli chiari erano scompigliati e ancora umidi.
Calma Narciso, devi solo riprendere il controllo. Si ripeteva.
Allora decise di non guardarlo più, doveva semplicemente evitare di fissarlo e tale tattica funzionò, poiché, nel mezzo della partita, ormai non sentiva più alcuna tensione e si stava pure divertendo anche se stava schifosamente perdendo.
E infatti fu Raphael a vincere che rise di gusto vedendo il suo viso imbronciato, allora andò da lui e lo prese per le spalle buttandolo per terra, all’ombra di un ciliegio, dove si riposarono un po’.
All’improvviso l’uomo si mise su un fianco e lo esaminò. Si sorrisero dolcemente.
“Dimmi, Narciso, come va? E’ da molto che non ci vediamo” gli chiese con voce roca che lo fece rabbrividire.
“Bene, le solite cose” rispose inumidendosi le labbra.
“Uhm… ho sentito che hai aperto una galleria, un giorno o l’altro verrò a visitarla, sai mi piacciono molto i tuoi lavori, sono molto… suggestivi” finì di dire sorridendo malizioso. Narciso sapeva bene a cosa si riferiva; l’uomo alludeva ad un quadro di chiaro stampo omosessuale, quadro che, nonostante suscitò molte polemiche e fu il più criticato, vinse il premio nazionale.
“Grazie…allora ti aspetterò!” cercò di alleviare la tensione che si impossessava nuovamente di lui.
“Contaci, quindi al lavoro va bene, e in amore? Stai ancora insieme a quel tipo… Matt, mi sembra?” volle sapere. Narciso lo guardò cercando di capire se lo stesse prendendo in giro, ma sul suo volto lesse solo sincero interesse misto a qualcos’altro che non riuscì a decifrare. Scosse la testa.
“No, è già un mese che non stiamo più insieme” rispose sospirando piano.
“Perché? Mi pare che andavate d’accordo” insistette lui.
“Perché lui voleva solo una storia di sesso” alzò le spalle girando il capo dalla parte opposta a Raphael, che però gliela fece rigirare verso di lui per guardarlo negli occhi. Sorrise lentamente passandogli una mano fra i capelli castani.
“Invece a te non interessano questo tipo di storie, vero?” sussurrò l’uomo specchiandosi negli occhi grigi di Narciso che inghiottì un po’ di saliva, succube di quella lenta carezza.
“No… non fanno per me” mormorò ormai senza fiato. Raphael sorrise avvicinandosi a lui.
Quello che seguì fu un bacio lungo e dolce, quasi casto.
Quando, però, Raphael lo abbracciò possessivamente, il ragazzo cadde prigioniero della passione, una passione ardente che in pochi istanti divorò i due. Ormai i baci si susseguivano sempre più profondi, più impazienti, più ardenti. L’uomo portò una mano sul fondoschiena di Narciso che cercò di soffocare un gemito, ma questo bastò ai due per oltrepassare il limite della sopportazione. Raphael si alzò prendendo per mano Narciso. Lo condusse nella sua stanza, dove lo buttò con ben poca delicatezza sul letto e gli si stese sopra continuando a baciarlo. In pochi secondi c’era solo un intreccio di mani, di gambe, di respiri, di battiti cardiaci.
Narciso vedeva, udiva, sentiva solo il suo amante: Raphael che gli toglieva la maglietta e la buttava per terra, Raphael che lo baciava sul collo, che gli mordicchiava i lobi delle orecchie, che gli tormentava i capezzoli turgidi; Raphael che gli sbottonava i pantaloni, che lo denudava, Raphael che gli toccava piano il membro e poi cominciava a masturbarlo, che gli gemeva nell’orecchio eccitandolo oltre ogni immaginazione.
Narciso non ce la faceva più; lo aiutò a spogliarsi e gli si avvinghiò baciandogli il collo, ma era troppo impaziente per dedicarsi a certi giochetti e gli premette le mani sulle natiche spingendolo verso il proprio bacino. Nell’attimo in cui i loro membri s’incontrarono, gli sfuggì un brivido subito soffocato dalla bocca di Raphael che, dopo il bacio, gli intromise due dita nella cavità orale. Ormai sapeva bene cosa stava per succedere e non vedeva l’ora. Raphael, infatti, lo preparò e subito dopo, piano, cominciò ad invadergli il corpo.
Narciso gli strinse la schiena e, con un movimento del bacino, si fece penetrare per intero. Una lacrima scivolò sulla sua guancia. Raphael parve riprendersi.
“Narciso…” sussurrò con voce emozionata. Il ragazzo lo guardò.
Si fissarono.
Dio! Ora se ci ripensava… se non voleva più fare l’amore con lui? Senza rendersi conto, le sue mani cominciarono a tremare e lo incatenò con le gambe al proprio corpo.
Questo disperato tentativo di tenerlo legato a sé non sfuggì a Raphael, che alzò un sopracciglio, ma subito dopo sorrise e gli premette le labbra sulle sue.
“Come va?” gli domandò ansioso, Narciso gli sorrise guardandolo con occhi adoranti mentre cominciava a muoversi.
Non gli importava più se quella era solo un’avventura, un orrido inganno, se l’uomo con cui stava facendo l’amore fosse il marito di Angelina, se Raphael lo avrebbe odiato.
Si strinse con maggior forza al corpo dell’altro; un piacere di un’intensità che lo sconcertava lo stava invadendo.
Fuori, si alzò un vento impetuoso. Gli alberi si piegavano alla sua forza. Una bufera improvvisa.
Narciso carezzava piano il braccio di Raphael che gli cingeva la vita.
Dopo aver fatto l’amore l’uomo lo aveva preso in braccio.
“Raphael…?” domandò con voce incerta.
“Mmh?”.
“Dormi?”.
“No”.
“Questo…” cominciò a dire, ma s’interruppe sentendo un groppo alla gola.
“Che abbiamo fatto l’amore? Ti dispiace?” mormorò l’altro baciandogli il collo.
“No”.
“E allora?” chiese stirandosi come un gatto, poi tornò a stringerlo a sé, più forte.
“Non doveva succedere perché io… Angelina… mi aveva chiesto… cioè no…” balbettò quasi in preda a una crisi isterica.
Calò il silenzio.
Dopo alcuni momenti Raphael gli diede un bacio sulle labbra e tornò con la testa sul cuscino.
“Lo so. Ne discuteremo domani”.

giovedì 9 aprile 2009

Alexandros (capitolo 6)



Che serata devastante; prima quello spettacolo idiota e poi Julius che fa il deficiente con Alexandros, la dovrebbe smettere; non per chissà quali motivi, ma solo perché lui è il suo maestro e perché, soprattutto perché, lui è mio.
Oh, per gli dei! Sono talmente stanco che mi devo sedere sul mio letto, un letto rimasto fin troppo a lungo vuoto e ora ho tutta l’intenzione di riscaldarlo con i nostri corpi, mio e quello del mio bellissimo schiavo che pare si sia bloccato sulla porta.
Alexandros, non appena è entrato, si è fermato davanti all’ingresso e mi fissa con occhi grandi e con la punta del pollice in bocca.
Sembra un cerbiatto spaventato.
Vorrei rassicurarlo, non deve temere, non sono uno di quelli che prende i suoi schiavi con la violenza, e dopotutto con lui non lo potrei mai fare, non sopporterei di vedere un’espressione di dolore sul suo volto.
Mi alzo e bevo un bicchiere d’acqua, poiché avevo la gola secca per tutto il nervosismo che ho accumulato durante la serata.
Alexandros mi osserva, il suo sguardo si ferma sui miei occhi, sul naso, sulle labbra che si schiudono in un sorriso lento, poi esamina il mio corpo e sono contento di quello che vedo nei suoi occhi.
Gli piaccio.
Tendo la mano verso di lui che si avvicina e la prende fra la sua. Ha una mano più piccola della mia e calda, invece la mia è ghiacciata; gli faccio divaricare le gambe per farlo sedere a cavalcioni su di me, cosi mi ritrovò a pochi centimetri il suo viso dal mio. Vorrei baciarlo, ma ho paura di spaventarlo oltre il necessario, quindi poso le mie labbra sul suo collo donandogli un bacio leggero e sorrido quando lui getta involontariamente la testa all’indietro. Continuo a baciarlo sul collo e sui lobi delle orecchie strappandogli piccoli gemiti che cerca di soffocare.
“Va tutto bene?” voglio sapere, lui annuisce mettendo una mano fra i miei capelli corvini. Questo contatto mi provoca un sussulto, ma la sua mano trema.
Cerco di non farci caso e riprendo a baciarlo; porto una mano sul suo fianco e con l’altra gli esploro il petto profumato e la schiena nuda. Ha una pelle morbida e calda, un calore che mi intorpidisce le dita. Non ce la faccio più, non so per quanto riuscirò ancora a trattenermi.
Gli prendo in bocca un capezzolo e lui geme, chiude gli occhi arrossendo. Sospiro piano mentre lascio questo bocciolo di rosa.
Gli prendo il volto fra le mani e lo obbligo a guardarmi.
E’ rosso sulle guance, ha gli occhi grandi e lucidi, le labbra, sebbene non le abbia ancora baciate, sono gonfie e rosse.
“Cosa c’è? Non avevi affermato che a me ti saresti donato volentieri?” gli chiedo esternando un sorriso, forse la mia voce gli è parsa irritata perché ha sussultato, ma sono solo stanco.
“Certo…” mormora.
“Allora perché opponi resistenza?” voglio sapere, mentre faccio scorrere un mio dito lungo la sua colonna vertebrale facendolo trasalire.
“Io… penso di non essere la persona più idonea a soddisfarvi carnalmente…” mi risponde a fatica, troppo preso dalle sensazioni che gli suscita la mia mano sulla sua schiena, alzo un sopracciglio mentre gli mordicchio piano il lobo di un orecchio.
“Mmh… perché?”, Alexandros chiude gli occhi cercando di controllarsi. Mi vuole; anche lui vuole me cosi come io voglio lui, tuttavia qualcosa gli impedisce di lasciarsi andare.
“Perché… non ho mai avuto questo genere di esperienza… quindi non saprei proprio come darvi piacere…” bofonchia inumidendosi le labbra.
Mi fermo e torno a guardarlo negli occhi.
“Mai? Neanche con una donna?” sono sorpreso, non lo avrei mai creduto.
“No”.
Allora rido piano. Sono troppo felice per trattenermi, lui non ha mai avuto nessuno.
“Cosa… cosa c’è?” mi domanda imbarazzato. Smetto di ridere e accarezzo piano i suoi splendidi capelli ramati. Sono cresciuti da quando sta qui.
“Per gli dei, Alexandros! Sei più puro di una fanciulla!” esclamo facendolo alzare, lo prendo per mano e ci mettiamo sotto le coperte di porpora.
Alexandros è ancora teso, teme quello che potrebbe accadere, ma non ne ho più voglia.
Non stasera. Cercherò di dormire.
Lo prendo fra le braccia e affondo il mio viso fra i suoi capelli. Odorano di rose, di viole, di mille fiori… spero di non impazzire per lui.
Piano, cado nelle tenebre del sonno.